Padre Pio. Un affare mortale – Iannozzi Giuseppe

Padre Pio. Un affare mortale

Iannozzi Giuseppe

Padre Pio

Padre Pio

Finisce oggi, 24 settembre 2009, a San Giovanni Rotondo (Fg), la traslazione delle spoglie di Padre Pio, dal simulacro in vetro alla nuova urna realizzata in legno e argento, giunta due giorni or sono da Parigi. Dalla scorsa notte nella cripta è al lavoro una equipe di quattro medici e un biologo per spostare le spoglie del frate – detto santo a furor di popolo. Dopo questo necessario e si spera definitivo passaggio, le spoglie di Padre Pio, per grazia di Dio!, non saranno più sotto gli occhi della gente. Si calcola che il pellegrinaggio abbia portato davanti al cadavere mummificato del frate 8 milioni di persone.
Alla traslazione assiste una delegazione dei frati cappuccini, l’arcivescovo di Manfredonia-San Giovanni Rotondo e Vieste, mons. Michele Castoro nonché alcuni parenti stretti del frate mummificato più famoso d’Italia: tutti i presenti, armati di fede e coraggio – ma non si sa in quale misura! -, hanno pregato e baciato il cadavere di Padre Pio.

Adesso, dopo una giornata di lavoro intenso, i resti sono nella nuova urna a dir poco faraonica e la salma ben adagiata sul materassino composto con grani di “gel” di silice per mantenere costante il tasso di umidità. Inoltre, l’equipe medica, prima di chiudere la nuova casa di Padre Pio, ha tolto la maschera di silicone dal volto del frate, che d’ora in poi dovrà accontentarsi di un velo bianco. Tra le mani della salma, in ultimo, sono stati sistemati un crocifisso e un libretto della regola francescana.

Con un po’ di fortuna, forse si avrà tutti due metri di terreno e ci dovranno bastare per l’eternità, che, poco ma sicuro, disferà in meno d’un momento le nostre spoglie mortali. Pensare che esista qualcosa dopo la morte è come ostinarsi a credere nelle panacee miracolose che qualcuno vende(va) agli angoli di strada promettendo guarigioni miracolose. Ma di fatto, a tutt’oggi, se io dico “tutti gli uomini sono mortali”, nessuno è in grado di smentirmi, perché anche Lazzaro alla fine ha dovuto morire, e lo stesso Cristo si dice sia morto in croce per ricongiungersi col Padre.

Si parla di apparizioni, ma l’apparizione è un “evento fantastico” che esiste solo nella nostra testa, nel desiderio di vedere una cosa o una persona che non c’è più. Un po’ come per gli UFO: il desiderio di non essere soli nell’Universo porta molti a credere d’aver visto oggetti non identificati. Ammettendo che altre vite esistano, ci si dovrebbe domandare sempre: perché ESSI non si sono ancora messi in contatto con NOI della Terra? La risposta più ovvia e sensata è che le ipotetiche civiltà aliene non abbiano mai raggiunto un grado di tecnologia così alto da riuscire ad arrivare sulla Terra prima dell’estinzione del genere umano – che prima o poi ci sarà; oppure la vita sulla Terra è la sola forma di vita nell’Universo. Ciò però non esclude che in passato possano esserci state altre forme di vita su altri pianeti, né esclude che in futuro si possano sviluppare altrove. La Terra e la sua storia in confronto all’Infinito sono meno d’un grano di sabbia di importanza pressoché uguale allo zero assoluto.

Se si crede nei morti, quindi negli spiriti, ne consegue che l’uomo avrebbe in sé afflato divino, cioè immortale; tuttavia la scienza non ha assolutamente dimostrato che l’anima sia qualcosa di reale; ha però dimostrato che con la morte l’individuo cessa di esistere per tornare alla terra, per diventare concime, per diventare materia utile all’ecosistema. Credere negli spiriti è dunque un atto fideistico per chi ha Fede e crede dunque in un Demiurgo, in un Essere superiore. La Fede è Credere, e meglio ancora “è soprattutto un credere anche là dove non ci sono prove concrete”: crede dunque nell’Aldilà colui che vuole crederci, non l’uomo razionale. Ad esempio, chi perde una persona amata, molto amata, crede di vederla in mezzo alla folla; e solo quando si trova faccia a faccia con uno sconosciuto ancora fatica a credere d’essersi sbagliato, d’aver avuto un abbaglio, perché il desiderio di credere che l’amato sia morto e non sia rimasto nient’altro che il Ricordo è un dolore troppo grande da accettare. La mente umana allora crea delle apparizioni, che in non pochi casi possono portare alla follia, quella d’avere ripetute allucinazioni ad occhi aperti.

Il medium, purché si abbia fede in esso, può stimolare la mente ad avere delle allucinazioni: colui che si affiderà ad un medium crederà così d’aver sentito la voce di una persona scomparsa, crederà anche di vederla, perché il desiderio che gli spiriti esistano favorisce stati allucinatori transitori… La narrativa è piena di spettri più o meno famosi, di vampiri licantropi zombie e di altre creature fatate o demoniache: sta all’abilità dello scrittore conferirgli credibilità!

Giorgio Samorini, etnobotanico bolognese, – ricordo d’averlo letto da qualche parte – dava una spiegazione piuttosto convincente circa il Sabba: “…In Italia molte specie di funghi, Il Marasmius oreades, il Tricholomia columbetta, l’Agaricus campestre producono un effetto allucinogeno”. Questi funghi sono capaci d’avvelenare il terreno coltivato da contadini e contadine. Ma le streghe si cospargevano il corpo anche con un unguento prima di andare al Sabba: allora com’è che stanno veramente le cose? Un certo Andreas Laugna, medico spagnolo del 1500, trovò alcuni vasetti di questo unguento e lo analizzò: la sua analisi dimostrò che conteneva Cicuta virosa, Solanum nigrum, Atropa belladonna, tutti allucinogeni che entravano in circolo attraverso i pori della pelle delle presunte streghe, illudendole d’esser capaci di volare e non solo. La povertà fece il resto: i campi erano difficili da seminare e spesse volte si panificava con graminacee dai semi stupefatti come Lolium temulentum, graminacea anch’essa allucinogena: i grani per la panificazione mischiati al loglio erano tossici e chi mangiava il pane era soggetto ad allucinazioni d’ogni sorta, allucinazioni amplificate dalle voci che circolavano intorno alle streghe ai tempi dell’Inquisizione. Un contadino, mangiando di quel pane, vedeva nella moglie una strega! E la moglie che mangiava lo stesso pane, non poteva fare a meno di credersi una strega. Ma l’effetto più brutale era dato dalla Claviceps purpurea della famiglia delle Calvicipitaceae: la Claviceps purpurea produce un gruppo di alcaloidi derivati dall’acido lisergico, lo stesso che portò alla scoperta dell’LSD. Anche la Claviceps purpurea veniva mescolata nel comune grano, per ignoranza, per far più grosso il raccolto, per preparare la pagnotta da mettere sul desco sempre troppo magro. Mangiare quel pane significava intossicarsi – intossicarsi per vivere. Improvvisamente la caccia alle streghe terminò; nel 1700, streghe e stregoni erano sol più – o quasi – il residuo d’un passato oscuro, di favole. L’Illuminismo: molti fatti inesplicabili furono spiegati da teologi, scienziati, filosofi, e la paura fece dietrofront anche perché le condizioni di vita dei contadini migliorarono un po’ e i casi da intossicazione andarono scemando. E chi ancora diceva d’esser una strega o uno stregone, d’aver baciato l’ano del Diavolo, fu considerato alla stregua d’un pazzo.

Non occorre morire giovani per lasciare un bel cadavere: è più conveniente morire in odor di santità con un pacco di soldi raccolti durante la vita in maniera lecita o meno. Se hai soldi, quando tiri le cuoia ti fanno una bella bara, una di quelle che resistono anche un centinaio d’anni o più, affinché gli agenti esterni non mandino in putrefazione le spoglie mortali. La tumulazione è poi solo una Arte, se vogliamo: è chiaro che se ti schiaffano in una bara da quattro soldi, dopo un anno non c’è manco più quella. Esistono poi tanti cosmetici per la morte, che vengono applicati sul corpo prima di seppellirlo e che servono anche alla conservazione. Sotto due metri di terra, dopo che la salma è stata ben trattata con oli e cosmetici, dentro a una bara che non lasci penetrare aria, terra, microbi, un corpo si può conservare bene. Molto dipende anche dal luogo di sepoltura: meglio in un terreno fresco, non troppo secco ma neanche bagnato. Il miracolo è poi solo questo: l’arte di seppellire. E’ solo questo il trucco. Nessun miracolo. Altrimenti è giusto fare santissimo quell’ominide che hanno ritrovato ottimamente conservato nel ghiaccio e che ha qualche migliaio di anni. Come minimo quello lì dev’essere Dio, perché è proprio ben conservato: gli manca solo il Verbo. E un parrucchiere, per via della zazzera scimmiesca.

Trovo sia solo ridicolo spacciare per “miracolo” quella che è essenzialmente “arte di conservazione dei cadaveri”. Il popolino purtroppo crede che trattasi d’un miracolo. L’uomo che ha studiato un po’ sa solo che è “artifizio” vecchio quanto il mondo, giacché espedienti per conservare le salme sono vecchi di centinaia di anni e nei secoli non è che siano cambiati poi molto.

Si riesuma così la salma di Padre Pio e con la scusa del miracolo, della perfetta conservazione del cadavere, si espone il corpo – forse più bello di quand’era vivo – in pubblico e i bietoloni locali grideranno “al miracolo!” ed intanto si faranno spillare soldi, felici di farseli rubare dalle tasche, senza manco pensare che sono di fronte a una profanazione a fini speculativi e non ad altro. Per questo solo motivo mi sono dilungato “su come è possibile conservare in buone condizioni una salma”.

Credo ci sia una spiegazione per tutto. Una spiegazione razionale, che il più delle volte è proprio sotto i nostri occhi e quindi siamo incapaci di vederla.

Padre Pio seppellito nel suo stesso vestiario

E’ durata un paio d’ore a San Giovanni Rotondo, davanti a 15mila fedeli, la cerimonia eucaristica presieduta dal cardinale Josè Saraiva Martins, prefetto della congregazione delle cause dei santi, in occasione dell’ostensione del corpo di Padre Pio. Un evento mondiale seguito in diretta anche da alcune televisioni straniere, ma anche preghiere lette in diverse lingue per i fedeli di tutte le origini.
Alla cerimonia è seguita l’esposizione delle spoglie del santo per la venerazione del popolino. Prima è stato il cardinale Saraiva Martins a sostare in preghiera per diversi minuti davanti ai resti di padre Pio, nella cripta del convento di Santa Maria delle Grazie. La salma del santo è poco visibile, a dire il vero è invisibile: il volto è difatti seppellito in una bella maschera di silicone e il corpo dal pesantissimo abito e dalle scarpe.

«Non cerchiamo clamore, chiasso, letture distorte e avventate, vogliamo onorare e benedire il Signore mirabile nel suo fedele Servo che ha fatto della sua esistenza e del suo corpo segnato dalle stigmate di nostro Signore Gesù Cristo uno strumento alto e leggibile di quella immagine e somiglianza di sé con cui il Dio creatore ci ha plasmati»: così assicura l’arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, monsignor Domenico Umberto D’Ambrosio, al cardinal Saraiva Martins. «E’ un giorno di festa – ha detto D’Ambrosio – perché vogliamo celebrare l’immensa santità di Dio che si riverbera e si rende visibile e fecondante nelle creature che sanno accogliere il mistero di Dio e lasciano che il dono del suo spirito le modelli a immagine della sua unica e inimitabile santità».
Nell’omelia il cardinale Saraiva Martins ha definito Padre Pio «santo della gente» e «padre fecondo di anime». «Avvicinarci, conoscere meglio Padre Pio, diventato ormai il santo della gente, che ora sarà ancora più accessibile, mediante la nuova sistemazione del suo corpo, richiede da parte nostra l’umiltà di riconoscere il mistero. Lui stesso aveva detto di sé, scrivendo il 15 agosto 1916 al suo direttore spirituale e confidente, padre Agostino: “Che dirvi di me? Sono un mistero a me stesso”. Noi oggi veneriamo il suo corpo, inaugurando un periodo particolarmente intenso di pellegrinaggio. Questo corpo è qui, ma Padre Pio non è soltanto un cadavere: infatti egli, che è vissuto in piena unione con Gesù crocifisso, vive adesso nella definitiva comunione con Gesù risorto. E le reliquie sono l’annunzio della nuova creatura che sorgerà in comunione con il Risorto».
Nel pomeriggio una conferenza: partecipano l’arcivescovo di Manfredonia-Vieste-San Giovanni Rotondo, monsignor Domenico D’Ambrosio, frate Aldo Broccatro, ministro della Provincia religiosa Sant’Angelo e Padre Pio dei Frati minori cappuccini, nonché la commissione dei periti che nella notte tra il 2 e il 3 marzo ha riesumato le spoglie. Il 19 marzo il Consiglio dei Ministri, a seguito della richiesta portata alla Prefettura di Foggia e dal Comune di San Giovanni Rotondo, ha dichiarato il 24 aprile «grande evento». Carabinieri, poliziotti e Guardia di finanza per evitare incidenti, una mobilitazione di forze che non ha quasi precedenti nella recente storia d’Italia. Novemila posti letto degli alberghi di San Giovanni Rotondo stracolmi di fedeli e di addetti ai servizi. Si contano 93 testate giornalistiche accreditate ospitate a San Giovanni Rotondo. Accreditate da chi e per che cosa? L’interrogativo c’è e rimane tale.
La faccia di Padre Pio è stata preventivamente nascosta da una maschera in silicone, l’abito che indossa è stato invece cucito dalle mani delle suore clarisse di clausura del Monastero della Risurrezione di San Giovanni Rotondo. I mezzi guanti e le calze sono quelli che Padre Pio conservava nell’armadio a muro nella cella in cui è stato trovato morto, tra gli indumenti non ancora utilizzati. La stola è di una foggia precedente il Concilio Ecumenico Vaticano II; grossomodo è simile a una «broccatura» su pura seta bianca. La stoffa (cinque metri) è stata tessuta negli anni Sessanta; fu acquistata nel 1987 e conservata in previsione di eventi particolari. Il ricamo evidenzia i dettagli dei melograni (simbolo della fecondità ministeriale nella Chiesa) e dell’uva (simbolo della gloria della vita eterna). La stola conta ben 312 pietre di cristallo di rocca fumé e sferule d’oro; la frangia è stata realizzata alternando elementi gemmati in canutiglia e fiocchi d’oro. Il paramento è costato oltre 200 ore di lavoro. Realizzata da un’azienda di Treviso – la stessa che a suo tempo curò l’abbigliamento liturgico di Papa Giovanni Paolo II e che oggi veste Joseph Ratzinger, nonché i fedeli del Giubileo del 2000 -, la stola non passa inosservata addosso alla mummia di Padre Pio, che così addobbato pare seppellito nel suo stesso vestiario.
«Qui non è un feticismo, è mettere in risalto la dignità, la bellezza del corpo mortale che è un tutt’uno con l’anima»: a gridare è il vescovo di San Giovanni Rotondo, monsignor Domenico D’Ambrosio, sulla riesumazione del corpo di Padre Pio durante la conferenza stampa. «Nella norma della Chiesa c’è il procedere alla ricognizione di corpi mortali, di candidati alla santità o di santi. Solitamente la norma è che si proceda alla riesumazione durante il processo canonico, nella fase diocesana o quando tutto passa alla congregazione delle cause dei santi. Se c’è una differenza per Padre Pio è che ciò non è avvenuto durante la fase canonica». Citando le parole di Paolo VI – che aveva definito la devozione per Padre Pio una “clientela mondiale” -, D’Ambrosio ha sottolineato che con la riesumazione «abbiamo ritenuto procedere alla ricognizione perché abbiamo bisogno anche di questi segni».
Non c’è che dire: è il trionfo assoluto della Morte, della Morte portata sotto il naso dei vivi, incapaci di levare gli occhi dal più orrido feticismo che qui, oggi, in Terra si possa immaginare. E’ il trionfo della Morte e dell’iconolatria più becera. Padre Pio continua a rimanere sepolto nel suo stesso vestiario. E questo è davvero tutto quel che c’è da sapere.

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Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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2 risposte a Padre Pio. Un affare mortale – Iannozzi Giuseppe

  1. furbylla ha detto:

    e ora si contendono il cuore… mah..
    cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Vale più da morto che da vivo. Chissà se è già cominciato il commercio di reliquie! Io immagino di sì.

    buondì

    beppe

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