L’amore con l’ingoio (racconto a luci rosse) – Giuseppe Iannozzi + promo ”Angeli caduti” di Beppe Iannozzi

L’amore con l’ingoio

Giuseppe Iannozzi

Diana

Diana

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angeli_caduti_giuseppe-iannozziAngeli caduti
Beppe Iannozzi
Cicorivolta edizioni
ISBN 978-88- 97424-56-7
pagine: 230
© 2012
prezzo: € 13,00

acquista dall'editore ''Angeli caduti'' di Beppe Iannozzi (Giuseppe Iannozzi)


Prima fu una carezza ed un bacino,
poi si passò decisi sul pompino
e sotto la minaccia del rasoio
fosti costretta al biascico e all’ingoio.
Dicono poi che mentre ritornavi
nel fiume chissà come scivolavi
e lui che non ti volle creder morta
bussò tre volte alla tua porta.
La canzone di Marinella – Fabrizio De André
(versione hard, cantata nel 1975 a La Bussola)

Diana amava starsene da sola: non le piaceva il puzzo della pelle altrui.
Era una persona schietta, quello che pensava te lo diceva in faccia: e per questo nel corso degl’anni s’era fatta ben pochi amici. La comunità non desiderava la sua compagnia e lei la disprezzava.
Non era accaduto niente di particolare nella sua vita, fino a quel momento, perché giustificasse la sua innaturale voglia di solitudine. Però Diana era consapevole che il genere umano al quale apparteneva la faceva vergognare d’avere sangue nelle vene e una vita da portare a termine.
Di famiglia aristocratica, l’infanzia l’aveva passata fra baccellieri e insegnanti privati, tutti ben disposti nei suoi confronti: e lei, già da bambina non aveva mai dimostrato interesse verso la vita affettiva, mai una volta che avesse domandato della madre o del padre. Con una semplicità composta quanto cinica, se un servitore l’accarezzava e poi le domandava dei suoi vetusti, lei fissava il suo interlocutore per metter su una smorfia di disprezzo, dopodiché batteva i tacchi e si ritirava.

Gli anni non l’avevano cambiata d’una virgola: solo la madre, quando Diana divenne un’adolescente piuttosto avvenente, forse troppo per la sua età, provò a parlarle timorosa che la figlia cominciasse a correre dietro ai maschi. Solo allora si rese conto di chi era in realtà quella fanciulla: nei suoi occhi, d’un blu profondo più della notte, non c’era la più pallida scintilla d’amore. Un cinismo primigenio le disegnava le labbra, perfette e turgide: la pelle era al tatto fredda – come corrotta -, come quei marmi michelangioleschi fantastici, sì, ma scevri d’un qualsiasi alito divino di vita. Diana era così, bellissima e inaccessibile a tutti. Con gl’anni s’era formata una cultura invidiabile: intelligente, al di sopra della media, non aveva avuta alcuna difficoltà a imparare dai suoi insegnanti, e quello che loro non le dicevano – perché credevano di poterla proteggere tacendole la verità circa la conoscenza -, lei non aveva faticato a trovarlo da sé tra le pagine gialle della nutrita biblioteca di famiglia.
La casa era grande, abbastanza perché Diana potesse trovare senza problemi un cantuccio dove starsene da sola coi suoi pensieri; in camera sua non trovava quella serenità di cui aveva bisogno. Doveva tenersi lontana dalla servitù, dai familiari: l’amata solitudine la trovava in biblioteca, e quando no, rapiva un libro dagli scaffali e fuggiva in giardino tra le foglie dell’autunno o tra i boccioli della primavera, sotto un grande albero, una quercia che doveva avere almeno tre secoli e che il padre amava quasi più della sua stessa vita. Al riparo sotto le fronde della grande quercia, i suoi occhi si posavano sulle pagine d’un libro: entravano nel mondo di quell’autore, l’anima le veniva rapita, ma era tutt’altro che inconsapevole degli accadimenti nell’intorno.

Rock era un negro, della stessa età di Diana: era il figlio d’una domestica, non aveva nessun particolare talento, non aveva senso del ritmo né gl’interessava farsi notare per quel che si pensava che ogni negro dovesse saper fare meglio dei bianchi. Un tipo piuttosto taciturno, non amava né lavorare né studiare: ben piantato, Rock era un tipo che piaceva alle femmine, e in città si mormorava che avesse soddisfatto più d’una facendole sentire il Paradiso grazie alla sua verga d’Aronne. Era stato a letto con più d’una cheerleader ma anche con donne avviate alla mezz’età: la leggenda vuole che una l’avesse quasi sfondata rischiando di mandarla all’altro mondo per davvero. Tuttavia Rock non parlava: non confermava, stava sulle sue, solo con le donne, quando qualcuno per puro caso lo scorgeva a toccarle si capiva che la bocca e pure la lingua ce l’aveva.
Diana lo intravide che pisciava in un fosso. Gli si avvicinò e lui se ne accorse; però non fece nulla per nasconderlo nella patta, né si diede alla fuga com’era suo solito fare di fronte a qualcuno della famiglia S*.
Diana lo osservò mentre finiva di pisciare, e prima che potesse scrollarselo per bene gliel’aveva già preso in bocca con una velocità e un’abilità che Rock non avrebbe mai sospettato. Glielo succhiò così bene che venne quasi subito; le sborrò in gola e poi in faccia, con un’intensità che non aveva mai provato sino ad allora. Per un momento si sentì quasi svenire tanto fu il piacere che gli corse nel sangue: fu una vera botta, come se gl’avessero sparato in vena una droga potente e letale.
Quando si fu un po’ ripreso, subito cercò Diana, ma lei già si stava allontanando. Provò a chiamarla, ma dalla gola gli uscì soltanto un gorgoglio, vago e indistinto. Diana si portò lontano da Rock incedendo con la solita sicurezza: se un momento prima aveva il membro d’un uomo in bocca, adesso non più, era vuota, non le era rimasto niente, non il piacere non il disgusto. Per lei era come se nulla fosse mai accaduto. L’aveva fatto perché voleva farla quell’esperienza: non c’era altro. Se al posto di Rock ci fosse stata una bestia, un elfo un nano o una qualsiasi altra creatura della fantasia o da bestiario, lei gli avrebbe fatto lo stesso servizio, né più né meno, perché per lei si trattava di fare un’esperienza. In quel momento aveva trovato Rock. Il caso aveva voluto che Rock beneficiasse della bocca di Diana sul suo membro.
Se Diana aveva già dimenticato, Rock no: la carne è fragile più dell’anima e il giovane la voleva ancora. Nelle sue viscere c’era solamente lei adesso. Tuttavia fu tanto furbo da non dire a nessuno di quel che gl’era successo: sarebbe stato uno scandalo, anzi peggio, nessuno gl’avrebbe creduto e sua madre si sarebbe trovata a dover fare i conti con un bel po’ di guai. Per quanto il suo cuore fosse acerbo, abituato alla durezza della vita, non voleva far del male alla sua vecchia. Aveva passato la vita in ginocchio a lustrare i pavimenti dei bianchi ricchi e le loro scarpe: s’era illusa che il figlio un giorno sarebbe diventato qualcuno, aveva risparmiato, gl’aveva dato la migliore istruzione possibile, ma Rock era un semplice negro senza alcun talento. E a un certo punto anche la vecchia l’aveva capito e non l’aveva più tormentato con le sue illusioni: si era solo ingobbita un po’ di più e aveva continuato a sbrigare le mansioni assegnategli nella grande villa, lasciando che il figlio vivesse la sua vita.

Diana con i genitori non ci parlava proprio. Adesso che era una ragazza fatta, a tavola, le rare volte che la famiglia riusciva a stare insieme, regnava il più assoluto silenzio: solo il rumore delle posate e delle mandibole, null’altro turbava l’aria. Diana non si preoccupava di guardare né il padre né la madre: con fin troppa educazione passava da una portata all’altra senza mai lasciare segno d’una sbavatura, e una volta finito di mangiare si congedava con un inchino appena accennato, che comunque nessuno notava. Quella sera a cena gli animi dei due vetusti erano un po’ brilli: i loro occhi s’incrociavano per silenziose scintille. Alla figlia non interessava sapere perché avessero bisticciato: però se guardava gl’occhi della madre e poi quelli del padre, era evidente che l’uomo l’aveva tradita con un’altra e che adesso la donna glielo stava rimproverando con soddisfatta crudeltà, quasi volesse metterlo al muro per dimostrargli che razza di meschino fosse. Non si amavano, questo Diana l’aveva intuito da tempo: se non s’erano separati era solo perché era più grande l’interesse di restare insieme per non intaccare il capitale di famiglia. E anche per non dare scandalo nell’high society. Lasciò la tavola e solo allora i due vecchi cominciarono ad alzare la voce. Nonostante le corna dei suoi vetusti non erano cose per cui provasse interesse, un mezzo cachinno le si disegnò in faccia.

Salì in camera, trovò il letto, vuoto e freddo, e ci si gettò sopra con la pesantezza d’una piuma.

Il giorno dopo Rock la cercò. Lei non si fece trovare; ignorava che qualcuno la stesse cercando, ma soprattutto ignorava che un uomo fosse sulle sue tracce, e proprio in virtù di questo le riuscì di evitarlo senza doversi ingegnare a scappare. La proprietà era grande e uno ci si poteva perdere se solo lo voleva veramente: Diana l’aveva imparato sin da quand’era piccola, conosceva ogni angolo tranquillo e oscuro dove neanche l’ellera osava arrampicarsi su muri e tronchi spezzati. Per quanto la cercasse, Rock non la trovò. Passò una settimana senza rivederla; gl’era proibito frequentare le camere dei bianchi, perché era pur sempre il figlio d’una serva e anche se le Pantere Nere avevano già fatto da tempo il loro dovere, la sua pelle era rimasta nera e quella dei bianchi bianca. Niente di strano. La violenza marxista delle ‘pantere’ era servita solo a dequalificare i negri, anche se alcuni gruppuscoli estremisti, in varie parti del mondo, ne raccolsero l’eredità continuando nel corso degl’anni a portarne avanti l’ideale marxista di liberazione del popolo nero dal dominio dell’uomo bianco. A Rock non interessava: era un nero, non c’era bisogno che qualcuno glielo facesse notare e non c’era nemmeno bisogno che quattro gatti neri glielo ricordassero sparando a destra e a manca, sbattendosi di tanto in tanto una hippy in cerca di avventure pseudo-sociali.

La trovò diverso tempo dopo.
Nel sangue la fregola gli s’era spenta, ma non sino al punto d’averla dimenticata: vedendola di nuovo, il sangue gli balzò alle tempie. Non lo diede a vedere, e fece finta di nulla.
Diana, d’altro canto, pareva non essersi accorta di lui. E lui non voleva farle intendere che lei era la pollastra che gl’interessava. Pur consapevole di non esser bravo a cantare, prese a recitare, sì, a recitare come un mantra, una canzone di Michael Jackson, di cui aveva tutto, anche se piratato. Una vecchia canzone, Dirty Diana. Non era decisamente bravo a cantare, e come rapper era irrimediabilmente sconfitto.
Prima che potesse rendersene conto se la trovò accanto. Muta. E irraggiungibile.
Rock fece per dire qualcosa, ma per la testa gli passavano solo banalità. Alla fine aprì becco, perché… non lo sapeva perché; in ogni caso se fosse rimasto in silenzio era sicuro che lei se ne sarebbe andata senza rivolgergli parola.
“Non è un pederasta…”.
Diana lo fissò un istante nelle palle degli occhi, con malcelato scherno: “Non ho detto che lo è. A me piace la sua voce. Di quello che fa o non fa, a me non interessa.”
“E’ che io ho una brutta voce.”
Diana non gli disse che non era vero: fece solo un cenno col capo, che significava niente. Un cenno e basta, come se ne fanno tanti, senza una ragione precisa.
Rock si dominò: aveva fatto solo in modo d’annoiarla.
I loro mondi erano così distanti: lei intelligente e schiva, lui grezzo e senza talento alcuno. Eppure quel giorno lei gliel’aveva preso in bocca, e non era stato un sogno.
Se solo lo sguardo di lei si fosse abbassato un poco, per un segno d’umiltà, Rock gliel’avrebbe sparato in faccia che oramai non poteva più fare a meno di lei, che l’amava con tutta l’anima e il corpo, che oramai era il suo schiavo. Gliel’avrebbe detto che era pronto a farsi frustare a morte, se era quello che desiderava da lui, purché fosse lei a dargliele le frustate sulla schiena o dovunque lei volesse. A questo punto era arrivato, ben pronto a rinnegare la propria libertà. Perché quando la carne conosce il piacere della carne non c’è libertà offerta o conquistata che valga: solo la carne comanda e ha valore, più dell’amor proprio, più di qualsiasi libertà e bandiera.
Balbettò: “Intendevo solo dire che non è un pederasta. Cioè, è una montatura della stampa. E’ questo che penso.”
Diana voleva ridere, ma non era così divertente: quel ragazzo era troppo impacciato anche per riderne.
“Ti piace.”
“Non in quel senso”, s’affrettò Rock a risponderle. Non era sicuro che fosse quella la risposta giusta da dare! Diana fece finta di niente, e Rock gliene fu grato, così tanto da acquistare un minimo di fiducia in sé stesso, perché se non l’aveva rampognato allora non era del tutto insensibile. Così sperava. Aveva le idee confuse. Però era certo che la voleva, che voleva congiungersi alla sua carne. Era da impazzire. Se gliel’avessero raccontato non ci avrebbe creduto: eppure il confine fra equilibrio mentale e pazzia è davvero sottile, del tutto inesistente se non fosse per un puro scherzo della volontà che illude la mente d’esser lontana dall’immergersi nel Caos che è la follia.
Più che divertente quel cucciolo d’uomo allupato era patetico: le nari gli s’erano gonfiate, il respiro irregolare, visibilmente eccitato. Era uguale a un animale in calore. Diana lo guardava con distratta curiosità: da tempo s’era formata in lei l’idea materialistica che l’uomo fosse solo il frutto del Caso e non di una volontà divina.
“Sei stato con tante donne?”
La domanda lo colse all’improvviso, impreparato. Fece cenno di sì con la testa.
“E anche con delle vecchie, vero?”
Rock non negò.
Diana era davanti a un animale eccitato: niente di speciale. Tutta la sua famiglia era di animali. Il mondo intero contava qualcosa come cinque miliardi di animali. Era normale che qualcuno si eccitasse: gli animali tendono a riprodursi, e pure le scimmie e ogni altro essere vivente. La mèta ultima è sempre la solita, riprodursi.
In cuor suo, Rock pregò di morire dentro al blu degl’occhi di Diana. Se non poteva averla, che almeno gli fosse concesso d’affogare in quel blu.
“Alla gente non piaccio.”
Rock farfugliò qualcosa d’incomprensibile.
“Credi che non sia possibile. E invece non piaccio perché a me la gente non piace.”
Rock ebbe una vertigine di dolore: si sentì le ginocchia molli. Lo stava rifiutando, questo stava facendo?
“A te invece la gente ti ama, le donne soprattutto. Scommetto che sei andato a letto con tutte. Si vede che sei uno che non si pone problemi di sorta.”
Perché gli diceva certe cose, intime, Rock non riusciva a capirlo: si odiò in quel momento per la sua stupidità.
“Ti piacerebbe scoparmi?”
La domanda gli attraversò la testa come una pallottola. Una scarica di adrenalina lo sconvolse. Era bastata la domanda per farlo venire nelle mutande: non riusciva a capacitarsene, ma era accaduto. Lui non aveva fatto niente. Aveva fatto tutto lei, con una domanda, una sola.
“Immagino di sì”, proseguì lei, facendo finta di non essersi accorta di nulla. “Alla gente non piaccio. Però gli uomini mi vorrebbero, per una notte, due anche, purché poi scompaia per sempre dalla loro vita. Quando scendo in paese li vedo i loro sguardi e vedo quelli delle donne che pizzicano i loro uomini. Hanno paura di me. Mi disprezzano, nonostante non abbia fatto niente.” Le piaceva giocare, purché durasse poco il ruolo della femme fatale. Rock era lì, di fronte a lei, come un soldato mandato alla guerra, catturato dai nemici e davanti a un plotone d’esecuzione.
Diana era stanca di vederlo così, e di più era stufa di fare la femmina. Per farla finita, si spogliò davanti a lui, rapidamente, senza pensarci su.
E lui le prese la rossa verginità bevendola con assoluta voluttà, succhiandola dalla sua passera con le sue labbra, quasi ricevesse la comunione.

Non la incontrò più per parecchio tempo.
Venne a sapere che la Signorina era andata lontano, in Inghilterra a studiare.
Ma anche quando furono passati i due previsti anni di lontananza, Diana non fece ritorno.
Rock non aveva dimenticato il suo sapore.
Lo sapeva che era la carne a reclamare la carne, che non era vero amore, non in senso canonico comunque; e però lui, di più, davvero non sapeva dare. Diana, in un modo o nell’altro, c’era rimasta nel suo cuore, con tutto il suo cinismo e la sua bellezza.
In casa S* si parlava poco e quasi mai di Diana: solo una volta, quando i due anni in Inghilterra erano già scaduti, la madre si lasciò sfuggir di bocca che Diana avrebbe fatto un giro in Italia.
Poi non seppe più nulla: la donna, stanca dei tradimenti del marito, aveva chiesto il divorzio.
Mama morì mentre lucidava in ginocchio i pavimenti di casa S*: come un animale. Fu un duro colpo per Rock. L’unica donna che gl’aveva voluto veramente bene era morta e nessuno aveva fatto niente per lei. Gl’avevano riferito che s’era accasciata a terra, che il Signor S* l’aveva vista accasciarsi ma non aveva mosso un dito. L’aveva trovata il personale di servizio quand’era ormai troppo tardi. Avevano chiamato l’ambulanza, ma in ospedale ci arrivò morta. Il padre di Diana l’aveva ammazzata con la sua indifferenza: se avesse avvertito, probabilmente Mama si sarebbe salvata. E invece no, l’aveva lasciata agonizzante sul pavimento e se n’era andato per nulla turbato.
E Rock era soltanto un negro, con nessuna prova in mano; e chi aveva visto non avrebbe parlato. Poteva fare una sola cosa: darle un funerale degno d’una donna che si è amata alla follia senza mai dirglielo se non in un mezzo bisbiglio. Non gliel’aveva detto mai che le voleva bene e ora era troppo tardi, per tutto.
Il funerale gli portò via i pochi soldi che aveva.
Fu la Signora S* a dirgli di rimanere: si sarebbe occupato del giardino.
In realtà a nessuno gliene importava del giardino, né del boschetto, soprattutto dopo che Diana era partita. Era forse quello un modo per tentare di riparare, quello d’una donna vittima d’un marito senza morale.
Rock finì con l’accettare: d’altro canto non è che avesse altre opportunità all’orizzonte.
Avrebbe consumato i suoi giorni in mezzo a quel verde.
Ci pensò su qualche giorno. Alla fine si convinse che una sistemazione migliore non avrebbe potuto trovarla neanche volendo.
La morte di Mama convinse Rock, volente o nolente, che non poteva pensare sempre a lei. Di lei sapeva poco, pressoché nulla: la sapeva in Italia, ma con tutta probabilità aveva lasciato già da un pezzo la latinità per chissà quali mete. La Signora S* non parlava di Diana e il padre non lo si vedeva più in casa. I domestici dicevano che era stato buttato fuori, che oramai non ci sarebbe più rientrato lì, nemmeno con l’avvocato migliore del mondo perché la Signora era amica di certi politici molto influenti e Repubblicani convinti. Alla fine anche l’idea dello scandalo non aveva spaventato più la Signora, evidentemente stremata da quel galletto del marito, dai suoi ripetuti tradimenti.
Un giorno, la Signora S* lo chiamò in camera sua: vestita solo d’una vestaglia che lasciava poco all’immaginazione, gli disse che oramai era cosa fatta: il Signor S* non sarebbe mai più entrato in casa. Rock non ne dubitava: quella donna, volitiva, non mentiva. Solo non capiva perché glielo dicesse, a lui non interessava: Mama era morta e niente avrebbe potuto portarla in vita. Gli disse anche che di Diana non sapeva più nulla da parecchio. La notizia lo fece trasalire. Dopo avergli detto queste cose, la donna lasciò cadere la vestaglia a terra. Rock fu praticamente costretto ad andarci a letto: non era la prima volta che si sbatteva una donna matura. E non sarebbe stata l’ultima. Quella chiavata era il pedaggio che doveva pagare per continuare a fare il giardiniere, l’aveva capito non appena la donna gli si spogliò davanti, veloce, con volgarità, senza pensare a celare quale forte passione le aveva già tutta bagnata la passera.

Trascorsero altri due anni: Michael gli avvocati lo ridussero in bolletta, oramai solo più compilation, finiti i tempi che la gloria lo accompagnava. Non c’erano più applausi per lui, soltanto fischi. Le accuse di pedofilia l’avevano spremuto di tutto, anche dell’energia di cantare. Anche se adesso era ‘bianco come una mozzarella’, nessuno gliel’aveva perdonato d’essere prima di tutto un negro: i negri lo odiavano perché era diventato bianco, i bianchi lo odiavano perché non era un vero bianco.
Rock continuò a vedere la Signora S*: si era sparsa la voce ch’era diventato il suo amante fisso, e Rock non fece nulla per smentire la voce. Era l’amante della Signora.
Se la faceva con rabbia, venendo più e più volte nella sua passera: assomigliava un po’ a Diana, ma non era lei. Quando se la sbatteva faceva finta che quella donna fosse Diana: e così, giorno dopo giorno, penetrandola diede corpo a tutte quelle fantasie che nutriva nell’anima e che avrebbe voluto consumare con la vera Diana. Si dovette accontentare della madre figurandosela come la Diana da lui desiderata. Forse la Signora sospettava qualche cosa, per via del troppo impeto che Rock ci metteva mentre se la scopava; in ogni caso non glielo disse mai che nutriva un sospetto o un dubbio. Alla Signora S*. l’idea di sapere cosa passasse per la testa a Rock la fece diventare ancora più intimamente sporca, vogliosa d’essere penetrata da quel membro che pareva non dovesse esaurirsi mai. Rock glielo dava con voluttà, lasciava che lei glielo prendesse in bocca, e lui non risparmiava la sua verga né per la passera né per l’ano di lei. Con quella donna soddisfò tutte le sue fantasie: perché mentre se la faceva, Rock immaginava di far godere Diana, quella ragazza di cui da troppo tempo non si sapeva più nulla. A forza d’andare a letto con la Signora, finì col dimenticare Diana, il primo pompino che gl’aveva fatto, la deflorazione, e si sentì persino più tranquillo, perlomeno nel corpo. Se la scopava la madre di Diana, non poteva fare diversamente, ma non era più passionale come all’inizio, tutte le fantasie che aveva nutrito – e che erano in realtà destinate a Diana – s’erano consumate. Adesso veniva nella passera di quella donna solo per un riflesso meccanico: però di questo la Signora S* non se ne accorse, impegnata com’era a dar corpo alle sue di fantasie.

Un giorno Diana tornò.
Non era cambiata.
Semplicemente era tornata in quei luoghi che l’avevano vista crescere.
Tutto era rimasto come se lo ricordava: solo il giardino era più curato che in passato.
La madre l’accolse con una freddezza che non si preoccupò di celare.
A Diana bastò guardarla una volta sola negl’occhi per capire che la donna se la faceva con qualcuno e lei era certa di sapere con chi. Quando scorse Rock, che saputo del suo ritorno, era venuto a darle in benvenuto, Diana non ebbe più l’ombra d’un dubbio. Non gli sorrise né promosse qualche segno di fastidio o imbarazzo. Strinse la madre in un abbraccio, poi diede la mano a Rock che gliela strinse con freddezza.
Quando finalmente furono l’una di fronte all’altro, Rock e Diana si lasciarono andare a una breve chiacchierata, fredda, uguale a quella di due vecchi consumati diplomatici.
“Dunque vai a letto con mia madre.”
“Già.”
”E’ brava?”
“Non lo so. Io faccio soltanto il mio dovere.”
”Capisco. Peccato, perché è una donna repressa e molto focosa.”
”Ho pensato a te.”
“Mi hai pensata troppo.”
Rock annuì con la testa: “Ho sbagliato.”
“No.”
“E tu mi hai pensato…?”
“Forse una volta. Non ricordo.”
“Pensi di trattenerti?”
”No, non credo. Mi pare sia tutto a posto. Avevo solo bisogno di attingere alla biblioteca di famiglia e di prendere un po’ di soldi.”
“Sei stata via a lungo.”
“L’Italia è bella. Poi mi sono lasciata andare…”.
Rock non desiderava sapere che cosa potesse significare quel ‘poi mi sono lasciata andare’. Si limitò a stringersi nelle spalle.
“Dovresti andarci in Italia.”
Non avevano più nulla da dirsi.
“Qui non è cambiato nulla.”
“Me ne sono accorta. Ogni angolo è uguale a come l’ho lasciato.”
Si allontanarono, ognuno per la propria strada, di spalle, come due avversari dopo un duello perso da entrambi.
“Credo d’averti amato”, gracchiò Rock.
Diana non si voltò. Si limitò a chiudere gl’occhi blu per un breve istante, poi, altera, riprese a incedere per portarsi lontano, lontano…

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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7 risposte a L’amore con l’ingoio (racconto a luci rosse) – Giuseppe Iannozzi + promo ”Angeli caduti” di Beppe Iannozzi

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  2. furbylla ha detto:

    Credo tutto giri intorno all’incapacità di vivere veramente.,nell’accettare le vere sfide. e un racconto che lascia molto amaro in bocca..
    Ciao Beppe
    cinzia

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  3. annamaria49 ha detto:

    Crudo e amaro: ma la realtà è anche questa. Alla depravazione non c’è limite, l’essere umano sa essere molto cinico!
    un caro saluto
    annamaria

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  4. furbylla ha detto:

    Perchè depravazione ? non la vedo..parlerei di miseria umana magari,di vuoto….di incapacità di “essere.” In fondo a me questi personaggi fanno solo pena. Almeno io la vedo così 🙂
    ciao
    cinzia

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  5. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    No, non è un racconto di depravazione, hai ragione Cinzietta. E’ un racconto sulla miseria umana. Proprio sulla miseria umana.
    In questo racconto tutti i personaggi sono delle vittime, degli sconfitti, non a caso ho citato De André. Sono personaggi che non hanno nessuna possibilità di riuscire né nella vita né nell’amore: fanno tutti parte di un uguale disegno, che loro malgrado si sono scelti per mancanza di coraggio e carattere.

    Beppe

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  6. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    E’ un racconto su alcune persone che hanno tracciato da sé il proprio destino. Siamo di fronte alla povertà umana. A delle vittime di sé stessi. Nessuno vuole veramente emergere dalla propria triste condizione.

    Bacione

    beppe

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  7. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Non è un racconto sulla depravazione. Qui c’è solo la miseria umana. La depravazione è qualcosa di deforme e malvagio. Qui ci sono invece le debolezze umane, nella loro crudezza.

    Un caro saluto a te, Annamaria

    beppe

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