Paolo Becchi: ”Guardi un culo e ti accusano di femminicidio”

Paolo Becchi: ”Guardi un culo
e ti accusano di femminicidio”

Iannozzi Giuseppe

Paolo Becchi

Paolo Becchi

“In Italia non puoi guardare il culo a una ragazza che ti accusano di femminicidio”. Lo dice il professor Paolo Becchi, del M5S, a La Zanzara su Radio 24. “Eh sì, ti accusano di femminicidio perché magari ti sei fatto chissà quali idee, invece ti piace proprio il culo. Capita a tutti di vedere il sedere delle signorine, non faccio niente di male.”

Paolo Becchi non ha torto, nella misura che oggi come oggi, in una società tornata vittoriana, tutti sospettano di tutti, e le donne forse sospettano più di altri, soprattutto se si trovano di fronte un uomo perché oramai per molte femministe sessuofobiche l’uomo è diventato il nemico da abbattere a ogni costo e con ogni mezzo. Gli uomini hanno oggi per cognome Snaporaz, e con molta molta difficoltà forse un giorno NOI ci sveglieremo scoprendo che è stato tutto un incubo, nonostante i nostri occhiali siano bell’e rotti.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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4 risposte a Paolo Becchi: ”Guardi un culo e ti accusano di femminicidio”

  1. furbylla ha detto:

    preferisco non commentare ma visto quello che sta accadendo a volte il silenzio sarebbe buona cosa.
    cinzia

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  2. ventisqueras ha detto:

    se servisse a salvare dalle botte o dall’omicidio anche una sola di quelle donne, ebbene, mi starebbe bene che CERTI uomini fossero condannati anche solo per quello, tragedia nella tragedia è che in Italia…parole, parole, parole…come sempre!
    buongiorno Beppe, spero che, come al solito tu stessi solo scherzando…

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  3. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Si è tornati indietro di 200 anni buoni, in piena età vittoriana, ma questo non giustifica l’estremismo di un certo femminismo. Però sta bene quando le donne per manifestare si espongono nude così come dio le ha fatte. E qui c’è una contraddizione sociale che come minimo è grande quanto Marte.

    Di questo passo, in questa epoca buia, vuoi vedere che La città delle donne di Federico Fellini diventerà presto considerato un film maschilista da mettere all’indice con tanto di censura preventiva!

    http://it.wikipedia.org/wiki/La_citt%C3%A0_delle_donne

    Cinzia, non siamo ipocriti. Le ragazze non sono diverse dai ragazzi, guardano il sedere degli uomini, i pettorali, gli addominali. E se vedono uno con un po’ di pancetta… E’ nella natura umana riconoscersi attraverso la bellezza e la forma fisica, poi, dopo e solo dopo, subentrano i sentimenti. Se cammino per strada e vedo una bella ragazza ce lo vedi un uomo che se ne esca fuori con una battuta del tipo “mi sono innamorato del suo cervello appena l’ho vista”. Io no. E lo stesso esempio vale al contrario, con una ragazza che vede in strada un ragazzo e dovesse esclamare “mi sono innamorato del suo cervello appena l’ho visto”.

    beppe

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    No, non sto scherzando. Il perché credo d’averlo già motivato rispondendo all’amica Cinzia, indi per cui vedi la risposta che le ho dato.

    In ogni caso, temo che il femminismo di oggi sia quello che è stato magnificamente illustrato da Fellini nel film “La città delle donne”: I manifesti furono affidati al grande e tanto compianto Andrea Pazienza. Ma oggi un film bellissimo, Capolavoro massimo della cinematografia mondiale, come “La città delle donne” verrebbe censurato o peggio ancora.

    Copiando da Wikipedia, ecco di cosa parla “La città delle donne”:

    Protagonista della vicenda è Marcello Snaporaz, un uomo maturo ed incauto il quale, durante un tragitto in treno, ha un fugace flirt con una misteriosa signora, la quale decide di seguire, scendendo alla fermata di un’irreale stazione in mezzo alla campagna.

    La vicenda ha inizio come una sorta di ingresso simbolico nel pluridimensionale e pericoloso pianeta-donna.

    Seguendo la sconosciuta, Snaporaz si ritrova in un albergo, nel bel mezzo di un tumultuoso congresso di femministe che parlano per slogan e formule preconfezionate, procedono su temi frusti e rivendicazioni scontate che, tuttavia, il protagonista non riesce a comprendere.

    L’atteggiamento ostile e castrante delle astanti, consiglia Snaporaz ad una fuga precipitosa che lo porta nel castello di Katzone, un maturo santone dell’eros che sopravvive nell’adorazione di una femminilità ormai desueta, custodendo gelosamente e metodicamente un’ordinata collezione di testimonianza delle sue conquiste, una sorta di pinacoteca multimediale dove è possibile ascoltare le voci delle donne ritratte nei momenti di intimità, nella vana attesa di un ritorno agli antichi splendori.

    Il racconto porta in un’aula di tribunale, dove uno Snaporaz ancora inconscio della propria colpa viene condannato dalle femministe che lo portano in un’arena, ove assistere al suo pubblico linciaggio. Si risveglia sul treno, davanti alla moglie Elena come un adulto “alice nel paese delle meraviglie”, sembra tutto un sogno ma gli occhiali sono rotti come nei sui sogni.

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