Scomparso King Lear: troppe donne gli saltano addosso… Fiera del Libro 2006. Quasi un racconto | di Iannozzi Giuseppe aka King Lear

Scomparso King Lear: troppe donne gli saltano addosso…

Fiera del Libro 2006
Quasi un racconto!

di Iannozzi Giuseppe aka King Lear

King Lear missing by Evrim

King Lear missing by Evrim

Questa prima pagina che mi ritrae è stata ritrovata da Evrim

Ogni anno, La Fiera del Libro a Torino. Ogni anno la solita promessa: questa volta no, e invece poi ci casco sempre attratto dall’odore della carta stampata più che dagli autori. E’ un po’ come con il tabagismo l’insana smania di recarsi alla fiera per incontrare una folla di disperati, di autori-attori pronti a tutto pur di farti credere d’avere fra le mani il Capolavoro non dell’anno ma dell’intero secolo. Uno spettacolo che in sé avrebbe del comico non fosse per il fatto che simili parti se le sparano, puntualmente, ogni anno un po’ tutti: e una due tre volte va pure bene, uno ci ride su, ma il troppo stroppia.

Credo che uno come me va alla Fiera del Libro per vedere che razza di mostri ci sono tra il fantasy e il thriller: l’ennesima ristampa di Nessun dove di Neil Gaiman per i tipi Fanucci e in Bilico di Paola Barbato per i tipi Rizzoli. Con fare stanco getto l’occhio su Gaiman: un libro che è una pietra miliare per i cultori del fantasy, ma quante ristampe e lifting ha già subito questo libro nel corso di soli sei anni? Ospitato almeno tre volte nelle collane Fanucci, dopo esser entrato a buon diritto nell’economica Tif, adesso ha un’altra copertina, una di quelle cartonate, pagine grandi, e costo ovviamente triplicato rispetto all’edizione economica. Neil Gaiman è un autore di quelli potenti, ma a tutto c’è un limite: ci sono libri che sono decenni che non vengono ristampati, ci sono possibili nuovi autori che non vengono cagati neanche di striscio, e però si continuano a ristampare in mille edizioni diverse sempre i soliti autori, e Gaiman è tra i ‘ristampati’ preferiti. E accanto a Gaiman, Tiziano Scarpa con il suo Batticuore fuorilegge: la collana che lo ospita è nuova, Collana atlantica, un nome non poco altisonante, poi apri il volume di Scarpa, te lo rigiri fra le mani, capisci che hai a che fare con un collage di interventi e di poesie, e lo rimetti al suo posto imprecando fra i denti, mezzo stordito ma anche divertito.
Non si può fumare, per fortuna: però la tentazione sarebbe quella di accendersi una sigaretta, di cacciarsi immediatamente in un punto relax e centellinare un caffè, e poi una sigaretta. Ci faccio su un pensiero, e mi dico di no: ho poco tempo, questa alla Fiera del Libro dev’essere una toccata e fuga, non ho tempo da perdere. Ecco che mi trovo di fronte a Paola Barbato: la apro, in bilico, su un piede – non avrei dovuto mettere proprio oggi gli stivali nuovi, ma alla fine l’ha avuta vinta il mio narcisismo e adesso ho male ai piedi e mi tocca stare in bilico ora sul piede destro ora sul sinistro. Sfoglio: sorrido. Improvviso una danza, una cosa su due piedi: leggo alcuni stralci, a muzzo, e mi dico che la scrittura è quella del solito thriller di cui non se ne può proprio più, come del resto di Dylan Dog che ormai da una lunga pezza ha fatto il suo tempo. Lascio il libro in bilico sull’alta pila che nessuno si fila, e scappo per inciampare: ma non cado. Lo stand Mondadori è il solito di tutti gli anni: senza sorpresa alcuna mi imbatto in Il tornado della valle Scuropasso di Tiziano Sclavi. Leggo la quarta di copertina, annoiato: “Una casa nel bosco e un uomo solo in quella casa. A scandire le sue giornate, l’ossessivo rito delle medicine, della ‘terapia’ cui si affida per continuare a esistere, e poi rumori, schiocchi, cigolii, presenze… Le stanze di una isolata villetta a due piani, come quelle della psiche, sono abitate da esseri in transito, furtivi, misteriosi, dagli incerti attributi: benigni, neutri o, più plausibilmente, maligni? Il protagonista di questo romanzo cerca di resistere, si impone il rigore del ragionamento, passa al vaglio della razionalità ogni evento, ma pian piano si trova avviluppato nei lacerti della propria memoria vicina e lontana, nell’inquietante immobilità della provincia in cui vive (che è descritta da Sclavi con corrosivo sarcasmo), in un’ossessione circolare come un tornado…” Basta: per Dio!, basta. Non giudico dalla copertina, ma in certi casi sì: ho una valanga di amici strampalati che scrivono thriller ufologici, che sono iscritti a questa e a quella organizzazione, che leggono Michel Houellebecq trovando in Lanzarote e La possibilità di un’isola le tracce per una (im)possibile vita eterna, e che non contenti entrerebbero a far parte degli schierati di Scientology, ma non pubblicano se non volantini che poi appiccicano lungo via Po e via Roma, a tarda notte. Ripenso a quel thriller, Bilico, mentre butto nel mucchio Sclavi: Dio li fa e poi li accoppia, e poi li divide, più o meno così è la storia trita e ritrita. Non c’è altro da sapere. Poco più in là ci stanno i libri di Valerio Massimo Manfredi: ha tutto uno scaffale dedicato, un po’ di spazio l’hanno riservato anche a Valerio Evangelisti, e in un angolo quasi c’è l’ultimo di Sandrone Dazieri. Mi sento come il migliore discepolo di Gesù, Giuda: ed è per questa ragione che fuggo via, a gambe levate, neanche avessi fra le gambe quel serpente tentatore del Diavolo. M’imbatto in Moni Ovadia: me lo ricordo nero come il carbone, oggi è bianco come un agnello, dunque è vero che il tempo passa per tutti. Che dice? “Aprite il libro a caso e leggete con calma. Capirete che cosa è questa luce d’amore che si sprigiona da quello che è il cuore profondo dell’Islam. Sentirete come l’amore di Dio si può raggiungere solo attraverso l’amore degli uomini, sentirete la pietas e la magnanimità che scorrono in queste pagine…” Apro Il Mathnavi del maestro sufi Jalal al Din, una pagina a caso, e giro il volume per vedere il prezzo di copertina di questo Islam bello e incantato e di amore tradotto da Gabriele Mandel: strabuzzo gli occhi. E m’accatto Il vangelo di Giuda: una questione di tasche, e le mie non ce la fanno proprio a tirare fuori quasi cinquanta sacchi per le belle parole di Ovadia nonostante abbia la barba ormai tutta bianca. Meglio un bacio di Giuda, e così sia.
Finisco nella neonata collana 24/7 della Rizzoli: mi sento male, ho un capogiro, controllo d’avere gli occhiali da sole ben calcati sul naso. Non ho proprio voglia che qualcuno mi riconosca. Preoccupazione vana: non c’è un cane. Credevo d’essermi allontanato per sempre e invece il diavolo ci ha messo lo zampino, e devo aver fatto un giro in tondo ritornando in bilico: Wu Ming 5 mi guarda male, la copertina del libro, Free Karma Food ha un sapore a dir poco molto ma molto new age. Un brivido freddo mi corre lungo la schiena: gli incubi che ebbi con Libera Baku ora e Havana Glam sono ancora ben vivi nella mia mente. Dovrei andare in terapia per farmeli asportare chirurgicamente: ma non ne ho il coraggio. Ho una vertigine, e i piedi mi fanno un male cane: inciampo, quasi  butto giù Giuseppe Genna con il suo Dies Irae. Un volume mi cade proprio sui piedi: pianto un urlo, di dolore, lo stesso che deve aver provato il povero Giuda di fronte alla morte del suo amato maestro Gesù. Questo testo “eretico” si apre sulle ultime pagine: mi chino per raccoglierlo, e mi trovo faccia a faccia con la fotografia bluastra di Genna. Ballando leggo qualche stralcio di questa bibbia eretica: basta aprire a caso, non importa su che pagina, basta aprire a caso, perché ogni pagina è come se fosse il capitolo di un libro a sé, ogni pagina, ogni due pagine c’è un racconto, una riflessione. Si potrebbe tranquillamente iniziare a leggere il libro dall’ultima pagina. O a metà. O a caso. Ma che diceva Alessandro Piperno a proposito del Dies Irae sulle colonne di Vanity Fair? “Forse è bene che lo dica subito, così ci togliamo il pensiero, a costo di essere preso per i fondelli per i prossimi dieci anni: credo che il libro di Genna sia un’opera importante con cui tutti quelli che fanno il mio mestiere dovranno prima o poi fare i conti. Un romanzo (romanzo?) di 800 pagine che questo pazzo sognava da anni ma che ha scritto in soli otto mesi. Una Summa italiana: esattamente quella che andavo predicando fosse impossibile realizzare. Il miracolo-Genna consiste nell’essere riuscito a rendere la nostra Storia allo stesso tempo sexy, elettrizzante, patetica, drammatica, divertente…”. Se voleva che lo si prendesse per i fondelli per i prossimi dieci anni almeno – e non metto affatto in dubbio che fosse questo lo scopo ultimo di Alessandro Piperno -, allora c’è riuscito perfettamente; mi correggo, solo in parte. Così, caro Alessandro, no, non ti prenderemo per i fondelli, non per dieci anni, e nemmeno a Genna prenderemo per i fondelli… ma credi davvero che noi si sia così stupidi da impegnare dieci – dico dieci anni della nostra vita – a prendere per i fondelli te e/o Genna? Ma è già tanto se ti dedico dieci righe e dieci minuti: forse non te l’ha detto ancora nessuno, ma l’Universo non gira intorno a te, caro Alessandro. La sparata l’hai fatta, e non era né divertente né seria: non ti lascia niente in bocca. Tutto qui.
Ho bisogno di andare alla toilette per vedere come sono messi i miei piedi. Entro in una di queste toilette: il puzzo di piscio mi assale le nari, no, è quello del disinfettante, una signora con lo scopettone in mano sta lavando il pavimento. E’ curva sul suo lavoro: mi getta un’occhiata in tralice e faccio dietrofront. In un mormorio confuso le porgo le mie scuse, e tutto imbarazzato esco. La poverina sta sgobbando e io mi permetto di entrare come un cavallo zoppo senza alcun riguardo per il lavoro altrui. Posso aspettare. Così decido di fare un altro giro.
Vengo praticamente assalito: c’è chi vorrebbe vendermi un corso di scrittura creativa e chi invece un software per impaginare e pubblicare da me i miei libri, e c’è chi ancora mi porge l’invito a diventare fervente cattolico. Tiro fuori la mia arma, Il vangelo di Giuda, senza dire una parola: qualcuno sbianca, più di un cencio, qualcuno mi mortifica con un “Dio abbia pietà di noi!”. Ma quale pietà e pietà: mi arriva la notizia che George Clooney potrebbe diventare Presidente degli Stati Uniti, dimettendosi così dal ruolo di sex symbol. Mi dico che non è possibile, che non si può essere così coglioni da pensare di affidare il Governo alle mani di un altro attore. Tuttavia gli Stati Uniti sono di gente strana che non sa in che parte del mondo si trova l’Iraq, pur facendogli la guerra, ma che sa tutto di Clooney, così tanto da ventilare l’ipotesi che forse un giorno sarà lui il nuovo presidente americano. Mi dovrei sentire completamente sconvolto, e lo sono: ma dura poco. In fondo, già Ronald Reagan fu attore e Presidente, e ai suoi tempi, quand’era giovane, pure Ronald avrà avuto le sue ammiratrici sfegatate. Fatta questa considerazione, mi sento meglio, chiaramente è un eufemismo. Madonna, la pop star, torna in sella: anche questa notizia mi coglie come un fulmine a ciel sereno. La ormai quarantasettenne Veronica Ciccone, in arte Madonna, dopo una caduta da cavallo che le procurò tre costole rotte e la frattura della clavicola e di una mano, è più in forma che mai: a vederla in video, parrebbe più vergine oggi di quando quasi ragazzina cantava Like a Virgin. Sia come sia, quella donna fa invidia a tante colleghe anche più giovani di lei e già con la cellulite addosso, già consumate dai lifting. Sono finito – non si sa bene come – allo stand Feltrinelli, tra i libri per bambini: ho in mano Pier de’ soldi di Madonna. Mi dico che c’è di peggio per i bambini di oggi, ma non ci credo veramente: per fortuna non sono un bambino da un po’ di tempo, almeno per l’anagrafe, quindi…
Federico Moccia e la sua educazione sentimentale mi fanno dar di stomaco: è pieno lo stand di Moccia qua e Moccia là, e di Beppe Grillo. Tre metri sopra il cielo, il proseguo Ho voglia di te: ho il moccio al naso, e ho bisogno di un kleenex o di un tampax al limite, o finirò col mostrare le mie lacrime di dolore a tutti. Mi trovo però faccia a faccia con Tutto il Grillo che conta di Beppe Grillo. E’ troppo: i lavoratori dei punti Feltrinelli sono messi sotto torchio, e io dovrei comprare un libro scritto dal Grillo di turno per i tipi Feltrinelli? Mai. Moccia non lo considero neanche: vale meno di un harmony per quanto mi riguarda.
Non mi devo far del male, o meglio non devo permettere che mi facciano del male: all’orizzonte vedo una figura, qualcuno che potrei conoscere, e che sarebbe ben felice di attaccare bottone, per lamentarsi che gli ho stroncato il libro: mi rifugio là dove so non verrà di sicuro nessuno di importante a seccarmi. E così eccomi all’interno dello stand dei tipi Newton & Compton: bancali e bancali di libri, soprattutto autori classici. Non sono traduzioni che passeranno alla storia, ma se non altro tengono un prezzo popolare, adatto a un po’ tutte le tasche. Afferro il cofanetto di Federico Garcia Lorca, Tutte le poesie: ne ho diverse edizioni, ma davanti a Garcia Lorca non resisto, tra l’altro per ogni poesia c’è l’originale in spagnolo a fronte. E di Adys Cupull e Froilán Gonzáles prendo la biografia che hanno scritto sul Che, Ernesto Che Guevara.
Distrattamente passo davanti allo stand Einaudi: molto serioso e pochi libri in vetrina. Mi accomiato senza neanche avvicinarmi, tanto più che le standiste non mi sono parse affatto carine né disponibili a un qualsivoglia dialogo. Gironzolo, senza una meta a dire il vero: e mi trovo davanti a lo stand de La Stampa: il giornale non lo compro quasi mai, ma ci sono titoli interessanti, in allegato, nella collana Collezione d’autore, letteratura straniera: peccato abbia già tutti i titoli, in edizione Einaudi. Prendo insieme al giornale William Somerset Maugham, Racconti dei Mari del Sud: a casa ne ho un’edizione, ma è un po’ rovinata. Bene, mi dico. Non ho mai letto niente di Coelho. E così che mi decido per un’edizione economica di Paulo, Undici minuti, giusto perché è alla Fiera, e quel suo pizzetto pirandelliano fa quasi tenerezza pure a un duro come me.
Sono piuttosto annoiato: l’anno scorso, se non altro, una standista mi aveva cacciato in mano un articolo di giornale fotocopiato dove si parlava di Alessandro Piperno e di quanto fosse dotato. Quest’anno niente, nemmeno un volantino ciclostilato in proprio con una pubblicità qualsiasi, del Dies Irae, per esempio, della recensione strappalacrime che Piperno ne ha fatto. Per curiosità vado a controllare la pila di libri: la pila è intonsa, non uno se l’è filato. Prevedibile. Ci sono due che sfogliano una copia di Free Karma Food: credo di conoscerli. E porca miseria se li conosco! Lui è un po’ ingrassato, lei, Vale, invece è sempre impossibile: sembra un albero di Natale per come è vestita, una anarchica con più tatuaggi che cervello, però è molto simpatica. Lui, Max, biascica come sempre: mi fa vedere la panza, mi dice che oramai di profilo è come guardare una pera con il picciolo in cima. Non gli posso dar torto: ha la pancetta tipica di chi beve troppa birra e fa una vita disordinata. Mi chiede se li vale i quindici sacchi Wu Ming 5: gli confesso le mie perplessità sulle prove precedenti, al che abbandona il volume, lasciandolo cadere malamente. Rischia di far cadere mezzo bancale con la sua grazia scimmiesca. Però me la rido sotto i baffi. Con Max è impossibile non farsi una birra, e difatti subito mi invita a sbevazzare: “’Sti libri fanno proprio cagare. E sai che è peggio? che ‘sti coglioni di sinistra non sanno scrivere”. Vorrei ribattere, dirgli che non è proprio così, però mi limito a stringermi nelle spalle. “Dan Brown, quello sì. Ma porco dio!, costa ‘na cifra. C’è un’edizione economica?”. Gli sorrido: “Ce n’è stata una circa un anno fa, nei Miti Mondadori. E’ durata tempo due ore, e non scherzo, poi finita per sempre. Io comunque ne ho un paio di copie a casa, una me l’hanno regalata. Te la do per metà”.
“Mi fai pagare, cazzo!”
“Mica te la presto. A te ti conosco: se mai me lo dovessi ridare indietro, sarebbe a dispense. Tu i libri li porti in trincea”.
Scoppia a ridere, di gusto: “Ti do sette sacchi, subito, e non se ne parla più”.
“Mi sta bene. Domani passo da te, e ti porto il tuo Codice da Vinci”.
“Tu l’hai letto… certo che sì. Che cazzo te lo chiedo a fare…”.
“Sì. Tutto d’un fiato. Perché adesso Brown sta sul cazzo al Vaticano: mi è diventato simpatico per questo. E per questo l’ho letto. Mi sono divertito, ecco”.
Discutiamo, buttiamo giù una birra di troppo, e Vale comincia a ruttare di brutto, più di Max. Non parliamo di libri, solo di moto, di pistoni, di ingranaggi, e cose del genere.
Ci salutiamo alla sua maniera, ovvero con un paio di pacche sulle spalle, e la promessa che l’indomani gli avrei portato Dan Brown. I sette euri me li scuce subito, dopo la birra: “Prendeteli adesso. Domani non lo so mica se ce li avrò ancora…”. E se la ride.
A questo punto me la dovrei battere senza pensarci su due volte: ma rimango. Il rischio che incontri qualcuno è molto alto. Ma il mio look dovrebbe reggere: ho la barba lunga, in maniera spropositata, assomiglio un po’ ad Allen Ginsberg negli anni Sessanta, e poi ho il capello più o meno lungo: l’anno passato ero rasato a zero e con la barba corta. Passo accanto a uno due tre che di sicuro mi conosco: però non mi riconoscono affatto. Tirano avanti, per la loro strada. Non ho voglia né di stringere mani né di darmi in pasto a chiacchiere sui libri. Mi accorgo di avere una borsa davvero ridicola: solo edizioni economiche, superpocket, e volantini pubblicitari. Non ci sono grandi novità, a dire il vero: e se ce n’erano, be’, io non me ne sono accorto. L’unica novità rilevante sono gli audiolibri per i non vedenti in formato mp3: mi chiedo se riusciranno a conquistarsi una larga fetta di mercato. Magari li ascolteranno anche i non-lettori, al posto di massacrarsi le orecchie con la tecno. E’ una flebile speranza.
Passo avanti, augurando buona fortuna ai genovesi con la loro piccola casa editrice.
E passo davanti alle iene, quelle piccole case editrici che per cinquemila euri sono disposti a stampare anche le ricette di tua nonna, tranne poi tenere le copie stampate dentro i loro magazzini per poi mandarle al macero dopo un paio di anni, ma non prima d’averti fatto la proposta di comprare le copie invendute: a un paio di loro li mando a fare in culo in malo modo, uno mi afferra pure per una spalla. Mi volto verso questo tizio: non ho idea di chi sia, forse un simpatizzante o un amico di quelli che tengono lo stand, ma è basso, un nano in confronto a me. E’ rosso di rabbia, non per fede politica: mi biascica addosso non so cosa, lo mando a cagare, e finita lì. Non ci riprova più: la mia faccia, oggi più di ieri, fa paura e incute rispetto. Colpa anche dei novantacinque chili che ho addosso, e che si sono ben distribuiti dopo aver smesso di fumare.
Mi viene la tentazione di incontrare almeno un paio di scrittrici – che sono anche delle blogger -, ma non ho sottomano il programma, e di girare a vuoto per il Lingotto non c’ho proprio testa: e poi magari le due se la sono già squagliata da un pezzo. Rinuncio, sicuro che tanto ci saranno altre occasioni.
Nonostante gli occhiali da sole, la luce artificiale del Lingotto mi dà fastidio: non ho mai amato granché né la luce del sole né quella artificiale: e la seconda, a maggior ragione, mi dà ancor più sui nervi.
Cerco un paio di editori, giusto per. Niente. Non li trovo. I piedi mi fanno un male cane  imprigionati come sono negli stivali. Tra l’altro comincio a sentire caldo, e non serve a niente che mi sfili di dosso il lungo impermeabile nero. Allento il nodo della cravatta, e mi fermo: sono tentato di togliermeli gli stivali, e proseguire a piedi scalzi.
Ho le visioni: dei frati, dei frati che ridono! Mi stropiccio gli occhi, ma niente, la visione non se ne va: comincio a temere che il mio cervello sia andato in pappa. E invece no: quelli sono proprio dei frati, o perlomeno sono vestiti come dei frati. All’improvviso vengo distratto da due bionde mozzafiato che mi passano proprio accanto: parlano di Federico Moccia, manco fosse una rockstar. Mi vengono subito antipatiche, cerco i frati, ma sono scomparsi: tiro un sospiro di mezza disperazione. Mi metto di nuovo l’impermeabile addosso, raccolgo il sacchetto di libri che avevo momentaneamente lasciato a terra, e faccio per tirar lungo, lontano.
Ho una visione di dolore: un uomo basso, coi capelli alla afro, il pizzetto nero, mi si para davanti e mi mostra le sue sante-maledette stigmate su mani e piedi. Addosso ha soltanto una stola, nient’altro. Per un momento smetto di respirare. Mi stropiccio gli occhi più e più volte. Li riapro. E’ ancora di fronte a me. Torno a stropicciarmi gli occhi. Niente da fare. La visione non se ne va. Ed allora me ne vado io e la abbandono a sé. Fuggo, non preso dal panico ma quasi. Carambolo contro un gruppetto di fan di Moccia: le ragazzine tirano urletti finti e innocenti. Continuo a carambolare e mi scontro con un fan, uno solo di Genna e Wu Ming, un tipo alto come le Torri Gemelle abbattute l’11 settembre, non meno brutto di Bin Laden, più perfido di Stalin, ma anche grasso e pelato come Homer Simpson. Per un momento temo che abbia la meglio su di me: ma, per Dio!, vengo tratto in salvo da una comitiva di cattolici cristiani che mi trascina con sé nascondendomi fra le sue fila.
Non so bene come ma sono all’aria aperta: i piedi sono tutto un dolore, però sono fuori, e il sole è alto, si fa per dire, perché c’è un sudario di nuvole che sembra esser stato strappato direttamente dall’Apocalisse secondo Giovanni. Zoppicando, con il bombo di “Moccia Moccia Moccia” di tuoni e di urla nelle orecchie, facendomi largo fra i tanti che entrano al Lingotto (e che non sanno a cosa stanno andando incontro), tirando un secco “no” a quanti vorrebbero rifilarmi l’ennesimo volantino pubblicitario, finalmente col fiato corto riesco ad arrivare al parcheggio. Solo una volta dentro la macchina traggo un sospiro di scampato pericolo, o quasi. Accendo l’autoradio, metto su Musica solo italiana, gli Stadio: “Se vuoi toccare col dito/ il cuore delle ultime nevi/ chiedi chi erano i Beatles/ chiedi chi erano i Beatles/ Chiedilo a una ragazza/ di quindici anni di età/ chiedi chi erano i Beatles/ lei ti risponderà/ La ragazzina bellina/ col suo sguardo garbato/ gli occhiali con la vocina/ chi erano mai questi Beatles/ lei ti risponderà/ Beatles non li conosco/ neanche il mondo conosco/ sì sì conosco Hiroshima/ ma del resto ne so molto poco/ ne so proprio poco/ ha detto mio padre l’Europa/ bruciava nel fuoco/ dobbiamo ancora imparare/ noi siamo nati ieri/ siamo nati ieri…”
Esco dal parcheggio, sgommo, imbocco la strada, vado a tavoletta, contromano: per Giuda!, non c’è un cane che mi venga addosso.
Mi sveglio fresco e riposato: sulla faccia ho ancora Il vangelo di Giuda, che avevo usato per ripararmi gli occhi dalla luce. Mi alzo, metto su la moka, un caffè veloce, poi scendo a prendere il giornale: in prima pagina, “Scomparso King Lear: troppe donne gli saltano addosso…”. I piedi mi fanno ancora male, molto: ho su gli stivali, non me li sono tolti neanche per dormire. E pensare che il mio solo desiderio vero era quello di disfarmene una volta a casa. Ma sono crollato prima che potessi liberarmene. Non importa, oramai. L’edicolante mi chiede se va tutto bene, gli faccio un cenno col capo: e gli chiedo degli allegati, che c’è di bello con le riviste e i quotidiani. E lui comincia a farmi l’elenco: gli sorrido felice come una pasqua. Entra una ragazzina – si fa per dire -, ha almeno vent’anni e uguali brufoli sulla faccia: “XL e la rivista ufficiale del Grande Fratello”. Sentendo ciò, un pensiero mi trafigge il cervello: quella dei giovani è una generazione perduta, irrimediabilmente. Mi consolo: per fortuna che la trasmissione Amici condotta da Maria De Filippi ospita il Sig. Aldo Busi con la rubrica Amici Libri.  Da quando Aldo Busi ha cominciato a dare consigli di lettura, non ho dimenticato un solo suo consiglio. Fatelo anche voi, se vi volete un po’ di bene.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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4 risposte a Scomparso King Lear: troppe donne gli saltano addosso… Fiera del Libro 2006. Quasi un racconto | di Iannozzi Giuseppe aka King Lear

  1. Angelica ha detto:

    Giuseppe caro,
    sorbòle!:-) La notizia è andata in prima pagina e lo scopro soltanto ora. Io che sono una tua fan storica, come lo e’ il tuo caro amico Evrin, e tutte le donne e le dame che frequentano il tuo salottino pepato gia’ un po’. Permettimi un particolare saluto a Chatterly, che vorrei tanto ritrovare. Chissà magari mi legge qui e allora ne approfitto e gli mando un abbraccio, ma anche a Cinzietta e la tua Vany:-))) Dunque, dovresti tornare, ovunque tu sia. Mica ti sarai veramente perso alla fiera? Dov’e’ il tuo libro, lo hai presentato? Perche’ non c’e’ il tuo nome insieme a tutti gli altri grandi maestri che hai citato?:-)))) Io non so mica a che punto sei con le pubblicazioni dei tuoi libri e delle tue poesie.. Mi tieni aggiornata, eh, Beppuccio?:-))) Tutte le poesie a me dedicate, bellissime da far venire un tuffo al cuore, le tieni in un posto sicuro, al caldo vero? Perche’ io ho fatto proprio cosi’. Sono in un posto caldisssssimo:-))))
    Intanto ti lascio un bacio e aspetto tue notizie, per tutto quanto riguarda altre informazioni ho preso nota di autori e testi, del resto sei proprio un riferimento per tutto cio’ che è informazione, libri, poesie e…pepe:-)))))))
    Ciao Beppuccio, baci e baci e baci^_^

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  2. Alessandra Bianchi ha detto:

    Sei grande, caro Beppe!
    P.S. una volta Sclavi lesse un mio libro e giudicò positiva la scrittura… però voleva trasformarlo da horror qual era in un giallo. Lasciai perdere, perché ERA un horror. Punto.
    Un abbraccio 🙂

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  3. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Intedi forse dire che sono in sovrappeso? 😀

    Io non farei mai metter mani a quello che ho scritto io, manco da un Umberto Eco, per cui hai fatto bene.

    Un abbraccio a te 🙂

    beppe

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Karamellina, e son sorbole sì. 😉

    Vedi, la notizia andò in prima pagina: io praticamente preso d’assalto dalle donne. 😀 Ne hanno parlato tutti i quotidiani locali e non.

    Ma certo che ti permetto un saluto alla cara amica Chatterly, che a dire il vero è un po’ latitante anche dal mio blog: sarà troppo presa dal fuoco sacro della sua arte. 😉

    Il mio libro al Salone del 2006? A quel tempo non avevo niente di nuovo da portare per cui ero al Salone solo per farmi fare del male. 😀

    Non ti preoccupare, ti tengo aggiornata io sulle mie tante e tante disgrazie. Però non ti deprimere. ^__^

    E dove sarai mai, Karamellina? Un posto caldissimo è l’inferno. Non mi dire che sei andata in quel postaccio. 😀

    Baci, baci, baci a te, Karamellina. ^__*

    beppuccio

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