Fuochi. Pietrangelo Buttafuoco racconta di Eugenio Scalfari giovane fascista

Fuochi. Pietrangelo Buttafuoco racconta
di Eugenio Scalfari giovane fascista

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Eugenio Scalfari giovane fascista

Eugenio Scalfari giovane fascista

“Un impero del genere è tenuto insieme da un fattore principale e necessario: la volontà di potenza quale elemento di costruzione sociale, la razza quale elemento etnico, sintesi di motivi etici e biologici che determina la superiorità storica dello Stato nucleo e giustifica la sua dichiarata volontà di potenza”.

Eugenio Scalfari (Roma Fascista, settimanale, 24 settembre 1942)

“Io ho smesso di essere fascista solo quando ne sono stato espulso, quando, appunto, fui messo fuori dal partito. E devo dire che ne ebbi un grande dispiacere. Fu un dolore inferto alla mia giovinezza vedermi strappare le stellette dalle spalline, una sconfitta che generò in me una profonda crisi”.

“In una nota a margine di uno dei libri di Renzo De Felice si venne a sapere di una partecipazione di Piccardi nel 1936 ad un convegno sulla razza a Berlino. Con Piccardi c´era anche Giuliano Vassalli ma Leopoldo non ne aveva mai fatto parola di questo suo viaggio in Germania, lui era anche uno dei tre segretari del Partito radicale (gli altri due erano Francesco Libonati e Arrigo Olivetti, una strana idea del verticismo, era previsto un solo vicesegretario: io), insomma, divamparono le polemiche: cosa poteva aver fatto un Piccardi a Berlino? Mario Pannunzio e Nicolò Carandini ne pretendevano le dimissioni ma Piccardi trovò al suo fianco Ernesto Rossi. E Rossi appunto – uno che l´antifascismo l´aveva attraversato nelle galere e non nel frondismo, uno che s´irritava quando Pannunzio e Carandini volevano accreditare il loro antifascismo solo perché facevano uso di fondini grigi nella grafica di Oggi, il loro giornale – chiuse le polemiche con un chiaro sbotto di impazienza: “Ma che volete tutti voi da Leopoldo, voi e i vostri fondini “Ma non state a rompere il cazzo!”.

Pietrangelo Buttafuoco

Pietrangelo Buttafuoco

“Nella memoria di quello che fu il gennaio del 1943, l´anno della mia espulsione dal partito, c´è il fascismo in mano ai giovanissimi. E´ quello degli Alicata, degli Ingrao, dei Guttuso, quello stesso dei ragazzi dei Littoriali e dei giornali del Guf. Un focolaio frondista il mondo dei Guf dove se da un lato c´erano alcuni che avevano posizioni esasperate nei toni per un ritorno al fascismo sociale – tipo Mario Tedeschi, il futuro direttore del Borghese – ce n´erano altri che, al contrario, si riconoscevano nel riformismo di Giuseppe Bottai”.

“A me piaceva molto questo ministro così intellettuale. Mi piaceva la sua rivista, Primato, mi coinvolgeva il dibattito culturale e quel fascismo era così in mano ai giovanissimi che io, appena diciottenne, potevo ingaggiare una virulenta polemica non con qualche sbarbatello, ma direttamente con il ras Roberto Farinacci il quale poi replicava ai miei articoli sulla Gazzetta di Cremona. Chi volesse fare una ricerca in emeroteca troverebbe traccia di ciò”.

“Fu così che Bottai poté accorgersi di me, per via della mia controversia con Farinacci, altrimenti non avrebbe mai saputo della mia esistenza. Io scrivevo su Roma Fascista, il direttore era Ugo Indrio, e il caporedattore invece – non lo dimenticherò mai per via della singolare combinazione tra nome e cognome – era Regdo Scodro”.

Eugernio Scalfari

Eugernio Scalfari

“Fu in un breve periodo – saranno state due settimane – che in assenza dei due capi il giornale si faceva lo stesso, senza filtro professionale. E fu proprio in quell´intervallo d´anarchia che io, in prima pagina, piazzai due o tre neretti non firmati e perciò riconducibili all´orientamento della testata. Era la stagione del nascente quartiere dell´Eur, quella. La nazione intera attendeva ai preparativi per l´Esposizione, gli interessi sull´edificazione dell´intera area erano alti (poi venne la guerra, tutto finì, è vero, ma l´atmosfera allora era quella d´attesa), tutti guardavano alla realizzazione del nuovo modello urbanistico. Ebbene: io nei miei pezzi attaccavo i profittatori, accusavo i gerarchi e i loro prestanomi di fare sui movimenti d´acquisti “affari non chiari”. Fu questo ciò che scrissi in quei neretti, senza però fare nome e cognomi. Una generica e accalorata denuncia, pronunciata in nome della purezza ideologica”.

“Nessuno disse niente, passò qualche giorno e dopo arrivò una telefonata a casa. Io abitavo a Roma a quel tempo, da mia nonna. Era una voce femminile che mi parlava alla cornetta: “E´ il fascista Eugenio Scalfari che ascolta?”. Emozionato mi qualificai, certo dissi, sono io. “Deve presentarsi domani a palazzo Littorio. Alle dieci”. Ero turbato dalla chiamata, ma ancor più della perentoria richiesta, da un preciso dettaglio che l´accompagnava. La voce femminile fu, infatti, categorica: “Il fascista Eugenio Scalfari deve presentarsi domani alle dieci, a palazzo Littorio, in divisa””.

“Io adoravo la divisa. E fui meticoloso nella vestizione quel mattino. Era molto elegante la tenuta. Avevo la giacca – quella che al tempo si chiamava sahariana – i pantaloni grigio verde a sbuffo alto, gli stivali, le losanghe sulle spalle, idem sulle maniche, con le stelline, quindi il fazzoletto azzurro e la camicia nera naturalmente”.

“Credevamo che il mondo si fermasse alla nostra piccola serra. E noi eravamo le piante costrette a crescere in quel vivaio. Che ne potevamo sapere di quello che c´era fuori? Certo, c´erano i comunisti, ma erano tutti lontani dalla nostra patria. Tornavano di tanto in tanto per delle operazioni clandestine ma l´Italia vigilava su di loro, li puniva per come era giusto che fosse, e l´Italia che tornava grande al cospetto del mondo cantava con noi ragazzi “E se la Francia non è una troia, Nizza e Savoia c´ha da tornà ”.

“Il segretario del partito a quel tempo era Aldo Vidussoni ma io ero stato chiamato per conferire con il vicesegretario, Carlo Scorza. Quando arrivo nell´anticamera c´è Indrio che è già stato ricevuto. Mi viene incontro e mi sussurra: “C´è tempesta”. Emozionato, vengo introdotto nella stanza di Scorza, lo vedo seduto sulla scrivania e mi porto avanti scattando nel saluto romano. Lui mi ordina il riposo e quando solleva gli occhi, alza anche il suo capoccione mussoliniano dalle carte che stava leggendo, manovrando di matita rossa e blu con le sue larghe mani da squadrista. Sono i miei neretti pubblicati su Roma Fascista quelle carte. Scorza sventaglia i fogli sotto il naso e mi chiede: “Li hai scritti tu, camerata?”. Scorza ha i polsi larghi quanto la coscia di un uomo, è un omone degno della sua fama di lottatore. “Però non li hai firmati” aggiunge appoggiando l´incartamento sul tavolo. Quindi si leva dalla scrivania e mi viene di fronte: “Camerata, dammi i nomi di questi mascalzoni che lucrano sul lavoro dell´Italia proletaria e io li farò arrestare!”. Io non ho nomi da dargli, la mia leggerezza professionale non può trovare giustificazione alcuna, non posso neppure balbettare un si dice, un mi pare, un “è risaputo” che Scorza comincia a urlare: “Sei un irresponsabile! Un calunniatore!”. A un certo punto si ferma e mi chiede: “E poi perché non sei a Bir El Gobi?”. Bir El Gobi è un avamposto del deserto africano difeso dai ragazzi della Gil. Io trovo la risposta più fessa, gli dico: “Veramente avrei ricevuto il rinvio universitario”. Scorza allora mi prende per il petto e mi stringe acchiappandomi dalla bandoliera, dalla giacca, dalla camicia, insomma: da ogni cosa che avessi addosso dove potermi afferrare, lui mi agguanta. Mi solleva dal pavimento, mi tiene alzato e urla in faccia a me questo discorso: “Dovrei farti sbattere fuori dal partito ma Vidussoni ha conosciuto a Fiume tuo padre e perciò ti espello dal Guf”. Mi riporta a terra, mi strappa le mostrine e mi congeda: “Vattene e non farti vedere mai più”. Stupefatto che si espellesse un fascista esco da palazzo Littorio e torno a casa, preda di una crisi fortissima, disarmato. Il mio silenzio viene violato da una prima telefonata. E´ Nelson Page (funzionario del Minculpop, ministero della cultura popolare, nel dopoguerra diventerà direttore dello Specchio, il Dagospia degli anni Cinquanta) che mi chiama: “Sei il figlio di Pietro? E´ meglio che tu non faccia telefonate per un periodo, stattene buono””.

vallecchi-editore“Un´altra telefonata me la fa Nino D´Aroma, direttore del Giornale d´Italia. E´ un altro bottaiano e fa un´edizione di metà giornata, un quotidiano chiamato il Piccolo. Mi offre di scrivere per questo giornale. Pezzi non firmati ovviamente”.

“Avevo diciotto anni e giorno dopo giorno prendo coscienza che forse avevano avuto ragione ad espellermi dal Guf. Forse non ero fascista. Mi costò tanto sforzo venirne fuori: uscii dal fascismo brancolando. Non sapevo nulla, certo, conoscevo Benedetto Croce perché pubblicava. Anche Montale, Ungaretti, Quasimodo. Tutti i poeti che stampavano i loro libri li conoscevo, così come i filosofi che dibattevano su Primato. Avevo cognizione di tutto ciò ma ignoravo Gobetti, Gramsci, i martiri uccisi dai sicari del regime. Non avevo idea su chi fosse Togliatti e non sapevo che farmene della decrepita Italia liberale smantellata dalla vera modernità di Mussolini che non era certo la terra redenta delle paludi pontine, ma la creazione del nuovo partito di massa. Niente era proibito ma una manipolazione della moltitudine ci isolava da tutto ciò che era isolabile. Ecco qual è il peccato mortale del regime, ecco perché ne ho ricavato una sorta di vaccino contro una malattia epidemica. Io sono come gli animali che avvertono i terremoti quando stanno per arrivare, io fiuto il fascismo quando sta per formarsi”.

“Io ho smesso di essere fascista solo quando ne sono stato espulso, quando, appunto, fui messo fuori dal partito. E devo dire che ne ebbi un grande dispiacere. Fu un dolore inferto alla mia giovinezza vedermi strappare le stellette dalle spalline, una sconfitta che generò in me una profonda crisi”. (di Pietrangelo Buttafuoco)

LEGGI: I tanti fuochi mai a salve di Pietrangelo Buttafuoco – Vallecchi editore – recensione di Giuseppe Iannozzi

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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