Crassa ignoranza. O la critica che non c’è – di Iannozzi Giuseppe

Crassa ignoranza

O la critica che non c’è

di Iannozzi Giuseppe

Inside Homers BrainStufo della dilagante ignoranza, purtroppo oggi unica moneta di scambio negli ambiti pseudo-artistici e non. Viviamo in un tempo bastardo di puttane e puttanieri, dove le fotocopie delle fotocopie vengono spacciate per Capolavori, Poesia, Innovazione artistica e scientifica. Ma non un cane oggi che abbia letto (e compreso) “La Tebaide di Stazio”, Opera massima di Cornelio Bentivoglio d’Aragona. I più si rivolgono all’enciclopedia libera, a Wikipedia. Bene. Male anzi, molto male. La voce dedicata a Cornelio Bentivoglio d’Aragona (http://it.wikipedia.org/wiki/Cornelio_Bentivoglio) è inutile, una pagina vuota con quattro dati messi in croce, né più né meno. Ma quand’anche uno si prendesse il disturbo non poco gravoso di parlare sul serio di Cornelio Bentivoglio d’Aragona, oggi come oggi, con un po’ di pietà, verrebbe presto detto pazzo, o nel migliore dei casi ignorato. La verità è che nessuno, proprio nessuno oggi ha dalla sua una cultura che gli possa far aprir gli occhi sull’Immensità. Ed è questa la ragione precipua per cui la nostra società, ieri tanto ricca di valori e di grandi artisti, brulica di parassiti, di vermi che s’illudono d’esser dei bipedi con tanto di pollice opponibile. E, ahinoi, proprio questi si dichiarano, senza vergogna alcuna, scrittori e poeti forti del fatto d’aver rubato una penna a sfera in cartoleria, sotto gli occhi d’un vecchio cartolaio da anni e anni afflitto dai reumatismi, dalla povertà d’una lampadina a 40 candele.

Sono stufo di recensire schifezze

di GEORGE ORWELL

Che tormento la professione del recensore! Lo spiegava George Orwell nell’articolo «Confessions of a Book Reviewer», che qui in parte anticipiamo: scritto nel 1946 per «Tribune», sta per uscire su «Lettera internazionale» (www.letterainternazionale.it; tel. 06/8535.0230) nel numero 98, per filo conduttore una «diagnosi del presente». Tra i temi affrontati: i limiti della democrazia (Balibar, Castoriadis, Todorov, un’intervista a Bauman); il ruolo dei mass media (Huxley, McLuhan, Ferrarotti); scrittura e memoria (Ong, Goody, Kadaré e il testo «Lo straniero» di Jabès e Cohen).

George Orwell

George Orwell

E’ uno scrittore. Potrebbe essere un poeta, un romanziere o uno scrittore di sceneggiature cinematografiche o di programmi radiofonici, perché tutte le persone del mondo letterario si rassomigliano; diciamo però che si tratta di un recensore di libri. Semisommerso tra le pile di carte, c’è un grosso pacco con dentro cinque volumi; glieli ha mandati il suo caporedattore con un bigliettino che dice che «potrebbero andare bene insieme». Sono arrivati quattro giorni fa, ma il recensore, colpito per quarantotto ore da una vera e propria paralisi morale, non ce l’ha fatta ad aprire il pacco. Ieri, in preda a un attacco di fermezza, ha tirato via lo spago e ha scoperto che i cinque libri sono: La Palestina al bivio, La produzione scientifica di latticini, Breve storia della democrazia in Europa (questo è lungo 680 pagine e pesa due chili), Usanze tribali nelle colonie portoghesi dell’Africa orientale, e il romanzo Sdraiati è più bello, probabilmente incluso per sbaglio. La sua recensione – circa 800 parole – deve arrivare in redazione entro domani a mezzogiorno.

Tre di questi volumi trattano argomenti sui quali è così ignorante che dovrà leggerne almeno una cinquantina di pagine, se vuole evitare di prendere qualche cantonata che lo tradirebbe non solo agli occhi dell’autore (che naturalmente conosce bene le abitudini dei recensori), ma persino a quelli del lettore comune. Per le quattro del pomeriggio avrà finalmente estratto i libri dal loro involucro, ma un blocco nervoso lo tratterrà ancora dall’aprirli. La prospettiva di doverli leggere, o anche solo di annusare l’odore della carta, lo attanaglia quanto la prospettiva di mangiare un budino di riso freddo all’olio di ricino.
Eppure, stranamente, il suo pezzo arriverà in redazione in tempo. In un modo o nell’altro, arriva sempre in tempo. Per le nove di sera, la mente gli si sarà snebbiata e se ne starà seduto al suo tavolo fino a tardi – nella stanza che diventerà sempre più fredda mentre il fumo delle sigarette si farà sempre più fitto – passando con fare esperto da un libro all’altro e liquidandoli tutti con lo stesso commento finale: «Dio, che porcheria!».

Al mattino, con gli occhi cisposi, la barba lunga e più scontroso che mai, resterà a fissare il foglio bianco per un paio d’ore, finché la lancetta dell’orologio, minacciosa, non lo terrorizzerà al punto da spingerlo a entrare in azione. Così, all’improvviso, si getterà a capofitto nel lavoro. Tutte le vecchie frasi trite e ritrite – «un libro da non perdere», «qualcosa di memorabile in ogni pagina», «di particolare interesse sono i capitoli che trattano di eccetera eccetera» – salteranno al loro posto come limatura di ferro per effetto della calamita, e la recensione sarà fatta. […]

LODI E STRONCATURE

Recensire libri in modo continuativo e indiscriminato è però un lavoro particolarmente ingrato, irritante e sfibrante. Che non solo implica che si tessano le lodi di libri che sono schifezze ma anche che si inventino di volta in volta reazioni verso libri per i quali non si prova alcun sentimento spontaneo. Il recensore, per quanto esaurito, è un individuo che prova un interesse professionale per i libri e, tra le migliaia che ne escono ogni anno, ce ne sono probabilmente cinquanta o cento sui quali gli piacerebbe davvero scrivere. Se è uno molto quotato, potrà forse recensirne dieci o venti di questi – anche se è più probabile che gliene vengano assegnati solo due o tre. Il resto del suo lavoro, per quanto possa essere coscienzioso nel distribuire lodi e stroncature, è per sua essenza un’impostura. La verità è che costui getta alle ortiche il suo spirito immortale, mezzo chilo alla volta.

GLI ESPERTI, CHE IDEA

La maggior parte delle recensioni dà un’idea inadeguata o fuorviante del libro in questione. Dopo la guerra, gli editori non riescono più a tirare per la giacchetta i direttori delle riviste letterarie e a far intonare lodi sperticate per ogni libro che pubblicano; d’altra parte, però, il livello delle recensioni si è abbassato a causa della mancanza di spazio e di altri inconvenienti.
Visti i risultati, qualcuno ha proposto di risolvere il problema sfilando le recensioni dalle mani degli scribacchini di professione: i libri di argomenti specialistici potrebbero essere affidati a esperti della materia, mentre molte altre recensioni, soprattutto di romanzi, potrebbero essere scritte benissimo da non-professionisti. Quasi ogni libro può suscitare sentimenti appassionati, magari solo un’appassionata avversione, in qualche lettore, e le sue idee avrebbero senz’altro più valore di quelle di un professionista annoiato. Purtroppo, però, come qualunque direttore di giornale ben sa, questo genere di cose è molto difficile da organizzare. Gira che ti rigira, il direttore torna sempre a rivolgersi alla sua squadra di imbrattacarte – alla sua «truppa», come la chiama.

CHE COSA VUOLE IL PUBBLICO

A tutto questo non ci sarà rimedio finché si continuerà a dare per scontato che ogni libro meriti di essere recensito. È quasi impossibile parlare di un numero molto elevato di libri senza sopravvalutare grossolanamente la maggior parte di essi. Fino a quando non si ha un qualche rapporto professionale con i libri, non ci si può rendere conto di quanto, per lo più, siano scadenti.
In più di nove casi su dieci l’unico commento critico oggettivamente corretto sarebbe: «Questo libro non vale niente», mentre la vera reazione del recensore dovrebbe essere: «Questo libro non mi interessa per niente e, se non fossi pagato per farlo, non scriverei neanche un rigo».
Ma il pubblico non paga per leggere questo genere di cose. E perché dovrebbe? Vuole indicazioni sui libri che gli si chiede di leggere, e vuole una qualche valutazione. Ma quando vengono espressi giudizi di valore, sembra non esserci alcun criterio di riferimento. Se infatti si dice – e quasi ogni recensore dice qualcosa del genere almeno una volta a settimana – che il Re Lear è un buon dramma e che I quattro giusti è un buon poliziesco, quale significato ha la parola «buono»?

IL SEGRETO: IGNORARE

Ho sempre pensato che l’unica soluzione possibile sia quella di ignorare semplicemente la maggior parte dei libri e scrivere recensioni molto lunghe – di almeno mille parole – sui pochi per i quali ne vale veramente la pena. Utili potrebbero essere brevi note di una o due righe sui libri che stanno per uscire, ma la comune recensione di media lunghezza, di circa seicento parole, è del tutto inutile, anche se il recensore ha veramente voglia di scriverla. Ma normalmente non ne ha voglia per niente […].

(tratto da «Confessions of a Book Reviewer» traduzione di Laura Talarico. From Tribune © George Orwell, 1946, by permission of Bill Hamilton as the Literary Executor of the Estate of the Late Sonia) (fonte: Tuttolibri)

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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4 risposte a Crassa ignoranza. O la critica che non c’è – di Iannozzi Giuseppe

  1. 'cabra ha detto:

    sono fortunata, a non essere né scrittrice, né recensita. è bello restare una che scrive. tra l’altro, sono mesi che in libreria nulla di nuovo mi sceglie e sistematicamente ritorno ai capolavori di ieri. un motivo ci sarà, forse, primo tra tutti, le lacune che ho da colmare. buona notte, sogna i diavoletti!

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  2. furbylla ha detto:

    “triste” istruttivo credo vero.. spesso..complesso.
    cinzia

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  3. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Quello che lamentava ieri, più di 60 anni or sono il grandissimo George Orwell, è il male che ancora oggi attanaglia la cultura e la critica, quella critica che fa marchette e che i libri non li legge.

    Inutile dire che sono arcistufo di leggere emerite schifezze spacciate per capolavori.
    Ho letto or ora una plaquette di poesie: poche pagine, e tanti errori da mettersi le mani nei capelli. Recensire un simile libro è una perdita di tempo, di energie, sarebbe una marchetta a solo favore dell’editore che avrebbe così motivo di risentirsi con me. E allora? Meglio tacere perché l’indifferenza è il miglior atto critico in alcuni casi.

    beppe

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Come come? Tu non sei scrittrice? Non dire cavolate, cara Tiziana.
    Sei una che scrive, d’accordo.
    In libreria c’è niente d’interessante or come ora, fatta eccezione per il mio “L’ultimo segreto di Nietzsche”. ^__^
    Anch’io torno spesso a rillegere i classici. Senza i classici sarei spacciato.

    Vedrò di sognare diavoletti. ^__^

    Bacetto rosso fuoco di diavoletto.

    beppe

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