Francesco De Nigris ha espresso se stesso in note incantevoli – HUMORESQUE – recensione di Giuseppe Iannozzi – Cicorivolta edizioni

Francesco De Nigris ha espresso
se stesso in note incantevoli

HUMORESQUE

di Giuseppe Iannozzi

HUMORESQUE - Fracesco De Nigris

HUMORESQUE – Francesco De Nigris

Cicorivolta edizioni – collana i quaderni di Cico
ISBN 978-88- 97424-15-4 – € 12,00 – pp.124
© 2012 in copertina,”Blue Song”, by Sebastiano Bongi Tomà – il ramingo – (www.sbtphotographer.eu)

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Non c’è amore se non c’è morte e non c’è amore se non c’è prima il dolore, ma non sempre il dolore è valvola di sfogo per l’Eros. Recita l’epigrafe sul monumento funebre di Antonio Salieri: “Riposa in pace! Non coperta di polvere/ l’eternità ti è riservata./ Riposa in pace! In eterne armonie/ si è dissolto il tuo spirito./ Egli ha espresso se stesso in note incantevoli/ ora è salpato verso l’eterna bellezza.”

Francesco De Nigris porta sulla pagina la musica, il patto con il diavolo, l’apollineo e il dionisiaco, lo spartito frammentato d’un impossibile vivere.  L’autore di Humoresque registra gli accadimenti funerei di esistenze, che se solo il Fato lo avesse voluto, avrebbero forse incontrato, nel corso del loro passaggio terreno, non la semplice esclusività del rimpianto: per nessuno dei personaggi di De Nigris c’è una sola stilla d’illusa felicità. Uomini donne bambini, in un modo o nell’altro, tutti dipendono dalla musica, dalla salvezza e dalla dannazione che essa significa: e chi decide di partorire note musicali sempre lo fa a suo proprio rischio e pericolo.

I racconti di Francesco De Nigris hanno tutti in comune il suono, anche quando questo è silenzio, o urlo di soffocata rabbia. Utilizzando un registro narrativo post tondelliano, in alcuni casi vicino a quello di Altri libertini di Pier Vittorio Tondelli, e in taluni casi in una ‘parlata’ compiaciuta nella mimesi linguistica di Alberto Arbasino, l’autore ci consegna l’amore per la musica, ma soprattutto l’uomo, la sua animalità governata dall’istinto e che è spesse volte vittima e preda d’una solitudine esistenziale non scorporabile. Dimenticatevi però Pasolini: l’autore Francesco De Nigris, pur parlando di personaggi che vivono ai margini della società, non baratta la sua onestà intellettuale e artistica in quello che sarebbe potuto essere un grottesco tentativo di riesumare il freddo cadavere dell’autore di Ragazzi di vita. Gli accenni sottointesi o espliciti all’omosessualità, latente o dichiarata, sono sempre in una declinazione nobile e mai pecoreccia (romanesca), sono declinati in una foggia grottesca, talvolta anche divertita, un po’ à la Jonathan Ames. Nei racconti di Francesco De Nigris il dolore c’è ed è grottesco, divertito, arrabbiato, musicale, e inascoltato da tutta la società che fa da cornice a Humoresque. La felicità non è per tutti, non lo è per le vite comprese in Humoresque. Siete disposti ad ascoltare le note dell’umoresca di De Nigris?

Francesco De Nigris vive ad Andria (BT) e insegna educazione musicale nella scuola media. Ha pubblicato due romanzi: Parole morte (Oppure, 2001) e Sotto un cielo senza angeli (Palomar, 2006).

Leggi anche:

Intervista a Francesco De Nigris, autore di “Humoresque”


Brano tratto da “HUMORESQUE”

(…)

Humoresque
(frammenti di un giorno di primavera)

(…)

Frammento V

C’era una targa: “CORALE J. S. BACH”. Entrò.
Questa parte della città, zona I67, non la conosceva. La sala prendeva luce dai finestroni situati in alto. C’erano tre file di panche e in fondo una pedana. Si guardò intorno e sedette all’ultima panca di destra. Era solo in sala, mentre la pedana si andava riempiendo. Quando il direttore arrivò cessò immediatamente il brusio che proveniva dalla pedana. Salutò, guardò a destra e a sinistra e si accomodò su una sedia di fronte al coro; disse qualcosa, poi si immerse nella partitura.
I ritardatari arrivarono che il maestro stava dando indicazioni. Era un prete, tozzo, lunghi capelli neri rovesciati sulla nuca, le mani candide come il colletto della camicia, mani grassocce, lo vedeva bene sotto il cono di luce al neon che lo investiva, mani, pensò, abituate a maneggiare spartiti più che paramenti sacri.
Il maestro accennò una frase e il canto si espanse nella sala, lo raggiunse e lo emozionò; credette di riconoscere un passaggio del “Gloria” di Vivaldi. Si alzò, decise di avvicinarsi.
Dal posto che occupava adesso, a pochi metri dai soprani, credette di riconoscere un volto, quando gli sguardi si incrociarono abbozzò un sorriso incerto. Era proprio lei. Quella donna, come le altre, aveva animato il suo universo fantastico, tempo addietro. L’aveva conosciuta in casa di amici e la piega glaciale delle sue labbra, il suo sguardo tagliente lo avevano affascinato. Era bastato poco per innescare quella che lui definiva “la sindrome da indifferenza”. Era sempre così, tutte le volte: il distacco, in una donna, lo illanguidiva, obbligandolo a percorrere, in rigorosa e prevedibile ascesa, una gamma di umori, dalla attenzione dissimulata al cauto interesse, alla spinta a muovere verso la donna, alla disillusione, alla malinconica rinuncia. Non era la distanza fisica, era quell’altra, quella che fa di un uomo e una donna mondi separati, a volte inconciliabili, quel muoversi in una terra di nessuno dai confini incerti che a volte un gesto o un’occhiata autorizzano a percorrere.
Il maestro fermò l’esecuzione, parlò a lungo, spiegò, mosse le mani, segnalò i respiri, sorrise e invitò i tenori a ripetere.
Fu tentato di rivolgere la parola alla ragazza ma si trattenne in tempo, fece solo un cenno ricambiato.
Si ritrovarono per strada alla fine della prova.
“Ho la macchina, si va?”
“Si va!”
Si diressero verso il mare, lo sguardo della ragazza era fisso sulla strada, protetto da un paio di occhiali scuri che la rendevano enigmatica. Lui detestava gli occhiali da sole, e a volte chi li portava. Imboccarono un viale che conduceva alla spiaggia.
Fissò l’attenzione su un grosso cane che li precedeva sul retro di un furgone, per eludere l’inquietudine e per non pensare.
“Dove sei stato tutto questo tempo?”
“Da nessuna parte.”
“Quegli amici li hai più rivisti?”
“Saltuariamente.”
“Come mai non ti sei più fatto vivo, non mi hai più cercata?”
“Non lo so, ma sai…”
“Sì?”
“Non sorridere, ti prego, quello che sto per dirti ti sembrerà sciocco…”
“Allora?”
“Tu mi incuriosivi e mi inquietavi… Perché sorridi? Avevo ragione a pensare che avrei detto una cosa sciocca.”
“No, affatto. è che faccio sempre questo effetto.”
Tacquero. Il furgone col cane se l’erano lasciato alle spalle.
“A cosa pensi?”
“A niente.”
La macchina filava, imboccarono un viale fiancheggiato da giganteschi ippocastani, sullo sfondo scorse una sottile stria azzurro brillante. La strada semideserta incoraggiava la velocità, alle spalle la città svaniva e il nastro brillante invadeva lo sfondo, il sole calava.
La macchina rallentò, infine si arrestò nei pressi di un chiosco, era chiuso. Una leggera brezza muoveva gli oleandri allineati lungo il marciapiede. Scesero, si avviarono verso la battigia, lui leggermente arretrato rispetto a lei. La osservava percorrendone con gli occhi il corpo.
Si fermarono a pochi passi dal mare, in silenzio, a fissarne la superficie leggermente increspata.
“Come va il lavoro all’Accademia?”
“Niente di speciale.”
“Ci vieni spesso al mare?”
“Quando ho bisogno di pensare.”
“Ci vieni da solo?”
“Sì. Mi siedo e ascolto il silenzio, il mare.”
“E a cosa pensi?”
“Oh, a tante cose e a niente in particolare. Il mare mi aiuta a sentire la nostalgia.”
“Davvero? è buffo.”
“Non direi. Quando sento arrivare la nostalgia, so che qualcosa di me mi sta lasciando.”
Lei sembrava distante, fissava un punto all’orizzonte; erano vicini, poteva sentirne l’odore, percepire il respiro della ragazza, che disse: “Continua.”
“Dico addio a vecchi pensieri, alle immagini di persone che forse non rivedrò mai più, a brandelli di sogni, faccio spazio al rimpianto per quei sentimenti che non hanno potuto esprimersi. Parlo al mare e lui mi risponde.”
“Ti parla? E di cosa?”
“Della sua sconfinata solitudine. Mi parla di quello che nasconde e custodisce, di quello che sottrae agli uomini e di ciò che restituisce. è come se abbandonasse le sue parole sulla spiaggia quando è deserta. Parla… parla, non smette mai.”
Tacquero e rimasero a lungo a fissare il mare.

(…)

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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