La Macchina da Corsa. Un racconto di Vittorio Sartarelli per invitarvi a leggere ”Eventi Rimembranze e Personaggi della Memoria” (Youcanprint)

La Macchina da Corsa

di Vittorio Sartarelli

macchina da corsa

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frecciaVittorio Sartarelli. Intervista all’autore per “Eventi Rimembranze e Personaggi della Memoria”

Alla fine dell’estate del 1947, un fatto nuovo accadde nella famiglia di Marco; questo fatto avrà, poi, la sua influenza e condizionerà, per anni, sia la vita di suo padre sia quella dei familiari. Il padre, con un passato, piuttosto recente, sportivo ed agonistico nel campo dell’automobilismo, tirando fuori un suo vecchio sogno dal cassetto, inizia la costruzione di una macchina da corsa.
L’evento, di per sé storico sia per il suo protagonista, sia per la stessa città, finì con il coinvolgere molti altri, oltre i componenti della famiglia, per svariati motivi che andavano dall’amicizia alla curiosità, dallo spirito sportivo al desiderio di conoscere, dalla solidarietà allo spirito etnico ed associativo. Marco, che di suo padre era il primo ammiratore, in assoluto, non solo per quello che s’accingeva a fare, fu così, totalmente, coinvolto da sentirsi spinto da un’onda emozionale talmente forte ed inaspettata che, fino allora, non aveva mai provato.

Vittorio Sartarelli - Eventi Rimembranze e personaggi della Memoria

Vittorio Sartarelli – Eventi Rimembranze e personaggi della Memoria

Questa iniziativa, per molti versi pionieristica ed imprenditoriale, non era certo fine a se stessa, ma proiettata in un futuro molto prossimo, intendeva collocarsi, a pieno titolo, nel mondo delle competizioni automobilistiche che in quegli anni, immediatamente successivi alla fine della guerra, registravano un risveglio insospettato ed un fervore d’iniziative in tutta la Penisola.
Questo fenomeno, inaspettato, avvenne grazie allo spirito d’iniziativa ed alle capacità d’alcuni valenti artigiani della meccanica che, come il padre di Marco, possedevano oltre all’ingegno, una forte carica d’entusiasmo e di passione sportiva per le macchine e i motori.
Che un meccanico siciliano (che poi siciliano non era) si fosse messo a costruire una macchina da corsa, fu una cosa che ebbe, allora, una certa rilevanza e s’impose all’attenzione di tecnici e sportivi non soltanto locali, ma nell’intero ambito dello sport automobilistico siciliano. Si trattava, infatti, della prima esperienza del genere, in Sicilia, e non era cosa di tutti i giorni trovare una persona che racchiudeva in sé, oltre alla competenza ed alla genialità del costruttore, le doti innate e ormai sperimentate di pilota di classe.

In un ambiente particolare, quale poteva essere quello della piccola cittadina di provincia, Marco, alle prese con situazioni nuove ed imprevedibili, era logico e, anzi, fisiologico che fosse coinvolto, integralmente, nella nuova iniziativa paterna. Egli, divideva il suo tempo d’adolescente tra lo studio, la bicicletta e la curiosità e l’interesse, sempre crescenti, di seguire passo- passo, nell’officina la nuova creatura che pian piano prendeva forma.
Gli piaceva stare a guardare, a volte per delle ore, mentre si svolgeva il lavoro di montaggio dei vari organi meccanici; ma, oltre al fatto di curiosità e d’interesse, c’erano altri fattori che, complessivamente, si sommavano e accrescevano il suo godimento di spettatore, fra questi c’erano, anche lì, gli odori caratteristici dell’officina che sono rimasti indelebili nella memoria di Marco: l’odore dei motori, delle tute sporche e impregnate di grasso, del carburante che si usava allora, la benzina avio, con oltre cento ottani, era azzurrognola e trasparente e il suo profumo era bellissimo e quasi inebriante.
Questa nuova passione per le macchine da corsa portò Marco, nell’arco d’alcuni anni, a seguire con emotiva partecipazione e personale interesse, le vicende tecniche, sportive ed agonistiche del padre. Questi, dal suo lavoro, dalle capacità e dall’impegno raccolse numerose soddisfazioni, alcune d’alto livello ed assai gratificanti, tuttavia, ebbe anche a subire degli insuccessi e attraversò periodi critici di difficoltà tecnica ed economica. Era ovvio che i riflessi di tutte le situazioni si ripercuotessero su Marco e sulla sua famiglia, influenzandone i comportamenti sociali, le decisioni e le scelte di vita.
Correvano gli anni immediatamente successivi alla fine della guerra, tutto in quegli anni era precario e difficile e si guardava al futuro con molti interrogativi e perplessità. Si notava già, tuttavia, negli italiani il desiderio di ricostruire, non solo le case, ma anche il loro avvenire. L’Italia colpita duramente da lutti e distruzioni immani, era in ginocchio e cercava, disperatamente, di risollevarsi dalle macerie della guerra. C’era in tutti un desiderio comune: uscire da quella situazione, c’era voglia di fare, d’inventare cose nuove, di affrancarsi dalla precarietà e dalle difficoltà economiche, c’era voglia, infine, di tornare a vivere da uomini liberi.
In mezzo a tutto questo fervore di rinascita ed al sorgere e moltiplicarsi delle iniziative, gli Italiani riscoprivano il piacere di assistere alle competizioni sportive, in genere, in particolare a quelle motoristiche, che avevano come loro caratteristica un’alta spettacolarità. Si riscontrava, quindi, la nascita, quasi contemporanea, di un folto gruppo di valenti artigiani della meccanica che, per una sorta di vite parallele, s’industriavano nelle trasformazioni e nelle elaborazioni di macchine e motori, quando, addirittura, alcuni non si segnalavano per brillantezza inventiva e costruivano delle nuove macchine da corsa.
Contemporaneamente, nelle varie regioni d’Italia si organizzavano e si preparavano nuove gare automobilistiche, in salita e su circuiti preferibilmente cittadini, dove la gente aveva la possibilità di fruire dello spettacolo, senza quasi spostarsi dalla propria città. Queste nuove competizioni, infatti, erano motivo, oltre che di spettacolo, fortemente, emozionale, d’aggregazione sociale gioiosa e nuova per la gente che, per anni era stata costretta a vivere in angoscia, in ristrettezze economiche e nella mancanza di svaghi e divertimenti, inibiti dalla paura della guerra.
Nell’ambito delle competizioni automobilistiche organizzate dalle varie regioni, ritornava a far parlare di sé il Giro di Sicilia, una delle più vecchie manifestazioni automobilistiche d’Italia, inventata dal Commendatore Vincenzo Florio, noto sportivo e mecenate siciliano, che brillava, oltre che per lo scenario ambientale di una natura incomparabile ed incontaminata, per la difficoltà tecnica del suo percorso: mille e ottanta chilometri, con ben diecimila curve.
Anche la Sicilia, quindi, tornava alla ribalta della cronaca, anche se solo sportiva, con una gara mitica alla quale ambivano partecipare tutti i migliori piloti e costruttori dell’epoca. Per quanto riguardava la Sicilia, però, c’era da fare, necessariamente, un discorso a parte, infatti, nell’intero arco panoramico delle regioni italiane, non si collocava certo fra le migliori. Questa sorta di classifica al ribasso, dalla quale l’Isola era stata penalizzata sin dalla creazione dell’unità d’Italia, era giustificata da una generalizzata situazione di degrado ambientale, aggravata dalla crisi bellica, con un dissesto cronico delle vie di comunicazione, la mancanza d’infrastrutture, d’industrie e d’imprese commerciali.
Tutto questo non faceva altro che accrescere il divario socio-economico tra l’Isola e il Continente, relegando la Sicilia nella condizione di regione arretrata e sottosviluppata che per lunghi anni l’avevano e, ahimè, l’avrebbero caratterizzata. In questo scenario, certo non entusiasmante, la Sicilia cercava, in qualche modo, di reagire alla sue, ataviche disgrazie, cercando di riemergere da quello che era considerato un ghetto nazionale.
Fatte queste doverose premesse, era fin troppo facile capire come, chiunque volesse intraprendere una qualche attività nuova e in controtendenza con quello che era, oramai, considerato la “normale” precarietà di sempre, dovesse fare i conti con le scarse risorse economiche e con un ambiente assolutamente privo d’opportunità e di possibilità concrete. Altro ostacolo al “fare” era costituito da una sorta di retaggio storico degli abitanti del luogo che si configurava in una commistione generazionale tra indolenza ed apatia.
Con queste prerogative ambientali, forse ancora più accentuate in una piccola provincia come quella nella quale viveva, il padre di Marco, si accingeva ad intraprendere un’avventura che sembrava improponibile e molto più grande delle reali possibilità, con pochi soldi (i suoi) e nessun aiuto esterno, sia esso economico o tecnico, che gli consentisse di realizzare in pieno il suo progetto.
Le difficoltà oggettive che esistevano, avrebbero scoraggiato chiunque inducendolo ad accantonare l’idea, ma non lui, con quel suo carattere ferreo e deciso e con la consapevolezza dei suoi mezzi tecnici, costituiti soltanto dall’ingegnosità creativa e dalla sua piccola officina, modestamente attrezzata.
Iniziò, quindi, per lui la più grande sfida della sua vita che lo porterà a realizzare, nonostante molte difficoltà, una macchina da corsa unica, tutta costruita nel suo laboratorio artigianale, con criteri meccanici nuovi ed avveniristici, con soluzioni tecniche d’avanguardia e assolutamente inedite.
Alcune di quelle geniali intuizioni creative gli permetteranno, nelle gare disputate, di annullare il gap fondamentale che esisteva tra la sua macchina, fatta in casa ed i mezzi con i quali gareggiavano gli altri piloti, costruiti in fabbrica, con la guida e l’ausilio d’ingegneri, tecnici e sinergie scambievoli tre i costruttori di regioni vicine che, solo per il fatto di essere, geograficamente, collocate nella zona più industrializzata del Continente, potevano godere di quei privilegi.
Quell’avventura, meravigliosa ma anche, a tratti, amara e, purtroppo, non a lieto fine, lo porterà a gareggiare sulle strade dell’Isola, per sette lunghi anni, disputando tutte le gare che venivano organizzate, dal mitico Giro di Sicilia, alla classiche cronoscalate e alla Targa Florio, sempre con la stessa, macchina, continuamente da lui aggiornata tecnicamente, nel passare degli anni, raggiungendo numerose affermazioni, alcune delle quali avevano del clamoroso, ma, incassando anche cocenti delusioni ed amare sconfitte.
La circostanza che il genitore di Marco, con una macchina da lui costruita prendesse parte, a volte con successo, a gare, che pur disputate nell’ambito regionale, erano spesso anche manifestazioni d’interesse nazionale e internazionale, gli aveva creato attorno un’aura di notorietà, un tifo ed una passione sportiva notevoli, continuamente supportati ed accresciuti dai molti appassionati sostenitori e da una favorevole e benevola disposizione dell’opinione pubblica cittadina.
Tutto ciò si concretizzava in un ritorno pubblicitario di notorietà non indifferente nei suoi confronti e, per riflesso, poiché Marco era il maggiore e più rappresentativo dei suoi figli, egli beneficiava in tutti i sensi di questa notorietà del padre e della quale, giustamente, si compiaceva e andava fiero.

Eventi Rimembranze
e Personaggi della Memoria

Vittorio Sartarelli

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Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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3 risposte a La Macchina da Corsa. Un racconto di Vittorio Sartarelli per invitarvi a leggere ”Eventi Rimembranze e Personaggi della Memoria” (Youcanprint)

  1. furbylla ha detto:

    in un momento in cui “la semplicità” e i valori pare siano completamente dimenticati ,leggere uno scritto così allarga il cuore nonostante la narrazione delle problematiche di una regione,problematiche che purtroppo penso non siano molto diverse ora, come la caparbietà e l’intelligenza dei suoi abitanti.. Una descrizione ed un’analisi di un periodo e dei personaggi che coinvolge e cattura l’interesse.
    cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Viviamo in un tempo storico niente affatto felice, diciamo pure che è un tempo di nebbie.
    La caratteristica principale della scrittura di Vittorio Sartarelli è quella di restituire al lettore memorie e valori che sembrano esser stati sepolti da secoli e secoli. Eppure Vittorio Sartarelli racconta fatti e accadimenti che appartengono a soli cinquanta anni fa. In questo racconto, Vittorio narra della passione del padre per la meccanica, per i motori: non sono dunque cose puramente inventate. C’è della fantasia, ma c’è soprattutto un’analisi profonda del proprio tempo e della Sicilia, che ieri come oggi soffre un isolamento straziante. Nonostante le tante difficoltà, Vittorio evidenzia la caparbietà e la volontà di fare, di costruire, di non arrendersi a quella immobilità che vorrebbe la Sicilia slegata dal resto del territorio italiano. La tenacia dell’uomo è il punto focale di questo racconto, la tenacia di chi non si arrende e vuole vincere la vita perché non sia la vita a vincere sull’uomo e sulla Sicilia.

    Beppe

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