”La lebbra” di Iannozzi Giuseppe ha oggi il suo coraggioso editore, Il Foglio letterario, casa editrice di Gordiano Lupi

”La lebbra” di Iannozzi Giuseppe
ha oggi il suo coraggioso editore

Il Foglio letterario - di Gordiano Lupi

Il Foglio letterario (Casa Editrice fondata nel 2003) di Gordiano Lupi.

Restate sintonizzati e, forse, a breve vi fornirò altri particolari. Nell’intanto vi propongo la sinossi del romanzo “La lebbra”.

venduto

con preghiera di diffusione

la lebbra - Giuseppe Iannozzi

la lebbra – Giuseppe Iannozzi

Gordiano Lupi

Gordiano Lupi

LA LEBBRA (sinossi) – Il romanzo racconta la storia di Martino, di un giovane neanche poi troppo giovane, che dal profondo Sud, da una società prettamente rurale e chiusa in sé stessa e nei suoi pregiudizi, dopo la morte dei genitori, decide di tentare la sorte nel Nord Italia. Martino disprezza l’Islam e il mondo musulmano tutto: in realtà ha letto un solo libro, il sermone (“La rabbia e l’orgoglio”) di Oriana Fallaci, che l’ha profondamente impressionato, così tanto che ne ha fatto la sua personale bibbia di sopravvivenza. Martino ignora però le cause che hanno condotto il mondo occidentale sull’orlo del disastro dopo l’11 settembre. Prende alla lettera il sermone e per lui la verità è solo quella che la Fallaci dichiara nel suo pamphlet. Di primo acchito Martino potrebbe sembrare una sorta di anarco-fascista, ma in realtà è più che altro un fasciocomunista con poche idee e una gran confusione in testa: è una persona incapace di distinguere il Bene dal Male, una sorta di bambola umana prigioniera dei pregiudizi di cui si è nutrito attraverso un unico libro. Martino odia l’Islam perché è stata la Fallaci a consigliargli la ‘rabbia e l’orgoglio’. Ignora che la Fallaci, in un primo tempo atea di stampo illuminista, nel corso degli anni ha finito con l’abbracciare la Chiesa Cattolica stringendo amicizia con mons. Rino Fisichella e il cardinale Joseph Ratzinger (Benedetto XVI). oriana fallaci Martino odia chiunque non sia italiano. Odia gli stranieri. Odia gli immigrati, che, a suo avviso, riceverebbero molti privilegi da parte dello Stato italiano mentre gli italiani come lui no. Martino fugge dunque nell’Italia settentrionale con il suo misero bagaglio: ma una volta entrato in stazione subito si accorge che il Nord non è poi diverso dal Sud. A Torino credeva di trovare una società pulita (ariana), non contaminata dagli stranieri: con sua grande sorpresa, appena fuori dalla stazione di Porta Nuova, si trova a contatto con una società multirazziale. Che fare? Tornare indietro non è possibile. Mentre pensa sul da farsi, viene fermato da un poliziotto per quello che è un controllo di routine; tuttavia Martino si ribella e poco ci manca che finisca in gattabuia. Profondamente deluso cerca un riparo.

Nella capitale sabauda i giorni scorrono veloci. Non ha soldi, non abbastanza in ogni caso, per cui è costretto a prendere un buco in affitto, nel quartiere San Salvario. Non era questo che voleva: per colpa o destino è finito proprio nel centro nevralgico di Torino, dove convivono molte etnie che, non di rado, si scontrano. Si era illuso che a Torino avrebbe trovato un lavoro stabile: non aveva però fatto i conti con la crisi che ha investito l’Italia e l’Europa, e non solo. Per sopravvivere si vede costretto a rubare, ma declina di entrare nel giro della droga. Vive alla giornata: è poco più d’un clochard, né più né meno. I giorni volano veloci e nel suo cuore l’odio cresce: non sopporta di incontrare a ogni angolo di strada marocchini, musulmani, rumeni, rom, e terroni anche, gli stessi terroni del suo paese. Martino soffre di DAP (attacchi di panico) che lo costringono più volte a uno stato larvale, facendogli credere che la morte lo coglierà da un momento all’altro. Lui crede di conoscere il motivo scatenante dei suoi attacchi di panico: “Tutta colpa degli immigrati”. Quando gli prende un attacco può solo stringere i denti e abbracciare a sé il sermone della Fallaci, così come farebbe un bambino spaventato dal buio con il suo orsacchiotto di peluche. Nel corso dei suoi vagabondaggi nella città fa delle amicizie con dei clochard, con le pezze al culo proprio come lui. I nuovi amici lo istruiscono su come deve comportarsi, ciononostante Martino è refrattario e la sua indole lo porta ad attaccar briga. Poi un giorno un attacco di panico. Finisce in ospedale dove incontra un ben strano psicologo. Gabriele, così dice di chiamarsi il medico che prende in cura Martino. Il giovane non può neanche immaginare che l’incontro con Gabriele lo porterà al centro di un macchinoso piano di cui lui sarà l’infelice protagonista. Una volta dimesso dall’ospedale, Martino continua il suo peregrinare che lo porterà nel cuore della Torino più islamica: poco mancherà che ci rimetta le penne. islamLe condizioni di vita di Martino non sono delle più felici: si becca una violenta forma di broncopolmonite che lo vedrà tra la vita e la morte. Di nuovo in ospedale, curato dal primario Dalla Chiesa, collega e amico di Gabriele, Martino vede il suo piccolo mondo di confuse certezze crollare poco a poco. Durante il ricovero in terapia intensiva fa la conoscenza di Aidha, una infermiera di fede islamica. Non può farci niente, il suo cuore prende a battergli forte in petto. E’ la prima volta che si innamora sul serio. In un primo momento non osa ammettere di essersi innamorato, ma alla fine, come tutti gli innamorati, capitolerà per cadere ai piedi di lei. Potrebbero essere rose e fiori per Martino e Aidha se solo il Fato non fosse già stato per lui programmato da Dalla Chiesa. Chi è in realtà Dalla Chiesa? E chi è Gabriele, lo psicologo? Sono sì dei dottori, ma sono anche degli affiliati di una misteriosa organizzazione. Dalla Chiesa ha scelto Martino per un suo esperimento, per così dire ‘sociale’. Martino non sospetta nulla. Durante la degenza fa di tutto per incontrare Aidha, arrivando quasi al punto di confessarle il suo amore gettando alle ortiche il sermone della Fallaci. Ma Aidha non è la donna di cui si è innamorato. E’ in realtà una comparsa, una puttana che Dalla Chiesa ha raccolto dalla strada per interpretare una parte ben precisa nel suo piano. Una volta ristabilitosi, seppur malconcio, Martino torna a camminare le strade di Torino; di far però ritorno alla sua vecchia casa, nel quartiere San Salvario, non ha alcuna voglia. Adesso ha in testa una e una sola persona: Aidha. Non sa come ma deve trovarla e dirle tutto quello che prova per lei. Non ha idea di dove lei abiti, né sa riuscirà mai a trovarla. Non si dà per vinto: oramai la sua vita senza Aidha non ha più senso e il sermone della Fallaci, nonostante l’abbia ancora con sé, gli fa male all’anima e al cuore. Dopo non poche peripezie Martino riuscirà a incontrare Aidha. E scoprirà la verità sul suo conto, su Gabriele e Dalla Chiesa, una verità ignobile che lo vedrà costretto a difendersi con l’anima fra i denti. Nel parapiglia Aidha viene pugnalata più volte. Di fronte al corpo esanime della donna amata, anche se non è la creatura che lui aveva creduto, Martino perde completamente la trebisonda: una rabbia belluina lo divora. Non gli importa più di vivere o morire né gli importa di scoprire perché Dalla Chiesa e Gabriele hanno scelto proprio lui per il loro dannato ‘esperimento sociale’. Nella sua anima obnubilata da un dolore lancinante c’è sol più spazio per la vendetta: ha perso tutto, non ha ragioni per non tentare almeno di fare quanto più male gli è possibile ai suoi aguzzini. La lotta ferale si svolge in un campo nomadi, di freak e gente del circo. Poi all’improvviso il suono delle sirene, quelle della polizia: colpi di pistola e manganelli. Martino lotta finché può, poi il buio cala su di lui. Si risveglierà con le ossa a pezzi in un letto di ospedale, ammanettato e piantonato dai poliziotti. Nonostante sia oramai certo che Aidha è morta, Martino vuole porgerle almeno l’ultimo addio. Deve studiare un modo per liberarsi delle manette e far fessi i poliziotti. Non può darsi per vinto. La sua vita non ha più senso, ma è più che mai deciso a vedere il corpo di Aidha un’ultima volta prima che la morte lo corrompa per l’eternità. Dopo non poco tribolare riuscirà a raggiungere l’obitorio, con l’anima tra i denti: e proprio qui, tra i corpi di tanti sconosciuti morti per malattia o altro incidente, Martino finalmente scoprirà perché è stato scelto proprio lui per l’esperimento del primario Dalla Chiesa. Scoprirà d’esser allo stesso tempo vittima e carnefice, ma soprattutto, come in un macabro gioco, dovrà decidere se continuare a vivere o no. Tutta la verità verrà a galla, una verità più vecchia di lui e forse dell’umanità stessa prima di ripararsi sotto l’egida di religioni e chiese.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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4 risposte a ”La lebbra” di Iannozzi Giuseppe ha oggi il suo coraggioso editore, Il Foglio letterario, casa editrice di Gordiano Lupi

  1. furbylla ha detto:

    mannaggia mannaggia mannaggia si può mettere solo un mi piace!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
    cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Sì sì sì… ^__^ Lo so che questo non te lo perderai per nessuna ragione al mondo. E la versione cartacea sarà ancora più bella, contaci.

    Be’, puoi anche condividere, ma vedo che l’hai già fatto.

    Smaaackkk

    beppe

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  3. Felice Muolo ha detto:

    Complimenti, Beppe, meriti di sfondare più di tutti, per la grande passione e fede che hai per la letteratura.

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Il libro uscirà, se ce la facciamo, prima di Natale. Farà forse un po’ scalpore, in quanto è sì narrativa ma è anche una sorta di satirical pamphlet giacché non propugno le idee dell’Oriana Fallaci, non quelle degli ultimi anni, idee davvero all’estremo e per nulla raccomandabili in una società che miri alla civiltà e all’amistà fra i popoli.

    Grazie infinite, caro Felice.

    beppe

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