Ciao Valter Binaghi

Ciao Valter Binaghi

Valter Binaghi (Busto Garolfo, 14 luglio 1957 – Busto Garolfo, 12 luglio 2013)

Valter Binaghi

Valter Binaghi

E’ scomparso Valter Binaghi, scrittore e musicista.
Io e lui non siamo mai andati d’accordo. Mai una volta.
Ci siamo scontrati sempre, anche con durezza.
Ma adesso è scomparso.
Lui ci credeva in Dio. Spero per lui che incontri quel Dio che tanto amava e che a spada tratta difendeva con tutto sé stesso. Spero che lo incontri e che Dio lo abbracci a sé senza pensarci su due volte.

P.S.: Valter, non si fa così però… avevi promesso di strapparmi il cuore dal petto con le tue mani. Non hai mantenuta la promessa. Per questa volta, per questa volta soltanto ti perdono.

Intervista a Valter Binaghi

I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti

di Giuseppe Iannozzi

E’ questa l’unica intervista che Valter mi ha concesso. Era il 2 aprile 2007. – g.i.

3 giorni inferno Valter Binaghi1. Per te, Valter, niente domande facili: quindi chi è Enrico Bonetti? quanto c’è di te in questo cronista padano molto moschettiere à la Dumas?

Bonetti attraversa l’intera vicenda da cronista: descrive quello che vede, non è detto che capisca o condivida tutto. E’ il punto di vista del lettore del libro, che alla fine trarrà le sue conclusioni. L’autore è il regista occulto dell’operazione. Comunque Bonetti non mi somiglia: è un Candido dei nostri giorni. Io sono più  vecchio, più smaliziato.
C’è un altro personaggio semmai, Zivago, un reduce della contestazione giovanile degli anni 70, di cui mi servo per fare i conti con la mia generazione.

2. Bene: “I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano” è una amalgama di tanti e tanti spunti più o meno fantastici e di altri maggiormente realistici, si passa difatti, senza pietà, dalla teogonia alla fantareligione, dall’eugenetica alla fantascienza, per arrivare alla fantapolitica. Chiaramente molte le influenze che hai investito in questo romanzo ereditate dalle tue letture nel corso degli anni… Com’è nata l’idea principale di “I tre giorni all’inferno” e per quali esigenze?

Diciamo che è un nodo in cui si sono addensati diversi spunti. Uno, quello più horror, legato alla cronaca: il caso delle “Bestie di satana” che si è verificato a due passi da dove vivo, l’altro, quello dell’involuzione politica e sociale degli ultimi anni, la democrazia del terrore che si è instaurata dopo l’11 settembre. Infine la percezione che l’uomo del terzo millennio sia caduto preda di una forma letale di narcisismo, che lo rende incapace ormai di distinguere tra la vita e lo spettacolo della medesima. Ho provato a mettere insieme questi tre aspetti di ciò che mi pare il Male oggettivo, con Qualcuno che ne tira le fila.

3. Più volte tiri in ballo il Diavolo, Satana, Belzebù, il Signore delle Mosche: dunque, chi sarebbe il diavolo oggi in un mondo sempre più globalizzato, che nega l’identità personale per sostituirla con una generica e qualunquista (o riciclata dai rotocalchi), presa di forza dai mass media?

E’ chi vuole acquisire un potere assoluto sull’essere umano. Quindi per prima cosa lo priva del suo nutrimento vitale, ciò da cui può attingere da solo: la protezione di una comunità familiare e la saggezza di una tradizione, l’identità con un paesaggio, l’autonomia produttiva e creativa, sostituendo tutte queste cose con un benessere “somministrato” dalla tecnica, dalla burocrazia, dal flusso spettacolare di immagini mediatiche. L’effetto è si, come dici, l’omologazione del pensiero, ma anche e soprattutto la crescente dipendenza.

4. Nel tuo romanzo, Enrico Bonetti, quarantenne piacione, romantico, debolmente depresso, incappa per caso in un caso più grande di lui e suo malgrado, alla fine, finisce col diventare una sorta di detective, non fosse altro che per salvare la donna amata dalle grinfie di alcuni magnaccia senza scrupoli. Chi sono le ragazze che fanno la vita? E la prostituzione, già di per sé abominevole, è il solo progetto satanico cui vanno incontro od on the road incontrano altre forme di sfruttamento, più subdole e malefiche?

Nel romanzo la prostituzione è quella di strada, dove ragazze dell’est sono vere e proprie schiave di feroci clan mafiosi, ma poichè lo sfruttamento dell’essere umano non ha limiti per chi ha potere, alcune di esse, rimaste gravide, vengono usate per alimentare un osceno traffico di neonati, che termina in laboratori ultramoderni, protetti da segreto militare.

5. Ljanka, la ragazza-prostituta di cui Bonetti s’innamora, è una sorta di Magdalena: che ruolo ha nella vita di Enrico?

Quello di fargli scoprire la semplicità dell’amore dopo un matrimonio mai decollato (da cui però ha avuto una figlia fantastica: Mabel), ma soprattutto di mettere in moto il suo interesse per una vicenda che poi è più grande di lui. Come dire, anche se poi raggiunge orizzonti impensabili, è per amore che l’uomo vero, incarnato, fa quello che fa.

6. In “I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti” parli spesso, per voce dei tuoi personaggi, del Diavolo, quindi del Male le cui radici sarebbero da ricercarsi nella notte dei tempi, da quando Lilith cominciò a partorire mostri. Parrebbe quasi che con questo romanzo tu voglia dire ai tuoi lettori che il pericolo per la civiltà moderna è il progresso tecnico scientifico e medico: è così?

No, affatto. Il pericolo non è il progresso della scienza o della tecnica, ma la cattiva filosofia di chi interpreta i dati scientifici (scientismo) e soprattutto la sostituzione dell’agire tecnico all’agire morale. Quando mi si dice che ciò che è tecnicamente possibile è anche politicamente ed eticamente plausibile, è come se fosse il cavallo a guidare il carretto anzichè il vetturino.

7. Anche la musica in questo romanzo non trova scampo, diciamo poca giustizia: gruppi quali Black Sabbath e Led Zeppelin vengono detti del Diavolo, ma più in generale tutto l’heavy metal viene messo sotto accusa. Come mai, ancor oggi, alcune frange di persone cadono nell’errore di credere che possa esistere Satana nella musica? Voglio provocarti: io non ce la faccio proprio ad ascoltare Mozart e Vivaldi, ad esempio: li trovo diabolicamente noiosi.

Non confondere l’ideologia e il linguaggio di alcuni personaggi del romanzo (giovinastri satanisti o loro interpreti) con il pensiero dell’autore. Io coi Led Zeppelin ci sono cresciuto, ignorando il lato “oscuro” di certi testi, e adesso che lo conosco considero i flirt di Jimmy Page con Aleistar Crowley più cretini che pericolosi. Certo, la suggestione potente che la cultura del rock esercita sui giovani è da considerare. Ma le ultime generazioni sono più vulnerabili ad altre forme del demoniaco: uscire dal corpo, vivere più che altro nell’avatar che mandi a spasso per la Rete, nei clip che posti su Youtube. Neanch’io impazzisco per la musica classica: sono un bluesman di vecchia data, da vent’anni faccio serate nei pub con la mia band: Doctor Blue and the Healers. Dottor Tristezza e i Guaritori perchè il blues, caro Giuseppe, è la malattia ma anche la cura.

8. Il tuo è un romanzo post 11 settembre e post G8, dove la fantareligione è parecchia: tutta farina del tuo sacco? Da chi hai preso in prestito in maniera più o meno esplicita? E la fantareligione, da H.P. Lovecraft a James Morrow, oggi come oggi, non è secondo te più forte d’un qualsivoglia sentimento religioso? Mi spiego meglio: io ho l’impressione che si ha bisogno del confisso fanta affinché la religione possa venir digerita dal popolo e non solo.

Quella che tu chiami fantareligione sono ritagli e frattaglie di gnosi antiche e moderne, che rispondono al bisogno narcisistico di una religione su misura. Capaci di produrre fenomeni di dabbenaggine e fanatismo che le religioni tradizionali tendevano ad espellere, perchè dovevano fare i conti con la praticabilità di un credo da parte di una comunità, quindi i bisogni naturali e la saggezza del senso comune, oltre a nutrire il bisogno di conoscenza del singolo. Oggi invece il confine fra gnosi religiose e aberrazione è molto labile. Come diceva Chesterton, quando si perde la fede religiosa si smette di credere in Dio per credere a qualunque cosa.

9. Nel tuo lavoro citi anche il tanto vituperato “Il codice Da Vinci” di Dan Brown: tutti ce l’hanno con Dan, il cui unico peccato è quello d’aver ridato vita – e credibilità – alla fantareligione. Però tutti non possono fare a meno di citarlo nel bene e nel male. Non credi che molti romanzi contemporanei abbiano un debito nei confronti de “Il codice Da Vinci”?

Certo, ha introdotto un filone di successo, una variante del complottismo. Abile artigiano o abile artigianato redazionale. La materia è datata, però. Ciò che si spaccia come rivelazione sulle vere origini della Chiesa sono speculazioni massoniche vecchie di quasi un secolo. Devo dire però che io più che a Dan Brown devo molto a un romanzo come “Il pendolo di Foucault” di Umberto Eco, di cui ho provato a rovesciare la tesi centrale.

10. A bruciapelo: sei credente, sei cristiano cattolico?
Parrebbe superflua una simile domanda da parte mia; ma io penso che il tuo romanzo sia un po’ tanto attaccato ai dogmi della Chiesa, e non te lo nego, perlomeno io ho letto una storia che difende a spada tratta il dogmatismo del Vaticano. Sbaglio, e in che misura?

Il Vaticano non rientra nelle mie preoccupazioni primarie. Gesù Cristo invece è l’unico maestro che riconosco, ma è anche il volto di Dio nell’uomo. L’unica possibilità per cui la parabola dell’uomo abbia un senso. Ma questo romanzo sarebbe stato “teologicamente ispirato”  a prescindere dalle mie convinzioni personali, perchè il cristianesimo è l’unica narrazione disposta a riconoscere nel Male un soggetto e non una necessità o una serie di accadimenti fortuiti.

11. Parafrasando da F.W. Nietzsche, ti dico che non è stato Dio a creare l’uomo, dico che è stato l’uomo a creare Dio. E io aggiungo: l’uomo ha creato Dio perché l’uomo aveva bisogno di addossare (o di rimettere) le sue colpe a qualcuno più grande di lui, ma la cui natura non fosse dimostrabile se non con un atto di cieca fede. Il Diavolo è solamente l’altra faccia di quel Dio che l’uomo ha creato. Ne consegue che: se l’uomo non esistesse, non esisterebbero né Dio né il Diavolo. E’ una teoria questa che si potrebbe applicare a “I tre giorni all’inferno”?

No. La classica riduzione dell’idea di Dio alla dialettica del soggetto (Fuerbach, Marx, e diversamente Freud e Nietzsche) salta a piè pari la questione fondamentale. Il dialogo con Dio è interno e non esterno alla coscienza, allora meglio l’ateismo esistenziale (Leopardi ad esempio) che riconosce comunque nell’uomo una spiritualità senza oggetto. Io sull’ateismo filosofico mi ci sono fatto le ossa, visto che l’ho praticato fino quasi a trent’anni. Sono arrivato al cristianesimo dopo aver bevuto il calice del moderno fino alla feccia, quindi niente facili consolazioni o robe del genere. E nemmeno pacifista ad oltranza. Attenzione Iannozzi, e tutti voi mangiapreti, che non c’è solo il vostro beneamato Nietzsche a filosofare col martello.

12. C’è un messaggio nel tuo romanzo, un messaggio spirituale e/o politico, o piuttosto siamo di fronte a una bella storia, che lascia col fiato sospeso sino all’ultima pagina evitando però una qualsivoglia morale o indicazione moralistica?

Il romanzo è costruito in modo che chi cerca solo una storia avvincente ce la trovi, una scorribanda tra orrori e mitologie del terzo millennio. Ma c’è un secondo livello di lettura, dove cronaca e fantasia diventano relementi allegorici di un’interpretazione del mondo. Chi vuole accedervi, troverà di che riflettere.

13. Si fra un gran baccano intorno a letteratura, fiction, generi narrativi e letterari. Non posso esimermi dal chiedertelo: pensi che sia da parrucconi asserire che “La Divina Commedia” vale sicuramente mille volte di più di “Gomorra” di Roberto Saviano, ad esempio? E il tuo romanzo, tu in che genere, in che girone lo cacceresti?

Paragone improponibile. Come diceva Gadamer, un’opera d’arte è anche la storia delle interpretazioni, e Dante è storicamente la voce in cui si è riconosciuta un’intera civiltà. Il libro di Roberto Saviano è importante per la sua urgenza, la sua contemporaneità, che è un valore diverso ma ugualmente irrinunciabile per la cultura. Il mio romanzo lo caccerei nello stesso girone del “Pendolo di Foucault”, ma anche dell’ultimo di Avoledo, “Breve storia di lunghi tradimenti”: allegorie del disordine spirituale, l’entropia dell’anima.

14. Perché leggere “I tre giorni all’inferno di Enrico Bonetti cronista padano”? Nell’arco di un anno si stampano migliaia di nuovi titoli, perché un lettore dovrebbe scegliere proprio di leggere Valter Binaghi piuttosto che Gianni Biondillo o Franz Krauspenhaar, ad esempio?

Intanto evita di mettermi in alternativa a due scrittori che stimo e che sono pure cari amici, coi quali credo di condividere un certo brio meneghino anche nella scrittura. Leggetemi piuttosto perchè la letteratura la tratto con grazia, come una signora, ma con intenzioni serie: le chiedo non la sveltina sul sedile posteriore, ma una verità superiore a quella della cronaca e perfino della storia.

15. (Domanda a cui puoi tranquillamente non rispondere. Anzi: prego che tu non risponda.) Che diavolo ne pensi di Giuseppe Iannozzi? 😀

Sei irruento, ostinato ed esibizionista più di quanto serva a sopravvivere in Rete.
Ma anche generoso, spregiudicato e amante sincero dell’arte. A me istintivamente simpatico: questo traspariva anche dallo scherzetto che ti ho combinato su NI.
Mica difficile che io e te si diventi amici.

Grazie Valter, sei stato molto paziente. Un santo praticamente!
Ti auguro il meglio, in ogni senso.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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7 risposte a Ciao Valter Binaghi

  1. fabio painnet blade ha detto:

    Ciao Giuseppe, bel pezzo sullo Sciamanone delle brughiere! Siete personaggi del web che ho letto con interesse e apprezzato per un po’ di tempo. Con Binaghi ho avuto vivaci scambi di battute e letto la bozza di alcuni suoi lavori. Pur avendone avuto una rappresentaz virtuale, la sua scomparsa mi ha lasciato uno strascico emotivo palpabile: fatto inaspettato per uno che considera il mondo dei pixel un inutile trastullo per ‘segaioli’. Per lui , naturalmente non ero che una sequenza di lettere senza volto e contenuto che ogni tanto gozzovigliava su doctor blue. Eppure mi accorgo solo ora che voi siete, o rappresentate, un’essenza che sfugge, un qualcosa di strano, in sospensione sulle coscienze che non saprei definire interamente e autenticamente reale. Non so perchè scrivo proprio qui, un luogo lontano che mi ignora del tutto, tuttavia ho trovato in questa intervista un mucchio di elementi in comune con quell’omone irascibile, e ciò mi lascia nel cuore un rammarico per non aver saputo fertilizzare le fronde acerbe di un contatto che avrebbe potuto aiutarmi a vedere meglio oltre la ‘mia’ piccola siepe e, forse, ad accrescere un tantino le mie acquisizioni letterarie e non . Parole grosse, lo so , lo so.. La disponibilità, in effetti, l’ha sempre concessa. Disponibilità cristiana, s’intende : la sua porta era sempre aperta al viandante. La rottura col suo spazio, con quello di Angelini, Ferrucci e col tuo, che leggevo spesso pur senza intervenire, ha determinato la mia lontananza dalla rete: stop! CHiuso! punto e basta! Ero (e sono parzialmente) convinto che l’arte (tutte le sue forme) dovesse costruirsi e incanalarsi entro flussi di energia einsteiniana, ovvero di esperienze di vita, materia, carne, massa e ‘ci due’… per l’appunto , non attraverso l”erudizione a tavolino, nelle sale di una biblioteca o sulle algide frequenze della rete, perciò vi ho sempre considerato esimi competenti e conoscitori della materia, ma non ‘creativi’ in senso stretto. Questo episodio, e il suo effetto retroattivo, sembra però aver incrinato certi pregiudizi, sembra avermi reso una consapevolezza nuova e una motivazione in più.
    Laa mia riflessione vorrebbe pertanto essere la seguente:: possibile che la rete non possa sviluppare un più incisivo contesto di scambio ove si incontrino- e si scontrino costruttivamente – entità in movimento? . POssibile che siate tutti vati di un principio ambiguo e convinti assertori di un criterio di fatua libertà illuminista, fondato sul senso dell’autonomia e della indipendenza dagli altri piuttosto che quello della rimescola quantica, del reciproco condizionamento, della collaborazione ? o , magari della solidarietà fra grandi e piccoli, sapienti e ignoranti, forti e deboli, grassi e magri ? Colgo nelle ultime parole di Walter un appello costante ai valori partecipativi, alla necessità di un ritorno alla cultura dei rapporti umani ed alla ricerca di crescita collettiva. Siamo sicuri che , malgrado l’apparenza – questa frammentazione cosmologica in espansione di raffinate casette di campagna e di curati orticelli all’inglese, possa rappresentare un contesto ideale per il confronto e lo sviluppo delle idee?, A mio avviso non lo è ma potrebbe diventarlo. Se succederà mai, ne riceveremo avviso solo con la comparsa di un complesso gerarchico nuovo, entità al momento – riconoscerai – alquanto distante. Addio Walter, non curarti dei nostri pensieri, insignificanti fazzoletti che scompaiono in lontananza, buoni al massimo per tirarci via il moccio dal naso , a confronto i tuoi sono diventati vele immense di un veloce brigantino. Che il vento sia con te per il viaggio più grande che abbia mai fatto. .

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Ciao Fabio,

    con Valter c’era un rapporto di amore e odio, perché lui era cattolico e talvolta, almeno un po’, a mio avviso, esagerava nel voler avere ragione a tutti i costi, e questo ha contribuito a far irritare qualcuno. Questo non significa però che non apprezzassi i suoi romanzi, tutt’altro. Mi sono piaciuti tutti, e nell’intervista che ho qui ripescato, l’unica che mi ha concesso, credo emerga bene la persona che era Valter, un uomo e un artista. Non ho molto apprezzato le sue idee, un po’ stantie intorno al cattolicesimo: ha scritto anche un libro, insieme a Giulio Mozzi, 10 buoni motivi per essere cattolici. Lo recensii, non fu una stroncatura, ma neanche una lode sperticata: con un po’ di ironia sottolineavo che la cosa migliore del libro era la prefazione di Tullio Avoledo. Eravamo due menti diverse, agli antipodi: lui profondamente credente, io profondamente russelliano. Ma non ho mai pensato che dietro a Doctor Blu, che dietro a un monitor, ci fosse soltanto un ammasso di parole, o di dati. Ho invece sempre pensato che un blogger, un artista, un giornalista, un critico che scrive su un blog o un sito è in primis una persona in carne e ossa, con dei sentimenti, dei valori, degli ideali in cui crede. Credo ci sia una sorta di pregiudizio ancora in merito alla rete. Si sottovaluta, o forse si ha paura di (voler) prendere coscienza che dietro le pagine elettroniche ci sono delle persone e non un mero cumulo di dati sparati da chissà quale entità. Siamo reali, se ci pungi, sanguiniamo come te. La rete è solo il mezzo attraverso il quale comunicare. Temo però che il pregiudizio di pensare che la rete è la rete e basta, qualcosa di asettico, durerà ancora a lungo. Ieri, quando nacque il telefono, be’, la gente stentava quasi a credere che si potesse sentire la voce della persona amata a chilometri di distanza. Oggi, dopo più d’un secolo, nessuno dubita più che il telefono ti mette in contatto con una persona reale e non con una entità fittizia, con un inganno generato dalla tecnologia.
    Credo che Valter abbia saputo far irritare un po’ tanta gente, e però lo abbiamo continuato a seguire, io e non solo. Su Lipperatura, il blog di Loredana Lipperini, Valter era solito intervenire, prendendo delle posizioni che non condividevo e la Lipperini… be’… diciamo che le saltavano i nervi. Qui il post della Lipperini:

    http://loredanalipperini.blog.kataweb.it/lipperatura/2013/07/12/per-valter-binaghi/

    Ci sono molti interventi belli su Vibrisse Bollettino che ricordano Valter. Posso solo consigliarti di leggerli. Sono tutte persone che Valter l’hanno conosciuto, che con lui hanno interagito talvolta scontrandosi, ma è da sottolinearlo tutte persone che gli hanno voluto bene, nonostante il suo carattere, o caratteraccio che dir si voglia.
    Leggendo sempre le pagine culturali, quelle cartacee, temo che i vati o i sedicenti tali non siano una prerogativa della rete, tutt’altro: sulla carta stampata ci sono così tanti bulli che si credono Dio e forse di più. In rete, e questo l’ho provato sulla mia propria pelle, con il fatto che uno può anche essere anonimo tende a fare un po’ lo sborone. Io mi sono sempre firmato, anche quando adopravo un nickname. Non m’è mai piaciuto l’anonimato, e questo non per darmi visibilità, tutt’altro: è solo che penso che se uno fa lo sborone, e qualche volta lo faccio anch’io, non c’è motivo che si nasconda e si dica anonimo. L’anonimato non è un principio illuminista. L’anonimato io l’ho sempre giudicato un manifesto segno di vigliaccheria. Con ciò non voglio assolutamente negare il principio di libertà che se uno vuole rimanere anonimo non possa farlo; c’è però modo e modo per essere anonimi, perché se un anonimo si dice anonimo per buttare merda addosso agli altri allora è una cosa, grave; ma se si dice anonimo per portare delle denunce vere, socio-politico, allora l’anonimato è altra cosa, una necessità per non subire delle ripercussioni. Ci sono poi gli anonimi, i troll, quelli che non sanno che fare e rompono gli zebedei a destra e a manca. Ma lasciamoli perdere, non contano niente… sono come certi avvinazzati che passano la loro giornata in un bar e morta lì.

    Io non credo in Dio, non credo in alcun Dio. Sono ateo-agnostico, ma è superfluo dirlo e in realtà non ce ne sarebbe neanche bisogno. Uno che non ha, uno che non crede in un Dio non ha bisogno di pubblicizzare il suo non-credere. Qui lo dico con il solo fine di fare chiarezza. Valter era un persona di grande e incrollabile fede, in Dio e in Gesù Cristo ci credeva con il cuore e con l’anima. La sua era una fede incrollabile, e lo ha dimostrato sino all’ultimo. Spero davvero che ci sia un Dio, un Dio buono come lo intendeva Valter. Ma quand’anche non ci fosse, ora spetta a noi far sì che la sua memoria, che le sue riflessioni possano essere ancora fruibili. Se conserveremo memoria di Valter, delle sue idee, bene, Valter non sarà morto, continuerà a vivere in noi, anche in chi non condivideva le sue idee. Chi l’ha detto che dobbiamo vivere tutti seguendo gli stessi ideali? L’umanità è bella perché ogni persona, ogni popolo ha le sue proprie idee. Il problema è solo lo scontro ideologico, quando dalle ideologie nascono le guerre fratricide. Non è forse molto più bello conversare così, come stiamo facendo ora io e te? Io penso di sì, perché nonostante tutto credo che senza la volontà e la disponibilità a dialogare l’uomo è ma è uomo chiuso in sé. Dialogare serve a confrontarci, a capire noi stessi e gli altri. Se dialogassimo di più, con serenità, forse non ci sarebbero così tante guerre.

    Valter, non ti dimenticheremo, stanne pur certo.

    Ciao Fabio e grazie d’essere qui intervenuto. Mi ha fatto davvero molto piacere e credo che anche Valter ne sia contento, perché in questo momento stiamo ricordando lui, stiamo portando avanti la Memoria di lui e come uomo e come artista.

    beppe

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  3. Felice Muolo ha detto:

    Bella intervista, Beppe. Dalla risposta scopro anche che sei una persona saggia.

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  4. fabio painnet blade ha detto:

    “…credo che anche Valter ne sia contento.”

    mozzi direbbe che: ciò nega il precedente assunto – “Io non credo in Dio, non credo in alcun Dio. Sono ateo-agnostico’.

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  5. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Sì, forse, lo direbbe. Ma qui non stiamo facendo teologia, per fortuna. E qui il verbo credere va inteso nell’accezione “…penso che anche Valter ne sia contento”.

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  6. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Già, bella intervista.
    Mi mancherà Valter, mi mancherà. Non potrò più litigare con lui.
    Spero che ci abbia lasciato qualche scritto inedito, e spero che questi scritti vengano pubblicati.

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  7. fabio painnet blade ha detto:

    no, no, c’è un equivoco. In realtà io mi riferivo alla coniugazione del verbo essere: ‘… ne sia contento. Un non-credente non avrebbe dovuto dire: …ne sarebbe stato contento?’ .
    Ehi Giusè, prendi queste parole con leggerezza, mi raccomando. Non alludevo a una dissonanza lessicale, nè teologica (in entrambe penso possa darmi ricche lezioni). Volevo solo dire che è molto difficile distinguere il credente dall’ateo e che perciò, dietro le maschere che vi siete scelti tu e Binaghi, in fondo, avevate molto da dire e scambiare sul piano umano e artistico, che poi sono la stessa cosa. Nella riflessione precedente mi chiedevo perché tutto ciò non fosse successo ed anzi come mai, in rete sia così raro un ‘incontro’ di culture diverse, di personalità contrapposte di pareri antagonisti . Ricordavo che nel pensiero di Binaghi, nonostante il bazooka sulla spalla, questo aspetto comunicativo fosse presente. Tutto qui. .
    .

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