Eva Clesis e le sue ”Parole sante”. Intervista di Iannozzi Giuseppe

Parole Sante
Eva Clesis

Intervista all’Autrice

di Iannozzi Giuseppe

Parole sante - Eva Clesis

Parole sante – Eva Clesis

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Il sito di Eva Clesis: www.evaclesis.it

Parole sante – Eva ClesisPerdisaPop – Isbn 978-88-8372-602-6 – Prezzo euro 16,00 – Pagine 312

1. Prima di entrare nel cuore del tuo ultimo romanzo, “Parole sante” (Gruppo Perdisa editore), tu, Eva Clesis, hai all’attivo altri lavori pubblicati che, in verità, non mi sono piaciuti granché: “E intanto Vasco Rossi non sbaglia un disco”, “101 modi per cui le donne ragionano con il cervello e gli uomini con il pisello”. Due letture leggere, forse fin troppo, di stampo giovanilistico per andare incontro alle mode imposte da un certo mercato editoriale. “Parole sante” è invece un romanzo tout-court, il salto di qualità, anche se avevi già dato prova della tua abilità scrittoria con “Guardrail” (Las Vegas edizioni). Guardando a come e cosa scrivevi ieri, quanto è cambiata Eva Clesis?

Perdisa POP editoreNon confonderei i romanzi con il saggio dei 101 motivi, innanzi tutto. Quando uscii spiegai che mi era stata proposta l’idea dalla casa editrice, e che era un libro proprio pensato con leggerezza, scritto in poco tempo e anche con un certo divertimento da parte mia, in modo disimpegnato, insomma. Sul precedente romanzo, invece non saprei, credo che sia stata più la confezione a renderlo giovanilistico, visto che in realtà era in parte autobiografico, caso raro per me. Molti lettori mi hanno scritto dicendomi che l’avevano apprezzato, ma al di là dei gusti, volendo considerare la mia scrittura in una visione d’insieme, esistono forse tappe intermedie, utili perché mi hanno permesso di migliorare, e forse ancora ce ne saranno e non so come verranno recepite dai lettori. Me lo chiedo fino a un certo punto. Se dovessi scrivere per compiacere la mia idea di lettore medio mi sentirei un po’ imbrigliata.

Eva Clesis

Eva Clesis

2.Parole sante” è un romanzo piuttosto anomalo per l’editoria italiana, che di solito punta l’attenzione su romanzi facili, leggeri e vuoti di sostanza. Tu, Eva Clesis, invece scrivi una storia ambientata in una fantasiosa – e non per questo meno credibile – provincia della Puglia. I protagonisti sono immersi, chi più chi meno, in un profondo bigottismo di stampo fascistoide. C’è un messaggio sociale neanche poi troppo nascosto fra le righe. Vorresti spiegarlo tu ai lettori?

Parole sante è il romanzo della superstizione, anche intesa come una maniera di rielaborare sentimenti di razzismo e astio nei confronti del diverso e del nuovo. I protagonisti chiave sono persone diffidenti e vendicative, che vestono le loro paure di nobili intenzioni. Al solito, come già era successo per il romanzo precedente, molte persone mi hanno già detto che ho una visione un po’ pessimistica e cupa della società, che quindi non sarebbe così bigotta e fascistoide. Forse sull’uomo, sul singolo, non sono così catastrofica, ma i comportamenti di gruppo mi spaventano da sempre.

3. Nella fantomatica Comasia, la gente odia gli stranieri pur utilizzandoli per far svolgere loro compiti ingrati, ma, soprattutto, chi vive a Comasia è consapevole vittima della Chiesa cui sottostà: senza il “sì” del prevosto, gli abitanti non osano neanche di fare una pisciatina. Don Felice tiene in catene il paesino, si può dire che lo comanda a bacchetta e che è lui a dettar legge. Non è un Don Abbondio peritoso, è invece il ritratto perfetto del clero con le mani in pasta, che anela ai beni materiali e se ne frega altamente delle spirito. “Parole sante” è anche una accusa contro il clero, o, più semplicemente, ti sei divertita a dar corpo a un personaggio dalle sfumature pirandelliane?

Una via di mezzo. Più che un paese, che gli è certamente dedito, don Felice tiene in pugno la protagonista, la vecchia Lina Magnano. Certo non è un don Abbondio, ma il frutto della mia rielaborazione di certe cronache di paese in cui preti solerti derubavano le loro parrocchiane, scappandosene con il malloppo. Ho cercato di ingentilirlo, e qui sì mi sono divertita, dando alla sua usurpazione motivazioni più profonde e lontane, che scavano nella sua infanzia.

4. Lina Magnano e suo figlio Santo Magnano vivono in una grande villa, perlopiù caduta in disuso dopo la dipartita del padre di Santo. Lina è tanto bigotta quanto ipocrita: suo unico desiderio è quello di comprarsi un posto in Paradiso. E’ una donnetta senza cervello che non esita a sbolognare a Don Felice le poche sostanze che le sono rimaste, purché lui le assicuri che una volta morta andrà dritta in Paradiso. Don Felice è un pretaccio accorto, che non si contenta di pochi spiccioli; alla fine riesce a convincere Lina a lasciare Villa Magnano alla Chiesa. Lina incontra però la netta opposizione del figlio. Santo, prima che la malattia lo rendesse uno mezzo storpio, fu un dongiovanni come pochi. La malattia che lo ha colpito l’ha reso sciancato: adesso vive nella Villa ascoltando le sinfonie di Beethoven, e in paese non si fa più vedere.
A chi ti sei ispirata per ritrarre la famiglia Magnano? A delle persone realmente esistite, o sono mero frutto della tua fantasia?

Mero frutto della mia fantasia. Per Lina Magnano, che più che senza cervello è annichilita dal lutto e un po’ rimbambita dalla religione, mi sono ispirata a certe comari dei paesini di provincia, mentre Santo è pura ispirazione fantasiosa. Volevo creare una trama in cui tutti si approfittano di tutti ma tutti sono soli, sia perché sanno approfittarsene e basta, sia perché sono dei sopravvissuti alle trappole dell’esistenza. Santo in particolare doveva essere il debole di cui tutti si approfittano, perciò ho pensato alla disabilità, che da noi è ancora vissuta come un impedimento importante, con scarse possibilità per chi la vive di integrarsi bene socialmente.

5. La vita di Santo viene scossa dall’arrivo di Viorica. Lui oramai è uno sciancato, ha rinunciato alla vita, non nutre più alcun interesse se non per le sonate di Beethoven. In gioventù ha avuto tante donne, se l’è goduta, ma sono tempi ormai tanto tanto lontani. Adesso che non può fare a meno delle stampelle, Santo vivo recluso nella sua villa. E però, di fronte a Viorica, qualcosa in lui si riaccende, un fuoco dei lombi che credeva estinto per sempre. Chi è Viorica, che la signora Lina Magnano dice essere il demonio? E, chi è in realtà Santo?

Inizio dall’ultimo. Santo è un uomo nato con la camicia, che la malattia gli ha tolto, rendendolo nudo. La disabilità lo espone, a Comasia viene trattato come un povero sfortunato, deriso quasi con l’appellativo di “anchitertu”, sciancato. Però conserva sentimenti da nobiluomo, retaggio dell’educazione e del benessere di cui ha goduto prima di ammalarsi. Nella sofferenza, come spesso capita in chi prende coscienza sia delle proprie debolezze che della miseria umana di chi lo circonda e gliele fa pesare, Santo si sente stranamente vicino a Viorica, altra persona sfortunata e sola al mondo, in un certo senso. Tra i due nasce non solo un’attrazione, ma proprio un sentimento di compassione l’uno per l’altra, come se il destino beffardo li unisse. Con la differenza che Santo si vive come uno che ha fatto il suo tempo, Viorica invece vuole il riscatto. Sono due disperati, ma in modo diverso.

6. E’ “Parole sante” un romanzo al femminile, o piuttosto trattasi di una storia di provincia, emblema del Belpaese con le sue tante ipocrisie e poche o nulle virtù?

E’ un romanzo che ha una morale, che si può sintetizzare con l’espressione per cui “tutto il mondo è paese”. Aggiungerei che, dal piccolo paese al grande, tutti i paesi per me si assomigliano. E che il Belpaese, a volerlo rappresentare, è più provincia che metropoli.

7. Il prevosto Felice è quasi sempre accompagnato da Dieci, un mezzo pazzo il cui passato è tutt’altro che limpido e pulito. In ogni caso, Dieci è un bell’uomo, uno che non ci pensa su due volte a ficcarsi nei casini, forse più per stupidità che non per libera scelta. Che ruolo ha nel costrutto di “Parole sante”?

Dieci, il cui vero nome è Luciano, ha questo appellativo perché come il dieci di denari è la carta matta del sette e mezzo. Lo si può vedere proprio come una carta matta, in cui il lettore deve attribuirgli il peso e il valore all’interno della storia. Pazzo o assassino? Stupido o disincantato? Certo non sembra agire per libera scelta, ma più come se non avesse altra scelta di quella che gli suggerisce l’istinto. Ragiona infatti a un livello primitivo.

8. Eva Clesis, quali sono gli autori che ti hanno maggiormente influenzata nella stesura di “Parole sante”? E quali sono invece gli autori a cui sempre hai fatto riferimento per la tua scrittura? Per quali ragioni?

Non ci sono autori che mi hanno influenzata per un romanzo in particolare. Leggo molto e leggo anche cose diverse, non mi piace proprio l’idea di poter subire un’influenza anche inconsapevole mentre sto scrivendo. Quando sono impegnata nella prima stesura di un libro, anzi, mi tengo lontana da letture che trovo affascinanti per lo stile di scrittura. Quando sto riscrivendo, sento di avere più margine di scelta come lettrice. Gli autori che amo di più. E che mi hanno spinto a continuare a scrivere, sono due scrittori di hard-boiled, Raymond Chandler e Jim Thompson. Tra gli italiani direi Buzzati. Ci sarebbero molti altri, ma loro tre sono stati formativi, per certi versi mi hanno fatta innamorare della scrittura.

9. E’ un paragone azzardato, ma, per certi versi, “Parole sante” è forse vicino al superbo “Suicidi dovuti” di Aldo Busi. Sto forse prendendo una cantonata? Provincialismo e perbenismo emergono dal paesino di Comasia e invadono ogni suo angolo. L’arrivo di Viorica in paese ha scatenato, per così dire, una reazione a catena; è Lina Magnano la prima a rendersi conto che il suo ‘angolo di paradiso’ è, per così dire, invaso dagli stranieri. E lei odia gli stranieri, li ritiene degli esseri inferiori, dei senzadio e dei dèmoni anche.

Ecco un libro di Aldo Busi che non ho letto, ma siccome Aldo Busi è un ottimo scrittore, correrò presto ai ripari. Comunque è vero: Lina odia tutto ciò che può minacciare la sua tranquillità, che in realtà è una sorta di guerra continua e silente verso gli altri, visto che diffida e dice male di tutti. E il romanzo, grazie proprio all’arrivo di Viorica, si gioca su una reazione a catena, con l’unico accorgimento, in più, di cercare motivazioni che vengono dal passato ai comportamenti dei personaggi. I quali, più che nascondere degli scheletri nell’armadio, hanno dei morti viventi.

10. A tuo avviso, il razzismo è più forte e presente nelle regioni del sud Italia o in quelle del nord? Per colpa della dilagante povertà che ha stretto in una morsa il popolo italiano, o c’è dell’altro?

Il razzismo è dappertutto, sicuramente alimentato dalla crisi, ma non basta. Lo suggeriscono tutti gli esperimenti sociali sulle logiche del gruppo, per cui ognuno di noi si sente minacciato, istintivamente, da chi percepisce come diverso. Nella maggior parte di noi questo sentimento inconscio, che viene attivato in una zona primitiva del cervello, è poi elaborato a livello conscio. In tutti però si accende una sorta di campanello di allarme. L’uomo, a livello istintivo, si relaziona con il suo “branco”.

11. Posso chiederti se hai già pronto un nuovo lavoro nel cassetto, e se sì, qual è l’argomento principe in esso trattato?

Il nuovo romanzo è una sorta di noir, dico una sorta perché è più un romanzo con sfumature noir, rispetto a Parole sante più breve, lucido, per niente ironico. Forse è l’unico mio lavoro dove esiste il grottesco ma non l’ironico, molto diverso da questo. Ne ho anche altri due, non so se pubblicherò tutta questa roba o altra, più che dello scrittore è tutto nelle mani degli editori.

12. Perché leggere “Parole sante”? Cosa c’è in questo romanzo che in altri romanzi non potremmo trovare?

Non penso che Parole sante ha qualcosa in più, le buone letture sono tante, ma mi azzardo a dire che è una buona lettura, con un intreccio valido, una trama che appassiona, e che tranne amareggiarti o farti ridere non vuole insegnarti nulla. Cosa volere di più?

Eva Clesis

Eva Clesis è nata nel 1980 a Bari. Con questo pseudonimo ha pubblicato il saggio 101 motivi per cui le donne ragionano con il cervello e gli uomini con il pisello (Newton Compton, 2010) e i romanzi A cena con Lolita (Pendragon, 2005), Guardrail (Las Vegas, 2008), E intanto
Vasco Rossi non sbaglia un disco
(Newton Compton, 2011), oltre a numerosi racconti su riviste e antologie.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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