Le ragazze che sapevano ridere. Requiem per Torino – di Iannozzi Giuseppe

Le ragazze che sapevano ridere

Requiem per Torino

di Iannozzi Giuseppe

Constance Dowling

Constance Dowling

Nota Bene: Era questa una ciabatta vecchia, una cosa che scrissi tantissimi anni or sono. Bene, adesso, è una vera poesia, un requiem per Torino. Ho tenuto viva l’idea originale e poco altro. La poesia è stata riscritta in toto o quasi, vale a dire che è, per così dire, nuova. Godetevela, sperando vi piaccia. – g.i.

Dove sono le ragazze che sapevano ridere
dir non so, ma genera terrore il terrore,
e le strade s’invadono della solita malinconia
cacciata dentro ai motori fermi ai semafori spenti.
Ruggiscono noia le strade
mentre sciorina pettegolezzi la portinaia,
e lontano, dietro la caserma militare,
veloce passa un’ambulanza persa a salvare la vita,
a chi dir non saprei;
e un ragazzo ubriaco se la ride della grossa
seminando al vento “E’ dunque questo
il piccolo paradiso
prima che sia l’inferno!”
Marlon Brando ingrassato,
lo vedo io, lo vede la maschera
ammosciata dietro alla macchina da presa;
e Superga vive luce
e non dimentica i morti, un pallone
che sfrecciava speranza in un aereo.

Così stanca è la Piccola Parigi
conchiusa com’è nella pianura padana
che mobilita televisori accesi
e persone
che ballano un vecchio valzer Au Roi de Lingerie,
qui in questa Casablanca in affitto.

Un uomo s’è gettato a Po
affidando l’ultima speranza al dolore,
ma il Poeta firma ancora bigliettini agli amici
citando Edgar Allan Poe;
le imposte quasi tutte chiuse,
gli ultimi avventori si rifugiano nei ritardi
di quelle birrerie stanche
che sanno di coltelli uomini e donne;
qualcuno invece discute in strada
sotto un lampione cercando l’agnizione
o almeno una marchetta
che sia passepartout per il giorno appresso,
o una fine ben veloce
che mai conviene alla gente dabbene.

Per alcuni matti
la quarta dimensione sta nel tempo,
ma noi che si è tutti mortali
viviamo coi paraocchi,
preferiamo darci al vino,
a un bicchiere di Barbera dolce, a un toscano,
poi, altro non accade quasi mai;
son queste le tragedie che Torino scava.

Sulle onde del Po mezzo limaccioso
giusto una tenera barchetta di carta;
c’è cagiara giù dabbasso
e la Posse stona
per un’altra ingiustizia in un centro sociale
dove canne e fumo si consumano,
e le pance di birra a fiumi s’ingravidano.
Qualcuno s’improvvisa Marlon Brando
provando un Ultimo Tango,
e questa Piccola Parigi riconosce
che è bimba capricciosa
seppur di carattere duro
stampato sovra alle cime delle Alpi.
Non è buono.
La luna e i falò non son più
di queste parti;
le colline che amavi, Leucò,
son state invase da collinari
che bruciano incensi
che tu non oseresti immaginare.
E’ un mestiere di vivere diverso,
tanto diverso,
e non l’abbiamo capito noi.

Si fa presto a cantare
che “Marlon Brando è sempre lui”,
le canzoni non ci risolvono però l’esistenza,
e un Ultimo Tango non è mai l’ultimo dolore
che si è costretti a sopportare
chiedendosi chi lo sa dove si son cacciate
quelle ragazze…
quelle ragazze che sapevano ridere
– fragranti di fieno e morbida primavera
ch’era un piacere mordere e baciare.

Vanno a scuola i bambini
accompagnati dalle mamme:
hanno una lingua, una lingua di quelle!
– mettono spavento addosso
a quelli della nostra generazione
e a quella prima ancora.
La pargoletta mano che tendono
non è innocente, non è malvagia,
è giustappunto una mano tesa
e questa realtà spaventa i nonni
a macinar tabacco fra i denti.

Il prete
tutto azzimato costretto nel nero
tiene un sorriso bianco
che s’intona col colletto e il crocefisso;
se gli domandi di Dio o del futuro
alza le spalle in un “Come?!”,
quasi a significare
che pure lui non sa. Gli puoi dire
che Nietzsche a Torino
prese sintomo di pazzia
e che un cavallo maltrattato difese,
e gli puoi anche raccontare
di quando il diavolo rideva sulle colline,
lui però sempre si terrà rigido
nel terrore d’un’indefinita assenza
o in una proposta di fede.

Vagabondi s’incontrano in stazione,
per strada pure, tutti in cerca
d’una destinazione che sia orgasmo;
è solo che sono invisibili
raccolti come sono
nelle loro case di cartoni, di stracci ed elemosine.
Si scivola loro accanto come barchette di carta,
ma guardando dentro ai loro occhi lo capisci
che in un passato non lontano lo sapevano
dove si nascondevano
le ragazze che sapevano ridere.


L’ultimo segreto di Nietzsche

(Il ritorno del filosofo a Torino)

Beppe Iannozzi

Cicorivolta edizioni

L_ULTIMO_SEGRETO_DI_NIETZSCHE
La copertina è Opera realizzata da Il Ramingo,
ovvero da Sebastiano Bongi Tomà (Photographer)
Il sito ufficiale de Il Ramingo: www.sbtphotographer.eu
Il Ramingo su Facebook: https://www.facebook.com/ramingo

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Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Le ragazze che sapevano ridere. Requiem per Torino – di Iannozzi Giuseppe

  1. furbylla ha detto:

    che fantastica Beppe la leggi e ti entra dentro una strana malinconia..
    buongiorno
    cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Sono d’accordo, questa volta sì.
    Era una ciabatta vecchia che scrissi 13 anni or sono, ma la prima versione era davvero brutta, una robetta giovanile.
    Ci ho rimesso su le mani l’anima e il cuore tenendo viva l’idea originale, ci ho lavorato su parecchio, e questo è il risultato: sì, una vera poesia.

    Sto sempre più imparando la lezione del Maestro Leonard Cohen. ^_^
    Due decenni fa scrivevo, ma erano eiaculazioni precoci, mentre la poesia non può solo essere immediatezza. L’ho imparato sbagliando.
    Quando Bob Dylan e Leonard Cohen s’incontrarono, Leonard chiese a Bob quanto ci impiegava a scrivere una canzone, e lui gli disse “un’ora”. Leonard gli rispose che a lui ci volevano 10 anni per scrivere una buona poesia. Ecco, io preferisco di gran lunga il Maestro Leonard Cohen. Bob Dylan ha scritto tantissimo, ma le canzoni buone sono poche, quelle che si possono dire a pieno titolo delle poesie cantate. Oggi preferisco scrivere e meditarci su, impiegarci anche degli anni per una buona poesia. Certo, capita a tutti, anche a Leonard, d’avvere l’illuminazione e di scrivere di getto una poesia che è subito bella, ma ho imparato che non basta eiaculare per fare una poesia. Scrivere poesia è creare qualcosa che non c’è dal nulla, un atto difficile devastante e meraviglioso allo stesso tempo.

    E in questo requiem per Torino c’è la mia città, i suoi amori, un tempo perso, quello degli anni del miracolo economico. C’è tanto. Era una poesia che doveva essere scritta, ma per averla così bella ci sono voluti gli anni che ci sono voluti. Ora sì, ne sono pienamente soddisfatto.

    beppe

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