Vany, la mia bambolina cattiva | di Iannozzi Giuseppe aka King Lear

Vany, la mia bambolina cattiva

di Iannozzi Giuseppe aka King Lear

a Vany, My Only Love

Vany: Mi spiace, anzi no, ma io i tuoi racconti dell’orrore non li leggo, sono troppo sensibile.

King Lear: Ma è finzione, null’altro che un cumulo di catastrofi inventate.

Vany:
Sarà pure come dici tu, ma io non ce la faccio: mi salta il cuore in gola ogni volta che tento di leggere i tuoi racconti schifidi.

King Lear: Non sono schifidi.

Vany:
Certo, come no! A volte mi chiedo dove sei cresciuto: in una topaia forse?

King Lear:
Non posso essere cresciuto in un simile posto, sono uno scrittore io.

Vany:
Dimostramelo.

King Lear: Scrivo, non è abbastanza?

Vany:
Anch’io scrivo.

King Lear: Sì, ma io lo faccio per mestiere.

Vany:
E dunque saresti uno scrittore perché ne hai fatto il tuo mestiere.

King Lear: Senti, ma tu non dovevi intervistarmi? A me sembra che tu mi stia facendo il quarto grado.

Vany:
Tutta colpa del Parroco. Io non volevo intervistare proprio nessuno.

King Lear: Ti ha dunque obbligata?

Vany:
Più o meno.

King Lear: Che significa?

Vany:
Significa quel che significa. Certe volte sei proprio zuccone.

King Lear: D’accordo, sono quel che sono. Ma tu ieri pomeriggio dove sei andata?

Vany:
A farmi bella.

King Lear: Non ti capisco, tu sei già bella, sei una stella.

Vany:
Scemo! Sono andata a farmi ancora più bella.

King Lear: E perché non me l’hai detto?

Vany:
Perché sei un calimero nero e brutto.

King Lear: Se sono nero e brutto (piangendo quasi, tirando su con il naso), allora perché mi diletti con teneri bacetti?

Vany:
Per farti stare buono. Sei proprio un bambino! Meriti sculacciate e bacetti, è così che funziona.

King Lear: Allora non mi vuoi bene…

Vany:
Ho forse detto di volerti bene?

King Lear: Ma io… (continuando a tirar su con il naso, stropicciandosi gli occhi con il palmo della mano)

Vany:
Mi avevi promesso un castello e non se n’è fatto niente.

King Lear: Ma ti ho scritto le poesie.

Vany:
E che ci dovrei mai fare? Nemmeno il giornalino dell’oratorio ha voluto pubblicarle.

King Lear: Stai forse dicendo che sono un incapace?

Vany:
Nooo…

King Lear: Ed allora… ho le idee tanto ma tanto confuse… mia Priscilla…

Vany:
Io non sono tua. Sono del mio babbo e della mia mamma.

King Lear: Conto dunque meno d’un capello per te?

Vany:
Devo forse ricordarti che sei così tanto pelato da fare invidia a Marte il pianeta morto? Sulla tua zucca non si riesce a trovare un bulbo pilifero manco con il cannocchiale.

King Lear: Mi tratti così male. Eppure basterebbe così poco per rendermi felice.

Vany:
Sempre che piagnucoli, vedi sempre tutto nero…

King Lear: Io sono nero di natura.

Vany:
Potresti pure cambiare abito di tanto in tanto.

King Lear: Hai mai visto un’aquila che si spogli delle sue regali piume nere per sfoggiare una ridicola nudità? Io no.

Vany:
Tu non sei un’aquila, ti mancano quattro diottrie per occhio, scemo che non sei altro. Fai paragoni che non stanno né in cielo né in terra.

King Lear: Mi dici sempre cose brutte. Sei cattiva. Cattiva. Cattiva.

Vany:
Non è vero, sono bella, bella fuori e bella dentro, mentre tu sei bastardo bastardissimo.

King Lear:
(con tono di voce lamentoso) Anch’io sono delicato e ci sto male se chi mi ama mi dice delle cose brutte.

Vany:
Seee…

King Lear: Sei cattiva. Cattiva. Cattiva…

Vany:
Se lo ripeti un’altra volta attacco a piangere come una fontanella, a dirotto, e ti voglio poi vedere a calmarmi… mica ci riesci, sai!

King Lear: Okay, d’accordo, hai vinto tu. Ma non piangere, ti scongiuro, non piangere…

Vany:
(petulante) Allora ti arrendi?

King Lear: (sottomesso) Mi arrendo, non posso fare altrimenti.

Vany:
(trionfante) Saggia decisione.

King Lear: Allora adesso mi fai l’intervista così come ti ha ordinato il Parroco?

Vany:
No.

King Lear: Perché no?

Vany:
Perché non tengo voglia.

King Lear: Il Parroco ti punirà.

Vany:
Con dieci Avemaria e un Paternostro.

King Lear: Preferisci le preghiere alla possibilità di intervistarmi! Non ci posso… non ci voglio credere.

Vany:
Credici. Non ti preoccupare comunque, dirò una preghierina anche per te.

King Lear: (con tono mansueto, quasi commosso) Nessuno ha mai detto le preghiere per me, è una cosa molto dolce. Ti lovvo.

Vany: Io invece no.

King Lear: (adirato) Cosaaa?

Vany: (civettuola) Io non ti lovvo proprio per niente.

King Lear: Tu mi farai diventare pazzo.

Vany: (divertita) Tu lo sei già paSSopaSSopaSSo… non ti preoccupare per questo.

King Lear: Dici sul serio?

Vany: Non scherzo mai io.

King Lear: (confuso e abbattuto) Io con te non so più come comportarmi, un giorno sei il sole e quello appresso sei tempesta e bufera. Cambi sonata da un momento all’altro, mi fai venire la barba elettrica.

Vany: Sei tu che non mi capisci… a me piace giocare e farti i dispetti.

King Lear: Posso capirlo, ma così io perdo la trebisonda.

Vany: Inutile che parli difficile, tanto ti capisco lo stesso, brutto calimero.

King Lear: (abbiosciato) Non sono un calimero, bambolina cattiva.

Vany: Adesso ti devo lasciare. Ciao.

King Lear: (incredulo) Mi devi lasciare, così di punto in bianco senza neanche un bacetto?

Vany: (civettuola) Che noioso che sei, zoccolo!

King Lear: Non sono quello che tu dici, io sempre ti sono fedele.

Vany: Seee… come no! Guarda che ti vedo che stai sempre dietro a tutte quelle che ti fanno un complimento.

King Lear: Cerco solo d’esser cortese, sono uno alla vecchia maniera e non uno zoccolo.

Vany: (sempre più civettuola e divertita) Seee… e io ti credo. Ciao.

King Lear: (pregando) Un bacio, un bacio. Uno solo e mi farai contento per tutta la giornata. Non scappare via così.

Vany: Mi chiamano. Ho fretta, tanta fretta…

King Lear: Un bacio, uno solamente. Non mi lasciare così.

Vany: (ridacchiando) Uffy, un bacio.

King Lear: Anche a te, bambolina cattiva.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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6 risposte a Vany, la mia bambolina cattiva | di Iannozzi Giuseppe aka King Lear

  1. cinzia stregaccia ha detto:

    ahahahahah
    buongiorno ad entrambi 🙂
    cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Visto quante e quante me ne combina quell’adorabile bambolina che risponde al nome di VaNY? 😀 E mi minaccia pure di piangere se non rigo dritto, perché lo sa bene lei che non so resistere al suo faccino triste.

    Spero lo trovi divertente anche lei. Non l’ha ancora letto. 😉

    bacione

    beppe

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  3. romanticavany ha detto:

    Carissimo King 😛
    Scusa se non ti ho letto prima, è molto carina questa pagina, buffa direi,si insomma molto piacevole e simpatica.
    Sai benissimo che mi stai nel cuore…anche se non ti penso più ogni mezza giornata al giorno, ti penso quando mi vieni in mente e ti voglio tantissimo bene come dice Rocco oltre le nuvole, la luna e le stelle.
    Però a volte sei insopportabile si sà, devi accontentare tutti; ma certi tuoi racconti mi rifiuto di leggerli dopo due righe, perchè sono scritte con espressioni di scaricatore di porto, non che io abbia qualcosa contro loro, ma quel lessico così…così.. a dire il vero, di classe inferiore non serve e non dà buon esempio. Cmq.siamo in democrazia se va bene a te scrivile xò….xò io sto bene anche senza leggere i tuoi schifidelli.
    Il parroco… è da Pasqua che non mi confesso ,questo è il mese dei fioretti e quando posso al calar della sera quando il sole e la pianura sonnecchia guardo lontano, annuso il profumo dei gerani sussurro una preghierina per tutti, e penso che due scatoline fare sempre sacrifici, vorrei essere una farfalla e volare lontano da tutto e da tutti compreso te Soccolo;)
    Ciao ♥ vany

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Carissima Vany,

    non nutrir pensiero se questo racconto a te dedicato è sfuggito per parte alla tua attenzione, come se mai l’avessi vergato. Oggidì l’importante è che tu l’abbia visionato; ma quand’anche non gl’avessi dedicato un’oncia del tuo tempo, sul mio onore, giuro che mai t’avrei mosso partaccia.

    Ti sto nel cuore, così mi riferisci, ma più non mi pensi se non in rari momenti di distrazione, nel tempo infinitesimale che Luna e Sole s’incontrano. Non ti son dunque più caro? Sono passato all’ombra del satellite che ci onora sempre col suo volto più splendente? O persa hai la stima nel mio nome? Come puoi volermi tantissimo bene se il core non palpita, se arcigna t’è l’idea di venir qui? Tu, che sei l’anima più pura ch’abbia io conosciuto, come puoi dir codeste parole senza che l’animo mio ne abbia a soffrire?

    Ma lascia che ti dia il mio modesto consiglio almeno: forse che Shakespeare, pur non avendo io un’unghia del talento suo, scriveva senza adoprare gergo popolare? T’illudi forse che le sue Opere, in tutto il mondo intero rinomate nei secoli dei secoli, manchino di quel gergo che a te non è congeniale? Ingenuità, quanta bella ingenuità! E però a quali grossolani errori ti porta: le ultime tue considerazioni, fanciulla mia bella che del mondo sai poco o niente, pesano più sul mio cor sfrattato che non sul Verbo uguale in gola all’opra di Dio. La parola, anche quella gergale, ha una sua forza espressiva che va contestualizzata affinché sia poesia: altra cosa è la volgarità fine a sé stessa; ma tu, giovane bambina, ignori che la parola ha peso solamente quando nel costrutto dell’Opera trova sua giusta collocazione per farsi impeto e nobiltà grave: ecco dunque che se io dicessi qui una parola in uso tra le bettole, senza giustificarla, sarebbe volgarità; ma quando la stessa parola è aggiustata in un discorso più ampio, questa sfuma e da brutta che pareva tosto diventa emozione, palpito del core, forza che le montagne fa franare e i mari ribollire.

    Qual dolore mi porti: farfalla vorresti essere, per viver un tempo breve di fiore in fiore. Una farfalla tanto delicata che impossibile sarebbe anche al miglior poeta indicar per nome, ché il rischio quello di farla morir sul momento.

    Ora, mia dolce donzella, ti saluto omaggiandoti come meglio posso, chinando il capo, portando a terra il mio ginocchio per l’inchino più profondo.
    Che quel birbante di Morfeo possa farti dono di sogni sereni e che Apollo, al mattino, possa illuminar la tua mente con la sua Lira e favella.

    Orsetto di VaNY

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  5. romanticavany ha detto:

    Perfetto!! Risposta da incorniciare.
    Se come tu dici quello che scrivi è giusto allora stasera scrivo sui muri: merdacazzoculofigapompinotettepalle così diventerò una scrittrice come tutti quegli scrittori che tu citi morti e vivi che scrivono fottutissime parole che sembrano per te zukkero filato.
    Dolci sogni 😉
    ♥vany

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  6. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    No, non funziona così, Bambolina Cattiva. ♥ ♥ ♥ Se tu scrivessi una cosa del genere senza contestualizzarla rimarrebbe sempre e solo una volgarità, un insulto, una porcheria.

    Ma se io scrivo: “Merda, mio figlio, mio figlio… ho fatto tutto quel potevo per lui, ho tolto il pan di bocca dalla mia per nutrirlo, perché il seme dei miei lombi potesse un giorno diventar bastone della mia vecchiaia, perché potesse questo figliolino crescere, diventar grande, ottenere tutto quel che io non sono stato in grado di fare né di portare avanti. E, adesso, cazzo, cazzo, non lo voglio credere. Perché lui? Perché proprio lui e non io che gl’anni hanno stancato abbastanza in delusioni e sconfitte? Non si può morire nel fior della giovinezza, cazzo. Non così, per mano d’un pazzo… Perché, Dio mio, perché hai lasciato che quel pazzo premesse il grilletto? Perché gl’hai lasciato fare quel che ha fatto? Non avevi forse occhi per fermar la sua mano? Hai fottuto la sua vita in un niente. Perché, perché, dannazione, non hai preso la mia di vita se è il sangue che bramavi?”

    Ecco, un brano così, non è volgare: c’è tutto il dolore d’un padre che ha perso il proprio figlio per mano d’un pazzo e che alza il pugno contro quel cielo che l’ha privato del suo amore, di quello del figlio.

    E’ questa la differenza. Tutta qui. Quelle parole sono giustificate, danno fuoco a un dolore troppo grande per qualsiasi uomo perché possa esser accettato. Sintetizzano la ferita profonda dell’anima.

    Lo so, ho fatto di nuovo il maestro. Ma sappi che Shakespeare, e non uno qualunque, usava anche il gergo e non poco pesante, come figlio di p., boia d’un G., figlio d’una cagna, sgualdrin*, puttaniere, etc. etc. E contestualizzava in quella che a oggi è la più alta poesia che Artista abbia mai consegnato all’Umanità.

    Ripeto, non sono Shakespeare, non un’unghia di quel suo talento mostruoso, unico e irripetibile: ma nel mio piccolo cerco anch’io di contestualizzare e di usare il gergo per sottolineare il dolore della condizione umana o anche la gioia.

    Scusa se ho fatto il bacelliere, ma quando ce vo’ ce vo’. 😉

    ♥ ♥ ♥ Sogni dorati, Bambolina Cattiva. E tante leKKatine amorose…

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