ANNI24 di Tiziana De Pace – Cicorivolta Edizioni

ANNI24

Tiziana De Pace

Cicorivolta Edizioni

Tiziana De Pace – anni 24 – Cicorivolta Edizioni

In copertina, illustrazione originale di Gabriella Martinelli

ANNI24 è una storia sulle voglie. Di riscatto. Rinascita. Speranza.
ANNI24 è un viaggio nell’inconscio.
ANNI24 è una passeggiata a braccetto con se stessi.
ANNI24 è un raccontarsi a piena voce e pieno cuore, in 24anni, 24ricordi, 24ore dal lettino di uno studio di psicanalisi.
Un cammino da gambero a riviversi regredendo, fino alla nascita, a ciò che conta, i bisogni elementari. Mangiare. Dormire. Amore.

Ritrovarsi adulti e avere il coraggio di fissare la sofferenza alle pareti interne di sé. Risvegliare i sensi e lanciarli nel vuoto delle infinite possibilità, perché ci sono sempre uno spiraglio, un senso, un motore, a fomentare desideri di salvezza.

Tiziana De Pace nasce a Taranto in un venerdì di maggio del 1979.
Da bravo spirito di primavera sviluppa subito un’intensa curiosità per tutto ciò che la circonda e che è colore, immagine, movimento.Inizia a leggere e scrivere molto presto e fin da piccola i libri diventano il suo mondo segreto.
Oggi, a trentatre anni, si ritrova con lo stesso incanto di allora e continua ad incuriosirsi, osservare e raccontare attraverso l’arte in ogni forma ed espressione che le è concessa sperimentare.
Inserita in diverse antologie, nel 2005 con il racconto “Era un uomo. Aveva un segreto” vince il Terzo Premio Fonopoli, parole in movimento, dopodiché pubblica il suo primo libro Lyberty Mode (Montedit, 2005). Anni24 è il suo secondo libro per Cicorivolta Edizioni, dopo TempInVersi (2009)

ANNI24 – Tiziana De Pace – Cicorivolta Edizioni – collana: i quaderni di Cico – ISBN 978-88-97424-17-8 – © aprile 2012 – € 10,00 -pp. 90

Su questo blog leggi anche:

intervista a Tiziana De Pace per TempiInversi a cura di Iannozzi Giuseppe

Brani tratti da: “ANNI24”

(…)

19.

Come una mascotte.
La più piccola delle due donne nel gruppo di lavoro.
Forte quella fottuta necessità di sentirsi importante e amata.
Forse più amata, che importante, in realtà.
Le quattro del mattino. I monitor accesi. Poca voglia di lavorare. Sono in tre.
All’angolo della strada la sala giochi tira fino al mattino.
Fame da noia a partorire gorgoglii, in fondo allo stomaco.
è un attimo, uno scatto da velocisti nella testa.
“Andiamoci a fare una partita a street fighter che qua non se ne può più di preti e chiese e spose, ah?”.
Lei ha il sonoro in cuffia e il suono delle manovelle da regia che manda avanti e indietro, avanti ancora, rapidamente.
Non sente altro che quello.
La richiesta le sfugge, non risponde.
Lui le si avvicina, da qualche giorno lo fa spesso.
La abbraccia da dietro, a lei piace.
Si sente protetta, ché da un po’ non le capita di sentirsi al sicuro, con i suoi primi passi da adulta e la necessità di un lavoro per sopravvivere.
Diplomata da pochi mesi e spinta a un’indipendenza immediata, per non dover più dire grazie a nessuno, tranne che a sé.
Le bacia una guancia.
Lui ha una donna, ci convive da un po’.
Qualche settimana prima alla fine del turno di lavoro, per il cambio, lei era stata l’unica a presentarsi in orario.
I ragazzi erano andati via, smaniosi di respirare l’aria esterna.
Lui anche.
Qualche minuto dopo il campanello, era tornato.
Un maglione dimenticato, la scusa perfetta.
Lei aveva richiuso la porta e nel voltarsi le mani e la bocca di lui, la sua voglia, le erano già addosso.
Non l’aveva respinto, stretto forte, invece.

Amore, dammi amore, amore, necessito amore.
Tutto di lei sembrava chiederne.
Lui probabilmente era fuori da quelle note romantiche, attratto. Corpo&Chimica.
Istintività animale, naturale, ma talmente distante dalle favole.
Aveva ripreso il controllo improvvisamente, come colto da una illuminazione. Forse il volto della sua compagna, ad attenderlo a casa, che fa capolino nella mente.
“Scusa”. Gliel’aveva sussurrato tenendole il volto da ragazza tra le mani, baciandola un attimo ancora, prima di andare via, richiudendosi pesantemente la porta alle spalle.
Abbandono. Non meritava mai troppo amore, era così da sempre.
Lo sapeva lei, lo sentiva.
Ora, un mattoncino di certa insicurezza in più, da posare sugli altri, cementare, con lo smarrimento e le lacrime. Lasciare ad asciugare.

“Una fortezza” pensò “questa sensazione di impossibilità ad essere scelta sta diventando una fortezza”.
Lei sposta le cuffie, mezzo giro di sedia e li guarda.
Allo stesso modo, senza differenza di intensità, per non tradirsi, scoprirsi.
“Dicevo se stacchiamo un po’ e andiamo a fare un salto alla sala giochi. Una birra, partitina, magari colazione calda, che il freddo morde stanotte. Poi riprendiamo, vieni?”.
“No, resto qui, ho da consegnare domani mattina”.
Ritorna a lavorare. Mezzo giro di sedia. Cuffie.
Nessun sonoro.
Il rumore della porta che si richiude. Ora sì, può tradirsi.
Una lacrima, poi un’altra.
Sullo sfondo a troneggiare sul monitor, uno scambio di anelli.
Il peso della fortezza, a spingerle sul cuore.

18.

Inizia dai castelli della Scozia, stupendosi del blu del muro.
Non ricordava fosse così, così blu.
Il volto di Jim la fissa con sguardo immobile e viene più semplice, in quella stasi eterna, riuscire a staccarlo in un solo colpo.
Senza rimpianto.
Ha affrontato la commissione, nessun tremore. Tutti si aspettavano il contrario. Che vincesse la timidezza, una scena muta.
Un’ora e un quarto a dialogare, assemblare frasi, nuotare tra collegamenti, divagare, invece.
Gli ultimi mesi passati rinchiusa tra quelle quattro mura, a battere sui tasti di un vecchio pc, stampare, impaginare, illustrare.

Ha impostato tono e atteggiamento, che ovviamente, incapace di qualsiasi finzione, non ha usato.
Maturità. Ripete la parola ad alta voce, quasi potesse contenere una magia tra le lettere, che solo attraverso la voce funziona.
Maturità, mentre passa ad uno scatto di Giovanni Lindo Ferretti. Cranio rasato. Magrissimo e altero come un non umano.
Alla base di tutto i compromessi, quelli inevitabili per il quieto vivere. Ci avrebbe volentieri rinunciato, ai compromessi, lei.
Al quieto vivere no, le è necessario. Come il pane quotidiano.
Sua madre le ha concesso di avere quella stanza tutta per sé, per un anno, un anno solo. Scolastico, non di trecentosessantacinque giorni come ogni altro.
Un tempo limitato in cui esistere in tutta la sua pienezza, dare sfogo alla creatività, sentirsi libera.

Sua madre in quella stanza non ci è mai entrata, rispettando la promessa.
Ora, tutto va verso il cambiamento.
L’esame è passato, l’estate scalpita, il mondo fuori la reclama e lei dovrà tenere fede al patto.
Liberare e accartocciare il suo mondo per fare spazio ad altro. Crescere. Da lì a breve il primo giorno di lavoro e benvenuta nel mondo degli adulti, babe.
Cicli e ricicli. Tappe convenzionali.
Al pensiero emozione mista ad un senso di nausea a risalire, spingendo verso l’alto, per sfociare nel tumtum.
Dal cuore alle tempie, attraverso chissà quali circuiti.
Maturità. E via a strappare uno scatto di Oliviero Toscani dalla parete. Ritagli tenuti su dal biadesivo, quello in eccesso, avanzato dalle tavole da disegno, che ha minuziosamente preparato nelle notti insonni.
Non si direbbe che provi smarrimento e dolore.

è sempre stata brava a fingere, mantenendo un’aria serena, in netto contrasto con il tumulto dentro.
E ancora, a trascinarsi un po’ di intonaco, un’immagine di Cobain su sfondo rosso. Dalla schiena spuntano un paio d’ali. Si ferma e le osserva.
Forse, pensa, potrà viversi il futuro in volo.
Uno sguardo all’orologio, quasi ora di cena e le resta poco tempo. Arriverà la notte, preludio ad un giorno nuovo, di immagini e ricordi che il camion dei netturbini porterà via, in grossi sacchi neri poggiati all’angolo del cassonetto, sotto casa.
“Tutto il resto”si dice “si vedrà”.

17.

Hanno diviso gli spazi in fretta. Occupato gli armadi con i loro vestiti. Scelto in quali letti dormire.
Roma è piena di sole e gli accompagnatori non hanno storto il naso alla vista di bottiglie di vodka da discount, negli zaini dei ragazzi.
Il viaggio è stato leggero, ma solo perché lei è stata capace di isolarsi, atteggiamento solito negli ultimi mesi, sparandosi in cuffia musica alienante.
Prima ancora di disinfettare il bagno hanno acceso coni di incenso e rollato una canna, accompagnando il tutto con sorsi di alcool condiviso, nella mattina ancora assonnata.
Chissà perché in gita tutto è concesso.
Si interrompono i cicli naturali e le abitudini, sovvertite, le saluti con un ciao a pieno palmo, così, come in una fuga premeditata dalla normalità.
Ora stese sul letto, tre, numero perfetto, si abbandonano all’ozio.

Qualcuno passa e bussa forte, alla porta della stanza, per avvisare della colazione ad attendere.
In risposta tre strafottenti sbuffi di fumo, perfettamente in sintonia, come loro tre. Si illude.
Probabilmente hanno già organizzato tutto.
Hanno già deciso come tagliarla fuori, levarsela dai coglioni per i giorni a venire.
Loro due sono già belle, smaliziate, entrate nel giro delle notti brave, degli sballi, delle scopate adolescenziali.
Hanno corpi differenti, ma bene assortiti e riescono anche a scambiarsi vestiti, ancora più intime, strette in una confidenza che lei stenta a meritare.
Dura un attimo. Uno sguardo obliquo di complicità e una è già fuori dal balcone, sorride.
L’altra si mette a sedere sul letto e osserva, muta.
Lei non capisce subito cosa sta accadendo. Avverte la sensazione nell’aria, mista all’odore penetrante di incenso e fumo, di qualcosa che non va.

Poi un urlo: “Mi butto! Voglio morire, vita di merda, mi ammazzo!”.
L’altra, sempre seduta, immobile al centro del letto, ride.
Lei, spaventata, corre verso l’amica, gli occhi umidi, il fiato corto di ansia, ché il suicidio è il suo pensiero ricorrente, il mostro nell’armadio da anni, ormai.
Ha già perso troppe anime per poter sopportare l’idea di un nuovo lutto da elaborare.
La afferra per il polso, ma l’amica con violenza si libera dalla presa, sale in piedi sulla ringhiera e allarga le braccia. Invisibili ali.
Lei non riesce a trattenere le lacrime. Non ha più controllo sul terrore. Perde lucidità e si accorge di non avere la forza di restare a guardare.
Anche questa volta rifugge dal problema, non lo affronta.
Non riesce a dare la colpa al fumo, nemmeno alla vodka, tantomeno alla stanchezza.

Sa che è solo una questione di debolezza, è tutta chiusa nella sua paura e non si chiede come mai l’altra sia ferma ancora lì, ancora sempre seduta, ancora sempre immobile, ancora al centro del letto. Senza muovere un passo.
Ragiona per polaroid, lei. Le ritorna in mente quella volta in cui, durante il concerto di fine anno, ha infilato al polso dell’amica il bracciale in oro bianco di sua madre, per buon augurio. Un gesto importante.
Se l’era visto riportare indietro, con una scusa qualsiasi, che ora stenta a ricordare. Ben più forte, invece, la certezza.
Già allora qualcosa strideva.
Quella sintonia, forse, non c’era mai stata, rendersene conto la ferisce, colpendo allo stomaco.
Gira la chiave, si barrica nel piccolo bagno e vomita.
In quel preciso istante, tra un conato e l’altro, le sente ridere. Forte.
Le immagina streghe arcigne a prendersi gioco di lei.

Quando gli spasmi si alleggeriscono, il click della serratura.
“Dignità” si ripete a bassa voce “mantieni dignità”.
Le stronze la guardano con un sorriso sghembo, fumano di nuovo e buttano giù vodka alla pesca.
Il cono di incenso è alla fine.
Lei cammina lentamente. Apre l’armadio. Raccoglie la sua roba riponendola piano nel borsone.
Vorrebbe un risuonare di parole potenti, dalla sua bocca. Ferire. Poi lo sguardo cade sui loro vestiti, tenuti assieme uno sull’altro, distanti dai suoi.
Un addio, quel suo sguardo lì posato, che assorbe la verità, così chiara ed evidente, da farla sentire cieca.
Decide allora di non averne voglia, di parole.
Lascia la stanza, per non farvi più ritorno, senza il minimo cenno di rabbia o violenza, o.
Prima di raggiungere gli altri per colazione e chiedere agli accompagnatori di essere spostata in un’altra camera si ferma alla cabina telefonica, nella hall.

Sono quasi le nove del mattino.
è presto, molto presto, abitudini sovvertite.
Una voce assonnata risponde: “Pronto?” la bocca impastata di sigarette e sonno.
“Ciao ma’, c’è il sole lì? Qui tutto bene, Roma è bellissima e io mi sto divertendo. Da morire”.
(…)

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a ANNI24 di Tiziana De Pace – Cicorivolta Edizioni

  1. cinzia stregaccia ha detto:

    da metabolizzare.. che dirti ..mi hanno colpito queste parti da te riportate. Forse un libro da leggere con coraggio.
    cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Ne riparleremo a breve di questo romanzo di Tiziana De Pace. Come hai potuto leggere è un romanzo particolare. Però nell’intanto che si parli di ANNI24, puoi verificare la caratura della ragazza nell’intervista che le feci a suo tempo per l’uscita di TempInVersi, qui:

    https://iannozzigiuseppe.wordpress.com/2010/06/22/tiziana-de-pace-tempinversi-come-alice-nel-paese-delle-meraviglie/

    bacione

    beppe

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