Un fantasma su gli Champs-Élysées – Giuseppe Iannozzi

Un fantasma su gli Champs-Élysées

Giuseppe Iannozzi

Champs-Élysées

Champs-Élysées

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angeli_caduti_giuseppe-iannozziAngeli caduti
Beppe Iannozzi
Cicorivolta edizioni
ISBN 978-88- 97424-56-7
pagine: 230
© 2012
prezzo: € 13,00

acquista dall'editore ''Angeli caduti'' di Beppe Iannozzi (Giuseppe Iannozzi)


1ma parte

Quella confusione la ricordava confusa, gioia e dolore si distillavano nella memoria di lei; lampi di casto pudore squarciavano la sua mente. Pioveva, incessantemente. Una coppia abbracciata. Pozzanghere riflettevano un cielo bigio. Lacrime si mischiavano alla pioggia degli amanti a passeggiare; e risa sparse nell’aria, e poi il vuoto d’un’assurda indefinibile sofferenza. Doveva essere successo qualcosa… qualcosa di indefinito.

“Sei tu il mio più dolce rimpianto// nascosto segreto nel cuore d’una rosa rossa;// tu, simile al sangue dell’anima mia straziata,// felice di perdere i petali nel turbinio del vento,// eco della tua lontana anima che alla mia un tempo si fuse,// amor mio.// Tu, il più dolce mistero,// non so però chi io sia.// E di te, anima transfuga,// non so dir se sei oggi buona o cattiva.”

La pioggia camminava accanto alla ragazza su l’avenue des Champs-Élysées.
Place Charles-de-Gaulle, lontana non troppo, adombrata da milioni di lacrime in pioggia, sembrava una cartolina sbiadita di altri tempi, dimenticata in una tasca qualunque, in ogni caso inesitata; e in bocca la dolcezza del poeta francese più amato. L’Arc de Triomphe negli occhi di lei specchiato, i teneri cernecchi biondi bagnati abbandonati sulla pallida fronte, il seno in fiore, tenerezza in mezzo all’indifferenza di Parigi, di una Parigi di fuggitive ombre a correre per cercare riparo in un qualche dove, tranne che in lei, ragazza straniera, ferita non a morte purtroppo. E d’un tratto accorgersi d’esser ormai giunta davanti all’Arc de Triomphe, fissarlo e nell’intimo non provare nessun sentimento, non un senso di nostalgia, non un senso di smarrimento, non un moto di gioia o di dolore: per e in lei c’era soltanto la sua personale ferita, esposta sotto la pioggia, simile a una rosa spogliata dei suoi petali.

Una mano bianca sulla fronte per scostare i capelli ormai fradici, incollati sulla pelle. La ragazza recitava i versi del più amato poeta francese, come una preghiera. Si guardò intorno, e vide se stessa sotto la pioggia tale e quale a un fantasma in mezzo alla gente; e subito si rese conto che la sua ferita non era altro che una forma di invisibilità: per questo solamente era ancora viva, nonostante la pioggia romantica a spogliarla dei suoi teneri petali.
Tutto aveva avuto inizio in maniera inaspettata e tutto era finito in un batter di ciglia.
Si scoprì a recitar poesie senza comprenderne appieno o per nulla il significato. La voce, tiepida, si camuffava in nuvolette di alito nell’aria fredda. Nel dolore che l’accompagnava, la sua identità, persa e solitaria, la incontrava riflessa e distorta in pozzanghere mille volte contaminate dalla fretta di ignoti frettolosi passanti.

“Qualcosa non va, signorina?”
Lo sconosciuto aveva tutta l’aria d’un bohemien: volto trasognato, incorniciato sul mento da una barbetta rossiccia. Era uno dei tanti grigi personaggi d’una Parigi uccisa con arte, d’una città grigia come i suoi abitanti, dove tutti erano dei poeti mancati o al massimo minori.
“La pioggia”, rispose lei in francese.
“La pioggia cade perché qualcuno la possa dipingere.”
Silenzio. Entrambi al riparo sotto l’Arc de Triomphe fissavano l’acqua incanalarsi nei tombini immaginando ognuno i propri sogni infranti.
“La pioggia, bella cosa!”, e così dicendo sospirò. “E’ successo anche a me”, aggiunse lo sconosciuto con tono ambiguo.
“Sì, è così”, rispose la ragazza.
“Lei recitava i versi…”.
“Non me ne ero accorta. Qualche volta mi succede di…”.
L’intorno era diventato ormai grigio, all’inverosimile: solo le sue rugiadose labbra di bambina triste avevano ancora su un timido colore rosa. Uscì da sotto il riparo dell’Arc de Triomphe a raccogliere sul corpo teso ancora un po’ di quella pioggia tanto romantica per il poeta, ma del tutto inutile all’uomo di strada. Parigi era molto più che grigia: il cielo sembrava averla abbracciata col suo sudario. La città non era proprio morta, era in coma profondo, cantata dalle gocce di pioggia a picchiettare su comignoli monumenti e cemento. Il sudario che l’avvolgeva sarebbe presto scomparso; di già, in mezzo alla coltre di nuvole, una lama di luce penetrava il cielo e si rifletteva sui vetri delle macchine e s’infiltrava ladro oltre gli scuri delle finestre.
Il bohemien, pure lui, era uscito a godersi un altro po’ di pioggia: “Finirà presto.”
Non si dissero altro.
La ragazza scivolò via, muta, per la sua strada. Lo sconosciuto la fissò per un attimo, poi pure lui prese la via per un nessun dove recitando quei versi che aveva sentito in bocca alla ragazza.

Camminava lungo Avenue de Wagram: il sole era tornato a risplendere e le pozzanghere riflettevano ora un po’ di luce. Non si sorprese a riconoscersi specchiata in una pozzanghera con il sole a farle da scenografia. Era una sorpresa scoprire che la luce non riusciva a rendere più profonda la sua ferita fantasma, né a cicatrizzarla. Vagolò per un paio di ore senza una mèta, senza a nulla pensare; e fece infine capolino il tramonto, rosso, uguale a un frutto maturo, succoso di pioggia rafferma nelle pozzanghere.
Non aveva idea di dove si trovasse, ma poco se ne curava: ricordava d’aver camminato, d’essersi mischiata alla confusione del Métro, d’esser emersa in superficie per pochi minuti per tornare di nuovo nel suo buio. Per puro casa, in una tasca aveva scoperto una cartina accartocciata della città. Non la consultò.
Il sole ormai calato e lei sola a Place d’Italie, non sapeva altro, non sapeva come avrebbe passato la notte e nemmeno era certa che la notte sarebbe davvero venuta a salutarla con il volto della luna. “Selene!”, biascicò . E subito rise di sé. In un batter di ciglia si scoprì vestita del candore lunare: l’argento era sulla sua pelle.
Un timido starnutire e la notte si dissolse con lei ripiegata in positura embrionale su una panchina. S’era già fatto il mattino: ormai non poteva più procrastinare il ritorno a casa.

Parigi era stata una fuga momentanea, da cinematografo, ché di fughe ne aveva viste parecchie in televisione e tutte romantiche, tutte inevitabili e giuste. Adesso l’aveva fatta anche lei l’esperienza di fuggire: poteva dirsi soddisfatta? No.
Arrivata a Parigi mille nomi si affollarono nella sua mente: Arthur Rimbaud, Paul Verlaine, Stéphane Mallarmé, Victor Hugo, e il più amato, il sommo Jacques Prévert le cui liriche aveva recitato fra le labbra, come preghiere quasi senza rendersene del tutto conto. E Prévert era subito diventato il suo compagno di fuga a Parigi, un compagno simile a un angelo che aveva parlato al suo cuore con voce delicata, invisibile; ma, alla fine, quel compagno finì col diventare litania fra le sue labbra, e allora il poeta si fece da parte lasciando di sé solo la sua musicalità, liriche senza un significato… solo il dolce suono della lingua francese.

Adesso il treno fuggiva verso casa. Ritornare non le sembrava nulla affatto assurdo: ogni fuga che si rispetti, alla fine, deve condurre a casa a dimostrazione che la fuga è stata reale e momentanea, e non un dozzinale “addio per sempre, mondo crudele!”. La ragazza pensava che fosse giusto così. Nel suo intimo però già sapeva che quella prima fuga non sarebbe stata l’unica: ne sarebbero seguite altre e tutte si sarebbero risolte fuggendo nuovamente verso casa.

L’inquietudine: la confusione la ricordava confusa, gioia e dolore si distillavano nella memoria di lei, lampi di casto pudore squarciavano la sua mente, una confusione logica ora che la strada era indirizzata verso i suoi affetti anche se uno, forse il più importante, non avrebbe più fatto parte della sua vita. Si consolò pensando che certe cose possono accadere a tutti, ad adolescenti, a donne e uomini maturi, ad anziani pure.
Cosa le era accaduto?
Era un fattaccio ancora indefinito che non riusciva a spiegare. Avrebbe forse potuto confessare questo fatto dicendolo amore, ma sarebbe stata del tutto onesta con se stessa? Onestà: non aveva mai conosciuto nei suoi diciotto anni una persona completamente onesta con se stessa e con gli altri; eppure, radicata in lei era l’idea non poco chimerica che in un qualche dove doveva pur esserci un santo, una persona che fosse riuscita a comprendere sé e le inquietudini dell’umanità.

Il paesaggio scivolava veloce attraverso i finestrini: quasi non si faceva a tempo d‘impressionare sulla retina dell’occhio le immagini, i paesaggi, i volti sporadici di contadini, di semplici uomini e donne, di madri e bambini in attesa presso piccole stazioni dove il treno che lei ‘viaggiava’ non si sarebbe mai fermato. Lo sferragliare delle ruote sulle rotaie era un dolce quanto inquieto cullare: gli occhi vedevano e non vedevano attraverso i finestrini, un gioco sottile dell’inganno del vedere cose che un momento ci sono e quello susseguente non ci sono già più, gioco che le trasmetteva un’indefinita inquietudine. Per un breve attimo ebbe come l’impressione che tutto in lei si fosse calmato e che il passato non era mai stato; fu un piacere momentaneo, che subito si dissolse al pari d’una leggera droga restituendola alla confusione di sé, a una confusione logica che tutti prende e che lei rifiutava, lei che anelava a un qualcosa di indefinito, alla calma, all’amore… Ma più cercava di fare ordine nell’anima e nella mente, più le cose si facevano arzigogolate.
Smise di guardare fuori dal finestrino e dedicò alcuni brevi istanti di attenzione alla contemplazione della sua cabina. Niente attrasse l’attrasse: era una cabina di seconda classe, di uno scompartimento uguale a tanti altri. Chiuse gli occhi rassicurata dal fatto che era la sola cosa vivente in quello spazio di metallo e tappezzerie di second’ordine. Nessun altro era con lei a considerarla desiderata o molesta compagnia; voleva stare da sola, e il destino o la fortuna vollero che per tutto il viaggio di ritorno verso casa rimanesse da sola.
All’improvviso spalancò gli occhi: essere sola con se stessa non significava che fosse completamente sola… qualcuno la spiava e questo qualcuno era il suo fantasma, il suo amor proprio. In un batter di ciglia comprese che impossibile è riuscire a essere soli, anche quando ci si illude che sia così: sempre c’è un’ombra che ti spia, un qualcuno che è il tuo stesso Io.
Ritornò con la mente alle passeggiate lungo le vie di Parigi: il volto di Prévert, che tempo addietro aveva visto in una fotografia in bianco e nero fra le pagine d’un testo scolastico, si stampò a fuoco nella sua mente. Il poeta taceva: non recitava le sue poesie, si limitava a osservarla con un’espressione vaga che avrebbe potuto significare tutto e nulla allo stesso tempo. Il tempo fuggiva con il treno e con lei, di questo ne era consapevole. In un primo momento provò quasi sgomento nel vedersi davanti la silhouette del poeta, ma accortasi che taceva, il fatto non le arrecò più fastidio. Le sembrò di rammentare che il poeta fosse ateo: lei amava le sue poesie, soprattutto quelle d’amore; tuttavia per quanto amasse le sue poesie, le dava fastidio sapere ch’erano state scritte da un ateo perché lei era credente, sapeva di credere in qualche cosa, anche se così, su due piedi, non avrebbe saputo dire in che chi o cosa credesse. Lei era certa che, da qualche parte, un Dio doveva pur esistere, un essere perfetto, l’Amore.
Si nettò gli occhi dalle cispe del sonno e l’immagine del Prévert in bianco e nero si dissolse dalla mente; e cominciò a riflettere: com’era possibile che un ateo, un poeta per giunta, riuscisse a scrivere degli umani sentimenti? Forse perché era un poeta, uno che gioca con le parole? Una volta qualcuno le raccomandò di non fidarsi mai e in ogni caso dei poeti: che il poeta fosse, per sua natura, un diavolo buono o un povero diavolo e morta lì? Non sapeva spiegarsi il mistero che avvolge la poesia: semplicemente la poesia le era sempre piaciuta, sin da piccola, sin da quando la madre suonava al pianoforte e cantava arie wagneriane; riusciva a cantare con la stessa modulazione di voce, per ore senza stancarsi, e lei, piccina, la ascoltava incantata. La musica era un’altra forma di poesia, così pensava. Le sarebbe piaciuto saper suonare qualche strumento, tuttavia si rese presto conto che non aveva orecchio né una bella voce, così cercò rifugio nei versi, versi che spesse volte recitava solo per il gusto di assaporarne il suono e null’altro, non il significato.
Cominciò ad avvertire un dolore pulsante, leggero, ma di sicuro sintomo d’un’emicrania. Aveva raccolto davvero troppa pioggia addosso e il dolore dentro di sé ancora forgiava pensieri, immagini e ricordi tradotti in fantasmi, fantasmi che rendevano fantasma anche la sua ferita. Non c’era bisogno che sbattesse la testa per comprendere che era punto e da capo. La fuga non aveva risolto niente, anzi aveva peggiorato la sua condizione.
‘Sono malata’, pensò. ‘E non so neanche dire di quale la malattia… e nessuno mi potrà aiutare a capirla se prima non guarisco! Come posso guarire dalla malattia senza aiuto, se l’aiuto lo devo trovare dentro di me? Io posso solo darmi un aiuto malato, una cosa che finirà con il farmi peggiorare…’. Chiuse gli occhi, nuovamente, e scivolò in un profondo sonno senza sogni, mentre, in un imprecisato dove, qualcuno stava sognando di lei tormentandosi nell’orgia delle vuote lenzuola virginali.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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7 risposte a Un fantasma su gli Champs-Élysées – Giuseppe Iannozzi

  1. romanticavany ha detto:

    Hai perfettamente ragione, la realtà, seppur dolorosa, bisogna accettarla.
    Accade che siamo ammalati di noi stessi delle paure che ogni giorno che passa inevitabilmente ti fanno crescere ed è proprio questa maturazione a renderti per certi versi ed in certi momento inquieto/a quasi come se da una parte fossimo frequentati da un io estraneo;può capitare pure di sentirti a disagio anche a casa tua e a comportarsi come se davvero non lo fosse..
    Fortunatamente sono solo momenti e solitamente poi una volta capito il mal vivere facciamo pace con noi stessi.

    Questo racconto è scritto tanto delicatamente, particolareggiato con tanta classe, uno stile che poche volte ti è tuo. Di solito ti piace sfottere il mondo e mettere gli interpreti dei tuoi personaggi in situazioni ambigue e solitamente con un linguaggio forte ed ironico.

    Questo racconto mi sorprende,è ricco di tutto di un romanticismo poetico disarmante compresa la chiusa
    Non è che sei febbricitante?!?!? 😛 😉
    Dolce sera King, so che pensi che ti trascuro, ma è un periodo rompi .
    1 bacetto ♥ vany

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  2. romanticavany ha detto:

    Poi… di questo racconto mi piace l’aria Francese, i poeti e le poesie.
    Non vorrei che ti fossi offeso x quella cavolatina che ho scritto :Non è che sei febbricitante?!?!?
    Conosco perfettamente le tue qualità ..sei uno di quelli iperbravi.
    🙂 😛 😉
    ‘Notte!
    ♥ vany

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  3. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Ti spiego, Bimba Primavera ♥ ♥ ♥
    Questo racconto è stato scritto tanti tanti anni or sono. Avrò avuto 18 anni o forse anche meno, ragion per cui è quel che è, diverso dalle cose che sei oggi abituata a leggere. E’ un racconto lungo, ma l’ho spezzato. E’ questa la prima parte. Non ho ritenuto utile specificare che si tratta della prima parte. E’ un racconto molto lungo, per cui mi prenderaà un po’ di post. Tieni però conto che lo scrissi quando ero quasi uno sbarbatello. 😉 Ecco perché è così diverso dalle cose che scrivo oggi. Non ci sono immagini crude né altro che potrebbe in qualche modo darti fastidio. Quando tanti tanti anni fa lo misi nero su bianco, pensai a una storia d’amore, a qualcosa di assolutamente pulito. E credo sia evidente.
    E’ una storia giovanilistica, di formazione, che, con molto semplicità, racconta la bellezza e i problemi legati al primo amore, a quel primo amore che tanto ci fa sognare e che però non è quasi mai l’amore definitivo, quello che ci accompagnerà per il resto della vita.

    C’è molta delicatezza, seppur lo stile già riflette un po’ di dannunzianesimo. E’ però una storia d’amore, null’altro che una storia d’amore.

    Non sono febbricitante. Solo affamato data l’ora. 😀 😉
    Sono un po’ impegnato, sto divatti lavorando a un nuovo libro, a un saggio, ed è anche per questo motivo che ho tirato fuori dai miei archivi questa storia di tanti anni fa. Non ho difatti molto tempo per scrivere qualche cosa di nuovo. Mi son detto: “Perché no? In fondo proponendo questa storia che ho scritto in giovinezza, farò forse la felicità dei miei quattro lettori manzoniani”. 😉

    Mi par di capire che ti sia piaciuta parecchio la prima parte del racconto. E se vorrai, nei prossimi giorni che metterò online le restanti parti, ti sorprenderai anche a commuoverti leggendomi. 😉

    E sì, tanti tanti anni fa ero un romanticone. 😀
    Beh, lo sono ancora, anche se oggi sono un uomo e non più un ragazzo, capellone e bello.

    Bimba Primavera ♥ ♥ ♥, il bacetto l’ho ricevuto, però io vorrei anche una bella leKKatina. ^__^”’

    orsetto di VaNY

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    La prima parte del racconto è immersa in un’aria tutta francese. Sì sì sì.

    Offeso? AH AH AH
    Bimba Primavera, secondo te mi potrei mai offendere perché mi dici che forse sono un po’ febbricitante? ♥ ♥ ♥
    In tutta sincerità ho preso la cosa come un complimento, quindi non hai proprio motivo alcuno di preoccuparti.
    Mi ha fatto davvero molto piacere che me lo hai detto, perché quel “febbricitante” è detto in una accezione positiva. ♥ ♥ ♥

    Voglio la leKKatina, la leKKatina, Bimba Primavera. ♥ ♥ ♥

    orsetto di VaNY

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  5. Furbylla ha detto:

    in realtà quello che mi sorprende che a 18anni tu avessi già molte capacità che hai ora come la descrizione dei luoghi una descrizione che trasporta e la capacità di descrivere l’animo del tuo personaggio. mi fa piacere sia la prima parte sperando di vedere l’ultima…..(ogni riferimento è puramente casuale ahaha ) Bravo Beppe
    Cinzia

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  6. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Cinzietta, a 18 anni avevo già divorato tante letture, da Hugo a D’Annunzio, all’amatissimo Gogol’, oltreché Tolstoj, Dosto, Dostoevskij, Hesse, Mann, Bulgakov, Strindberg… Cinzietta, non mi far citare tutti gli autori che lessi ieri e che ancor oggi sono punto di riferimento per me. Devo esser sincero, mi sono rovinato poi dopo, leggendo forse un po’ troppi libri ‘invalidi’, di genere, robetta da poco; ma bisogna pur conoscere il proprio nemico per poterlo affrontare. 😉

    Credo che la profondità che c’è in questo racconto sia dovuta al fatto che già in gioventù avevo letto molti più romanzi importanti e fondamentali rispetto a tanti miei coetanei. Quando lo scrissi questo racconto ero nel mio periodo dannunziano, e forse un po’ si nota. 😉

    Non ti preoccupare, arriveranno anche le altre due parti finali del racconto. E’ piuttosto lungo ragion per cui l’ho diviso in tre parti, di cui quella che hai letto è la prima. Non avessi fatto così, non lo avrebbe letto nessuno. AH AH AH

    bacione e grazie infinite, Cinzietta

    beppaccio

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  7. Pingback: Il Nulla materiale (2nda parte) – Giuseppe Iannozzi | Iannozzi Giuseppe aka King Lear

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