Il prete giovane | di Iannozzi Giuseppe

Il prete giovane

Iannozzi Giuseppe

A breve ANGELI CADUTI di Beppe Iannozzi per Cicorivolta edizioni. Preparatevi dunque a veder realizzati i vostri migliori e peggiori incubi. Non abbiate paura di entrare in contatto con gli ANGELI CADUTI: hanno storie da raccontarvi, per poter essere forse un giorno liberi dalle loro ossessioni. Ascoltate le voci degli angeli e cercate di comprendere le loro ragioni, anche se non poche volte vi sembreranno assurde, illogiche, fuori dal mondo.


La conobbi che era ormai tardi: non avrei potuto far più nulla per aiutarla. Lei era stanca della vita. La strada, il lampione, l’incertezza: non reggeva più il peso delle notti e del darsi via a tutti, a uomini e donne, per danaro. Erano anni che faceva quella vita.
Ed era ancora una bella donna, appetibile. Però gli occhi tradivano stanchezza infinita, e i clienti rimanevano schifati: non volevano avere a che fare con una che la dava via così, senza un minimo di finta partecipazione.

Io ero un prete, giovane: nutrivo degli ideali, pensavo che la misericordia di Dio fosse infinita e che il mio scopo in terra fosse di aiutare le anime perse, anche quelle prostituite.
Avevo finito di celebrare messa, quando la vidi. Compresi subito. Feci per avvicinarla, ma lei scomparì subito. Uscii lasciandomi la chiesa alle spalle, ma in strada della donna non c’era già più alcuna traccia. Rientrai. Avevo sentito parlare delle donnine allegre, ma ne sapevo niente in realtà. La vita l’avevo regalata a Gesù e alla castità: e la mia missione era quella di aiutare le anime a ritrovare la persa via. Tuttavia, in quel preciso momento, nonostante animato da una gran voglia di fare, devo ammettere che la strada la stavo perdendo io: ero eccitato, frenesia religiosa, apostolica, e un desiderio impuro che mi premeva fra le gambe portando angoscia al petto. L’avevo vista per una frazione di pochi secondi: era una donna bella, matura, bionda, alta, una madonna viziosa dagli occhi stanchi, profondi come un cielo di nuvole.

Non lo terrò nascosto. Non la tirerò troppo per le lunghe. Subito, ecco, la confessione: lei è tornata, una due tre quattro cinque sei volte, e alla settima siamo andati a confessarci insieme, a letto. Non avevo mai ascoltato i peccati, così, con tanta determinazione nella carne. Il settimo giorno Dio si riposò, io no. Non mi ha rubato nella cassetta delle elemosine: voleva solo un povero cristo come me che l’ascoltasse e che facesse finta di asciugarle le lacrime con un fazzoletto nero. Amava che l’amassi gridando “Sodoma!”: le piaceva prenderlo lì, dabbasso. La figa non la smollava facilmente. Non le piaceva: troppo intimo, così si scusava. “Amami per quello che voglio io!”: così diceva, non si stancava mai di ripetermelo. A ogni occasione, fosse giusta o sbagliata. Era stanca come un cimitero. Affascinante come un cadavere seppellito da poche ore e subito riesumato per un capriccio di… Se di Dio o degli uomini, non è importante.

Ora capite anche voi che non avrei potuto davvero far di meglio per lei. Marlene era bella. Era la fede. Un buco. Una solitudine. Una scopata. Era l’amore di Dio, e degli uomini, di quelli stanchi e sconfitti. Come prete non potevo chiedere altro. Perché allora mi sentivo in colpa? No, non era colpa quella che nutrivo in seno. Io non ero peggiore di quelli che se l’erano fatta prima di me pagandola e pestandola. Ero migliore: asciugavo le sue lacrime se non altro, le benedicevo e le bevevo.

Non fu una relazione difficile come qualcuno potrebbe pensare: si era negli anni Sessanta e la società era troppo impegnata per preoccuparsi di me. Gli anarchici cadevano dalle finestre: c’era in giro troppa confusione perché qualcuno si occupasse d’un pretino e d’una puttana sulla quarantina che non poteva esser detta neanche ‘bocca di rosa’.

“Quanti anni hai?”
Lei, senza imbarazzo: “Ormai quaranta.”
“Li porti bene.”
“Me li sono fatti, bene o male. E’ diverso.”
“Dove li trovi i tacchi alti?”
“Non è difficile. Il diavolo, oggigiorno, fa pentole e coperchi. Si è adeguato.”
“L’avevi fatto con un altro prete, prima di me?”
“No. Tu sei il primo vergine che mi sbatto.”
“Capisco. Perché proprio io e non un altro?”
”Avevi una faccia da coglione. Più degli altri.”
“Avevo! Ed ora?”
“Non sei troppo diverso dagli altri uomini.”
“Però non ti pesto.”
“Ho conosciuto uomini che mi hanno pestata a sangue e che mi hanno amata bene.”
“Allora vorresti che anche io…”.
”Non sto dicendo questo. Poi, tu già sferri pesanti colpi di cilicio alla mia anima. Credi che non me ne sia accorta? Mi scopi, sì. Ma pensi sempre che sono una puttana.”
“E’ quello che sei.”
Cambiò discorso, su due piedi. “Mi dovrei depilare le gambe. Ce l’hai un rasoio pulito?”
“Aspetta.”
Le passai un rasoio di quelli usa e getta. Lo prese. “Leccami le gambe!”
Obbedii. Leccai le sue gambe, fino alla sacra sacrestia. Più e più volte, fino a non avere più un solo goccio di saliva in bocca. In compenso avevo i coglioni pieni di sborra. Credo d’esser venuto almeno una volta mentre leccavo la sua pelle. Lei però non si fece scopare. Lasciò che la guardassi mentre tagliava via i biondi peli dalle sue lunghe gambe. Mi lasciò così. Non voleva il picciuolo del peccato né in culo né nella figa.
“Ho goduto abbastanza mentre mi preparavi per la depilazione!”

Messa la dicevo come sempre: i fedeli, pochi. I rossi, poi, quelli in chiesa non ci venivano manco morti. Non è che avessi molto da fare: ufficiavo, pulivo la sagrestia, raccoglievo qualche sdentata confessione, e il resto del tempo lo passavo con Marlene. Nessuno si era accorto di nulla: sarà stato perché lei era stanca e veniva ma senza vera partecipazione.
“Quanto durerà?”
“Il tempo necessario.”
Non mi era piaciuta come risposta, troppo indeterminata: forse per poco ancora, o per sempre. C’era speranza. O misericordia.

I giorni trascorrevano. Agli occhi dello specchio il mio viso appariva, giorno dopo giorno, più normale, lontano da quella castità che mi avevano insegnato in seminario. Ero una puttana, come tutti.

“Credo che tu ne abbia avuto abbastanza di me.”
“Perché mai?”
“Ormai sei normale.”
“Intendi forse dire che non ti eccito più?”
“No. E’ che sono stanca. Lo ero già quando sono venuta qui.”
“Questo lo so.”
“Allora non c’è più ragione perché resti.”
Ero triste, deluso. Perché se ne doveva (voleva) andare?

Fu dopo che se ne andò e che non seppi più nulla di lei: presi a depilarmi le gambe, ogni settimana.
“Amami per quello che voglio io!”: era diventato il mio motto. Lo ripetevo in ogni sermone. Ce lo mettevo dentro a forza, anche se era fuori contesto; e solitamente era sempre fuori. Non seppi aiutare né lei né me stesso. Ero diventato stanco, come lei, prima che me ne rendessi conto, veramente. Prima che accettassi la verità d’essere una puttana ma stanca. La stanchezza, questa la sfumatura sul mio viso che non avevo saputo cogliere allo specchio.
Sono stato io, io a prostituirmi a lei.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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9 risposte a Il prete giovane | di Iannozzi Giuseppe

  1. romanticavany ha detto:

    Sempre romantico il mio orsetto.
    Che dire… un racconto stamattina ed uno stasera che strana combinazione….
    Poveri angeli caduti all’inferno.

    Dolce notte 1 buffetto
    ♥ vany

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  2. orofiorentino ha detto:

    Anche questo racconto è molto profondo e vero, com’è vero , che alla fine, è stato lui a prostituirsi
    Sempre più bravo

    Buona notte…fresca e piena di stelle

    Giovanna

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  3. romanticavany ha detto:

    Io non credo che il pastore si sia voluto prostituire.
    Purtroppo certi accadimenti nella vita ti fanno capire di più la vita delle persone sopratutto se succedono a chi predica il bene.
    Nel paesino qui accanto un giovane pretino ha subito Stalking da una ragazza.. Non so se tra loro sia successo qualcosa, ma non mi permetterei mai di dire che si è prostituito o altro perché purtroppo non sempre riusciamo ad essere come vorremmo.

    Che fai tu, luna, in ciel?
    dimmi, che fai, silenziosa luna?
    Sorgi la sera, e vai,
    Contemplando i deserti; indi ti posi.
    Poi stanco si riposa in su la sera
    Altro mai non íspera.
    Dimmi, o luna: a che vale
    Al pastor la sua vita,
    La vostra vita a Voi? dimmi; ove tende
    Questo vagar mio breve,
    Il tuo corso immortale?
    *(Giacomo Leopardi)*

    Bonjour, bacetto ♥ vany

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Puo’ essere una interpretazione la tua, non dico mica di no. Il prete non è che fosse cattivo o altro, era soltanto tanto tanto solo proprio come la donna che ha incontrato. Due solitudini che si sono incontrate e che però non sono riuscite a sconfiggere la solitudine. Poi lei se n’è andata, e il prete è rimasto ancora più solo di prima: in fondo un prete è un uomo e per quanto possa credere in Dio e predicare il bene, Dio ha creato l’uomo e ha creato la donna perché si accorse che l’uomo era infelice. Io non sono per il celibato dei preti, credo che anche loro abbiano diritto a farsi una famiglia e nell’intanto portare la parola di Dio: credo che il celibato non sia necessario, perché, stando alle Sacre Scritture, Dio volle che l’uomo avesse accanto una donna. E’ stata la Chiesa a imporre il celibato e non Dio o Gesù. Così io interpreto quello che è scritto nella Bibbia.

    ♥ Buongiorno a te, Monetina VaNY

    orsetto di VaNY

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  5. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    E’ sostanzialmente la storia di due solitudini che s’incontrano senza però riuscire a sconfiggere il mal de vivre che covano dentro.

    Buondì, cara Giovanna. E un abbraccio

    beppe

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  6. mondidascoprire ha detto:

    C’éun dato che appare all’inizio ed è l’astrazione del prete che spiega la sua vocazione come una devozione , una idea .
    In realtà , l’incontro con la donna mette in moto il suo vero desiderio, appartenere ad un altro carnalmente . Questa è la vocazione di ogni uomo, l’appartenere ad un Altro , che se è Cristo , è una Presenza dentro una comunità . L’epilogo è vero, ci si stanca dell’appartenenza solo ad un altro umano, si dive fa schiavi. La relazione tra le persone può sussistere solo se c’è quell’Oltre che ci rigenera.
    Ciao Orsetto

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  7. cinzia stregaccia ha detto:

    un racconto di triste quotidianità della vita umana.quando non si riesce a esser per se stessi un punto forte di riferimento il più delle volte lo si cerca in altri e spesso molto spesso la scelta è sbagliata perchè si cade nella rete di “un proprio simile” Amami per quello che voglio io un’identità irraggiungibile per molti.
    cinzia

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  8. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Ogni essere umano, che tale si possa dire, ha bisogno di condividere parte delle proprie esperienze con un suo consimile. Quando questo non accade, accade che l’individuo non è capace di provare sentimenti: i casi che si potrebbero portare ad esempio sono purtroppo innumerevoli. I più grandi tiranni sono stati, in primo luogo, persone prive di sentimenti. In questo caso parliamo di due solitudini che cercano, indarno, di incontrarsi e di abbattere i limiti che la condizione umana e il passato ha loro imposto. Falliscono. Perché? Capiscono di essere troppo uguali nell’anima. La vita li ha sceverati della capacità di raggiungere l’Oltre, ovvero di amare il prossimo in maniera disinteressata e complice. Anche la loro relazione carnale è una relazione morta sin dall’inizio: lei si presta al giovane prete soltanto attraverso la penetrazione anale, ovvero attraverso il canale della morte, dell’espulsione. Fondamentalmente non sono cattivi. Sono due persone sconfitte nell’intimo.

    Grazie infinite

    beppe

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  9. mondidascoprire ha detto:

    No ci soffermiamo molto al risultato , invece è più interessante scavare a fondo le ragioni che muovono Perchè quelle sono le più vere, i risultati talvolta sono frutto di elaborazione e quindi di artefatti .

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