Il tempo è denaro – Giampaolo Furlotti – Cicorivolta edizioni

Il tempo è denaro

Giampaolo Furlotti

Cicorivolta edizioni

Il tempo è denaro - Giampaolo Furlotti

Il tempo è denaro – Giampaolo Furlotti

Il tempo è denaro
Giampaolo Furlotti

Cicorivolta edizioni – collana: temalibero
ISBN 978-88- 97424-80-2
pagine: 368 – € 15,00

© 2013 – in copertina, illustrazione originale
di Ilaria Grimaldi – (www.ilariagrimaldi.it)

ordinalo senza spese di spedizione

Cicorivolta edizioniFra personaggi di fantasia e protagonisti reali della politica, per l’estrema attualità delle tematiche trattate, “Il tempo è denaro” è un avvincente giallo a sfondo politico ambientato nella Parma dei mesi scorsi, scossa prima dagli scandali della precedente amministrazione, poi dall’avvento della nuova giunta “grillina”.

Giampaolo Fulotti nasce a Parma.
Sono stati nel tempo rinvenuti svariati cadaveri di persone che indagavano sulla sua data di nascita. Anche la sua carriera professionale ha diversi punti oscuri. Sembra che dopo essersi laureato in economia e commercio abbia trovato lavoro presso aziende private iniziando da impiegato per raggiungere la dirigenza ancora molto giovane Ma si tratta di voci che difficilmente chi lo conosce accetta di confermare. è stato consulente di direzione di imprese e banche
fino a quando non ha intrapreso la carriera di trader finanziario.
Per quel poco che è dato sapere, attualmente è consulente aziendale.

Brano tratto da “Il tempo è denaro”:

CAPITOLO I

Primo giorno, Lunedì 6 Agosto

La sveglia del cellulare trillò alle sette in punto. La mano, nella stanza ancora buia, ne inseguì il suono sul comodino. Dopo aver inciampato in quelli che dovevano essere i suoi occhiali, premette il tasto posponi e tornò ad abbracciare il cuscino. Il rito si ripeté altre due volte.
Quando la sveglia suonò per la terza volta, decise, come al solito, che non si poteva prorogare oltre la levata; tastoni, cercò le sue pillole di Eutirox che ingoiò senza bere nulla. Ora la giornata doveva incominciare. Per lui, la prima mattina era sempre in salita. Pressione bassa e ipotiroidismo lo rallentavano particolarmente al momento di partire, poi la giornata seguiva il suo corso.
Si sedette un attimo al bordo del letto, quasi a prendere l’ultima spinta e infine si alzò.
Il letto matrimoniale era disfatto solo a metà. La sua.
Il questore Bergonzi dormiva solo da tantissimi anni, da quando la malattia si era presa sua moglie, Letizia. Era stata una storia che lo aveva segnato. Il cancro gli portò via quello che era stato l’unico amore della sua vita. L’aveva conosciuta sui banchi del liceo e con lei aveva frequentato la facoltà di legge a Parma. Si erano laureati entrambi e le loro storie professionali si erano divise. Lui in polizia, lei a insegnare, ma la loro storia sentimentale non era mai terminata e così, a due anni dalla laurea, entrambi con un lavoro presso lo stato, decisero di unirsi in matrimonio. Di quella scelta non ebbe mai un dubbio.
Letizia non era bellissima, ma aveva charme, molto charme. La sua famiglia, di antiche origini nobiliari, aveva diverse aziende agricole e lei era cresciuta sulle colline reggiane, alternando la frequentazione degli ambienti famigliari con quelli, a lei più congegnali, di figli e figlie dei loro lavoranti.
Le condizioni in cui era cresciuta e un carattere solare le davano quell’incredibile capacità di rendere semplice e sincero ogni rapporto. Con lei non capitava mai di essere sulla difensiva e forse era questo che lo aveva fatto innamorare fin dai tempi della scuola.
Poi era arrivata la malattia. Aveva ventotto anni. Troppo presto per andarsene e troppo dolore a cui non era preparato. Era stato un calvario. L’ aveva vista sfiorire lentamente alternando la speranza alle delusioni, la tenerezza al dolore. Il 9 ottobre 1994 lo aveva lasciato solo e disperato.
L’anno che seguì fu il più difficile della sua vita. La perdita di Letizia lo aveva portato a chiudersi in se stesso perdendo di vista amici e parenti. Sapeva che stava sbagliando, ma non era riuscito a fare altrimenti. Si era nascosto come un soldato ferito e indifeso in terra nemica e aveva bruciato tutti i ponti, pur di trovare un rifugio in cui potersi leccare le ferite.
In poco più di un mese, lui, abituato alla buona tavola e propenso alla pinguedine, aveva perso 12 chili. Lo stomaco gli si chiudeva e ogni volta che ingoiava qualcosa ne poteva seguire, suo malgrado, il percorso nelle viscere.
Si aggrappò al lavoro come un naufrago alla ricerca di un appiglio, nel tentativo di impedire ai suoi demoni di assalirlo, ma fu cosa per nulla semplice. Le tante ore passate rabbiosamente a lavorare avevano almeno agevolato la sua carriera, fino a portarlo a essere commissario a soli ventinove anni. Il lavoro però non era sufficiente. Lo stordiva, lo ubriacava, forse lo assorbiva, ma la sua vita non aveva più i colori, i sapori e i profumi di quando c’era lei.
Il suo viso gli tornava in mente con la regolarità e il potere seduttivo di uno spot pubblicitario e lui, quasi impotente, continuava a ricercarlo in ogni donna che incrociava. E ogni volta era il panico: il respiro veniva meno, il cuore scalciava come un cavallo impazzito, il sudore, la nausea. Lo prendeva una voglia di fuggire, di nascondersi diventando invisibile e allora cercava davvero un posticino isolato, dove poter tornare a respirare. Di norma queste sensazioni dopo pochi minuti cominciavano ad attenuarsi, il ritmo dei battiti rallentava e, un passo dopo l’altro, salendo verso la luce riusciva a riprendere il controllo. In quegli istanti però rimaneva estraneo a se stesso, un precario equilibrio emotivo gli dava l’impressione di poter ricadere nel vorticoso fiume che scorreva sotto i suoi piedi.
Questi attacchi di panico, da cui non riuscì a liberarsi mai completamente, lo portarono ad ammettere a se stesso che doveva ripartire da zero. Doveva smettere di aspettarla, non sarebbe tornata, non poteva tornare. E non era vigliaccheria, non avrebbe dovuto sentire i rimorsi per non averla attesa fino alla fine. Non era quello il modo di dimostrarle il suo amore.
Chiese il trasferimento in altra sede e dopo poche settimane venne accontentato. Partì per Trani, che fu il primo di una lunga serie di spostamenti. La carriera era in crescita. Passò in molti commissariati: L’Aquila, Bergamo, Verona, Bologna, Firenze, Roma e ogni trasferimento aveva sempre portato qualche stelletta in più. A Roma aveva trascorso gli ultimi sei anni ed era diventato Commissario Capo, ricevendo diversi encomi e riconoscimenti. Adorava quella città meravigliosa con i suoi luoghi ricchi di storia e non gli sarebbe dispiaciuto chiudere lì la sua carriera.
Ma un intoppo aveva interrotto bruscamente l’idillio con la città, o meglio, con il suo potere. Il governatore del Lazio (in forza al partito dell’opposizione al governo nazionale) venne coinvolto in un ricatto a sfondo sessuale. Una storia pruriginosa in cui dei video, che lo ritraevano con un trans in situazioni quanto meno imbarazzanti, erano stati offerti a diversi giornali più o meno scandalistici. Alle operazioni investigative prese parte anche il ROS dell’Arma e quattro carabinieri risultarono coinvolti pesantemente nelle indagini.
In Italia si stava vivendo una fase politica e sociale molto particolare. Era l’ottobre del 2009. L’economia aveva da poco conosciuto l’inizio di una delle fasi più brutte, probabilmente ancora peggiore di quella del ‘29.
Le difficoltà economiche avevano inizialmente toccato solo i margini della società, quegli strati che appartengono esclusivamente alle statistiche, ma non hanno un volto o un nome. Poi l’inquietudine si era allargata a fasce sempre più ampie di popolazione, fino a trasformarsi in una rabbia collettiva che cercava il suo sfogo.
Rivelare che un politico, sempre che fosse davvero il solo, si trastullava tra le braccia di un trans, pagato, pare, duemila euro per incontro e raggiunto con l’auto blu di servizio, poteva avere conseguenze non facilmente controllabili.
Bergonzi, che non aveva particolari simpatie politiche e si orientava verso il centro moderato e cattolico, in questo caso aveva gestito malissimo la parte diplomatica del suo lavoro. Spesso aveva accettato soluzioni di compromesso, nella convinzione profonda che soluzioni mediate potessero meglio garantire equilibrio nell’interesse generale, ma quella volta agì diversamente.
Capiva che oramai la mala gestione politica era un lusso che il paese non si poteva più permettere, e quindi era necessario aprire gli occhi e smettere, almeno per il momento, di lasciar decidere ad altri cosa era buono e cosa no.
Questo suo mettersi di traverso lo aveva portato a forti conflitti con le altre istituzioni, che propendevano per una gestione molto più controllata e meno rumorosa del caso. Fu così che, nel drammatico scontro finale con il ministro dell’interno in persona, accettò una promozione laterale, vale a dire che sarebbe stato trasferito in un’altra sede come questore. La cosa non gli era piaciuta per nulla, ma aveva capito, e gli era stato fatto capire, che se non avesse accettato avrebbero avuto mille e più modi per renderlo inoffensivo e senza dover ricorrere a promozioni.
Accettò l’incarico presso la Questura di Parma, dove il suo predecessore aveva da poco raggiunto l’età della pensione e stava lasciando il posto vacante.
L’idea di trasferirsi a Parma non gli dispiaceva. Era una città che conosceva per averci studiato, di cui aveva molti ricordi e lo scorrere del tempo aveva lenito le ferite lasciate da quelli più dolorosi.
In poco tempo il trasferimento fu organizzato. Poco prima di Natale ci fu la cerimonia d’insediamento, con giornalisti di radio e tv locali, autorità al completo e anche qualche vecchio amico che aveva riabbracciato dopo tanti anni.
Schivo com’era, si era insediato nella carica senza troppo rumore, ma il rumore si era avvertito subito dopo, e in tutta Italia. In collaborazione con il procuratore aveva portato avanti un lavoro d’intelligence, scoperchiando un marciume negli ambienti politici cittadini, che neppure i più agguerriti oppositori avevano immaginato.
Più di un anno d’intercettazioni ambientali e telefoniche avevano portato allo scoperto un giro impressionante di mazzette, nell’operazione denominata “green money”.
Tre alti dirigenti del comune (Castellazzi, Balduzzi e Tagliavini), alcuni dirigenti pubblici (Casoli, Rosciano, Marcaus e Bori) e tre imprenditori (Puccini, Calzerotti e Corni) della gestione del verde pubblico, da cui l’operazione aveva preso il nome, erano risultati coinvolti in una storia di appalti truccati. Bergonzi aveva vissuto la vicenda quasi in modo liberatorio, si era riappropriato del proprio mestiere, era tornato a sentirsi utile.
Il caso, come detto, ebbe eco nazionale. Gli inviati dei TG Rai e Mediaset soggiornarono diversi giorni in città, nel timore di non essere i primi ad annunciare l’ultimo scandalo. La gente comune fu risvegliata dal sonnacchioso torpore che spesso avvolge l’opinione pubblica. Ci furono manifestazioni di protesta sotto i Portici del Grano, dove risiede il Municipio, che richiedevano a gran voce le dimissioni del sindaco. E non erano i soliti manifestanti professionisti; questa volta armati di tamburo e grancassa vi erano anche casalinghe, professionisti, impiegati.
Qualcosa stava succedendo. Il palazzo aveva tremato ma le mura avevano retto. Il sindaco Canali aveva resistito, sebbene la sua posizione non fosse facile. Era risultato completamente estraneo alle indagini, nonostante l’amicizia con alcuni indagati finiti in regime di carcerazione preventiva. La popolazione non aveva apprezzato il mancato controllo esercitato dal sindaco e, ora, i centottantamila euro spesi solo per le rose che arredavano il lungoparma, erano visti come uno spreco intollerabile anche da chi lo aveva giustificato per la cura che aveva impiegato nel riportare Parma agli antichi splendori della duchessa d’Austria.
Bergonzi non aveva vissuto la vicenda come una rivincita sul potere politico che lo aveva messo in disparte, piuttosto, come dicono spesso le procure, come un atto dovuto: il suo atto dovuto alla Verità e ora si sentiva più in pace con il mondo.
La credibilità delle istituzioni era stata minata da diversi eventi, che con fragore vennero alla ribalta già prima del suo arrivo e il desiderio di quella parte sana della pubblica amministrazione di rendersi meno invisa alla gente, era molto forte.
Con il procuratore, con cui si era instaurato un buon rapporto nel rispetto delle reciproche competenze, condivideva la voglia di girare pagina e mettere alle spalle tutte le vicende deplorevoli del passato. Era un progetto molto difficile, perché sarebbe stato necessario mostrare la voglia di fare pulizia e di scoperchiare tutto il marcio che nel pentolone ribolliva.
Nel 2009 era scoppiato il caso Opoku. In una retata dei vigili urbani in borghese, erano stati arrestati un “pusher” e il suo “palo”. In seguito si venne a scoprire che c’era stato uno scambio di persone. Emanuel Opoku, uno studente ghanese, risultò non aver nulla a che fare con il “palo” che cercava la polizia, ciò nonostante era stato malmenato con motivazioni a sfondo razzista. Il processo seguì il suo corso e la verità poté emergere, anche se in maniera tutt’altro che indolore.
La verità processuale mostrò una forza pubblica deviata e quantomeno connivente e, oltre alla condanna dei Vigili imputati, ci fu l’allontanamento del capo della Polizia Municipale, Antonella Guidi, ufficialmente perché a scadenza naturale del mandato. Ironia della sorte, fu sostituita da quel Castellazzi poi finito in carcere per la vicenda “green money”.
Il caso Opoku era stato l’ennesimo granello di sabbia soffiato negli occhi irritati della pubblica opinione e il livello di degrado, della mala politica nazionale, pareva essere senza fine.
Un presidente del consiglio puttaniere che non perdeva occasione per gettare discredito sul paese, un branco di cani famelico che affollava, si fa per dire, le aule del parlamento, senza distinzione di parte, pronto a divorare anche le briciole di tutto ciò che era pubblico, eserciti di faccendieri impegnati a spartire soldi e potere, avevano fatto sì che la gente avesse un fortissimo rigetto della politica a qualsiasi livello.
In questo clima ostile, non era facile per Bergonzi portare avanti in maniera serena il proprio lavoro. Spesso si sentiva tradito dalle istituzioni che rappresentava. Essere corretto, in quei momenti, significava soprattutto trovare e punire chi avesse responsabilità pubbliche come lui e corretto non era, rischiando di essere a loro assimilato.
Un po’ come il medico costretto dall’isolamento ad amputarsi un arto infetto perché non estenda il contagio al resto del corpo. Un gesto improcrastinabile, ma molto doloroso.
C’erano tuttavia anche tante brave persone, sia in polizia sia in procura, che amministravano la giustizia con pieno senso del dovere e che avrebbe giudicato un vero e proprio tradimento abbandonare; portò avanti il lavoro con crescente determinazione e fu così che venne alla luce un’altra vicenda scandalosa e sconfortante nello stesso tempo.
A seguito della denuncia di un imprenditore, vittima di un tentativo di concussione, la guardia di finanza aveva sviluppato indagini terminate con l’arresto dell’assessore ai servizi educativi Pernini, del suo braccio destro Calandrini e di due imprenditori, Tassara e Coscelli.
Alessio Pernini, uomo del PDL dalla faccia pulita e irreprensibile, paladino della moralità, doveva aver pensato che vestiti di foggia sartoriale e acconciatura perfetta, senza mai un capello fuoriposto, gli permettessero cose che in realtà la legge vietava.
Era stato accusato di aver venduto l’appalto delle mense scolastiche per un tozzo di pane, pare ottomila euro, e un IPAD, irresistibile oggetto del desiderio. L’arresto avvenne dopo lunghe indagini che testimoniarono con le intercettazioni ambientali il chiaro svolgimento dei fatti. Una volta scoperchiato il vaso di Pandora, il sudicio fluire della melma che si sprigionò, travolse tutto. La gente rimase allibita nel leggere dei soprusi perpetrati nelle sue vesti pubbliche dal Pernini. Scoprì con indignazione delle multe che aveva tentato di far togliere a un’amica, dei cambi di destinazione d’uso per gli immobili d’impresari a lui vicini, delle spintarelle fatte avere a conoscenti per posti di lavoro per cui non avevano i requisiti e chi più ne ha più ne metta.
Era stato proprio il Procuratore Grasso a sottolineare in conferenza stampa come fosse indecente che si lucri sulle scuole. Come detto, questa volta il palazzo non si limitò a tremare.
Il sindaco Canali finì sotto l’assedio dei mezzi di comunicazione, di forze dell’opposizione e gente comune che soggiornavano sotto i portici del Grano. Ci furono più vertici tra Canali e i coordinatori nazionali della forza politica che lo sosteneva, alla ricerca di una soluzione che non penalizzasse troppo il partito stesso.
Alle 20.25 del 29 Settembre l’annuncio ufficiale da parte dell’addetto stampa di Canali, il quale scrisse una lettera aperta ai cittadini di Parma, che almeno gli valse l’onore delle armi. Dopo aver elencato le opere sviluppate e portate a termine durante il suo mandato e aver evidenziato, supportato dalle indagini della procura, la sua totale estraneità ai fatti, comunicò la sua decisione di fare un passo indietro, per il bene della città, rimettendo il mandato. Un’uscita di scena dolorosa quanto rumorosa, forse indispensabile per limitare i danni che grandi nuvole scure pressanti all’orizzonte promettevano minacciose.
Seguendo l’iter burocratico, la città venne affidata a un commissario straordinario che aveva il compito di traghettarla fino a nuove elezioni.
Bergonzi dopo quei momenti drammatici e pieni di tensione era tornato al tran tran quotidiano.
Anche quella mattina, indossate le pantofole, si diresse verso la finestra perché la luce potesse affluire dandogli un riferimento nell’inizio di giornata. Sul percorso che dal letto conduceva alla finestra della stanza, fece tappa, come tutte le mattine, sulla bilancia. Non era una cosa che gradiva molto, anzi. Ma gli avevano spiegato che il confronto quotidiano con la pesa gli avrebbe dato maggior consapevolezza del suo regime alimentare, inducendolo a una certa moderazione. Non che volesse tornare al girovita di quando aveva vent’anni, che a quei tempi misurava con malcelata vanità, ma almeno gli venisse meno l’affanno quando doveva affrettare il passo.
Con un leggero sorriso per il responso di quella mattina s’indirizzò alla volta del bagno, dove una doccia tiepida gli avrebbe fatto perdere il sapore della notte.
Asciugandosi davanti allo specchio si accanì contro alcuni capelli bianchi. Non voleva che qualche pelo bianco, rarissimo, potesse denunciare i suoi quarantotto anni. Li isolò ed eliminò con chirurgica precisione.
Ma i capelli qualche avvisaglia sicuramente la davano. Non era più, infatti, la rigogliosa chioma castana e boccolosa che aveva avuto fino ai tempi in cui perse Letizia. Ora il taglio era corto, come peraltro la sua posizione richiedeva e buona parte della fronte aveva eroso quella vigorosa boscaglia. Per bilanciare l’incipiente calvizie fece crescere una barba ben curata, che gli incorniciava il viso senza minacciare la mobilità dei suoi lineamenti.
Una cosa però lo aiutava a togliersi qualche anno: il suo sorriso fanciullesco e contagioso che scopriva i denti, piccoli e ben allineati ed evidenziava le fossette al bordo degli zigomi paffuti. Per sua fortuna non era quasi mai venuto meno.
Con le mani aggiustò capelli e barba, osservando gli occhi verdi nocciola, contornati dalla fatica dovuta al caldo torrido degli ultimi giorni. Pensò che presto sarebbero anche arrivate le attese vacanze ristoratrici.
Prese poi la piccola forbice appoggiata su una delle mensole a lato dello specchio e cercò di tagliare alcuni peli insubordinati che cercavano maggior visibilità fra gli altri. Si guardò arricciando il piccolo naso tondo e concluse che era presentabile. La pulizia dei denti e il fresco profumo di agrumi rischiavano di renderlo addirittura gradevole.
Si diresse verso il manichino porta abiti su cui la sera precedente aveva diligentemente disposto vestito, camicia fresca e cravatta. Indossati indumenti e scarpe, un ultimo controllo allo specchio, fatto più per dovere che non per il desiderio di essere veramente inappuntabile, prese la via del corridoio e uscì da casa.
Come tutte le mattine la prima tappa non sarebbe stata la questura ma il bar nei pressi, dove era solito fare colazione e leggere i giornali.
Scese le scale a piedi nell’unico esercizio fisico, assieme al tragitto verso l’ufficio, che si obbligava a fare ogni giorno. Era agosto di un’estate rovente e anche ora, pochi minuti prima delle otto, gli alberi sul lungo viale che formava la prima cinta del centro cittadino, non riuscivano ad avere la meglio sulla cappa di calore che già avvolgeva la città. Mentre pedalava i suoi pensieri inseguivano auto e biciclette che cominciavano ad animare le vie. Le scuole erano ormai chiuse, chiusi molti uffici pubblici e privati che avevano iniziato la turnazione per le ferie estive e il traffico aveva modo di decongestionarsi un poco.
Si fermò alla solita edicola. Avrebbe anche potuto fare in modo che i giornali gli fossero recapitati in ufficio e a spese dello stato, ma preferiva che restasse ancora un momento privato di una piacevole attività.
Le otto piccole facciate della struttura in ferro erano come al solito ricoperte di giornali e riviste, ma qualche vuoto qua e là e alcuni settimanali del periodo precedente lasciavano intendere che molte case editrici avevano saltato un giro di consegne.
Quando l’edicolante se lo trovò davanti, si voltò a cercare, in mezzo ai pacchi di quotidiani che preparava per le banche, quello che aveva predisposto per lui.
“Buongiorno dottore” disse, porgendogli con un sorriso un piccolo malloppo di giornali.
“Buongiorno Carlo” replicò Bergonzi con altrettanta affabilità.
Era solito regolare i conti alla fine del mese per cui, mentre il sorriso stereotipato cominciava ad attenuarsi, s’indirizzò lungo via della Repubblica, una delle quattro vie che portavano alla piazza centrale della città, piazza Garibaldi, dove aveva sede il Municipio.
La strada era abbastanza larga e i negozi più attraenti, quelli del lusso, erano concentrati nella sua prima parte, quella che s’irradiava dal municipio verso la periferia. La sua passeggiata si sviluppava nella metà in cui le vetrine avevano una minor cura e ricercatezza e raramente rallentava per vedere le merci esposte.
A metà della via passò davanti a palazzo Rangoni, sede della Prefettura; sul balcone che sovrastava l’ingresso sventolavano la bandiera italiana e quella dell’unione europea ad indicare un pubblico ufficio. La facciata del palazzo era stata da poco tempo ristrutturata; le mura esterne avevano ripreso il bel colore rosso mattone originale, restituendo vigore anche ai due telamoni di marmo intenti a sostenere e proteggere la volta d’entrata. L’edificio aveva ripreso il lustro che si confaceva a una sede così importante.
La prefettura condivideva il piazzale interno proprio con la questura, che aveva sede in Borgo della Posta, proprio dalla parte opposta del caseggiato. Bergonzi, per una sorta di rispetto istituzionale, non prendeva mai l’ingresso di via della Repubblica, ma preferiva sempre percorrere tutt’intorno al perimetro del rione, fino ad arrivare all’ingresso ufficiale della questura.
Come sempre, fece per primo un cenno di saluto al piantone di turno che lo ricambiò con un buongiorno dottore d’ordinanza e proseguì, dopo aver girato verso destra, nella via che delimitava il quartiere, fino al solito bar.
La commessa più giovane, una ragazza del sud con uno splendido sorriso, lasciò il bancone per indirizzarsi verso la fine della sala, per sparecchiare tazze e briciole dal tavolo che di solito occupava. Lui la seguì fra i tavoli, schivando con meno agilità i pochi avventori seduti nella sala.
“Dottore, cosa le porto?” mentre con uno straccio giallo asciugò il tavolo con rapidi e ampi gesti.
“Il solito Betty, cappuccino e brioche alla crema” rispose con gentilezza.
Recuperò il giornale locale da un tavolo vicino e s’immerse nella lettura. Era solito iniziare sempre dalla Gazzetta di Parma dove articoli e immagini avevano la familiarità rassicurante dell’abitudine.
Balzava dalla prima pagina ai rimandi delle pagine interne che leggeva con attenzione poi ripartiva dall’inizio, scorrendo via via gli articoli con minor attenzione.
Betty, nel frattempo tornata con il vassoio, appoggiò la tazza e il piattino con la brioche sul tavolo “Ha sentito che stanno riaprendo i cantieri della stazione?”.
“Certo che l’ho sentito” rispose lui serafico “speriamo che qualcosa si muova”.
“Ce ne sarebbe proprio bisogno, per tutti” disse lei tornando verso il bancone dove alcuni clienti aspettavano di essere serviti.
Il momento economico era tutt’altro che favorevole. La crisi, iniziata nel 2008 con il crollo del colosso americano del credito Lehmans Brothers, si era estesa oltre agli Stati Uniti, a tutto il vecchio mondo occidentale. Un’enorme massa di ricchezza finanziaria creata grazie ai derivati, strumenti che derivavano ,appunto, il loro valore dal prezzo di altri beni, si era smaterializzata in pochi minuti, costringendo gli stati sovrani ad una serie di salvataggi forzati di banche che erano risultate troppo esposte verso tale tipi di strumenti.
La crisi delle banche, manifestatasi in una crisi di liquidità mondiale, si era poi trasferita all’economia reale, per via del cosiddetto credit crunch, ovvero la restrizione del credito ad aziende e famiglie. Molte aziende erano state messe in ginocchio dalla mancanza di risorse finanziarie, arrivando a dover chiudere i battenti.
La situazione preoccupava perché la spirale recessiva, in un gorgo immenso, trascinava tutto verso il fondo. Disoccupazione crescente, consumi in continua diminuzione, prospettive anche peggiori, facevano sì che anche la classe media toccasse con mano la difficoltà economica. In questo clima di crescente incertezza e preoccupazione, l’opinione pubblica era diventata molto meno, per non dire nulla, tollerante verso la malapolitica e questo aveva dato la spallata finale al governo di Tarasconi. Otto mesi prima era caduto, incalzato da scandali, processi e soprattutto da mercati finanziari e istituzione europee. Il malumore era latente sia negli ambienti politici sia fra la gente comune.
Il Presidente della Repubblica, dopo le consultazioni con i partiti, aveva assegnato l’incarico di formare il nuovo governo al professor Conti. Era stato scelto un tecnico perché nessuno dei maggiori partiti riteneva, senza diventare inviso ai propri elettori, di poter attuare riforme e prendere misure molto impopolari che erano diventate indifferibili.
Parma, che era stata commissariata, aveva subito oltre alla crisi, quell’impasse cui si giunge in un momento in cui il governo temporaneo è affidato a qualche burocrate per nulla intenzionato a prendersi più responsabilità di quelle imposte dalle procedure.
Per fortuna le elezioni si erano tenute in tempi molto ristretti, in calendario era già una tornata di amministrative, e la città era tornata nel giro di breve ad avere un consiglio comunale operativo.
Parma era finita, a causa di quelle elezioni, sotto gli occhi del mondo. Nel clima politico oltremodo surriscaldato, era successo che avesse vinto al ballottaggio, sbaragliando il candidato favorito, un giovane del MuTamento5 Frecce, Federico Lazzarotti. L’eccezionalità della situazione risiedeva nel fatto che M5F, acronimo della coalizione, era una forza politica fondata da un comico, Michele Trillo che, non essendo un partito, nemmeno sedeva in parlamento.
Era un movimento di rottura, come lo era stata la Lega ai tempi di tangentopoli, che cavalcava il malessere tutt’altro che latente da cui era attraversata la popolazione. M5F era cresciuto grazie al web e non vi erano al suo interno politici di professione, ma cittadini, espressione del civismo più classico. Quello che aveva attirato l’attenzione dei media internazionali era la sfida che era stata lanciata dalla strada verso il palazzo, il tentativo di dimostrare che non vi era nulla che giustificasse lo status di casta cui era giunta la politica. Ovviamente il cimento risiedeva proprio nella capacità di governo che poteva avere un gruppo di persone comuni.
Per quanto l’inizio del mandato fosse cominciato con qualche difficoltà e rallentamento di troppo, la gestione cominciava a prendere un passo sempre più spedito e diverse cose si stavano sistemando. I cantieri che in città stavano riaprendo erano proprio la più chiara dimostrazione che si poteva vincere quella sfida.
Bergonzi intanto era passato alla lettura del Corriere, mentre cappuccino e brioche ancora aspettavano di ricevere le giuste attenzioni. Sul giornale, in prima pagina, come anche su Libero e il Sole i titoli si concentravano sulla difficile situazione finanziaria mondiale, in cui la speculazione internazionale lanciava costanti attacchi verso i paesi più deboli. Il crollo delle quotazioni dei loro titoli di stato ed era una cosa che destava molta preoccupazione, faceva salire i rendimenti e di conseguenza il costo del loro debito.
Sotto un attacco violentissimo ora era la Grecia, ma non era solo il paese ellenico a essere sotto scacco. Veniva messa in discussione la stessa struttura dell’Unione Europea. I primi ministri di tutti i paesi del vecchio continente si riunivano in frequentissimi vertici plurilaterali, nel tentativo di individuare una soluzione in grado di rispettare gli equilibri tra i paesi e, soprattutto, un’equa ripartizione di costi e sacrifici.
All’osservatore esterno appariva chiaro che nessuno avesse idee risolutive per la crisi, ammesso che fosse capita, ma piuttosto ogni capo di governo era impegnato nel baratto fra le varie rinunzie che il suo paese era chiamato a fare e i finanziamenti che gli sarebbero giunti dall’unione europea.
Il questore finalmente portò alla bocca il croissant, gli occhi ancora fermi sul quotidiano. Il dibattito coinvolgeva un po’ tutti, sia per le immediate conseguenze materiali sia perché sembrava che qualcosa nel vecchio mondo non funzionasse più.
Meccanicamente, portò la tazza alla bocca e sorbì un po’ del cappuccino oramai raffreddato.
La lettura dei giornali lo prendeva sempre moltissimo, sia per una sorta di dovere professionale sia perché per le pagine di economia aveva un debole particolare. Aveva il vizio, come diceva lui, di giocare in borsa. Riteneva la cosa alquanto disdicevole perché l’attrazione verso la Borsa aveva qualcosa di morboso e sicuramente non si addiceva a un funzionario pubblico, ma la sua attrazione aveva origini lontane. Partiva da quando, ancora studente universitario, con alcuni amici aveva unito i pochi risparmi e fatto qualche investimento che si era rivelato fruttuoso. Nulla d’importante, sia ben chiaro, qualche spicciolo che consentiva loro di andare in vacanza senza dover chiedere nulla ai genitori o di invitare qualche bella ragazza a cena in locali che era altrimenti sarebbero stati senza dubbio fuori dalla loro portata.
L’attrazione che la maggior parte della gente prova nei confronti dei mercati azionari e finanziari in generale, trova la sua spiegazione nella loro ciclicità. Languono per diverso tempo, con quotazioni dei titoli che hanno oscillazioni marginali per anni, poi all’improvviso cominciano a crescere vorticosamente senza distinzioni particolari per la bontà delle aziende di cui rappresentano quota del valore. In quei momenti si dice che l’economia è entrata in una fase espansiva in cui ricchezza e benessere continuano a crescere e pertanto è opportuno comprare titoli azionari, in un ciclo che si autoalimenta portando guadagni per tutti.
La sensazione è molto simile a quella che provano i surfisti dei mari del sud. Aspettano anni per cavalcare l’onda anomala, quella le cui foto andranno a riempire i giornali. Attraversano, in pochi iperadrenalinici secondi, il tunnel che l’onda forma ricadendo su se stessa, sperando di terminare la corsa senza che i flutti li trascinino verso il fondo. E, se e quando sono usciti trionfatori tra le schiume dell’acqua, hanno ancora più desiderio di cercare un’altra ondata che possa regalar loro almeno le stesse sensazioni.
Bergonzi non aveva molti denari investiti su titoli azionari in quel momento. La grande onda si era esaurita nel 2008 e lui, che aveva provato a cavalcarla, ne era uscito piuttosto malconcio, come tutti del resto. Il valore dei suoi titoli si era quasi dimezzato, e aveva preferito vendere tutto prima che si generassero perdite ben maggiori. L’abilità di un trader – chi compra e vende titoli sul mercato di borsa- sta proprio nella capacità di chiudere in perdita operazioni che si sono rivelate infruttuose prima che diventino disastrose.
Ora era in cerca della nuova grande onda, che prima o poi si doveva ripresentare. Ma i listini che scorreva, con l’occhio indagatore del poliziotto, alla ricerca di qualche buona occasione, per il momento non mostravano una gran voglia di stupire.
Chiusa anche l’ultima pagina del giornale, si alzò dalla sedia curandosi di non provocare rumori. Dopo essersi pulito da briciole e schiuma del cappuccino, si diresse verso la cassa, dove un altro cliente stava regolando i propri conti. Bergonzi si accodò cominciando a pensare agli impegni che lo attendevano in ufficio.
Il cellulare suonò inaspettato. Tastò diverse tasche di abito e camicia, perché l’arnese non aveva mai avuto una posizione definita. Quando lo trovò, senza avere il tempo di controllare chi lo stava cercando, lo diresse all’orecchio.
“Pronto, chi parla?” domandò con sorpresa.
“Buongiorno signor questore, sono Villalta” rispose all’altro capo una voce che tradiva disagio. “è stato ritrovato il cadavere di Baldi”.

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Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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