I tanti fuochi mai a salve di Pietrangelo Buttafuoco – Vallecchi editore – recensione di Giuseppe Iannozzi

I tanti fuochi mai a salve
di Pietrangelo Buttafuoco

Giuseppe Iannozzi

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Vallecchi editore

Pietrangelo Buttafuoco - Fuochi - Vallecchi editoreSeppur con spirito pirandelliano, una grattugiata di Pan degli Angeli per il Cavaliere ed Eugenio Scalfari non manca, personaggi agli antipodi ma neanche poi più di tanto – entrambi prigionieri dei ruoli da loro stessi scelti e portati avanti con indefessa caparbietà, una caparbietà napoleonica, talvolta buona e altre no.
Fuochi di Pietrangelo Buttafuoco fruga tra le tante miserie e le poche fortune dell’Italia degli italiani mettendo a nudo la dilagante ipocrisia, ignobile virtù uguale tanto a destra quanto a sinistra. Indulgente dunque parlando di Berlusconi: il ritratto che ne fa è di un Don Giovanni bene in arnese, di cui gli italiani sarebbero invidiosi; ma se il Cavaliere è quel che è e non è giustificabile il suo settuagenario machismo – che ben più di uno mette in serio dubbio –, ancor meno giustificabili sono quelle donnine allegre che gli si concedono soppesando con sguardo avido le sue parti basse, per constatare però coi loro propri occhi quanto è gonfio il portafoglio.

Pietrangelo Buttafuoco

Pietrangelo Buttafuoco

Pietrangelo Buttafuoco questo non lo dice, preferisce smorzare i toni intorno a possibili polemiche sulla virilità del Cavaliere, concedendo a questo farfallone una mise dannunziana, nonostante salti presto all’occhio che siamo di fronte a quella che è forse una patacca, a una prostata operata di brutto nell’ormai lontano 1997, per via di un cancro. Nel corso di una intervista concessa a Mario Calabresi (La Repubblica, 23 luglio 2000), il Cavaliere spiega: «Ero convinto di avere un male incurabile. E’ capitato nel maggio 1997, durante la campagna elettorale per le amministrative. […] Ero sul palco, in mezzo alla gente, ma parlavo con la morte nel cuore. La mattina dopo dovevo entrare in sala operatoria, non riuscivo a non pensarci, temevo che il male fosse incurabile. […] Invece, per fortuna, il male era localizzato ed è stato possibile combatterlo. Sono stati mesi da incubo, può immaginare come stavo, però ce l’ho fatta. Sono guarito, sono riuscito ad uscire da questo tunnel, a superare un pericolo di questo genere». E in coda all’intervista concessa spiega: «Ho dato alla mia vita un indirizzo diverso. Dopo la malattia sono tornato a lavorare con maggiore intensità, ma il cambiamento è stato un altro: oggi do meno importanza di un tempo alle cose terrene, ai soldi, alle proprietà. Dopo aver avuto paura di morire ed essere tornato alla vita ho trovato nuove energie. La vita in quei momenti cambia». Buttafuoco preferisce sottolineare che al Cavaliere piace la gnocca e non la gnocca travestita: «questo “dottore” di nome Silvio che non fa penitenza di tutto il bengodi che gli piove addosso e che non porta alcun cilicio, piuttosto il sorriso (come quando, a sera tardi, congedandosi dai carabinieri dice loro: “Beati voi che ve ne andata a casa a dormire, a me adesso mio tocca d’andare a scopare!”) ». E mette pure bene in evidenza che «l’assioma del potere sopra ogni cosa, persino sulle delizie della congiunzione carnale, in lui è ribaltato; sarà che gli piace il piacere al punto di preferire senz’altro il fottere al comandare […]». Le donne non mancano al dottor Berlusconi, soprattutto se, ciecamente, si è disposti a credere alla carta stampata, ai giornali che non mancano mai di riferire agli italioti le sue ultime (presunte) peccaminose conquiste. Ma un conto è ammirare le femminili bellezze, e tutt’altro conto è …!

Un po’ di Pan degli Angeli viene spolverato anche sulla figura di Eugenio Scalfari: ecco dunque che il barbuto Eugenio diventa una sorta di semidio, memoria sensibile dello scibile umano (se non di tutto, di una fin troppa generosa fetta), un morbido Meridiano; Buttafuoco indulge e non nega che una volta anziano suo desiderio sarebbe quello di somigliargli. In ogni caso è Scalfari, intervistato da Buttafuoco, a tessere le sue lodi, a indulgere sul suo passato prolungandosi oltremodo su perché e percome negli anni giovanili fu tra le fila dei giovani fascisti. Scalfari è quello di «una soave moral suasion a colpi di “basterebbe una tua parola”». Ed è anche: «Che meraviglia che è Scalfari! Ha un’età bellissima, l’eleganza del libertino e un punto di vista, il suo, di buio illuminismo con cui il più distaccato dei devoti dell’Himalaya potrebbe trovare bagliori della risata di Krishna». Una volta espulso dal Guf, Eugenio Scalfari non è più fascista; e nasce spontaneo il sospetto che in realtà non lo sia mai stato se non in una pura dimensione godereccia, per quella irruenza che tutti i diciottenni hanno dalla loro e che vivono come superuomini nietzschiani chiamati a dimostrar d’essere al di là del bene e del male.

Pietoso (o meglio, di umana pietas) e impietoso il ritratto che Buttafuoco forgia a tutto favore di Roberto Saviano: «Eppure a Teano, sulla stazione di servizio, ci sono due presenze meritevoli. Sono presenze mute. Sono, infatti, sagome di cartone. […] L’altro, a figura intera, ad altezza d’uomo, è Roberto Saviano. Un effetto niente male questo di Saviano. Stringe fra le mani il tricolore. E se solo Saviano avesse un’altra estetica o, diciamo così un altro look, più consono al tema risorgimentale (anche Cazzullo non starebbe male con un pizzo tipo Spezzaferro), ce lo vedremmo coi baffi, i favoriti e poi con ciocche di capelli patriottici cascanti ad adornare di gloria quell’incarnato invece così sbiancato, tutto rapato, con quella barbetta da Banda Bassotti che però ce lo rivela qual è: la fronte riconorota di Dante Alighieri».

Strali di fuoco anche per Tiziano Terzani: «L’orientalista non si veste da orientale, il latinista non si veste da antico Romano, il grecista non si veste da Aristotele. Con la banalità antioccidentale non si fa orientalismo, ma nobile caricatura, più che orientalisti si fabbricano dei disorientati. […] Uno che fa, uno convinto di essere Dio? Si veste da Dio, cammina con una lampadina in testa per dotarsi d’aureola? Ecco, qualcuno che veste come un dio, ma nessuno si veste da Dio. Forse farebbe ridere». Un po’ difficile dimenticare quel Tiziano Terzani, nato in via Pisana nel quartiere popolare di Monticelli, sulla riva sinistra dell’Arno, che vestiva una tunica bianca quasi uguale a un lenzuolo: fa un certo effetto che ce lo fa rimpiangere quando, negli anni Settanta, sfoggiava un paio di baffi in perfetto stile Magnum P.I., e sotto i baffi la cravatta o più semplicemente il colletto sbottonato di una camicia.

E sotto il fuoco di Buttafuoco anche Oriana Fallaci, nei bei tempi andati (di quand’era giovane e bella e in piena salute) idolo della sinistra, ma subito diventata invisa, oltreché vecchia e brutta, ai radical chic quando nel 2001, per Rizzoli, vide la luce La rabbia e l’orgoglio. Buttafuoco, votato a una destra spirituale saracena e socialista, spara e non a salve contro la fallacia della Fallaci che si fa portabandiera di una destra americanista e vagamente illuministica, cattolica non per convinzione piuttosto per una sua personale convenienza scrittoria: «Chi scrive adora Oriana Fallaci, non fosse altro che per un delizioso tormentone cui la sottoponeva Giuliano Ferrara. Chi scrive era al ‘Foglio’, giornale, ai tempi, con articoli non firmati. Ogni volta che le capitava sotto il suo attento occhio un pezzo appunto anonimo ma di suo gusto, chiedeva a Giuliano: “Chi ha scritto quest’articolo?”. E Ferrara, divertito, piano piano le diceva: “But’, But’, Butta’… Buttafuoco”. E giù urla: “Quello strrronzooo d’un maiaaale!”». E ancora: «Ogni sua intervista era un capitolo della straordinaria avventura di una bellissima ragazza che faceva innamorare i rivoluzionari, i banditi, i tiranni. Se poi la sinistra invecchiando ha fatto di lei il drago vittorioso della destra (con tanto di banchetti di Alleanza nazionale per raccogliere firme in suo sostegno affinché andasse ovunque: senatore a vita, presidente della Repubblica), la destra rimbecillita con la Fallaci ha imparato a urlare un repertorio fino a ieri solo balbettato».

Fabio Fazio è invece «bellezza modesta»: «E su questo ci siamo, perfino molliccia e goffa è la sua immagine, adorna com’è di peli prepuberali». Ma è anche un tipo che al collo si lega cravatte: «Quanto a cravatte, per dire, eguaglia un Gianfranco Fini. E, infine, una certa “casalinga inespressività”. […] Sembra sempre sul punto di porgere lo stantuffo per sturare il lavandino, ma col gesto eroico di chi vuol celare l’affondo di una spada, la famosa Durlindana del culturalismo da pisello piccolo, ma non aggressivo».

Una galleria di personaggi dove Eugenio Scalfari, la cui memoria è lunga e ben lungi dall’esser sorpresa dal rammollimento, ricorda per filo e per segno come si fa il saluto romano: «Il saluto romano si fa in un solo modo. Tanto per cominciare s’avanza a passo marziale, quasi un passo dell’oca, dopo di che si porta il palmo della mano aperta all’altezza degli occhi, ci si irrigidisce e si battono i tacchi. […] Perdevamo mesi e mesi per imparare queste stronzate». Buttafuoco evidenzia che Scalfari «s’impossessò del fascismo dei giovanissimi» e che «avrebbe ricevuto l’encomio da Achille Storace in persona».

I Fuochi di Pietrangelo Buttafuoco non risparmiano nessuno, o quasi (unico neo un po’ troppa indulgenza per il Cavaliere): l’arte del giornalismo trova in Buttafuoco uno dei suoi migliori artigiani. Va da sé che Buttafuoco scatena tante invidie, tra gli addetti culturali e non.

Fuochi – Pietrangelo Buttafuoco – Vallecchi editore – 1ma edizione: nov. 2012 – pag. 234 – Prezzo: € 14,50

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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3 risposte a I tanti fuochi mai a salve di Pietrangelo Buttafuoco – Vallecchi editore – recensione di Giuseppe Iannozzi

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  2. Alessandra Bianchi ha detto:

    Bello.
    Un abbraccio.

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