Intervista a Giuseppe Iannozzi a cura della Redazione “I Sognatori” casa editrice per visionari senza voce

Intervista a Giuseppe Iannozzi

a cura della Redazione “I Sognatori”
casa editrice per visionari senza voce

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casa dei sognatori - casa editrice

E’ questa una vecchia intervista che non era più online e che ho ripescato dal mio archivio privatissimo. – [ g.i. ]

Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe

1) Spremi un po’ le meningi, e cerca di ricordare quale è stato il primo libro che tu abbia mai letto in vita tua. Se chiediamo troppo, svelaci almeno il tuo primo amore letterario.

Non devo fare alcuno sforzo: “I misteri del castello” di Walter Scott. Lo lessi in giovane età, e ovviamente non intesi affatto tutti i retroscena politici e culturali d’un romanzo tanto complesso. Poi, a distanza di anni, rileggendolo, oltre quel velo d’arcana magia che il testo suscita nel lettore, ho avuto modo di comprenderlo appieno. Ma leggevo anche parecchi fumetti: però ero molto schizzinoso, io non amavo “Topolino” o “Il corriere dei Piccoli”, io volevo “Linus”, e non era facile trovare le storie dei Penauts, non per me.

2) Le tue prese di posizione sono sempre piuttosto nette. E nel tuo blog hai dichiarato più volte che gli scrittori italiani contemporanei, a parte rare eccezioni, non sanno reggere la penna in mano. Diamo un nome e un cognome alle “rare eccezioni”, allora.

Questo punto l’ho battuto più e più volte, senza mai cambiare idea, più cocciuto di Gesù Cristo, pur non anelando a una pazzia uguale alla sua, che mi definisca una volta per sempre in croce sul Golgota. Comunque. E’ risaputo, i nomi li ho fatti, li dico nuovamente: Umberto Eco, Aldo Busi, Sebastiano Vassalli. Questi tre scrittori contemporanei, a mio avviso, sono quelli che sanno scrivere, che sanno raccontare veramente una storia senza scadere mai nella banalità della retorica. Hanno stile, hanno storie e memorie da raccontare in maniera sempre originale.
C’è poi un corollario di scrittori, per così dire minori, minori perché meno geniali o perché contenti di scegliere un mercato modaiolo: potrei citare qualche nome, ma non servirebbe. Sin tanto che si andrà incontro alle fasi, anzi agli assestamenti modaioli, gli scrittori italiani saranno destinati a morire nel tempo che si sono scelto, quello della moda: venderanno, certo, nell’immediato però, dopo sarà il buio totale così come è già giustamente accaduto per centinaia prima di loro nel secolo appena passato. Bisogna saper scrivere soprattutto per i posteri, scrivere per sé stessi o per un puro ritorno in danè non farà degli autori di oggi – che sono tanti – quelli di domani. In verità ho scoperto l’acqua calda, così è; però sembra che la più parte degli scrittori moderni abbia solo voglia di accontentare il mercato e il pubblico. Non è poi un problema: domani avremo meno libri validi da ricordare.

3) Accosta questi cinque aggettivi ad altrettanti scrittori: geniale, sopravvalutato, palloso, acuto, promettente.

Non credo che un aggettivo possa descrivere in toto uno scrittore: però posso dire che tutti, nessuno escluso, sono permalosi all’ennesimo grado, tutti credono d’essere Dio e la Letteratura. Comunque. Uno scrittore a cui associare l’aggettivo geniale, or come ora, non esiste. Nemmeno uno dei tre da me citati come rare eccezioni.
Sopravvalutato: Nicolò Ammaniti, ma di scrittori così, come lui, ce ne sono a iosa; in genere, direi che Simona Vinci così come Ammaniti ed Enrico Brizzi sono tra gli scrittori più sopravvalutati e che maggiori danni hanno portato alla lingua italiana.
Un solo autore palloso? Tutti gli scrittori di thriller e di gialli, in genere: quando leggo che il caso il loro ispettore lo risolve nel giro di due, tre… giorni, una settimana o un mese, quando nella realtà un “caso” non si risolve se non nel giro di anni e se si è molto fortunati, a me cadono letteralmente le braccia e qualcos’altro anche. Per questo trovo che, in genere, thrilleristi e giallisti siano mortalmente pallosi.
Acuto: Diego Cugia, con Jack Folla, con questo personaggio ha messo in evidenza il grandissimo marciume che c’è in Italia. Sono analisi acute quelle di Diego Cugia, analisi così tanto acute che fanno male, tanto alla Destra quanto alla Sinistra e al Centro e ai Radicali.
Uno scrittore promettente, nel momento in cui lo incontrerò, bene: oggi di scrivani promettenti tantissimi, e occupano spazio in libreria e non solo. Ma uno solo che si possa dire a pieno titolo scrittore e per di più promettente, quindi destinato al futuro, assolutamente no, non c’è.

4) Senza far scivolare l’intervista nei territori della psicanalisi, vorremmo chiederti se c’è un ricordo, impresso nella tua memoria, indissolubilmente legato al mondo dei libri.

No. Non vedo perché.
I libri li scrivono gli uomini.
Ho dei ricordi legati indissolubilmente a delle persone.
Ma con il tempo e la vecchiaia tendo a dimenticare: la memoria è selettiva, e quando è piena di dati inutili deve far pulizia e quindi sceglie di cestinare determinati ricordi e persone, perciò anche libri e autori che li hanno scritti.
Se di un libro non ricordo che è stato scritto, per me vale il metro di giudizio che, evidentemente, doveva essere una schifezza.

5) La Fallaci sosteneva che i critici andrebbero snobbati, se non altro perché ogni critico è fondamentalmente uno scrittore frustrato. Concordi?

Oriana Fallaci – e parlo dell’ultima Fallaci, quella più estremista – era diventata per me, come per altri, un avversario, temibile. Si poteva non concordare con le sue prese di posizione, però le devo riconoscere che aveva carattere. In una certa misura chiunque oggi scriva è uno scrittore frustrato, anche se non ha mai pubblicato alcunché e nemmeno ha intenzione di pubblicare. Ma più frustrati sono quegli scrittori, più o meno affermati, che la critica stronca: significa poco o nulla pubblicare per un grande editore, se poi il pubblico non legge e la critica stronca il romanzo appena uscito. Si pensa che i critici, o sedicenti tali, si divertano a stroncare: non è cosi, perlomeno per quei pochi critici che i libri li leggono dalla prima all’ultima pagina. Il più delle volte, leggere un nuovo romanzo è un’autentica tortura: escono tanti romanzi nell’arco di un anno, diciamo che su cento forse uno o due sono buoni, cioè leggibili, il che non significa affatto che rimarranno nella storia della Letteratura; molto più semplicemente si faranno ricordare per una stagione modaiola, e poi l’oblio. Per uno scrittore affermato sapere che il proprio lavoro non vende e che non è tenuto da conto dalla critica è frustrante. Scrittori che credevano d’essere l’Olimpo, si trovano a guardare pile e pile di libri invenduti: conta poco o nulla che il libro sia stato pubblicato da Mondadori, ad esempio, e che tre o quattro amici ne abbiamo detto tutto il bene possibile mentendo. Tuttavia lo scrittore affermato – solo perché sotto contratto con un grande editore – preferisce di gran lunga una critica falsa, che magari gli farà vendere una o due copie in più prima del macero, a una critica sincera.
Chi scrive ed è un critico, sì, sono d’accordo con Oriana Fallaci, potenzialmente è uno scrittore frustrato. E con ciò non sto insinuando che potrebbe essere un bravo scrittore oltreché un critico – più o meno valido. Non sono invece d’accordo sul fatto che i critici andrebbero snobbati: solo alcuni, quelli che tessono lodi di qualunque libro gli passi fra le mani. Simili critici sono da evitare come la peste. Un critico è anche un essere umano, può sbagliare: però ce ne sono di buoni e di meno buoni. I meno buoni sono quelli che tutto è bello, che sono naturalmente machiavellici (o diplomatici); i buoni si contano sulla punta delle dita e non guardano in faccia nessuno e quando è il caso di stroncare stroncano, senza badare all’altisonante nome dell’autore né a quello dell’editore.

6) Riesci a porti in maniera sia oggettiva che soggettiva nei confronti di un’opera letteraria? Per intenderci: c’è un libro che non sopporti ma che ritieni oggettivamente valido?

Non c’è avanguardia nelle librerie, a parte vecchi nomi che resistono con la loro presenza solo perché in passato avevano un nome d’avanguardia – che tirava o che attirava un certo tipo di pubblico.
Dominano i libri “facili”, quindi gialli e thriller e noir, perlopiù scritti male, velocemente, per il mercato, e che vivono il tempo d’una stagione: libri mordi & fuggi. E ovviamente qualche libretto erotico e horror. Durano pure loro dodici mesi al massimo, forse un pochetto di più. Sono questi quelli che vendono di più nell’arco di un anno. I classici vendono ma nel corso di anni e anni, tranne quando (come) allegati ai giornali. In libreria un classico vende ancora, ma l’investimento è in un periodo di tot anni, non per l’immediato.
L’arte è diventata al cento per cento un prodotto: ciò spiega, almeno in parte, perché i libri che oggi vanno funzionano per un arco di tempo determinato, e dopo non più. Un libro è come un capo di vestiario portato in passerella: quando la moda lo impone al pubblico, il pubblico se lo prende anche se la qualità non c’è. Anzi, non gl’interessa proprio la qualità del prodotto, l’importante è che faccia tendenza e basta. Però una volta che la stagione di una determinata moda è esaurita, il libro – che può essere un giallo storico, un thriller, un noir – non vende più. Il libro è un prodotto, oggi più che mai: non c’è cura nel prodotto, tant’è che le edizioni di oggi abbondano sempre più di refusi micidiali, per non dire poi degli autori che tirano su storie sfilacciate, perché tanto lo sanno che sono storie destinate a essere consumate in un solo e preciso arco di tempo, quello della moda. In definitiva non sopporto tutti quei libretti che oggi escono per andare incontro a esigenze meramente commerciali. Parlare oggi di opere letterarie mi pare una bestemmia: gli autori contemporanei che contano, che sanno scrivere, li ho già detti. Gli altri, tutti, per quanto mi riguarda mettono sul mercato libri buoni per una giornata sotto l’ombrellone o sotto le coperte (quando l’inverno morde le chiappe).
Se un libro non lo sopporto, non lo ritengo valido né oggettivamente né soggettivamente, in generale. Ma: dei libri di Gianpaolo Pansa non condivido in toto le idee, però sono scritti bene e mostrano un altro lato della Resistenza. Stesso discorso per molti libri di Oriana Fallaci.

7) Hai mal digerito la sovraesposizione mediatica cui è stato sottoposto Saviano col suo libro sulla camorra, ricordando al contempo (attraverso l’intervista di Francesca Ferrara) il valore di saggisti meno celebrati come Amato, De Stefano e Sales. Ma la storiografia letteraria è piena di precursori ingiustamente finiti nel dimenticatoio. Puoi citarci tu qualche caso, tra quelli che ritieni più clamorosi?

Roberto Saviano ha scritto essenzialmente un romanzo che è per metà mera fiction e per l’altra metà basato su cronache e fatti reali. “Gomorra” parla anche di Napoli. Non fosse stato per gli atteggiamenti provocatori di Roberto Saviano, non fosse stato che “Gomorra” l’ha pubblicato un editore come Mondadori, non fosse stato che sedicenti intellettuali (!) si siano stretti attorno a Saviano per promuoverne il lavoro con un battage scimmiesco, con tutta probabilità “Gomorra” non sarebbe stato degnato d’un solo sguardo da parte della critica né dal pubblico. Più che di “Gomorra” si dovrebbe parlare della pubblicizzazione scimmiesca che è stata fatta per quello che in definitiva è un libro fra tanti. Io sono la persona meno autorevole per parlare della realtà di Napoli: altri più preparati di me lo sanno fare meglio, con cognizione di causa, anche se il loro lavoro rimane nell’ombra. Ma sono proprio queste persone che stanno nell’ombra che combattono veramente la Camorra, e non un Roberto Saviano che s’improvvisa sceriffo di Napoli con le sue spacconerie. Personalmente gli atteggiamenti ‘da duro’ di Saviano non li ho mai digeriti: se la Camorra l’ha preso di mira è proprio per questi, poi anche per il libro. Il libro è una conseguenza. Adesso ai contribuenti gli tocca di pagare anche la scorta a Roberto Saviano: siamo proprio nella terra dei cachi. Non dimentichiamoci poi che Napoli non è la città del malaffare italiano: tante sono le città a rischio, dove pur non essendoci la Camorra, ci sono altri problemi, forse più grandi e pericolosi, basti pensare a Palermo, a Milano, a Catania, a Torino, a Roma, alla Sardegna. Ogni regione ha i suoi problemi, i suoi punti nevralgici: storicamente parlando, l’Italia è sempre stata una terra ricca di contraddizioni e di fermenti razzisti, non è altrimenti spiegabile perché oggi una parte del Nord chieda una scissione da Roma e dal Sud.
Ha fatto molto bene la collega Francesca Ferrara a parlare, e a far parlare, chi Napoli la conosce e la vive giorno dopo giorno: se c’è del malessere a Napoli – e non lo metto affatto in dubbio, purtroppo la cronaca nera è ricca di morti ammazzati – questo malessere dev’essere evidenziato da un coro di voci, e non semplicemente da uno sceriffo, che ora è sotto scorta, che è diventato un pericolo per sé stesso e per chi gli sta accanto. Le spacconerie che hanno visto protagonista Saviano non le ho digerite: spero ci sia il buonsenso da parti di molti Italiani di dire un secco “no” alla spacconeria, in ogni senso. Non è così che si combatte. Così si creano soltanto i precedenti affinché, in futuro, un altro possa gridare a squarciagola, per farsi un po’ di macabra pubblicità e poi finire o vittima o sotto scorta a spese dei contribuenti, quindi dello Stato Italiano.
Rimane che di “Gomorra” se ne è parlato troppo, citandolo a sproposito con il chiaro proposito di portargli pubblicità gratuita. Come ho già detto, “Gomorra” è un libro, nient’altro: scritto bene, ma niente per cui esaltarsi. Se la gente è disposta a farsi drogare il cervello la mente e l’anima dal battage pubblicitario, da uno sceriffo con la penna sotto scorta, nessuno glielo può impedire: sino a prova contraria siamo ancora in un Paese libero, in una Democrazia. Questa mia risposta rimane così, in sospeso, o per meglio dire aperta… perché sarebbe giusto, interessante che la completasse chi ha una vera competenza di territorio e non uno come me che sa per sentito dire, perché ha letto due o tre libri. Per parlare di una realtà, questa realtà occorre che sia vissuta sulla propria pelle: se l’esperienza si limita a “quello che si è letto sui libri”, allora non è esperienza… al limite ci sono soltanto delle chiacchiere buone per un caffè al bar con gli amici di turno.

8) Che senso ha, oggi, dedicare corpo e anima ai libri, in un mondo sempre più dominato da altri tipi (quasi sempre insulsi) di intrattenimento?

Ogni tempo storico ha avuto i suoi propri intrattenimenti, a volte insulsi, altre no.
Oggi la spettacolarizzazione mediatica che si fa degli intrattenimenti li rende maggiormente invisi, soprattutto agli intellettuali, o a quanti si dicono tali. In verità, a storcere il naso perché la gente vuole anche degli intrattenimenti frivoli sono i baccellieri di stampo oxfordiano e non gli intellettuali che guardano al mondo, giorno dopo giorno, con rinnovato interesse. Per dirla tutta: posso credere – e lo credo – che un videogame allena la mente e mi dà anche un ritorno culturale; però quello a cui non credo è che stando attaccato davanti alla Playstation tutto il giorno, o davanti alla tivù a guardare cartoon, possa fare di me una persona inserita nella società. Tutt’al più una vita così, day after day, farà di me un pazzo o un misantropo nella migliore delle ipotesi, o usando un neologismo, un flippato. Altresì non credo che leggere sempre, quasi che la lettura e la scrittura siano una missione divina, possa fare di una qualsiasi persona un individuo più intelligente o migliore rispetto a uno che in tutta la sua vita ha letto un solo libro. Una vita consacrata alla sola arte della scrittura, alla lunga, anche nel soggetto più sano di mente, produce delle turbe maniaco-depressive. Trovo che non ci sia differenza fra uno che passa tutta la sua giornata a leggere e uno che invece davanti alla Playstation: la vera cultura viene da un pluralismo di interessi, cazzeggio incluso.
Ha dunque un senso dedicarsi ai libri, in maniera da non sacrificare la propria vita sociale. Ciò che mi dispiace è che oggi si tende a dar forma e corpo a degli estremismi, così il gioco è solamente gioco, la lettura è solamente lettura, la scrittura è solamente scrittura… Non esiste equilibrio in ciò che si fa, né negli ideali che intellettuali e scrittori portano avanti: per dirla tutta, mettere sullo stesso piano W. Amadeus Mozart e Jimi Hendrix è un azzardo pericoloso, non dico del tutto illogico però. Anzi, per certi versi, geniale ma pur sempre pericoloso: quindi spero che chi adopra oggi questi azzardi li sappia poi col tempo bilanciare, altrimenti le classi proletarie – ma anche quelle borghesi e degli intellettuali puri – finiranno con la testa in un gran Caos, o meglio ancora: si troveranno (come) a vivere dentro a una condizione di demenza senile precoce.
I presunti bestseller sono quei libri di cui si parla e per cui ci s’inalbera non poco: prova a dire che, ad esempio, l’ultimo lavoro di Tizio fa schifo. E qualcuno, poco ma sicuro, azzannerà alla gola il critico finché non ci sarà più in lui una sola goccia di sangue.
Se invece dico: Emily Dickinson a me mi fa un po’ tanto schifo, anzi a mio avviso si nutriva solo di fantasie onanistiche, vuoi vedere che non gliene frega un’emerita mazza a nessuno?
Ne consegue che per poter parlare di Letteratura, bisogna parlare anche dei bestseller. Poniamo il caso che Tizio abbia pubblicato un nuovo romanzo, operando i dovuti paragoni con chi prima di Tizio ha trattato lo stesso argomento in un contesto letterario, magari mi scapperà di citare, che so, Vasco Pratolini e Leonardo Sciascia, e sarò così costretto a parlare anche di Letteratura con la L maiuscola.
Non è mica colpa mia se un libro oggi c’è e domani non c’è già più, e nessuno più se lo ricorda! I romanzi, prendiamone coscienza, oggi, perlopiù sono studiati a tavolino, dagli scrittori stessi o dai loro ghostwriter, perché il mercato vuole libri freschi, leggibili in poco tempo, possibilmente fintamente impegnati e rivoluzionari (rivoluzionari in una declinazione politica)… Purché prevalga “che dev’essere per finta”: oggi, non che esista un Pier Paolo Pasolini o un Giuseppe Tomasi di Lampedusa, oggi dicevo autori così verrebbero cassati inesorabilmente dal mercato editoriale. Non a caso “Il Gattopardo” fu respinto, e si parla di 50 anni fa più o meno. Figuriamoci oggi: a quel pazzo che osasse scrivere così, un Capolavoro del genere, gli direbbero “pazzo” e “incapace”. E poi: “Che tu te non l’hai capito che devi parlare come magni e scrivere i trilleri che altrimenti non te se caga nisciuno? Ma a squola che v’hanno insegnato, a fare i ceci lessi o a scrivere ‘Come Dio comanda’?” Allora non stupiamoci se si parla di presunti bestseller: bestseller solo per il venduto nell’arco di un anno, non perché siano libri resistenti, di quelli che fra vent’anni saranno ancora floridi e vivi, necessari tanto ai lettori quanto agli editori.
Effettivamente avrebbe molto più senso zappare la terra e scopare, insomma metter su casa: un orto, una moglie, un paio di marmocchi, e aria pulita. Bisognerebbe tornare in campagna e dimenticare le lettere, la bella calligrafia, la grammatica, la letteratura. Sarebbe meglio tornare a fare delle belle X al posto della propria firma.
O si può scegliere di continuare a fare i buffoni, o al limite gli equilibristi e i mangiatori di coltelli e penne e calamai.

9) Le donne che hai sedotto e abbandonato, dietro soffiata di Giulio Mozzi, stanno per appiccare fuoco alla tua dimora, e tu puoi salvare solo cinque libri tra quelli presenti nella tua personale biblioteca. Su quali volumi cadrebbe istintivamente la tua scelta?

Giulio Mozzi ce l’ha su con me perché è basso, di statura intendo: penso che non superi il metro e sessanta, con i tacchi forse arriva a 1 e 65. Non penso proprio che Giulio abbia così tanto sex appeal da riuscire a convincere delle donne a dar fuoco a casa mia. Ma quand’anche riuscisse a rimediare una vecchia strega o una donna a ore disposte a fare questo sporco lavoro, non ho dubbi, salverei l’Iliade e l’Odissea di Omero, l’Eneide di Virgilio, El ingenioso hidalgo don Quijote de la Mancha di Miguel Cervantes e il Decamerone di Giovanni Boccaccio.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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7 risposte a Intervista a Giuseppe Iannozzi a cura della Redazione “I Sognatori” casa editrice per visionari senza voce

  1. Felice Muolo ha detto:

    Quando sali in cattedra sei inflessibile e incorruttibile. Neanche Mozzi risparmi. Ma perché ce l’ha con te? O ce l’hai con lui? Ottima intervista, comunque.

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Così dovrebbe essere un critico.
    Non sono un marchettaro, tutto qui. Lo fossi stato, caro Felice, ti assicuro che oggi sarei arrivato chissà dove. Ma non esiste che mi venda: un venduto è poi solo un venduto, uno che oggi c’è e domani non c’è più. Ce ne sono fin troppi di venduti, in ambito editoriale e non.

    Mi è stata posta una domanda ed ho risposto.
    Non ce l’ho con Giulio. Figurati. Non condivido praticamente niente di quello che dice, né condivido le sue idee e gusti in fatto di libri etc. etc. Siamo proprio agli antipodi.

    Se lui ce l’abbia con me, non ti so rispondere. Io non ce l’ho con lui: semplicemente non condivido le sue idee, su tutti i fronti, letterari e non.

    Grazie, caro Felice.

    beppe

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  3. Felice Muolo ha detto:

    Oggi come oggi sei una voce nel deserto. O un’oasi.

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  4. RosaOscura ha detto:

    Beh, Cervantes lo salverei anch’io!

    Giusto per curiosità, a quanto tempo fa risale l’intervista?

    P.s: Io a zappare la terra ci sono già da tre anni. Mi ero portata avanti!

    Un bacione caro Beppe

    Giò

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  5. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Usi immagini forse un po’ troppo felici. 😉 Io direi che per molti sono l’inferno che non vorrebbero avere proprio fra i piedi. Eh Eh Eh

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  6. furbylla ha detto:

    Sei tu. non poteva essere diversamente.
    buongiorno
    cinzia

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  7. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Certo che sono io. Il mio “IO” migliore, quello che non si piega e che non si spezza neanche. Insomma, meglio di Rambo. 😉

    beppaccio 4ever

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