”Sopravvivere a un angelo” di Lucio Figini (Cicorivolta edizioni) – intervista all’autore di Giuseppe Iannozzi

Lucio Figini

Sopravvivere a un angelo

Intervista all’autore

di Giuseppe Iannozzi

Sopravvivere a un angelo - Lucio Figini

Sopravvivere a un angelo – Lucio Figini

In copertina, progetto grafico e illustrazione originale
di Andrea Tarli – BadTripProduçao (www.badtrip.it)
Art director, Emidio Giovannozzi (www.emidiogiovannozzi.com)

Lucio Figini – Sopravvivere a un angelo
collana i quaderni di Cico – Cicorivolta edizioni
ISBN 978-88- 97424-58-1
€ 12,00 – pp.156 – © 2012

Cicorivolta edizioni

Lucio Figini è nato nel 1971.
Laureato in Scienze Sanitarie, lavora in ambito psichiatrico e socio educativo.
Ha scritto di poesia e di narrativa. Per Cicorivolta Edizioni ha pubblicato il romanzo “La discendenza dell’acqua” (2011).

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1. Il tuo esordio, come narratore Cicorivolta edizioni, Lucio Figini, è avvenuto con “La discendenza dell’acqua”, un romanzo che definirlo – in maniera semplicistica – un ‘giallo’ non è a mio avviso possibile, siamo difatti di fronte a una sorta di “esplorazione condotta all’interno delle latebre umane senza dimenticare mai il territorio geografico”. Parlando del tuo romanzo, tra le altre cose, ebbi modo di sottolineare: “Ariel, spirito dell’aria, personaggio de La Tempesta di William Shakespeare; ma Ariel è anche un nome ebraico e biblico, più volte citato nelle Sacre Scritture per indicare la città di Gerusalemme. Nel ventinovesimo capitolo della Bibbia, Ariel fa la sua apparizione come ‘Leone di Dio’; ed ancora Ariel designa una schiera di angeli o più semplicemente uno spirito angelico. Nel misticismo e nella letteratura apocrifa giudaico-cristiana Ariel è un arcangelo, o anche l’angelo della creazione, della cura e dell’ira. […] Lucio Figini investiga l’animo umano come un novello Oliver Sacks; ed è proprio questa la grandezza del romanzo di Figini, che muove i suoi passi soprattutto all’interno del non poco insidioso territorio dell’Anima, o della Psiche che dir si voglia.”
Prima di parlare di “Sopravvivere a un angelo”, che è abile commistione di elementi noir e fantasy, vorrei che spiegassi ai lettori qual è stata la genesi de “La discendenza dell’acqua”.

Lucio Figini

Lucio Figini

La genesi, come tu ben definisci, utilizzando un termine che prediligo, de “La discendenza” è da ritrovarsi nel fascino di poter vivere altre delle mie ipotetiche vite. Ci sono uomini che, pur soddisfatti della propria esistenza, hanno un’incazzatura di base per avere a disposizione una sola vita da esaurire (e ai quali, pur assaporandone ogni sfaccettatura, non basta). Io faccio parte di questi. Mi sono destrutturato di ogni maschera, educazione, vestito, per mettermi in un nuovo percorso e camminare. È stato il primo romanzo in cui ho imparato che l’autore può “essere” all’interno di una storia e di un personaggio, senza inficiarlo con il proprio esserci. In sostanza, portando il lettore non tanto a leggere ciò che prova il protagonista, ma a “vedere” ciò che vede il protagonista, arrivando a toccarne i sensi e non solo le aree cognitive.
Ero a Sestri Levante quando una sera, inaspettatamente, mi ha raggiunto la mente il ricordo di una bambina di tanti anni fa, che mi era stata affidata (nella comunità di preadolescenti dove lavoravo). Non parlava e si nascondeva in ogni angolo della stanza, all’ombra, il suo sguardo e le sensazioni che ho provato allora mi sono rimaste dentro. Così ho iniziato a scrivere una storia. Questa bambina non aveva nulla a che fare con Ariel (come passato o altro), per cui ci tengo a sottolineare che la genesi del romanzo non si trova in un “fatto”, ma in una “sensazione” (ugualmente reale). Io stesso sono quanto più vicino e insieme lontano da Francesco come approccio terapeutico con le persone portatrici di disagio, diciamo che so fingere meglio che stare dall’altra parte del muro significa “essere sano”.

2. In “Sopravvivere a un angelo” ritroviamo il protagonista del tuo primo romanzo, ma questa volta Francesco vive in un mondo ‘di sotto’, forse in una Milano alternativa e infernale dove niente è come sembra. Vivere nella Milano ‘di sotto’ non è facile, i pericoli sono tanti: gli ospiti della Milano ‘di sotto’ sono variegati e tutti braccati da quelli che, in apparenza, sembrano essere degli angeli. C’è stato un cambiamento radicale per Francesco ma anche per la tua storia iniziata con “La discendenza dell’acqua”: adesso il lettore è immerso in un mondo alieno, che, in alcuni tratti, ricorda quel mondo fantastico di Neil Gaiman ritratto in “Nessun dove”.

La discendenza dell'acqua - Lucio Figini - Cicorivolta edizioniFrancesco è sempre Francesco, la sua follia si è solo evoluta, o meglio involuta. Mi spiego meglio. Chi ha letto “La discendenza” è rimasto spiazzato, si aspettava tutta un’altra cosa, ma la continuità è proprio nel cambiamento. Francesco portava in sé tratti ossessivi, che quasi sfociavano nella psicosi, manie di controllo sul mondo che percepiva attorno a lui. L’incontro con Ariel e col suo passato gli ha permesso di comprendere che nulla è controllabile. Di conseguenza lascia“dall’altra parte” questa sua caratteristica, ma solo per affrontare (in “Sopravvivere a un angelo) il nucleo più atavico della propria follia (che ovviamente vuole fare da specchio alla follia umana). Rimane sempre un eroe atipico che lotta costantemente con i suoi demoni, le sovrastrutture, il potere precostituito, in sostanza l’ineluttabilità del fato. Francesco è un semplice uomo che non vuole accettare il “non scegliere” e questo lo rende un “diverso”.

3. In “Sopravvivere a un angelo” descrivi un mondo dove sembra imperi il male assoluto, dove un amico fa presto a voltarti le spalle e dove la sopravvivenza è appesa a un filo: il solo modo per riuscire ad arrivare al termine della giornata è di dar credito a tutta la propria forza di volontà, spesse volte ricorrendo a un atavico istinto di violenza per non finire schiacciati dalla violenza promossa dagli angeli, che si comportano come dei veri e propri squadroni delle SS.Tra le righe de  “La discendenza dell’acqua” e  di “Sopravvivere a un angelo”, tu, Lucio Figini, hai voluto anche lanciare un allarme sociale?

Il romanzo può essere letto a più livelli, per alcuni è una semplice storia di azione, fantasy o fantascienza che dir si voglia, per altri una fiaba metropolitana, un mistery, un noir, per altri ancora (e sono i lettori che prediligo) una storia “visionaria”, dove la ricerca antropologica dello spirito umano (o come tu hai ben detto “la psiche”) va a braccetto con un personale approccio sociologico. Quando un uomo può fare tutto senza pagare per le proprie azioni, quale parte di sé esce? Francesco è il buono o il cattivo della storia? E poi siamo tanto sicuri che questa distinzione esista? Le nostre scelte da quale antico meccanismo derivano, solo pura sopravvivenza o qualcosa di “altro”o di “oltre”?
Vorrei riportare l’opinione di un lettore, che può rispondere alla tua domanda: “Descrivi una società in cui nessuno fa niente per niente, in cui una mandria di pecore vive di automatismi senza porsi troppe domande, forse perché queste rappresentano un problema quando sono senza risposta e più di uno se una risposta ce l’hanno già. Questo parallelismo tra la società reale e quella del romanzo a me è risultata interessante, anche se non mi ha fatto piacere constatare che in effetti troppo spesso chiudiamo gli occhi o volgiamo lo sguardo altrove per non vedere situazioni ingiuste ma che non scalfiscono direttamente il nostro benessere. Ma probabilmente questo parallelismo non sarà un problema… in fin dei conti lo leggeremo, diremo qualche frase ipocrita e poi… be’, poi ci gireremo dall’altra parte e continueremo a preoccuparci delle nostre inezie, a ragionare come se tutto ciò che di negativo c’è al mondo succedesse lontano da noi, sempre troppo impegnati per renderci conto che l’Umanità è la causa prima dei suoi mali.”

4. Tu, Lucio Figini, lavori in un ambito psichiatrico e socio educativo. Come e quanto la tua preparazione professionale ti è servita per dar anima e corpo ai tuoi romanzi?

La mia preparazione professionale mi è servita, ma solo in parte. Diciamo che il mio vivere quotidianamente un lavoro basato sulla relazione con le persone, con il disagio, la malattia, la diversità, è stato fondamentale non tanto per i miei romanzi, quanto per la mia personale “interpretazione dell’animo umano”. Senza contare che ho avuto e ho modo di confrontare la follia “diagnosticata” con quella invece dei cosiddetti “normodotati” e questo mi ha permesso di comprendere che non sono tanto diverse. Il mio Francesco è un folle, o per lo meno è quanto di più lontano ci possa essere da un sano, ma, scusa la citazione “c’è della logica in questa pazzia” (Amleto) e tutto quello che fa nella “Città” lo prova.

5. Ci sono degli autori in particolare ai quali hai guardato per conferire spessore al tuo stile nonché alla tua fantasia davvero particolare, unica, e per molti versi innovativa?

Per prima cosa: grazie. La fantasia non mi è mai mancata,in effetti, ma la definizione di innovativa mi lusinga. Le mie contaminazioni sono davvero varie e spesso contraddittorie. Nasco tra Pirandello (come analisi psicologica dei personaggi), Dino Buzzati (come fascino del mistero e del surreale) e Hesse (come descrizione dei luoghi e dei contesti). Fino ad arrivare a Dick e a altri autori di quel filone che io amo definire socio – psico – fantascientifico (americani e non solo degli anni ‘60  e ‘70), generalmente sconosciuti dal grande pubblico (Friz Leiber ad esempio, autore di un ottimo “Scacco al Tempo”). Ovviamente non mi sto confrontando, ci mancherebbe, ma la mia generazione è cresciuta con questi autori. Poi mi sono sbizzarrito con un po’ di tutto. Non credo di avere un autore in particolare al quale mi riferisco, anzi cerco sempre di smettere di leggere almeno un mese prima di iniziare un nuovo romanzo, per non essere condizionato nello stile. Non potrei assolutamente leggere e scrivere insieme. Quando scrivo sono totalmente nella storia (dovrei dire ossessivamente).

6. Credi tu negli angeli e nei dèmoni, in quelli canonici che il Cristianesimo e tanti artisti a esso legati hanno disegnato per gli uomini nei corsi dei secoli? E se sì, dove credi si possano nascondere? Tranne qualche mistico e presunto santo, nessuno ha mai avuto la fortuna (o la sfortuna) di trovarsi faccia a faccia con un essere dell’Aldilà.

angeloArgomento delicato. Non voglio svelare nulla del romanzo, ma mi permetto di sottolineare che spesso quando si sente parlare di Angeli e Demoni si pensa subito, come tu ben dici, al Cristianesimo. Ma l’origine del termine è ben più antico, quando utilizzo questi termini (il protagonista verrà appunto chiamato “Demone rosso”) mi riferisco (se vogliamo cercare dei riferimenti) ai demoni delle prime civiltà tribali, a quegli esseri che sono i tramiti tra l’uomo e ciò che l’uomo non conosce o non accetta come realtà preconfezionata (o comunque che non sa spiegare).
Sono stato sufficientemente credibile o si è intuito che ho eluso la domanda?
Senza andare a scomodare presunte realtà soprannaturali, c’è ancora molto (nonostante Freud e le nuove frontiere della psicoterapia) da scoprire “dentro” l’essere umano. Cose che non è detto ci piaceranno.

7. A tuo avviso, Dio è un’ipotesi, o meglio ancora è un’entità superiore che potrebbe esistere o esser esistita? O è più logico pensare che Dio è giusto una probabilità, come il fatto che nell’Universo, in chissà quale tempo galassia e pianeta, potrebbe esserci stata una civiltà intelligente non troppo dissimile dalla nostra? Giordano Bruno il Nolano fu bruciato sul rogo per aver scritto e detto, fra le atre cose, che “nel spacio infinito o potrebono essere infiniti mondi simili a questo, o che questo universo stendesse la sua capacità e comprensione di molti corpi, come son questi, nomati astri; ed ancora che (o simili o dissimili che sieno questi mondi) non con minor raggione sarebe bene a l’uno l’essere che a l’altro; perché l’essere de l’altro non ha minor raggione che l’essere de l’uno, e l’essere di molti non minor che de l’uno e l’altro, e l’essere de infiniti che di molti. Là onde, come sarebe male la abolizione ed il non essere di questo mondo, cossì non sarebe buono il non essere de innumerabili altri.”

Bellissima la definizione di Dio come “probabilità”.
Non credo di essere in grado di rispondere a questa domanda. Dio è un’ipotesi? Non lo so. Inutile fingere una risposta intelligente o deviante. Altri tempi e altre civiltà in altri luoghi? Molto plausibile. Ti posso dire onestamente solo una cosa: la centralità dell’uomo è sopravvalutata. Sono sincero: siamo egocentrici a un livello esasperato. Tutto ciò che solo si avvicina a ipotizzare che non siamo né unici né importanti ci fa incazzare e spesso tutto ruota attorno a questa incazzatura.
E non solo. Se scoprissimo di essere inutili, che non vale la pena che qualcuno ci offra una vita eterna o, diversamente, che non ci reincarneremo in qualche altro elemento, allora la paura ci farebbe impazzire.
Il più grande eroismo è la consapevolezza in ogni atto o momento dell’esistenza e l’affrontare la morte che sta in ognuno di quei momenti.
Detto questo, io credo in Dio, benché il mio credere consista in una lotta continua.

8. Nei tuoi romanzi, tu, Lucio Figini, guardi con particolare rispetto a quella fetta di società più sfortunata: i tuoi personaggi sono quasi sempre degli sconfitti, dei disadattati o delle persone che portano dentro di sé delle grandi ferite. Qual è il motivo principale e sostanziale di questa tua precisa scelta?

Onestamente non lo so. Ma il fatto che alcuni lettori mi scrivano che questi personaggi (che spesso hanno più problemi di coloro che si trovano a “salvare”, concedimi il termine) mi riescono particolarmente bene, mi obbliga a rivolgermi la stessa tua domanda.
Banalmente mi sono sempre stati antipatici gli eroi, coloro che sanno sempre quale sia la cosa giusta da fare, che quando cadono sbattono le spalle e continuano a compiere gesta eroiche, che non si fanno mai troppe domande. Francesco (per dirne uno) se cade si massacra la faccia per terra e quando si rialza è pieno di cicatrici e non sa proprio quello che deve fare, è pieno di dubbi e domande (con le donne, con il prossimo, con il proprio passato, persino con il suo corpo) ed è spesso incazzato per questi motivi (non aspettarti l’ascetica accettazione socratica dell’ignoranza).
Più seriamente, adoro la follia, il mistero che si annida nelle parti più ataviche dell’uomo e soprattutto i meccanismi di risposta alle grandi sconfitte della vita, ma parlo di quelle serie, quelle che ti fanno uscire dalla società odierna, dalla metropoli, da tutto ciò che fino a un attimo prima ritenevi importante, per tornare nella Foresta, dove davvero il buio non è solo assenza di luce, ma ha quasi un gusto.

9. Possiamo dire che, sostanzialmente, “Sopravvivere a un angelo” è un urban fantasy? E in caso affermativo, per quali motivi?

Io non scrivo seguendo dei generi, sono gli altri che mi definiscono in tal modo. Ho scoperto solo dopo che il mio ultimo romanzo ha molti elementi di un urban fantasy (anzi… mi dicono distopic e adult). Gli elementi ci sono tutti, in effetti (anche se non credo che sia solo questo): la storia fantastica, la metropoli, la distopia della società rappresentata e il fatto che non è per adolescenti.
Sembra che convenga a livello commerciale far parte di un genere, ma il mio stile di vita spesso mi ha dimostrato quanto non sia nelle mie corde. Ho avuto un Harley (in un lontano passato), ma non mi sono mai sentito un harleysta (se esiste il termine), aborrivo i raduni e altro, ho fatto canoa, ma non mi sono mai sentito un canoista e qui mi fermo perché non ti voglio tediare e perché di cose ne ho fatte abbastanza. Credo di essere più adatto allo stile solitario, provare esperienze che ti permettano di crescere, ma affrontarle a modo tuo e non dipenderne, avere delle passioni, ma non identificarti totalmente in esse.

10. Quale potrebbe essere il principale target di lettori al quale si rivolgono i tuoi romanzi “La discendenza dell’acqua” e “Sopravvivere a un angelo”?

Consiglio i miei romanzi a coloro che odiano il politicamente corretto, che sono pieni di dubbi, che continuano a farsi domande, a qualsiasi età, ma che spesso non sono soddisfatti delle risposte, coloro che amano meravigliarsi sempre e che non smettono di cercare.
Sconsiglio i miei romanzi a coloro che non si mettono mai in discussione e che non amano farsi trasportare in avventure dentro e fuori dell’animo umano.

11. Ci sarà un seguito a “Sopravvivere a un angelo”? Nutro infatti il sospetto che siamo di fronte a una trilogia; o hai forse un nuovo progetto già pronto o in corso di definizione da proporre al tuo affezionato pubblico?

Dovrebbe uscire (il mio editore volendo) verso luglio il mio ultimo romanzo. Sarà la storia di Ariel diventata grande, un omaggio a questo personaggio che nella mia testa ha preso vita, è diventato grande, ma con le conseguenze di ciò che ha vissuto (il titolo sarà appunto: “Ariel”). Sarà la conclusione della trilogia, come giustamente tu hai intuito. Spiegherà tutto, o quasi. È un romanzo (e qui non vorrei diventare contraddittorio) che alcuni definirebbero poliziesco o giallo, dai risvolti psicologici e in parte surreali. Ma non solo.

12. Last but not least, chi è Lucio Figini, l’uomo e lo scrittore?

Un collega ultimamente mi ha presentato alla moglie come “uno scrittore che per vivere lavora come educatore”, altri invece potrebbero definirmi “un educatore che per passione scrive”. In realtà spero di non essere definibile in questi ruoli.
Lavoro, scrivo, suono il pianoforte (ma solo per mia figlia e mia moglie), ogni tanto trascorro una notte in solitaria in un rifugio sulle montagne, amo tagliare i capelli (ma solo a me stesso e al mio migliore amico) e soprattutto giocare con mia moglie e mia figlia. Tutte queste “cose” sono parte di me, ma non sono me. Sono solo le “cose” che faccio (ovviamente il fatto di aver scelto proprio quelle ha un profondo senso e significato) per raccontare dei frammenti di quel che ho dentro,
In realtà, spero di non scoprire chi sono così facilmente e in più nessuno può pretendere di conoscersi, essendo ognuno di noi un essere in continuo divenire.
Diversamente… sai che noia…

Grazie della chiacchierata.

con preghiera di diffusione

Brano tratto da “Sopravvivere a un angelo”

Prologo

Buio e silenzio in ciò che rimane
del mondo che conoscevo.

I

Apri gli occhi.
Prima o poi dovrai rispondere alla maledetta domanda che ti frulla nel cervello. Apri gli occhi, Francesco. E guarda.
Fin tanto che tengo serrate le palpebre posso essere ovunque, in un bosco dell’entroterra ligure o nel mio appartamento in città. Rumori di zampette che si muovono veloci, forse topi, di gambe leggere e frenetiche, di sassi calpestati e crepitio di fuochi in lontananza. Odori di fogna, cemento, cenere, di marcio e sudore dolce.
Dove cazzo sono?
Non sento dolore, non provo nulla. Mi accarezzo il viso e non trovo l’umidità che caratterizza il sangue. Le guance sono lisce, niente barba. E soprattutto niente fori di pallottole. Il costato è intatto, respiro a pieni polmoni un’aria pesante e fastidiosa. Penso ad Ariel e al rumore dei suoi passi leggeri in lontananza.
Non ha senso. Nudo e coricato su una superficie fredda e solida, forse cemento.
Poco meno di un attimo fa mi hanno sparato, distrutto anima e corpo, trapassato il costato e fracassato la testa. Eppure non ho ferite. Eppure non sono morto. Nessun dolore e soprattutto nessun indizio che mi porti a pensare di essere dove dovrei essere: sdraiato per terra di fronte ad un frantoio della Liguria o in ospedale.
– Non avvicinarti, forse è uno di loro – la voce di un bambino.
– Un angelo? Impossibile, guarda il suo aspetto. Deve essere un nuovo venuto – una femmina questa volta.
– È troppo vecchio per essere uno dei nuovi.
– Dobbiamo rischiare.
Provo a muovermi. Non ci riesco.
Qualcuno mi sta legando con fare esperto, qualcosa di colloso preme improvvisamente le palpebre e si unisce dietro la nuca. Mi trascinano.
– Dove mi portate? – provo a dire.
Nessuna risposta.
Il tragitto non è lungo, ma difficoltoso. Mi tirano dalle gambe, fregandosene del resto del corpo. Le mani sono bloccate all’altezza della pancia, cerco di tenere la testa alzata, ma non sempre evito di sbattere contro qualcosa d’indefinito e doloroso. La strada è butterata e io ne seguo ogni increspatura con la schiena.
– Se è uno di loro siamo fottuti.
– Te l’ho detto: ci serve. È un uomo e non se ne vedono da un po’. Se li sono presi tutti.
– Sei tu che decidi. Ma se solo…
– In tal caso me ne occupo io. Tienilo legato per ora – è ancora la voce della ragazza.
Ora che vorrei spalancarli, questi diavolo di occhi, non posso. Si apre una porta, aroma di pane caldo misto a puzza di concime. Calore secco e strepitio di legna bruciata. Fumo e polvere invadono le narici. Sto zitto e cerco di comprendere il mio nuovo mondo.
– Chi sei? – mi chiede.
Non rispondo, non subito.
– Chi sei? – insiste colpendomi la faccia.
Non mi viene da rispondere, non ancora.
– Vuoi giocare? Allora gioca. Abbiamo tutto il tempo di questo stramaledetto mondo. E credimi, significa un’eternità.
Piccole mani mi sollevano. La schiena è in fiamme. Mi buttano su una sedia e uno schiaffo mi ricorda di essere vivo.
– Senti. Quello che ci dirai potrebbe salvarti la vita, se la vogliamo chiamare così. Fare il duro non ti conviene.
Faccio un cenno.
– Come ti chiami?
– Francesco.
– Bene, Francesco. Vedo che iniziamo a capirci. E cosa ci facevi vicino alla nostra tana?
– Tana?
– Rifugio, tana, casa. Chiamala come vuoi.
– Non lo so. Ed è tutto quello che so.
Un altro schiaffo. Questa femmina colpisce forte.
– Cazzo, te l’ho detto. Picchia pure quanto ti pare, non ho la più pallida idea di dove io sia.
– Non farti fregare, Luna, è uno di loro. Sta mentendo.
– Se vuoi che ti creda, prova a essere più convincente. Come si chiama questo luogo?
Sono sfinito. Vorrei chiederle di lasciarmi un po’ di tempo per raccogliere i pensieri. Dopo lo scontro che ho avuto dovrei essere morto o all’ospedale e invece non sono neppure ferito.
– È un angelo, te l’ho detto. È un trucco, tra poco chiamerà gli altri e ci prenderanno. Aspettiamo la notte e trasciniamo il corpo lontano dal nostro quartiere.
– Allora?… – incalza la ragazza – dobbiamo davvero liberarci di te?
– Fate come volete. Io non so nulla. Ricordo solo che ero in fin di vita. Devo essere svenuto e mi sono ritrovato qui senza vestiti e con due… pazzi – (almeno spero non siano più di due).
– Mi avete bendato e legato – continuo – e non so neppure se è giorno o notte.
– Com’è che ti eri ferito?
– Uccidendo mio padre. Ho ucciso mio padre, sì… – questo lo ricordo.
– Ehi, non si può dire che tu fossi un essere umano modello.
– Non potete capire, mi stavo solo difendendo.
Silenzio attorno a me. Sento la ragazza e il bimbo allontanarsi. Non comprendo le loro parole. Forse la mia risposta è così assurda da poter sembrare vera.
– Hai fame?
– Tanta.
– Già. I nuovi venuti ne hanno sempre.
– Tieni – preme pane secco contro le mie labbra.
– Se mi liberi le mani sarebbe più facile.
– Per ora mi sento più sicura a imboccarti.
Con uno scatto deciso strappa il nastro adesivo dagli occhi, martoriandomi le sopracciglia.
Potrei aprire gli occhi finalmente. Dovrei. Non mi riesce.
– Ehi, ci sei?
Bella domanda.
– Guardami in faccia – sento stringere il mento con le dita, mi obbliga ad alzare il viso. Un respiro caldo mi raggiunge la guancia.
Apro gli occhi e vedo i suoi, marroni e intensi. È vicinissima e non ha paura.
Le labbra sono serrate, sottili e fredde.
– Forse dovrei chiederti scusa, ma viviamo in tempi difficili. Te ne accorgerai.
Ha lineamenti spigolosi, guance cotte dal sole e capelli castano chiaro, lunghi e raccolti. Sotto l’occhio destro, sopra lo zigomo, porta una piccola cicatrice a forma di mezzaluna, o un tatuaggio, non si capisce. È magra, piccoli seni e gambe toniche sotto jeans attillati. Può avere fra i venticinque e i trenta. Lo sguardo è tagliente, come di chi abbia vissuto più esperienze di quante un essere umano debba vivere.
Si muove velocemente. Mi porta dell’acqua in un bicchiere di plastica.
Pane raffermo e acqua: il primo pasto in quel luogo alieno. Ciò che hanno chiamato tana è una casa costruita in legno e cemento, poco arredata. Un tavolo in un angolo, con due sedie, una vecchia stufa, una piccola cucina in alluminio, nessun quadro ai muri e una sola finestra. Spesse tende di colore rosso evitano alla luce di entrare. Un mobile finto legno e un divano mi rammentano le case moderne delle riviste di arredamento.
Lampade a olio illuminano la stanza e anneriscono il soffitto. Nel complesso, una casa caotica. Pezzi disomogenei di arredamento, moderno, classico e rustico si confondono senza senso.
Il bambino è in piedi vicino alla finestra, crea un breve spiraglio attraverso la tenda e guarda fuori. È biondo cenere, i capelli sono lunghi, ma in ordine, porta un paio di pantaloni marroni troppo grandi e una maglietta nera. Avrà dieci anni, magro da far impressione. Non parla. Il suo osservare attraverso la finestra m’inquieta.
– Bene, Francesco, diciamo che potremmo crederti. Dovevamo fare la nostra parte per essere sicuri che non fossi un’esca – mi lancia una coperta, che va a infilarsi tra le mie gambe. Mi ero scordato di esser nudo.
– Sembri un pulcino appena uscito dall’uovo, come tutti i nuovi venuti. Hai divorato il pane in un secondo, anche questo ne è la prova. Sono sempre affamati quando arrivano.
– Chi siete? Dove mi trovo?
– La prima domanda è semplice: io mi chiamo Luna e lui è Gabriel. Per la seconda, già è più complicato: diciamo che questa è la nostra tana, o casa, come l’avresti chiamata dall’altra parte.
– L’altra parte?
– Sì, da dove sei venuto.
Parole senza senso.
– Questa è La Città – continua.
– Non capisco.
– La Città, tutti la chiamano così.
Cerco di raccogliere le forze.
– Devi scusarci, dovevamo essere sicuri che non ti avessero mandato loro – sorride senza convinzione.
– Loro chi?
– Gli angeli. Hanno più o meno la tua età, sempre che siano uomini, vestiti in tuniche bianche, si muovono in coppia o in gruppo. Evitali con tutte le tue forze.
– Perché?
– Nessuno ama parlarne e io non faccio eccezione – il suo sguardo mi convince a non insistere.
Dove sono finito? Una ragazza sconosciuta mi ha rapito, legato, picchiato e mi sta raccontando una storia assurda. Sono più pazzo di quel che credevo.
Eppure nessuno potrebbe essere più tranquillo di quella ragazza, mentre racconta di angeli e nuovi venuti.
La cosa più sconvolgente è l’assenza di ferite sul mio corpo, anche se non ho avuto ancora l’occasione di controllare in uno specchio. Ricordo perfettamente che mi hanno sparato, di essere stato colpito alle tempie da un oggetto, di aver visto i miei capelli umidi di sangue. Eppure io sono lo stesso di allora, quando ero… come lo hanno chiamato quel luogo? Dall’altra parte.
Ho sempre quarant’anni, alto, magro e dal pessimo carattere. I capelli sono lunghi e sempre sul biondo, lo sguardo ancora pieno di meraviglia.
Dovrei essere morto e invece ho fame.
– Liberami.
– Non ancora, scapperesti fuori e non posso permetterlo.
– Sono prigioniero?
– Ti stiamo salvando, anche se non te ne rendi conto.
– Bel modo per salvare un uomo.
– Senti, non affaticarti, la vita nella Città non è facile, lo capirai poco a poco, se sopravvivi. Ora riposa.
Riposare. Certo, come no. Con le mani e le gambe legate e la schiena in fiamme, seduto su una sedia.
Nel frattempo, tra le molte domande alle quali non trovo risposta, una mi assilla: per quale motivo, questa ragazza di nome Luna mi avrebbe salvato?
Ha tutta l’aria di una femmina che non fa nulla per nulla.

(…)

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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11 risposte a ”Sopravvivere a un angelo” di Lucio Figini (Cicorivolta edizioni) – intervista all’autore di Giuseppe Iannozzi

  1. romanticavany ha detto:

    Un noir dunque! A quanto ho letto psicotico, forse come educatore riabilitativo psichico lo scrittore si ritrova con tante esperienze che lo portano a narrare una storia per un certo verso affascinante. .
    Complimenti all’autore per le risposte e a te caro King per le domande.
    Quando passo alla Feltrinelli cercherò questo nuovo libro..

    ‘Notte ♥ vany

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  2. 'cabra ha detto:

    curiosità. molta. e poi, coincidenze che forse proprio tali non sono.
    nella mia unica esperienza di approccio al teatro, ero proprio Ariel de “la tempesta”.
    E come sempre, belle interviste le tue! baci indiavolati.

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  3. Lucio Figini ha detto:

    Ringrazio per l’attenizione. Il termine “noir psicotico” è azzeccato e veste bene i personaggi. Aspetto curioso le opinioni di chi leggerà il romanzo (o i romanzi).
    Lucio.

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Potremmo dire che si tratta anche di un noir, volendo, anche se, come ha ben definito l’autore, Lucio Figini, la definizione che meglio si accorda a “Sopravvivere a un angelo” è quella di storia visionaria.

    E’ un romanzo che ha diversi piani di lettura, ragion per cui puo’ tranquillamente essere un noir come un urban fantasy: non ti svelo la storia, altrimenti poi non sarebbe più divertente leggerlo, ma “Sopravvivere a un angelo” è anche una storia d’amore, non a caso, il protagonista principale, Francesco, si innamora di Luna, una ragazza molto molto particolare, nel senso che è una vera dura però con il cuore di burro. 😉

    Al di là dei significati che ogni lettore puo’ cogliere nel romanzo, “Sopravvivere a un angelo” rimane sostanzialmente una bella e godibile lettura, direi molto ma molto adatta a tutti, soprattutto oggi che siamo quasi a Natale.

    E’ una gran bella intervista, lo ammetto: bellissime risposte da parte dell’autore e anche delle domande belle, non poco difficili. 😉 Ma come hai ben letto, Lucio Figini se l’è cavata molto più che bene.

    Alla Feltrinelli lo trovi di certo. E in caso non ce l’avessero in casa, sappi che puoi ordinarlo senza alcuna spesa aggiuntiva. Ci tengo a sottolinearlo: non ci sono spese aggiuntive, il prezzo di copertina è di Euro 12,00 e non un centesimo di più.

    ♥ Buondì

    beppe

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  5. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Caro Lucio, sono io a ringraziare Te: le domande che ti ho posto non erano facili e credo, da navigato addetto culturale, che più d’una persona si sarebbe trovata in difficoltà.

    Tra i tanti pregi che raccoglie il tuo “Sopravvivere a un angelo”, c’è anche quello, non da poco, che è una sapiente amalgama di generi senza però appartenere a nessuna precisa etichetta. E’ quindi anche un noir psicotico, e non a caso i tuoi personaggi sono tutti molto ben definiti, anche nelle loro paura speranze e psicosi: non poteva essere altrimenti, considerato anche il lavoro che fai che è di grande importanza per la società.

    La mia opinione credo sia evidente. 😉

    beppe

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  6. Felice Muolo ha detto:

    Cercavo l’assaggio…

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  7. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Noioso che sei, Felice. 😉

    Ma hai ragione. Ho aggiunto l’assaggio letterario, lo trovi in fondo all’intervista. E’ l’incipit. Spero d’averti accontentato. Fammi sapere.

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  8. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Eri Ariel de “La tempesta” del mio amatissimo Shakespeare, non a caso il mio nick è King Lear.

    E’ un gran bel libro… Anzi, sono due gran bei libri quelli di Lucio Figini: ti consiglio di leggerli entrambi, anche se si possono leggere in maniera disgiunta. In ogni modo c’è prima “La discendenza dell’acqua” e poi “Sopravvivere a un angelo”. Sono avventure particolari, nel senso più buono del termine, e credo che potrebbero piacerti.

    Uguali bacetti indiavolati a te 😉

    ianno el diablo 🙂

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  9. Felice Muolo ha detto:

    Prima vizi poi castighi? Grazie, comunque.

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  10. 'cabra ha detto:

    Seguirò il consiglio!
    Saluti dall’ “Aria” 🙂

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  11. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Bene. Non te ne pentirai. E in caso, sai sempre dove venire a reclamare: dal sottoscritto.

    Bacione

    beppe

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