Il fallimento della fiction made in Italy – Giuseppe Iannozzi

Il fallimento della fiction made in Italy

Giuseppe Iannozzi

scerbanenco

Essenzialmente gli scrittori stranieri sono più bravi di quelli italiani, riescono a scrivere storie più credibili di quelle nostrane – che spesse volte non solo non sono per niente credibili nell’impianto scenico, ma scritte anche male, sotto un punto di vista stilistico e grammaticale. Lo scrittore straniero riesce ad essere cinematografico, a tre dimensioni, mentre l’italiano è ancora bidimensionale, abituato e capace solo di un soft pecoreccio per dire degli anni successivi alla IIa Guerra Mondiale… O per riesumare un contesto storico più o meno vicino a noi. Soltanto Umberto Eco e Giorgio Faletti riescono a dare un’idea tridimensionale, il primo a tutto favore della Letteratura, il secondo per la narrativa di genere, mentre uno come Andrea Camilleri fa ridere per la sua sicialinità – di cui ogni suo romanzo è colmo – riuscendo così ad essere cinematografico in uno stile però à la Cinecittà. C’è poi la genialità di Sebastiano Vassalli, che sa imbastire storie perfette, marxiane intrise di italianità: radici italiane, in un italiano impeccabile, per ridar vita a miti e stereotipi dell’Italia per dire proprio dell’Italia, per portarne in superficie il nucleo polisemico. In Umberto Eco e Sebastiano Vassalli troviamo perfettamente sciolti nelle loro storie spirito dionisiaco e apollineo, mentre così non avviene nei romanzi del collettivo senza nome.

Il collettivo dà vita a narrazioni, per certi versi, frigide, dotate solamente di spirito apollineo e in molte pagine neanche: spesse volte ricusa qualsivoglia spirito per mettere in scena una scrittura euclidea; e per questo motivo non tocca mai la grandiosità espressiva ed emozionale, che è invece in autori quali José Saramago e Orhan Pamuk, che con la bidimensionalità della finzione italiana non hanno nulla a che spartire. Molti autori, anzi, la più parte, hanno da pochi decenni ri-scoperto la fiction: la usano per disegnare qualsiasi trama che gli passa per la testa, ma la usano malamente. La forza intrinseca nella fiction, una volta che finisce in mano alle penne italiane, diventa lesiva: è come affidare un reattore nucleare alle cure d’un bambino, e il risultato non può che essere distruttivo. O ridicolo. Dipende dai punti di vista. I narratori italiani, oggi che gli hanno regalato la fiction, la mettono dappertutto: partoriscono così storie slegate, non credibili persino in un contesto puramente di sola finzione, storie che sono degli aborti cui manca il cervello. Tentano di riannodare i fili di quel “petrolio” che fu di Pier Paolo Pasolini. Ci tentano e s’imbrattano le mani solamente: e nella loro malata illusione credono – forse con un punta appena di onestà – che sporcare le pagine di inchiostro e di impronte digitali significhi scrivere fiction, della buona fiction.

Il problema è che gli italiani non hanno un bagaglio culturale del fantastico: sono cresciuti e pasciuti a forza di Emilio Salgari e di Giorgio Scerbanenco – e quest’ultimo non sapeva davvero scrivere in italiano. Gli stereotipi che hanno raccolto gli scrittori sono poi, alla fine, quei cento e rotti che sono in Salgari; le situazioni delittuose immaginate sono quelle presenti nei romanzetti di Scerbanenco. Salgari, a suo modo, fu geniale: un pioniere del fantastico. Scerbanenco ha immaginato delitti e storie in rosa, e questo è il suo merito: peccato non sapesse scrivere. Gli scrittori di oggi guardano a loro, non fanno altro che replicarne gli stereotipi cercando di aggiungerci un po’ di “petrolio”, con dei risultati abominevoli. Tentano un connubio fra lo spirito salgariano e quello del “petrolio” pasoliniano: il risultato è imbarazzante, ridicolo. Non basta agganciare Salgari a Pasolini per partorire il ‘nuovo’: il collante, o meglio ancora l’anello di congiunzione fra Salgari e Pasolini nessuno ancora l’ha scritto, però la pretesa assurda è quella di mischiare comunque Salgari a Pasolini, o Scerbanenco a Pasolini. In libreria troviamo migliaia di libri, perlopiù di genere: ogni anno ne escono svariate ‘tonnellate’, l’anno immediatamente susseguente sono o nei remainders o al macero.

Alberto Moravia e Primo Levi, e tanti altri scrittori di un glorioso passato letterario, è supponibile abbiano letto sia Salgari che Scerbanenco. Per nostra fortuna ne hanno assimilato solo il buono. Primo Levi ha scritto racconti fantastici che io ritengo essere tra i migliori in assoluto della narrativa italiana e non solo. Racconti che spero vengano fatti conoscere all’estero, a coloro che oggi conoscono soltanto Stephen King o Arthur C. Clarke.

Oggi vanno avanti i cortigiani, di politici e di portaborse, i soliti quattro nomi pompati e detti superdotati da una intellighenzia a dir poco ridicola. Sono poi quelli che però, per nostra fortuna, finiscono nei remainders. Purtroppo sfornano un libro all’anno, come minimo: e troppa gente gli sta dietro con le bave alla bocca, manco fossero Dio. Sono i raccomandati della patrie lettere. E’ questo un male tutto italiano (o quasi), al pari di tanti altri, come Napoli invasa dai rifiuti, dove lo smaltimento è diventato allarmante, da tragedia greca.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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