Intervista a Laura ZG Costantini e Loredana Falcone Il destino attende a Canyon Apache – Giuseppe Iannozzi

Intervista a

Laura ZG Costantini e Loredana Falcone

Il destino attende a Canyon Apache

di Giuseppe Iannozzi

Il destino attende a Canyon Apache

Il destino attende a Canyon Apache

 Laura Costantini e Loredana Falcone
Il destino attende a Canyon Apache
Las Vegas edizioni
Collana: i Jackpot
Uscita: novembre 2012
Pagine: 328
Isbn: 978-88-95744-24-7
Prezzo: 12 €

Las Vegas edizioni1. “Il destino attende a Canyon Apache” (Las Vegas edizioni) è uno dei vostri ultimi lavori, Laura ZG Costantini e Loredana Falcone. Un romanzo che riscopre il genere western, che in Italia, e non solo, ha conosciuto il suo periodo d’oro, basti pensare ai fumetti incentrati sul personaggio di Tex Willer, ma anche e soprattutto a Emilio Salgari, che con Il ciclo delle avventure nel Far West riuscì ad accattivarsi un grande pubblico di lettori al di là dei confini corsari di Sandokan. Perché rispolverare il genere western, oggi che viviamo in una società ipertecnologica?

Le mode, le correnti letterarie, quello che vende (o si pensa che venda) non ci interessa. Noi raccontiamo storie e cogliamo spunti. L’epopea western è quanto rimane dell’epica e della mitologia per noi abitanti dell’era moderna. E’ storia, ma abbastanza recente e abbastanza fruibile da risultare accettabile anche al palato di chi identifica il passato come qualcosa di morto e sepolto. Il western è avventura, è l’essere umano posto davanti ai propri limiti in una sfida giocata ad armi quasi pari con la natura. E poi perfino Quentin Tarantino ha sentito l’esigenza di riattingere da quel patrimonio di storie e suggestioni. E lo ha fatto, a rigor di termini, dopo di noi.

Laura et Lory

Laura et Lory

2. E’ fuor di dubbio, almeno per me, che “Il destino attende a Canyon Apache” è soprattutto un romanzo d’avventura, alla vecchia maniera: temi salgariani, ma anche un esasperato romanticismo à la Michael Blake (autore di Balla coi lupi), con in più giusto un pizzico della meticolosità descrittiva di Leonard Elmore. Le descrizioni degli ambienti sono piuttosto meticolose, ma il romanzo trova il suo punto di forza nei dialoghi, talvolta serrati. Si ha quasi l’impressione che il selvaggio West sia più che altro cornice per dar vita a una storia d’amore. Ma, in primo piano, c’è anche il coraggio di due donne, quello della giovane Kerry e della mezzosangue (o “due pelli”) Shenandoah, che, loro malgrado, in un mondo di duri, dovranno riuscire a piegare ai loro piedi il maschilismo dilagante.

Impressione sbagliatissima, quella della cornice per la storia d’amore. Sbagliata e figlia di un pregiudizio, diremmo. Perché se ci chiamassimo Fabio e Giuseppe invece di Laura e Lory, questa osservazione non sarebbe neanche affiorata. Ma è il destino della scrittura delle donne. Omero mise una storia di amore fatale alla base dell’Iliade, ma nessuno si sognerebbe di pensare che la guerra più famosa del mondo sia solo una cornice per la passione di Paride ed Elena. Così come nessuno mai si sognerebbe di dire che Canale Mussolini è una bella cornice storica per le reiterate scopate dei maschioni della famiglia Pennacchi. Il nostro è un romanzo storico che coglie lo spunto avventuroso e, anche, romantico per raccontare uno scontro tra civiltà inconciliabili.

3. Coda che Suona e Shenandoah: sono loro i personaggi più accattivanti che subito attirano l’attenzione del lettore. Coda che Suona è una sorta di Tex Willer ante litteram, che veste alla maniera degli indiani, biondo, capelli lunghi, belloccio e politicamente corretto; Shenandoah è invece una mezzosangue, figlia di un capo indiano e di una donna bianca. Shenandoah è una donna di medicina, ed è molto molto sensuale, anche se nel 1870 i bianchi vedono in lei soltanto una femmina adatta a un postribolo. E’ forte e coraggiosa, ha un fisico invidiabile, e lunghi capelli ramati che le scendono lungo la schiena fino a sfiorarle le natiche. E c’è poi Kerry, donna bianca, sudista, impacciata e peritosa per natura, la cui unica fallibile arma è l’innocenza. Personaggi belli e romantici, dominati dalle loro passioni: a loro modo sono perfetti, perfetti perché fanno sognare conducendo il lettore in una idealità post-adamitica, seppur nulla affatto scevra di profonde lacerazioni e insidie. Perché gli eroi sono sempre tutti giovani e belli, e anche i vostri? Perché non avete dato vita a dei personaggi più rudi e forse più realistici?

Vedi risposta precedente: Achille, Paride, Ettore, Ulisse, Elena. Omero si dilunga su di loro usando spesso termini lusinghieri per la forza, la bellezza, la prestanza, la sensualità. I protagonisti sono, etimologicamente, coloro che si fanno avanti sull’agone. Sono le figure che spiccano. Sandokan aveva occhi lucenti come carbonchi, il Corsaro nero era bellissimo ed elegante. Figure che ci sono rimaste nel cuore e nella mente per le loro gesta e perché il loro valore umano si rispecchiava nella loro avvenenza. Poi, se vuoi trovare protagonisti normali e anche bruttarelli, non hai che da leggere il nostro giallo romano “Carne innocente”. Perché è un genere diverso, che rispecchia la realtà di oggi e vuole raccontare la società in cui viviamo.

4. Ma c’è anche il cattivo di turno, Pinkerton: è lui un bounty killer, ovvero un cacciatore di taglie. E’ soprannominato Occhi d’Inverno. E’ spietato. E’ bruno, capelli lunghi e neri con nuance bluastre. E anch’esso è terribilmente affascinante. Tutti uomini bellissimi, che paiono esser usciti da un fumetto. Anche i cattivi sono belli, affascinanti e irresistibili. Perché? Non sarebbe stato più conveniente dare in pasto al pubblico personaggi un po’ più realistici, più vicini alla realtà storica del Far West?

Direi che abbiamo già esaurientemente risposto qui sopra. Possiamo aggiungere che il piacere enorme della scrittura sta anche nel giocare al creatore, dare vita, carattere, eloquio e corpo a persone che nascono e vivono in quelle pagine. Persone speciali, perché nessuna madre chiederebbe di mettere al mondo un figlio mediocre e banale.

5. Il selvaggio West che descrivete ne “Il destino attende a Canyon Apache”, seppur fortemente icastico, mi è parso piuttosto lontano da un realismo storico. C’è poco o niente di realistico, storicamente parlando: “Geronimo, La mia storia, autobiografia di un grande guerriero Apache”, “Storia degli Indiani d’America” di Philippe Jacquin, giusto per citare due testi fondamentali per conoscere vita e storia degli Indiani, ci hanno fornito una immagine più efferata nervosa e sporca di quella che invece voi, Laura ZG Costantini e Loredana Falcone disegnate nel vostro romanzo. Il disegno del Far West che voi portate è molto più vicino a una visione edulcorata, oserei dire che ricalca quasi in pieno un’idea fumettistica à la Sergio Bonelli. E nutro il sospetto che conferire al romanzo un impianto fumettistico era proprio nelle vostre intenzioni. Sbaglio forse?

Premesso che Philippe Jacquin è stato la nostra bibbia, insieme a molte altre fonti, nel ricreare un’ambientazione verosimile, ribadiamo che l’epopea western è una sorta di mitologia con la quale, in contrasto con quanto affermi, non ci pare di essere state particolarmente tenere: scarsa pulizia, crudeltà, violenza esistono nella nostra storia. Ma certo non sono il focus che volevamo portare alla ribalta.

6. “Il destino attende a Canyon Apache”, oltre a essere un romanzo d’avventura, è anche una accusa contro un certo maschilismo che, ancor oggi, soprattutto in alcuni contesti sociali, è difficile se non impossibile da svellere. Ahinoi, nel 2013, in Italia e non solo, molti sono i maschi che credono che la donna sia soltanto un ventre da ingravidare, una bambola utile a soddisfare la loro propria lussuria. Nel vostro romanzo l’accusa non è fra le righe, è invece ben evidente; e però portate sulla pagina personaggi maschili belli e tenebrosi – che starebbero più a loro agio in un filmetto hollywoodiano e un po’ meno in un spaghetti western con attori come Bud Spencer e Terence Hill. Cosa avete da dire a vostra discolpa? Forse che il maschio è buono soltanto se è bello e forte, statuario, politicamente corretto e dotato di uno spirito vicino a un qualche dio? Leggendo il romanzo, di tanto in tanto, ho avuto la sensazione che David (Coda che Suona) sia stato ridotto a una sorta di toy boy. Per certi versi, seppur nella sua pusillanimità, il tenente Lowie risulta essere più credibile rispetto a David.

David è un personaggio controverso. Come gli fa notare il berdache Meo-qua-nee è il più in bilico tra tutti. E lungi dall’essere un toy-boy, è un maschio: desidera, pretende, ottiene ma rinuncia. Per vigliaccheria travestita da considerazione nei confronti delle esigenze di Shenandoah. Ammira i nativi, ma non vivrebbe mai come loro e con loro. Parla la loro lingua, ma non li capisce fino in fondo. E, come molti maschi, vuole che sia la donna a prendere una decisione. Vuole uno scarico di responsabilità. Per quanto riguarda il tuo ribadire, da quattro domande a questa parte, che i nostri protagonisti sono belli, ci teniamo a ricordare che Terence Hill era un gran figo da giovane e che se per interpretare il protagonista dell’Ultimo dei Mohicani è stato scelto quel miracolo della natura di Daniel Day Lewis, un  cavolo di motivo ci sarà. Quale? Che da che mondo è mondo, l’armonia nelle fattezze è vincente, a prescindere dal contenuto. Voi maschietti dovreste saperlo bene.

7. Kerry Roderyck è in viaggio quando un gruppo di apache assalta la sua carovana. Viene rapita perché sia dono per Cervo Nero, il capo indiano. Cervo Nero vuole un figlio maschio da una donna bianca, da Pelle di Luna. Va da sé che Kerry non è affatto felice di dover perdere la verginità e l’onore. Grazie a Shenandoah riesce però a fuggire. Riesce a far ritorno a Fort Union, ma il tenente Lowie, che l’aveva chiesta in sposa, non la vuole più, è difatti convinto che la donna sia stata disonorata. A vostro giudizio, Laura e Loredana, quant’era importante ieri per una donna essere illibata? E, oggi, arrivare al matrimonio intatte ha ancora un qualche valore reale o simbolico?

Kerry è consapevole che, nel mondo in cui vive, il suo valore come essere umano dipende da un imene intatto. Questo le hanno insegnato, questo sa. Poi, fortunatamente, il mondo è andato avanti e oggi la castità fino al matrimonio è roba relegata a qualche gruppuscolo di fanatici religiosi, a qualche calciatore famoso o alla ninfetta che mette all’asta la propria virtù all’interno di un reality show. Fermo restando che le scelte personali e i percorsi di vita sono i più molteplici e che vivere la prima esperienza sessuale in consapevolezza e sicurezza dovrebbe essere insegnato agli adolescenti di oggi che vivono il sesso nello stesso modo superficiale e ignorante con cui, per lo più, vivono ogni altro aspetto della vita.

8. Quale è stata la genesi e l’evoluzione de “Il destino attende a Canyon Apache”? Avete compulsato qualche testo in particolare prima di metter mano alla penna?
Abbiamo studiato, come facciamo sempre quando affrontiamo una ricostruzione storica. Abbiamo consultato libri, saggi, fonti e documenti accessibili anche in Rete. Ci siamo documentate sugli usi e costumi dei nativi, ma anche sulle planimetrie di Fort Union, sul carattere di Lucien Maxwell, il proprietario della concessione che racchiudeva buona parte del New Mexico, sull’uso delle piante per curare, su come erano costruite le frecce degli Jicarilla, sui reggimenti che si sono succeduti di stanza nella zona. Riteniamo, e questo ci è costato molti scontri con alcuni seguaci del genere western, che sia importante attenersi alla realtà storica per alcuni aspetti. Per esempio: se all’epoca non c’era un determinato tipo di pistola, nessuno dei protagonisti può impugnarne una.
9. Perché quando penso a Kerry e Shenandoah non posso far a meno di trovarmi di fronte le immagini di “Thelma & Louise”?

Marzullo direbbe che ti sei fatto una domanda e quindi ti tocca darti una risposta. Thelma & Louise è un film assurto a esempio di avventura al femminile. E il fatto che lo facciano finire in quel modo la dice lunga sulla tolleranza che si ha nei confronti delle eroine che si ribellano alle convenzioni. Il parallelo è senz’altro lusinghiero nei nostri confronti ma ci teniamo a precisare che Kerry e Shenandoah si ribellano e vincono, senza correre verso un baratro, ma accettando le sfide della vita.

10. “Il destino attende a Canyon Apache” è il vostro ennesimo lavoro a quattro mani, Laura ZG Costantini e Loredana Falcone. Come si scrive un romanzo a quattro mani cercando di mantenere uniformati lo stile e la psicologia dei personaggi?

Nooooooo! Anche tu? Questa è la domanda delle domande ogni volta che presentiamo un libro o veniamo intervistate. Un romanzo a quattro mani si scrive… a quattro mani. Insieme, passo dopo passo, parola dopo parola. Nessuna divisione dei compiti, dei capitoli, dei personaggi. Sedute davanti alla stessa tastiera, uniformando e creando in perfetta comunione di intenti. E con grandissimo divertimento, questo è importante.

11. Possiamo dire che “Il destino attende a Canyon Apache” è un romanzo fortemente femminista? E se sì, per quali ragioni?

La nostra scrittura pone sempre al centro le figure femminili. Non è una scelta programmatica, ci è venuta naturale. Affrontando un’epoca maschile e maschilista qual era il 1870 nel selvaggio West (ma anche altrove), abbiamo voluto sparigliare mettendo la storia nelle mani di due donne che non si arrendono al ruolo che altri hanno scelto. Che combattono per essere riconosciute come persone con uguali diritti e aspirazioni. Questo vuol dire scrivere un romanzo femminista? Non ne siamo convinte. A ben guardare, Kerry si batte per potersi scegliere l’uomo con cui dividere la vita. Ma è molto probabile che, una volta scelto, sarà per lui una moglie devota e perfettamente inserita nel modello di moglie di quell’epoca. La stessa cosa vale per Shenandoah: mezzosangue, sciamana ma, soprattutto, donna. E in quanto tale non immagina la propria vita senza un uomo accanto. Un uomo da amare, accudire, a cui dare dei figli. Perché Shenandoah e Kerry sono figlie della loro epoca. Ribelli, ma non inverosimili.

12. C’è un qualche insegnamento che il lettore potrebbe ricavare dalla lettura del vostro romanzo?

Abbiamo cercato di scrivere una storia che rendesse l’idea della perdita. Perché la civiltà dei nativi americani, che oggi tanto ci affascina, è stata programmaticamente distrutta per lasciar spazio alla civiltà dell’uomo bianco. A questo proposito riteniamo sia esplicativo il dialogo tra Kerry e Shenandoah con la prima che rivendica il progresso tecnologico apportato dall’invasione dei bianchi e la seconda che, molto realisticamente, cerca di farle capire che il popolo apache viveva benissimo senza treni, senza binari, senza fucili, senza la sete di possesso dei bianchi. Eppure sono tutti consapevoli che non c’è speranza. Che ogni resistenza potrà soltanto rimandare l’inevitabile. E una vena di rimpianto percorre il pensiero di David mentre guarda l’armonia di un accampamento stagliato contro la notte stellata. Perché i nativi erano vicini all’essenza più vera dell’umanità, ma proprio per questo erano destinati alla sconfitta.

13. Oggi, chi sono gli autori che attirano la vostra attenzione, e, soprattutto, per quali motivi?

Per anni abbiamo letto solo autori stranieri, soprattutto d’oltreoceano. Stephen King ma anche Paul Auster, Michael Connelly ma anche John Steinbeck,i Don De Lillo, Philip Roth, McGrath. Poi ci siamo avvicinate, con curiosità, alla produzione nostrana nei confronti della quale Laura è sicuramente meno tranchant di Loredana. Leggiamo molti esordienti e moltissime autrici. Apprezziamo la scrittura ritmica e colta di Marilù Oliva. Siamo innamorate della poetica del dolore portata avanti da Maurizio De Giovanni. Seguiamo con interesse l’evoluzione di Alessandro Bastasi, un autore che scrive gialli che sono, sempre, una disamina crudele di quello che siamo e che stiamo vivendo. Ci sono piaciuti, e tanto, Enrico Pandiani e Donato Carrisi (soprattutto Il tribunale delle anime).
Teniamo d’occhio Manuela Giacchetta, Vito Ferro e Vincenza Alfano. Nomi che non diranno niente ai più, ma che promettono bene, a nostro giudizio.

Laura Costantini è nata a Roma nel 1963. Giornalista prima per la carta stampata e oggi per la Rai, ha pubblicato numerosi romanzi (tutti scritti a quattro mani con la sua socia di penna, Loredana Falcone) tra cui “Viole(n)t Red” (Bietti Media 2009), “Fiume pagano” (Historica Edizioni, 2010), “Carne innocente” (Historica Edizioni 2012). Per Las Vegas ha scritto “Il destino attende a Canyon Apache” (2012). Il suo blog.

Loredana Falcone, 1963, è una romana doc da generazioni, nata e cresciuta a Trastevere. Amante della storia, ha pubblicato (in collaborazione con Laura Costantini) numerosi romanzi che mescolano generi diversi con spunti storici, tra cui “La guerra dei sordi” (Maprosti&Lisanti 2008), “Le colpe dei padri” (Historica Edizioni 2008) e i primi due volumi della trilogia giallo/romana, “Fiume pagano” e “Carne innocente” (Historica Edizioni). Per Las Vegas ha scritto “Il destino attende a Canyon Apache” (2012). Il suo blog.

leggi un assaggio del libro

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
Questa voce è stata pubblicata in arte e cultura, autori e libri cult, casi letterari, critica, critica letteraria, cultura, editoria, fiction, Iannozzi Giuseppe, Iannozzi Giuseppe consiglia, interviste, letteratura, libri, narrativa, promo culturale, recensioni, romanzi, società e costume e contrassegnata con , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

4 risposte a Intervista a Laura ZG Costantini e Loredana Falcone Il destino attende a Canyon Apache – Giuseppe Iannozzi

  1. Alemacazz ha detto:

    con in più giusto un pizzico della meticolosità descrittiva di Leonard Elmore.

    Capisco che tu ti firmi Iannozzi Giuseppe, ma perché chiamare prima con il cognome (come a scuola o in caserma) anche il grande Elmore Leonard?

    "Mi piace"

  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Bel nickname, Alemacazz. Azzeccato.

    mi firmo Iannozzi Giuseppe, Giuseppe Iannozzi, Beppe Iannozzi, King Lear, Iannox… e in altri modi ancora, che però a te non dirò.

    Elmore Leonard, o Leonard Elmore: sempre lui è.

    Non mi pare tu abbia osservazioni intelligenti da fare. Peccato!

    iannox

    "Mi piace"

  3. Alemacazz ha detto:

    Bel nickname, Alemacazz. Azzeccato.

    Grazie, anche il tuo.

    Non mi pare tu abbia osservazioni intelligenti da fare. Peccato!

    Mah, insomma, era una curiosità. Ti costa tanto soddisfarla?

    "Mi piace"

  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Mi sa che tu sei uno che ha bisogno di (altre) coccole, ma io le coccole non le faccio più da una lunga pezza.

    Curiosità banale la tua: ho semplicemente preferito anteporre il cognome al nome, ma senza uno specifico perché. O forse perché, per mio personalissimo gusto, senza far riferimento a caserme o altro, amo i cognomi prima e i nomi dopo. Perché? Perché il cognome è più importante del nome.

    Avrei preferito di gran lunga che porgessi delle domande sul libro: di temi mi pare che ne siano stati sollevati parecchi e tutti di grande importanza.

    Com’è il tempo dalle tue parti? Piove anche lì?

    "Mi piace"

I commenti sono chiusi.