Con le mie peggiori intenzioni Narrativa seriale e buonista – di Iannozzi Giuseppe

Con le mie peggiori intenzioni

Narrativa seriale e buonista

di Iannozzi Giuseppe

peggiori intenzioniPremessa: Va’ dove ti porta il cuore e Con le peggiori intenzioni, due romanzetti per farsi venire l’appendice e l’appendicite. Con conati d’appendicismo ferale. Romanzetti per le masse ignoranti che amano lo zapping fra “Stranamore” e “Sex and the City”. Che altro dire? Nient’altro.

1. Questo è un appuntino di valore, non un giudizio di valore sui libri. Meglio far chiarezza. E’ dunque una sorta di post-it, per ricordare, per ricordarci (forse) che si tratta di due librettini. Ma è appunto un post-it, un appuntino, e null’altro. Quindi il valore che è, è quello lì, di un appunto. Così, su questo punto direi che chiarezza è stata fatta.

La massa, difficile da definire: direi che il dizionario De Mauro risolve e dice meglio di quanto potrei dire io. Mi permetto dunque di riportare qui la definizione di massa: “raggruppamento sociale connotato da affinità di carattere psicologico, etico e culturale, da comunanza di collocazione economica e politica, da identità di comportamento sociale, che coincide con la maggioranza della popolazione e si trova per lo più in posizione passiva e dipendente rispetto alle istituzioni economiche, politiche e culturali che gestiscono l’effettivo potere di un paese”. Ignoranti, perché la massa si trova in una condizione passiva, non per sua volontà, ma comunque una condizione passiva promossa e propagandata attraverso i mass-media anche, i quali reiterano la solita pubblicità sociale culturale politica. E le masse dunque ignorano tutto quello che è al di là dell’immagine pubblicitaria che viene loro proposta.

A dirla tutta, mai come oggi viviamo dentro a una condizione pienamente orwelliana, sì, alla 1984 – o à la Matrix. Ovviamente mi si dirà che sono esagerato, pessimista, ecc. ecc. Vabbe’.

Veniamo all’insulto che insulto non è: adesso c’è un po’ troppo il vizio che se uno apre il becco – cioè intendo il mio, di becco -, se dice un “ma”, subito ci s’inalbera che si è offeso Tizio Caio, e pure Sempronio che era al bar a farsi una birra alla spina e a fumarsi una sigaretta, tranquillamente, discutendo con un certo suo amico, Giuda. Insomma, quale insulto: dire che due libri non mi sono piaciuti è un insulto? E su che basi? Perché ho detto di due romanzetti che non mi son piaciuti con un nonsense? Per favore! Mi par ridicolo dire che ho portato insulto agli autori così pure ai loro lavori con un nonsense all’interno di quello che voleva essere solo un post-it, un appuntino “ino-ino”. E metto bene in evidenza l’innocuo “ino-ino”, onde evitar che si travisino le mie parole. O che vadano soggette, loro malgrado, a cattiva interpretazione.

2. Mi sembra, è questo è un altro appuntino (sì, l’“ino” ancora bene in evidenza) che indagare il motivo per cui certi libri riscuotano successo commerciale non sia un delitto. Difatti non ho affatto detto di non fare questa indagine, se qualcuno vuole provarcisi: piena libertà di agire in tal senso. E’ anche questo un appuntino (sì, sempre l’”ino” in evidenza): penso che Va’ dove ti porta il cuore ha avuto successo perché uscito in un momento sociale-politico in cui c’era bisogno di buonismo, di spiritualità, per una società avviata al più triste materialismo; Con le peggiori intenzioni è uscito susseguentemente andando incontro alla necessità delle masse di dir di sì al materialismo, giacché non si è riusciti a contrastarlo, si è (forse) pensato bene di allearsi e lasciarsi ingurgitare dai meccanismi orwelliani – o à la Matrix. Vorrei ricordare, per l’ennesima volta, che questi sono solo “appuntini”.

Per questi motivi spiegati in maniera superficiale, i due libri hanno incontrato il favore del pubblico e quindi anche quello commerciale.

3. Aggiungo: Il nome della Rosa, in maniera intelligente e letteraria, intellettuale e commerciale anche, riesce a tener in sé “tutti quegli elementi” che sono in Piperno e la Tamaro. Umberto Eco, con un solo libro, ha dato ai lettori: filosofia, una storia avvincente (thriller), un quadro storico, un giallo, un po’ di sesso, un mistero… ecc. ecc. Ci vorrebbe un saggio per dire tutto, questo è solo un altro “appuntino”. Ma Umberto Eco è uno dei pochissimi che sono riusciti in un’impresa così vasta, impossibile: insomma, ci vuole del genio per riuscire a scrivere un romanzo come Il nome della rosa, non basta la cultura, non basta saper scrivere, non basta avere idee. E non mi chiedete che cosa sia, che cosa è il genio. Perché penso che il genio sia una qualità innata, quindi non spiegabile in termini razionali.

4. Mai ho negato il diritto e la libertà di *conoscere* i motivi per cui alcuni libri vanno incontro a un grande successo. Io, in tal senso, non ho proprio detto niente di niente. Ho solo messo un appuntino, così. Però a questo punto bisognerebbe, e lo dico veramente seriamente, cercare di *capire* i motivi per cui programmi come Stranamore, Amici, Sex and the City, Desperate housewives… ecc. ecc. hanno così tanto successo, molto di più di un qualsiasi libro di grande successo.

5. “Due romanzetti per farsi venire l’appendice e l’appendicite. Con conati d’appendicismo ferale”, l’ho spiegato, un nonsense. Un gioco di parole, senza senso. Vi pare un insulto un nonsense? A me no.

“Che altro dire? Nient’altro”: dov’è l’invito a non dialogare? dove? Se ci fate su l’analisi logica e grammaticale, dove lo trovate l’invito? Ma quale invito?

Con molta fantasia, moltissima fantasia, al massimo, ci potreste leggere un “null’altro” al posto di “nient’altro”. Ma ce ne vuole di fantasia per riuscire a conseguire un simile risultato. E chi sono mai? Il Giosuè di Ed egli maledisse lo scandalo (famoso romanzo di Mack Reynolds, tit. orig. Of Godlike Power, 1965)? Qui si entra in un campo che a me è alieno, quello della fantacritica, o della fanta-interpretazione.

6. Va’ dove ti porta il cuore: a me pare il più cattolico dei libri, con tutto il buonismo “di falso conio” che dentro c’è. Ecco, qui avrei dovuto specificare meglio: “buonismo di falso conio”.

7. D’Annunzio, Svevo, Gadda, Fenoglio erano scrittori che reinventavano la lingua mettendo sulla pagina dei contenuti. Oggi perlopiù si reinventa niente, e i contenuti sono optional: come nelle soap-opera povere di mezzi e non perché si ricerchi un’artistica povertà di mezzi, bensì perché non ci sono proprio a disposizione degli optional per minimi che possano essere, né per il plot né per la scenografia.

Sono da mettersi, a mio avviso, Ammaniti e De Carlo su due piani diversi: meglio assai il primo, perché scrittore, De Carlo non ha lingua, è telegrafico, anche dopo 300 pagine è sempre telegrafico, con storie generazionali, di trentenni, di quarantenni. Leggere De Carlo è come aver a che fare con una soap-opera povera di mezzi. Piperno reinventa che cosa? sul piano stilistico e quello dei contenuti? A me sembra che non reinventi: forse proprio il fatto che “non reinventa niente” l’ha reso interessante alla critica e al pubblico.

8. Camilleri, escludendo la sua produzione maggiore che vede Montalbano protagonista, ha scritto anche delle cosette interessanti: lo si sopporta. Ma non è poi lui il problema, che se non altro scrive, anche con Moltabano, delle storie, dei gialli superiori alla media. Pur sempre di gialli però si tratta, dedicati alle masse.

Mellissa P. fenomeno commerciale, di moda. Passerà anche lei: anzi, la mia impressione è che stia già passando di moda. Ed era prevedibile.

Aldo Busi rimarrà: è già “rimasto”. E’ Letteratura tout court, il miglior scrittore italiano. E meriterebbe attenzione maggiore e qui da noi e all’estero. Ma per scrivere come Aldo Busi occorre aver un istinto geniale, ecco perché di Aldo Busi ce n’è uno solo in Italia. E noi tutti dovremmo sentirci onorati d’avere uno scrittore che è un “vero”.

Clive Barker è invece il lato meno scontato del più famoso Stephen King: ma Barker fa paura come i Pokémon stanno alla Letteratura. In breve: né BarkerKing sono niente di più di scrittori con buone vendite. Per King si può forse dire che ha dato corpo a dei buoni romanzi, che rimarranno: è un po’ il fratellino minore (e povero, di mezzi fantastici) di E.A. Poe e H.P. Lovecraft. Che per King così come per Barker sono inarrivabili.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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3 risposte a Con le mie peggiori intenzioni Narrativa seriale e buonista – di Iannozzi Giuseppe

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  2. furbylla ha detto:

    Interessante analisi con la quale concordo quasi in toto anche se..
    1 non ho letto nessuno dei due romanzi quindi su essi non mi posso esprimere
    2 non vedo offesa pesante ma penso sarebbe bastato scrivere massa…
    buongiorno Beppe
    Cinzia

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  3. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Infatti, sono solo delle analisi. Ma la gente, o meglio alcuni scrittori sono molto molto permalosi.
    Non hai letto neanche Piperno con il romanzo “Con le peggiori intenzioni”? Incredibile. 😀
    Vabbe’, non ti sei persa niente, perlomeno a mio avviso.

    Però ti sei persa moltissimo se non hai letto i classici che ho citato, vale a dire E.A. Poe, H.P. Lovecraft, Aldo Busi (perché oramai Busi è un Classico della Letteratura italiana, così è, per meriti conquistati sul campo), Svevo, Gadda, Fenoglio, e ovviamente Umberto Eco che oramai è anche nelle scuole come lettura obbligata.

    Bacione

    beppe

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