Stephen King sciroppato. Doverosa satira critica di Giuseppe Iannozzi

Stephen King sciroppato
Doverosa satira critica

Giuseppe Iannozzi

Shining - Stanley Kubrick

Shining – Stanley Kubrick

“…Mi disse: ‘Tu torni su quella vecchia storia come un bambino che ha perso un dente torna con la punta della lingua dove gli hanno messo un posticcio’. E io pensai tra me, sì, proprio così, l’hai detta giusta. E’ come un buco che non posso smettere di rovistare e tormentare, per il bisogno impellente di arrivare fino al punto di ingoiarmi la lingua”.
Con questa frase, Stephen King parla alla gola e alle budella e al buco del culo di noi post-Drive In, post-infartati causa ipertensione, post-Vito Catozzo, post-paninari McDonald’s.
Non sempre nella ‘vita irreale’ i misteri trovano una via d’uscita, perché la tosse del fumatore e la costipazione sono ancora un problema anche per l’universo immaginifico e immaginato. Sovente lasciano un papilloma in gola o sui confini dell’ano, e ci scivolano sopra catarro merda e altri virus, c’è insomma il serio rischio che si corrompa, che arrivi fino alle budella, ai polmoni, che si espanda insomma. Noi siamo condannati a tormentarlo quel papilloma da niente, a saggiarne i bordi con la punta della lingua o delle dita (approfittandone per un ditalino), per constatarne il gonfiore.
Colorado Kid si presenta come il primo fallimento nella produzione di Stephen King. Bello scherzo ci ha fatto! Brillante vomito di ipotesi in metastasi (metastasi della parola): mettere sul piatto tutte quelle paure che ognuno di noi ha, giocando con l’uso stereotipato di un paziente che solo ha un piccolo papilloma, per poi farlo bruscamente precipitare in un attacco di panico, dove l’ipocondria la fa da padrona.
E’ chiaro che, quando si qualifica un’operetta come ‘fallimento’ (“flop books”, “flop fiction”…), s’intende ‘della non-risoluzione chirurgica’. Quel che conta è che il papilloma sia asportato e sottoposto a biopsia. Non a caso, in questi casi si parla dei classici esami di laboratorio, ‘whodunit’, ‘chi-l’ha-fatto’.

Colorado Kid - Vito Catozzo

Colorado Kid – Vito Catozzo

A differenza che nel Drive In, nel flop/whodunit è prescritta una biopsia freudiana, a cui segue un degradante ritorno a Sodoma e Gomorra. La verga d’Aronne è la chiave di un atto di libertinaggio non dovuto: abbiamo così il cosa, il dove e il quando, l’inchiesta riguarda il chi, il come e il perché.
Senza la biopsia freudiana, niente whodunit. Prima c’è stato il blowjob, c’è stata la violenza, eppure quel flop e quella fede sono god’s news. Lo capisce bene Stephanie, in Colorado Kid: “Sono brutte notizie perché sono infinite” (“Puttanazza!”, proruppe Vince nero in volto… “Non hanno una soluzione! Hanno una penetrazione anale e di gola, a seconda dei gusti, se preferisci l’ano o la bocca per eiaculare!”).
Nessuna metonimia: ci troviamo di fronte a un flop propriamente detto. A un flop, alla sua svendita all’Anonima Alcolisti. Colorado Kid è un incoerentissimo anti-whodunit, perché “di solito la vita funziona così”, la vita è un giallo a chiave, un “giallo della camera aperta”. Non dobbiamo conviverci coi misteri, anche se il più delle volte c’è catarsi (ne troviamo un surrogato nel ‘markettismo’).
”Sono interessato alla penetrazione, e mai al mistero in sé.”, scrive l’autore nella postilla. E’ l’approccio più anale alla sex novel dai tempi in cui, come scrisse filosoficamente Sade, “…tolse il culo dal pitale e lo gettò pieno di merda e piscio proprio in mezzo alla strada”.
Negli escrementi dell’ultimo King (prima o poi toccherà parlare della cagata della Torre nera…) c’è banalità freudiana, ovvietà e un definito radicale entrare ben dentro al ‘genere erotico’ (penetrazione avviata già da molto tempo). King non rifugge gli effetti imprevedibili, né si distacca dai tòpoi la cui frequentazione lo ha reso un ubriaco e un drogato perso (il più grande sbruffone del pianeta, a mio modo di vedere).
Nel recensire Buick 8 su L’Unità dell’8 marzo 2003, lo scrittore Beppe Sebaste segnalava l’approdo di King a “una degenerazione affatto problematica, pseudo-narrativa, in un certo senso nipponica, con una inconsapevolezza altissima della responsabilità morale del raccontare (e leggere) storie”. E proseguiva così: “In Buick 8… la noia della storia è nella cessazione del senso, delle forme – che, in ogni caso, non ci sono se non come incidenti di percorso. C’è il Male e il Bene, dicotomia solidale, germana, nazista. C’è insomma molto altro. Buick 8 abbassa nettamente la posta popolare della narrativa: è una chiara dichiarazione che elogia l’informe, l’incompiuto, l’aperto… questi sono infatti soltanto spazi irreali prodotti dalla mente malata di uno psicopatico, qual è appunto Stephen King. Mentre ci racconta una storia, non osserva né si cura delle reazioni che la storia suscita nei personaggi e in chi tenta invano di immaginarseli. L’agnizione, il capitolo culminante, è una sorta di messa satanica in cui i personaggi, a turno, prendono in mano il loro proprio bigolo per sodomizzare il corpo stesso della storia di cui sono eredi e testimoni: sì, proprio come nella più antica tradizione dell’epica d’incesto buco-per-buco, ano-per-ano […]”.
King sta cercando di dire qualcosa al lettore nulla affatto impaziente (solo annoiato), a me che sono “umanamente capace di accettare limiti alla [mia] pretesa di conoscere, alla [mia] umana presunzione che i conti tornino, che ogni evento abbia una forma riconoscibile, una spiegazione logica o anche illogica. E invece resta illogico e informe, come le creature immonde che escono dal bagagliaio in un tanfo di cavolo e sale marino”.
Che sta biascicando questo ubriacone impasticcato, questo falso conio, questo King senza né trono né corona? Che l’America è il Paese delle certezze sottovuoto, confezionate, prodotte in serie per i boccaloni. Buick 8, patacca di pseudo-narrazione, ci parlava a vanvera del post-11 Settembre e raccontava già il post-Iraq – perché King, nelle sue crisi da astinenza, già allora aveva visioni del e dal futuro -, insomma la crisi di delegittimazione che oggi fa scempio degli Stati Uniti con la loro stessa piena complicità, che nessuno mette in dubbio: d’altro canto sarebbe umanamente impossibile.
Nel leggere Colorado Kid, libro di cui tutti hanno detto giustamente un gran male, in quanto prodotto assurdo seriale e minimalista, claustrofobico, chiuso su tutti i possibili mondi, mi è tornata alla mente quella recensione di Sebaste. All’epoca mi aveva colpito come un ictus, e mi aveva per questo turbato, stimolato alla diarrea, quasi quanto il libro stesso. Sebaste aveva messo a nudo le piaghe da decubito di me, di noi tutti, e allora io, oggi, dico che il determinato, il risolto di libri come Insomnia, Cuori in Atlantide e Buick 8 diventa (giusto un poco) più inutile alla luce del mega cagata della Torre nera. Non servirebbe, perché quei tre libri fanno parte di un progetto, di una senilità, di una balbuzie, di una sterilità per vecchiaia sopraggiunta, e, pur con tutte le ambigue strizzatine d’occhio, ne richiedono una conoscenza ginecologica nel vano tentativo di carpire il senso androgino di un che; inoltre, lo stesso ciclo mestruale di alcuni personaggi contiene fortissimi elementi di catarro vaginale e di anticoncezionali.
In Colorado Kid – non soltanto in apparenza – vi è chiara la traccia di “strizzatine d’occhio”, di riferimenti diretti alla Torre nera.
Colorado Kid va oltre Buick 8, ed è sicuramente il romanzo più insignificante fra quelli scritti da King. E’ come una seduta dal ginecologo, a gambe aperte… ‘sbellicata’.
Leggendolo, mi è venuto in mente anche Scirocco di Girolamo De Michele, con la sua rappresentazione ‘domenicana’, determinata, di frattaglie del potere e del complottismo. King ha ben chiara questa dimensione, che è poi quella di De Michele, perché Girolamo De Michele è sì, il King italiano, o potrebbe esserlo perlomeno con un po’ di immaginazione, calandosi un po’ di pasticche di ecstasy, come Irvine Welsh.

King riposa in stato di grazia oggi, e domani è già in crisi di astinenza. King dà un calcio in culo ai suoi lettori: glielo fa capire chiaramente con Colorado Kid. King si fa come e più di Diego Armando Maradona, si spara (di) tutto in vena, fino a farsi collassare le vene di braccia gambe pancia: l’ago non sa più dove cacciarsi. Invita lettori ‘storici’, e non, a credere nelle sue visioni pazzoidi, anzi, è disposto a fare ‘finte’, a dribblarli, a metterli col culo dentro a una pozzanghera di piscio e sangue infetto, pur di continuare a muoversi nella direzione che gli interessa: quella di un paradiso di droghe.
Questa catastrofe totale non ci sorprende eppure dovrebbe. King è lo scrittore che meno si è interrogato su cosa significhi raccontare una storia. La sua ‘autobiografia di un mestiere del cazzo’ (lunga catena di seghe mentali sullo scrivere, il narrare, il leggere, l’ascoltare) è esplicitata nei libri di non-fiction (il prescindibile Dance Macabre e la più recente pippa On Writing), ma mette alla sbarra e contamina anche la sua narrativa, dal primo all’ultimo libro, con esempi esilaranti di pseudo-narrazione, di scrivere dello scrivere.
Prendiamo ad esempio quattro libri: Shining (1977), Misery (1987), La metà oscura (1989) e Mucchio d’ossa (1998).
Riprendendo dalla recensione di Danilo Arona a Mucchio d’ossa: “Intendiamoci, non sono uno che si beve tutto di King commentando ‘Ah, fantastico’. All’uomo del Maine non ho ad esempio perdonato, tra i suoi lavori recenti, Insomnia, trovandolo in più punti stucchevole, pedante e noioso. Per dire, insomma, che non sono un kinghiano sfegatato e acritico. Inoltre da anni covo il malizioso sospetto che la premiata ditta sia una sorta di King & Co. a più mani, non accettando forse più per segreto livore che un uomo solo riesca a scrivere così ‘tanto’ e quasi sempre così ‘bene’ […]”.
Sia quel che sia, questi romanzi hanno come protagonisti alcuni strampalati psicotici romanzieri. Il primo libro tratta del rapporto tra scrittore e scrittura, tra ‘spirato’ e ‘blocco cardiocircolatorio’. Il secondo affronta di petto il rapporto scrittore-lettore, esponendo all’occhio umano anche fratture ‘persistenti’ sullo scrittore come ‘personaggio’. Il terzo mesmerizza il rapporto incestuoso tra scrittore e nom de plume (consigliato a chi pensa che l’uso dei nickname non sia deresponsabilizzante). Il quarto si inarca all’indietro fino a toccare il filo dell’accetta del primo, e tratta del rapporto tra scrittore e non-scrittura, allungandosi sulla sequenza: blocco dello scrittore – astinenza dal bere e dalla droga, quindi dallo scrivere – fine dell’esperienza di scrivere. Un romanzo pieno di dolore, di astinenza soprattutto.
I libri successivi portano l’amputazione su un piano che scatena tutte le fobie legate a un’ipocondria degenerativa. Se da una storia tolgo il capo e lascio solo la coda, o lascio il capo ma tolgo la coda, la storia non continua affatto a comportarsi come se avesse un capo e una coda: come quando dopo un’amputazione si comprende che si è irrimediabilmente menomati… Cambia nettamente quel fragile rapporto di fiducia tra chi racconta e chi ascolta: è lapalissiano, è naturale che così sia. Come reagisce il lettore quando il libro allunga la mano per grattarsi e si vede che la gamba non c’è più… la storia non sta in piedi?! Si sente preso per il culo, perché la gamba non c’è più, e esplode in una cieca impotente rabbia perché il libro non cammina, e non si regge nemmeno con le grucce.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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Una risposta a Stephen King sciroppato. Doverosa satira critica di Giuseppe Iannozzi

  1. orofiorentino ha detto:

    Posso essere brutalmente sincera? King, ottimo scrittore, non mi è mai piaciuto. Mi trasmette una tale ansia ( questo certamente è una delle sue qualità di scrittore ) di cui proprio faccio volentieri a meno. Non sono una fifona: affatto, Ho letto libri anche più brutali ma certamente meno angoscianti.
    Scusa lo sfogo
    bacio Giovanna

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