Antonio Bux – TRILOGIA DELLO ZERO – Marco Saya edizioni

Antonio Bux

TRILOGIA DELLO ZERO

Marco Saya edizioni

Marco Saya Edizioni

ISBN 978-88-907500-1-4
pp. 351 – € 20,00

acquista dall’editore

trilogia dello zero_antonio buxAutoantologia poetica con interventi critici di: Sebastiano Tommaso Aglieco, Gian Ruggero Manzoni, Alberto Mori, Margherita Ealla, Massimo Barbaro, Guido Caserza, Luigi Abiusi, Diego Conticello, Vera D’Atri, Lidia Riviello.

Antonio Bux (pseudonimo di Fernando Antonio Buccelli) nasce a Foggia il 16 ottobre del 1982. Dopo aver terminato gli studi, coltiva esperienze lavorative in varie città italiane ed estere, ma soprattutto a Firenze e Barcellona, dove risiede dal 2007. Sue poesie sono apparse in numerose antologie e in diverse riviste di poesia sia nazionali che internazionali, dato che molti suoi componimenti sono stati tradotti in spagnolo, francese, inglese, tedesco e serbo. Hanno parlato e commentato positivamente sulla sua poesia molti tra i più importanti autori e riconosciuti critici del settore. Si occupa costantemente di traduzione dallo spagnolo di scrittori e poeti sia iberici sia latinoamericani. Ha curato la traduzione del libro Ventanas a ninguna parte dell’autore spagnolo Javier Vicedo Alós, oltre che a tradurre poesie scelte di autori tra i quali Leopoldo María Panero, Dário Jaramillo, Álvaro García, Antonio Cabrera, Jaime Saenz, Pedro Salinas e tanti altri ancora. È autore del libro Disgrafie (Ed. Oédipus, in fase di pubblicazione). Attualmente sta lavorando a una raccolta di racconti e alle traduzioni di un’antologia di nuove voci della poesia spagnola contemporanea.

Il blog di Antonio Bux: http://antoniobux.wordpress.com/

Poesie tratte da
TRILOGIA DELLO ZERO

I.

Antonio Bux

Antonio Bux

Non c’è nessuno scampo
dal catalogo della carne;

che poi più in basso
nel costato dell’anima

tutto è contenuto, in bilico
appartato nella confusione

in un ritmo spezzato
(tentata anatomia

di un pensiero solido)
caleidoscopio parallelo

da cui si sottrae di per sé
l’assenza e a sé rinviene

dall’atmosfera di un’intesa
l’alchimia del perdono.

II.

Nemmeno qui un ardere della luce.
Eppure servirebbe un ingrandimento
l’accensione della lente nel riflesso
una rovente espunzione del fuoco
magari in un dettaglio della fiamma
la spinta dal basso verso il calore.
E invece restare nelle profondità
-nella macchia sporca d’una conca-
dove la nera pozza bagna la sostanza
in un’oscura bolla si satura -comprime
l’escrescenza gialla della vista- la mura.
Dunque avvistare una scintilla, un fumare
sarebbe l’indipendenza impermeabile al neon
dall’esercito gerarchico dell’energia -l’ermetica
verticale pressione- della temperatura propagarsi
in gradazioni ardenti e rigide -in gas bidimensionali-
e allora si potrebbe innescare quella forza propulsiva
il carburante del rogo, l’intrinseca fisica del bruciore
che distrugge e ricrea, che si ricarica da una pietrina
ma che poi non irradia, defluendo nell’abisso terreno
cedendo all’acqua, alla menzogna liquida del perdono
tutta la combustione del movimento, la rivolta cenere.

III.

Il nostro cammino era già indietro.
Da allora fino ad ora, orma nell’orma
il tempo, l’ombra che sfioriva nei passi.
L’incedere è oggi il respiro svuotato,
l’attraversare di ogni stanza l’uscio
senza sorpresa o devozione, le porte
serrate al manico, le finestre spogliate
trasformare un battito di buio in risveglio.
Ma non siamo più noi, dietro quel vetro.
Tutto è cammino, come allora: noi fermi
e il gesto in avanti, remoto; allo specchio
due volti assottigliarsi, ritornando nulla.

IV.

La cucina è retrocessa a bosco:
nella fauna del frigorifero si osserva
il lento decrescere degli ortaggi, il fondere
degli avanzi con i gas imbottigliati.
E dunque ci si domanda (quando si fa sera
e il buio riaccomoda tutti gli odori)
cosa rimane, al di là della selva fresca
nello specchio rovesciato della gola,
quando si ciba fuori il proprio deserto
lasciato ad essiccare nella flora del rimorso.

V.

Rimanere sempre nelle acque aperte dell’infanzia
servirebbe a mantenere l’onda anomala, il nuoto
contrario della vuota sponda, l’equilibrio dell’abisso;

ma ritorna, dopo il tuffo all’indietro, rinviene a galla
l’anima nella superficie dell’orizzonte senza risacca,
dove un mare spoglio del suo incavo spiaggia l’essere.

VI.

L’acqua è una lente, un primo dettaglio
di principio del movimento: uno slancio
una curvatura di riempimento, la spinta

dell’umido contro il corpo, il taglio d’aria
(come una saturazione del vapore in bolle
o una pressione nella lentezza della terra);

allora diventa l’acqua un passato in cristalli
il cedimento del tempo, la certezza di futuro:
praticamente uno specchio, un rovescio vivo

quindi l’acqua è un potere, la logica del divino
squamandosi sulla pellicola della spirale forma
l’ombra dell’uomo: una legge di gocce nei volti.

VII.

L’eternità è un palpito di sonno.
Si muove in un siero di spavento.
Dura il breve giro di una crescita:
l’allungo, il distacco dal profondo
quando interna smette di pulsare
la fiamma del silenzio, l’ambigua
luce che schiarendo riflette l’ombra
il nodo del trapasso, la corda muta.

VIII.

Si comincia da un sistema diagonale
stretto al margine di un’idea in bilico

(che da un vortice risucchia l’esterno
nella secrezione interiore tende al caos)

passando per l’osservazione del sogno
al significato del cielo facciale; e si arriva
poi a sottrarre dalla somiglianza di un volto
la fresca carne vuotata al futuro, quando
da una membrana del senso, un primitivo
pianeta riforma la gabbia, l’isobara perfetta

al passaggio del corpo cometa, dove la cosmologia
centrale dal ricordo si mappa, si riconsegna all’astro
dell’io per caso -azionando la dura legge del niente-

e dal gorgo riformula un pensiero l’osservatorio
nell’orizzonte saturnino, il lunario del verbo
come dalla diafasia del tempo, l’anticorpo mentale.

IX.

Ché poi, a pensarci bene bene
un muro è sempre una salvezza

quando dall’altra parte ci si aspetta
proiezioni lontane d’eterni vuoti come

altri noi vestiti d’altre ombre: e allora
il gesto del mattone riposto nel nulla

sospinto da altre mani verso la chiusa,
è precisamente come rompere la calce

del ricordo, come cementare la memoria
al discorso collante, quando nell’acqua ragia

si bagna la parola, e nelle fondamenta sabbiose
della solitudine urbana, anche l’altrui casa crolla.

X.

L’obliquo della perimetria orbitale squadra
il pavimento della casa: dove le mattonelle
allora si rigirano, e diventa cucina il bagno
e il bagno la camera da letto, lo storto mosaico
invertito dalla sua abitudine -cede al soffitto-
l’urbano cade nel sogno, cementifica il disegno
-quando per rientrare dentro bisogna aderire
allo sdegno della mobilia- ammuffire in cantina
comprimere lo sguardo nella sedia, impiccarsi
al frigo, appendersi alle stoviglie ad essiccare.

XI.

Lo zero: proprio un uovo trasparente
sbattuto, a fare uno zabaione il giorno

l’anello di congiunzione, buco a legare
tra un aggiungere e la sua negazione;

un occhio bianco sulla pagina osservando
nel moto circolare il limitare d’altri punti

dall’esaurirsi della propria ellisse sorgendo
l’anfora concava di un vuoto sapienziale

nell’ondulare d’una sottile sfera sul foglio:
un’aureola d’inchiostro come protezione.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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3 risposte a Antonio Bux – TRILOGIA DELLO ZERO – Marco Saya edizioni

  1. poesiaoggi ha detto:

    L’ha ribloggato su poesiaoggi.

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  2. tuA ha detto:

    vanno lette in senso metaforico????

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  3. romanticavany ha detto:

    Complimenti Antonio!
    un’avventura poetica che esplora il regno emotivo legato alla fragilità umana, con disagi e inquietudini del nostro vivere.
    Riflessioni espresse in chiave poetica nella consapevolezza che la maturazione del vivere non sempre ti porta a esserlo ci sono ambiguità,sogni,desideri, tentazioni, dubbi, che si radicano nel nostro cuore e spesso si infrangono nella dura realtà facendo involvere i nostri sogni,le nostre aspettative.
    A volte basta fermarsi, non fare nulla, non pensarci tanto prima o poi torna il sereno.
    Buon Pomeriggio!
    ♥ vany

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