Alla Fine. Un racconto di Giuseppe Iannozzi

Alla Fine

Giuseppe Iannozzi

incidente stradale

incidente stradale


angeli_caduti_giuseppe-iannozziAngeli caduti
Beppe Iannozzi
Cicorivolta edizioni
ISBN 978-88- 97424-56-7
pagine: 230
© 2012
prezzo: € 13,00

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Quando tiri le cuoia, di te non gliene frega più niente a nessuno.
I medici rassicurano i familiari che s’è fatto tutto il possibile, poi una stretta di mano sudaticcia, e lacrime; e crisi isteriche, più di una ma da una sola donna, che può essere o la genitrice o l’amante.
O più spesso un’unica crisi isterica dal silenzio e nessuno intorno.
Capita. Non è però così brutto come chi rimasto in vita dice che sia: la morte è soltanto un non esistere, niente coscienza di sé né conoscenza da assorbire. Avete presente quando si fulmina una lampadina? La morte è la stessa cosa: un filo di tungsteno, incandescente, attraversato dall’elettricità, che fa luce; poi uno sbalzo di corrente, il filo si spezza, la luce se ne va, il filo pende inerte dentro la polla della lampadina. Non ci credi: provi l’interruttore più e più volte su on e off, ma il buio regna là dove un momento prima c’era una luce da quaranta candele o anche da settanta, o in rari casi da cento. Ma cento candele sono tante, tante assai. Non resta che da svitare la lampadina. Domani si vedrà, una nuova; e la vecchia finisce in frantumi, nel cestino dei rifiuti.
E’ facile far luce, e altrettanto facile è diventare parte integrante del buio, una lampadina fulminata.

Ti mettono in una specie di cassa da morto, solo che è nera e senza fronzoli: sembra una cosa uscita da un filmaccio di fantascienza, una capsula per l’ibernazione; invece è una scatola di ferro, scomoda. Ti mettono lì dentro, chiudono, poi ti portano via e sei già in un freddo obitorio: ma a te non te ne frega più niente, né hai paura, semplicemente è finita. Quando stavi morendo, l’ano ti si è stretto, perché non volevi andartene, hai cercato di fare i pugni, di stringere i denti: niente, alla fine solo un goccio di urina gialla e sporca, e poi un rilassamento dell’ano, ma non esce la merda, però arriva quasi a vedere la luce, la fine dell’intestino. La morte è sporca, puzzolente, un corpo che da caldo si fa freddo: due giorni e chi ti conosceva non ti riconosce più, dopo sette giorni appena della persona che eri rimane una cosa patetica. Le lampadine sono di tungsteno e vetro perlopiù: quando smettono di far luce, finiscono tra i rifiuti, e loro non puzzano, è tutto il resto che le seppellisce in un olezzo nauseabondo.

Il camion ha preso in pieno la mia Cinquecento: quel figlio di puttana era ubriaco, è sempre così.
Quando sono arrivato in ospedale ero già mezzo dissanguato.
Ci hanno provato a ricucirmi, a non farmi uscire il cervello dal cranio.
Non è servito: sforzi vani.
Alla fine hanno messo sulla faccia maciullata un lenzuolo bianco, niente di speciale, semplicemente una cosa ruvida, meno d’un sudario.
Nessun olio o profumo.
La morte non ha una coscienza per il cadavere e non ne ha nemmeno una per sé.
Niente che ti faccia ridere o commuovere come in un film di Tim Burton.

* * *

Non era una cattiva ragazza. Non era buona. Era.
Beveva come una spugna: a trentacinque anni era già piena di vene varicose.
Aveva la faccia ridotta male, quella d’un boxeur: i capillari tutti rotti.
Quando non aveva alcol in circolo, tremava, sudava, più isterica d’una tigre in gabbia. C’era poco da scherzare con Anna.
Aveva sempre la fronte lucida di sudore: colpa dell’alcol. Ma se non si sbronzava era peggio, più d’un drogato perso senza metadone.
Non aveva mai pensato di smettere.
Diceva sempre che non sarebbe cambiato niente smettendo, quindi tanto valeva continuare a ubriacarsi e dimenticare.
Le chiedevo: “Che dovresti dimenticare?”
Mi rispondeva tacendo.
Suppongo volesse dimenticare di esistere.
M’ero messo con Anna non per pietà né per provare come si sta a stare insieme a una pazza. Con lei ci stavo perché per pochi spicci me lo dava: solamente amore anale per me. E Anna era una delle poche donne che se lo prendevano tutto senza alzare lagne al cielo. Le venivo dentro, poi uscivo: non la toccavo, mi concentravo solo sulle natiche, il resto di lei non m’interessava.
Divenne il mio buco da riempire, dopo una dura giornata di lavoro e una paga da schifo.
Divenne la mia donna. Cominciai a portarle una bottiglia di whisky, lei la prendeva, ci si attaccava, e io glielo sbattevo dentro mentre lei continuava a bere tranquillamente dal collo della bottiglia.
Ero certo che l’avrei trovata morta un giorno.
Era una spugna, non ho mai visto qualcuno con tanto alcol in corpo.
Da giovane doveva esser stata bella: ne aveva trentacinque ma ne dimostrava cinquanta e passa.
Era alta, l’alcol non la piegava. Da giovane doveva essere un gran bel tocco di femmina.
Un vero spreco.
Era meglio che ne approfittassi, o l’avrebbe fatto un altro: non c’era da farsi masturbazioni mentali. A lei andava bene e finché mi dava quello che volevo una bottiglia gliel’avrei trovata.
Non le volevo bene.
Lei, del resto, non ne voleva a me.
Il fatto è che avevamo bisogno l’uno dell’altra. E non potevamo fare niente per cambiare questa situazione.

* * *

Non so: Anna a quest’ora si starà sbronzando come al solito. O forse no.
Non ha soldi da parte e di fare la puttana non le piace. La dà, o lo dà via per una bottiglia, ma solo se… solo se… ha la sua morale, diciamo così.
Volendo te lo succhia anche l’uccello: però ha l’alito di alcol, e quando te lo prende in bocca il glande ti brucia da impazzire.
Forse a quest’ora sarà in crisi d’astinenza.
O avrà trovato un altro amante che glielo paga un bicchiere o due di whisky.

Il camion m’ha preso in pieno.
Avevo litigato con Anna: non so il motivo. Però m’ero scolato l’ultimo goccio nella bottiglia. Questo affronto non me l’ha lasciato passare liscio. S’è gettata come una furia su di me, m’ha preso alle spalle: colpi su colpi, pugni forti, non di quelli che danno le donne con le lacrime agl’occhi con il solo scopo di accarezzarti nonostante tutto il male che gl’hai fatto. Lei i pugni li tirava forte, più d’un uomo: aveva una forza incredibile, da marinaio. Avrei potuto farle qualsiasi altra cosa, ma l’aver buttato io giù tutto d’un fiato l’ultimo goccio di whisky le aveva annebbiato il cervello, completamente.
Forse il litigio fra noi iniziò proprio per questo motivo.
Me ne andai con la schiena rotta e il respiro incastrato nei polmoni.
Facevo fatica a respirare.
Ma non ero arrabbiato.
Con Anna ci avevo litigato, però non ero veramente arrabbiato con lei. Del resto, non ero nemmeno veramente innamorato di lei.

* * *

Jim Morrison

Jim Morrison

La radio frullava musica, la vecchia triste voce di Jim Morrison. Poi, una curva e la frequenza persa: al posto della musica un notiziario locale che diceva d’un pazzo ch’era entrato in una villa e aveva compiuto un vero massacro, tutta la famiglia falciata dalla sua furia omicida. Non si conosceva il motivo; pare che la famiglia lo conoscesse e che più d’una volta fossero venuti alle mani per motivi banali.
Poi più niente.
Lo scontro.
Quello era ubriaco.
Io avevo solo un goccio nello stomaco.
Quando m’hanno tirato fuori dalle lamiere, respiravo ancora. Però ero più di là che di qua.
Ci hanno provato a cucirmi.
Non è servito.

Con la morte non c’è niente da fare: è un vizio perenne, peggio dell’alcol.
Un vizio che provi una sola volta e che ti mette sottoterra.
Non c’è poesia nella morte, non ci sono sepolcri foscoliani che tengano: tutte fregnacce, una lapide non è, semplicemente. Un epitaffio è qualcosa che qualcun altro ha pensato al posto di te: che ci sarebbe di bello o confortante in tutto ciò?

Questi sono stati gli ultimi istanti della mia vita.
Nessun tunnel, nessuna luce.
Quando una lampadina si fulmina, per un istante la luce che promana è più intensa delle sue reali capacità.
La stessa cosa accade a chi muore. Chi muore lo capisce che è finita, in un istante, o meno, tutta la memoria gli torna a galla e gli si dipana, esce fuori dalle nebbie, tutto appare chiaro.
E capisce che dopo quella chiarezza di idee, di memorie credute lontane per sempre, non ci sarà più nulla.
E in quel momento lascia andare un goccio di urina e stringe l’ano quanto più può.
Non serve.
Uno spasmo. A volte neanche quello.
Resta solo una parola che non pronuncerai: FINE.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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12 risposte a Alla Fine. Un racconto di Giuseppe Iannozzi

  1. cinzia stregaccia ha detto:

    è tutto un racconto di morte anche quando parla di quella che credeva vita..
    Buongiorno Beppe
    cinzia

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  2. romanticavany ha detto:

    “Omnia tempus habent”. (Ogni cosa ha il suo tempo). Da l’Ecclesiaste.
    …e come diceva Virgilio, il tempo porta via tutto, anche la vita.

    Un racconto triste che s’intona alla stagione… “DA BRIVIDO” nudo e crudo di quelli che sai solo tu sai scrivere e raccontare; ma che può essere.:(

    1 Bacetto
    ♥ vany

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  3. mondidascoprire ha detto:

    Forse la verità dell’amore di quel rapporto era l’appartenenza, per questo non si lasciavano mai. L’uomo ha bisogno di appartenere. La morte è come se spegnesse questa possibilità. Invece non è così con Dio.

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    E’ un racconto che parla della morte, anche della morte per essere più corretti. In verità si parla della fragilità umana, di come sia facile che una vita possa spezzarsi. Direi che qui ho messo in campo una filosofia esistenzialista, per cui non ci sono fronzoli, ma solo la cruda realtà.

    Bacione

    beppe

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  5. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    E’ un racconto che mette in campo la filosofia esistenzialista, ragion per cui in qualità di autore ho evitato sentimentalismi inutili: l’esistenzialismo non li prevede, vuole invece che si risponda a una coscienza universalistica mettendo in evidenza la riflessione sull’individualità, sulla solitudine dell’Io, oltreché sull’inutilità, la precarietà e la finitudine e il fallimento: in pratica, l’assurdo dell’esistere.

    Tanti tantissimi bacetti, mio tenero fiocchetto di neve ♥ ♥ ♥

    orsetto di VaNY

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  6. Felice Muolo ha detto:

    Nudo e crudo e vero. Niente sogni. Perché niente sogni? Dobbiamo ancorarci da qualche parte per trovare la forza di vivere. Beppe, non distruggere i sogni, ti prego. Siamo fatti anche della stessa materia. Non girare definitivamente le spalle al LIETO FINE. Altrimenti il gioco della vita finisce davvero a puttane.
    (Splendido però, anche se terribile).

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  7. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Temo non ci fosse nessun amore fra i due. Te lo dico in quanto ho concepito la storia perché i due avessero un rapporto che fosse solo di appartenenza “fisica” e non altro. E’ un racconto esistenzialista, sulla fragilità della vita.

    beppe

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  8. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Hai ragione, nudo e crudo: è così che volevo che fosse, un racconto esistenzialista, senza fronzoli.

    Non distruggo i sogni, e tu ben sai quanto amo Shakespeare. Ma sono diviso, una parte della mia anima è con Shakespeare e i sogni, l’altra metà appartiene all’esistenzialismo. Eppur, tu guarda l’immenso Shakespeare: anche lui, giustamente, come nessun altro, ha ritratto le vicende umane e i turbamenti dell’essere scrivendo tragedie inarrivabili, d’una grandezza a dir poco sublime per una attualità che mai morirà. Bisogna anche riconoscere che la vita è fragile e non sempre a lieto fine. E a dire il vero la vita non è quasi mai a lieto fine per la maggior parte di noi.

    Un forte abbraccio, Felice. E grazie infinite per il tuo intervento.

    beppe

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  9. mondidascoprire ha detto:

    Certamente, questo non toglie che il bisogno di fondo, di entrambi , non fosse appartenere ad un altro. Questo può accadere anche nelle forme violente e deviate nella realtà.

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  10. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Appunto, il bisogno d’una appartenenza, ma un bisogno che è solo materiale e non spirituale. Appartenendosi si fruttavano l’un l’altro.
    Non è una forma deviata della realtà: è invece una forma naturale, ovvero che esiste in natura, tra uomini o animali. La natura è crudele ma giusta perché, se non corrotta da agenti esterni, tende a mantenere un equilibrio vitale.

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  11. mondidascoprire ha detto:

    Io penso che sia legato strettamente il carnale, il naturale , allo spirituale. Ogni atto umano ha dentro un elemento che trascende e l’arte lo rappresenta in pieno.

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  12. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Questo sì, è possibile.

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