Give me a Leonard Cohen. Il gioco preferito | di Iannozzi Giuseppe

Give me a Leonard Cohen
Il gioco preferito

di Iannozzi Giuseppe

Leonard Cohen - Il gioco preferito

Leonard Cohen – Il gioco preferito

“Give me a Leonard Cohen afterworld where I can sigh eternally”
Kurt Cobain

Leonard Cohen? Chi è, Leonard Cohen?
Me lo sono domandato spesse volte anche io, tanti tanti anni fa, quando l’ingenuità mi teneva al guinzaglio e poco o nulla conoscevo del mondo. Poi, la perdita dell’innocenza ha fatto il resto, e così ho incontrato Cohen che in molte notti solitarie mi ha tenuto compagnia con la sua poesia cantata, con la sua voce affilata come un rasoio, con la sua dolcezza melanconica che ha il sapore del blues e della passione. Non posso definire Cohen un personaggio solare, ma non posso neanche relegarlo nelle tenebre: ascoltare una canzone di questo Poeta, significa sprofondare in una dimensione grigia, in una sorta di limbo, dove la realtà è la realtà ed impossibile è tentare di sfuggirle. Quando incontri Cohen sulla tua strada, comprendi che la vita è soprattutto amore, ma se si è disposti ad amare, allora si deve essere anche coscienti del fatto che, prima o poi, qualcuno soffrirà. E potresti essere tu.

Cohen è soprattutto un Poeta a trecentosessanta gradi, per questo fa paura: ogni sua parola scava nell’animo dell’ascoltatore traducendolo nella tristezza esistenziale, un torrente in piena che invade il nostro “io” avvolgendolo con il sudario della passione. Con l’amore. Gli angeli, le suore di carità, i poveri, la religione, la vita, non sarebbero le stesse, se Cohen non le avesse inquinate con la prepotenza del suo “Io”, un “Io” che l’autore non ha mai negato, quando tutti sembravano essere disposti solo a negare sé stessi. My favourite game, un romanzo generazionale che afferma l’Io dell’autore in ogni sua sfumatura, è uno di quei libri che entrano nel sangue e nell’anima rimangono per sempre, come una ferita inferta a un violino, come una rosa strappata dal vento che, nonostante tutto, sempre rossa rimane come il sangue e la passione. Se Jack Kerouac con  On The Road ha entusiasmato la sua generazione e quelle che sono seguite, Leonard Cohen, con My favourite game, si è spinto oltre: ha parlato, ha lasciato che il suo “Io” straripasse perché diventasse l’identità dell’uomo con tutti i suoi pregi e difetti. Si è spesso detto che il più grande poeta-cantautore dei nostri tempi è Bob Dylan: forse è vero, forse è falso. Il fatto è che Cohen ha influenzato un poeta anarchico come Fabrizio De André, ha fatto di Nick Cave il Cave che conosciamo, ha ispirato Jeff Buckley (figlio del mitico Tim Buckley, entrambi deceduti in circostanze non troppo chiare), e poi – riuscireste a crederlo voi? – ha influenzato anche l’ultimo mito maledetto degli anni Novanta, Kurt Cobain.
Recentemente Fazi Editore ha proposto al pubblico italiano Il gioco preferito, il romanzo che ha fatto conoscere Cohen al mondo. Mancava sugli scaffali delle librerie da più di vent’anni: e ora Il gioco preferito è di nuovo in libreria e aspetta solo di esser letto dalle vecchie generazioni, ma anche e soprattutto dalle nuove, perché i vecchi, i più, si sono venduti al ‘sistema’, mentre i giovani, forse per loro, ancora c’è speranza. Occorre che si sveglino però dal torpore che li avvolge e che prendano coscienza di sé stessi: l’occasione gli viene offerta da Il gioco preferito, un romanzo che quando lo leggi ti cambia radicalmente in meglio. Prima di parlare più approfonditamente del libro, meglio è che racconti un po’ di Leonard Cohen, perché non sia per i giovani un fantasma di un tempo passato, ma sia reale, e non un nome, un semplice nome che poi si sa come va a finire con i nomi: si dimenticano.

Leonard Cohen è nato a Montreal nel 1934; il debutto come scrittore risale alla fine degli anni ’50 con alcune raccolte di poesie. Il gioco preferito, pubblicato in Canada nel 1963, subito diventa un caso letterario: ma prima che il romanzo venisse pubblicato, a Cohen fu rimproverato di parlare troppo di sé stesso, e per questo molti editori si rifiutarono di pubblicarlo. Fu per loro un atto di insensato snobismo, perché il romanzo divenne subito un cult book presso i giovani e la critica non poté fare a meno di prestare particolare attenzione al lavoro di Cohen. Nel 1967 Cohen esordisce come cantautore riscuotendo da subito un insospettato quanto incredibile successo in Canada, e anche tra quegli Americani che usavano ragionare con la loro propria testa, primo fra tutti Allen Ginsberg. “Per sua natura, una canzone deve muovere da cuore a cuore”, così definisce Leonard Cohen la sua poesia in musica, o canzone. Il poeta impegna tutto sé stesso nel cuore della passione e in quello della democrazia. Questa, in sintesi, la poetica e la filosofia di vita su cui Leonard Cohen ha costruito ogni emozione rubata a un mondo sempre più impegnato a distruggere la bellezza, l’amore, la democrazia.
Personaggi del rock maledetto del calibro di Nick Cave, Ian McCullock e Morrissey hanno sempre riconosciuto di essere stati fortemente influenzati dalle idee emozionali di questo inimitabile poeta-cantautore. “Di solito tendo alla tristezza. Per alcune canzoni ho impiegato diversi anni. Nessuna di essa è stata un parto facile, dopo tutto questo è il nostro lavoro. Tutto il resto va spesso in malora, in bancarotta totale, e così quel che rimane è il lavoro, ed è quello che faccio per tutto il tempo, lavorare, creare l’opus della mia vita. Il nostro lavoro è l’unico territorio che possiamo governare e rendere chiaro. Tutte le altre cose rimangono confuse e misteriose”, questa l’amarezza, la profondità di Cohen, che mai ha rinnegato e sempre l’ha gridata con la sua voce roca, sporca e calda come un rasoio.
Il debutto poetico dell’artista risale agli anni Cinquanta con la prima silloge, Let us compare mythologies a cui seguirono altri versi. Tuttavia, la poesia e la musica, Cohen già a vent’anni l’aveva profondamente avvicinate fondando la band country-western Buckskin Boys: “Ero pieno della frenesia di suonare e dimenarmi battendo i piedi, celebrando una sorta di vita emozionale insieme a tanti che la pensavano come me. Il country, allora, soddisfaceva queste esigenze”. In modo naturale, seguendo un percorso interiore, Leonard Cohen ha trovato un suo stile, iniziando così ad essere il cantore della malinconia con le canzoni “Suzanne”, “So long, Marianne”, “Chelsea Hotel #2” (dedicata alla grande Janis Joplin), “Suzanne” (cantata e adattata in italiano da Fabrizio De André), “Take this Longing”, “Tower of song”, “Take this waltz” (dedicata al grande poeta ucciso dai fascisti, Federico Garcia Lorca), e poi “First we take Manhattan”, “The Future”, “Democracy”, “Closing Time”, fino alle bellissime canzoni d’amore degli ultimi album. Molti i registi che hanno inserito nelle colonne sonore dei loro film la musica di Cohen: basti ricordare Robert Altman, Wim Wenders e Nanni Moretti che in Caro diario ha inserito “I’m your man”.
Cohen ha abitato per sette anni a Hydra, un’isola greca, dove ha scritto due grandi romanzi, dove l’affabulazione non è mai cerebrale, bensì profondamente umana: The favourite game, nel 1963, ritratto di un giovane ebreo di Montreal che nutre ambizioni artistiche, e Beautiful losers, nel 1966, dalle venature noir, opera quasi omerica e per certi versi criptica con accenti falsamente empi ma intrisi di una forte religiosità. Cohen ha sempre vissuto una vita contrassegnata da una costante irrequietezza: “Per scrivere libri hai bisogno di un posto dove stare. Quando uno scrittore lavora a un romanzo, tende a circondarsi di determinate cose. Ha bisogno di una donna. Ed è bello anche avere dei bambini fra i piedi, poiché cibo non manca. Siccome io queste cose le avevo già, ho deciso di diventare ‘songwriter’”.
Cohen non celebra solamente i travagliati amori di coppia, ma riflette anche sulle religioni, arrivando perfino a far parte di Scientology, prima di approdare finalmente al buddismo. Una volta Allen Ginsberg gli domandò come faceva a conciliare la religione giudaica con la dottrina Zen, e Leonard ribatté che “lo Zen è più una forma di meditazione atea che una religione deistica.” Dopo l’uscita dell’album “Various Position” del 1984, che è essenzialmente un approfondimento delle sue riflessioni religiose, dei quasi salmi nati da una dolorosa odissea spirituale, l’artista canadese attraversa un periodo contrassegnato da un personale dramma filosofico e religioso. Cohen decide così di scomparire dalle scene, almeno per un po’. Vive da solo, lontano dal mondo, in un silenzio senza alterazioni. Dal suo volontario esilio filtrano pochissime notizie. L’uscita nel 2001 del nuovo album in studio “Ten new songs” è anticipato dall’album dal vivo, “Field Commander Cohen”, un lavoro che accoglie registrazioni risalenti al tour del 1979, classici di Cohen riarrangiati e che proiettano l’artista nel panorama poetico post-rock.
Nel 2001, Cohen rompe definitivamente l’esilio zen in cui si era rifugiato e pubblica “Ten new songs”, primo lavoro in studio dopo quasi dieci anni. Dal 1993 al 1999, Cohen ha vissuto in un monastero zen a Mount Baldy, 200 chilometri da Los Angeles. Da due anni è tornato nel suo appartamento da scapolo, un duplex che divide con la figlia. “Lo dice sempre anche Roshi, il mio maestro zen che ora ha 94 anni: il paradiso non è su questa terra – ha commentato ironicamente in un’intervista a “Musica”-. Ho cercato per anni di convertirlo al vino rosso, ma continua a preferire il sakè… Decisi di entrare nel monastero di Roshi perché cercavo delle risposte. E ci sono rimasto più di quanto pensassi perché il maestro era affidato alle mie cure e adorava le mie zuppe di pollo. Non cercavo una nuova religione né l’ebbrezza di una conversione. Sono nato ebreo e morirò ebreo, la religione di famiglia già soddisfa tutti i miei appetiti spirituali. Tornare a casa è stata una bella sensazione”. All’età di sessantasette anni, Leonard Cohen, con “Ten New Songs” cantato insieme a Sharon Robinson, dimostra d’essere ancora un grande poeta capace di emozionare, un uomo che ha ancora tanto da dire.
E’ per il suo settantesimo compleanno che Leonard Cohen fa uscire l’attesissimo nuovo disco, “Dear Heather”, che comprende dodici nuovi brani più una canzone dal vivo, “Tennesee Waltz” Il nuovo lavoro di Cohen vede anche la forte collaborazione di Sharon Robinson e Anjani Thomas, presenti nel disco e per i testi e nel cantato.
L’eccezionale lavoro di Wim Wenders, “Land of Plenty”, del 2004 – film di oggettiva visionarietà intorno all’11 settembre e alle Twin Towers – include nella colonna sonora due pezzi che sono poesia allo stato puro: “The Land of Plenty” e “The Letters”, la voce ovviamente è quella di Leonard Cohen e Sharon Robinson.
Nel 2012 esce “Old Ideas”, dodicesimo album in studio, dieci nuove canzoni. Leonard Cohen non scade mai nella banalità pur restando ancorato a una apparente semplicità: ed è ancora Poesia, la più bella che abbia mai letto.

Leonard Cohen sulla poesia

(da un’intervista rilasciata ad Arthur Kurzweil per The Jewish Book News Interview, in occasione dell’uscita del libro Stranger Music: Selected Poems and Songs)

”Nella sua forma più pura, la poesia è come il polline delle api. Ecco la mia idea della poesia. Il miele della poesia è dappertutto. E’ negli scritti del National Geographic, quando un concetto è assolutamente chiaro e bello; è nei film; è dappertutto, perché ciò che noi chiamiamo ‘poesia’ ha un significato davvero universale. Poesia è quando qualcosa suona in maniera particolare. Forse non sempre possiamo definirla poesia, ma quel che sperimentiamo in determinati momenti è poesia. E’ qualcosa che ha a che fare con la verità e il ritmo e la fede e la musica. Da ragazzino ero completamente affascinato da questa materia. Me ne innamorai nel momento stesso in cui ne feci la conoscenza. Quando m’imbattevo in qualcosa che era espressa in modo particolare, mi sentivo capace di abbracciare il cosmo intero. Non soltanto il mio cuore: ogni cuore ne veniva coinvolto, e la solitudine svaniva e mi sembrava di essere l’unica creatura triste nell’universo. E questo dolore era… giusto! Non solo era giusto, ma mi permetteva di raggiungere il sole e la luna. Più tardi mi dedicai alla musica pop perché capii che in quella sfera meglio avrei potuto manifestare tali sensazioni. Scrivere non mi bastava più: io la poesia volevo viverla.”

Il gioco preferito di Leonard Cohen

«Un libro che si ama e commuove come la vecchia foto di una giovinezza che non vuol finire». (Mario Fortunato, «L’ESPRESSO»)
«Queste pagine trasudano di quell’imperialismo delle emozioni al quale Cohen, l’uomo dalle molte donne, si è sempre abbandonato nella sua vita». (Cristina Taglietti, «CORRIERE DELLA SERA»)
«Commovente e crudele, irritante ma magico per come arpeggia sul dolore, sull’amore e sul sesso… Il seducente libro di un poeta sul suo impossibile passaggio all’età adulta». (Irene Bignardi, «LA REPUBBLICA»)
«Non fermarsi: ecco la pulsione principale di una personalità irrequieta come Cohen… e non fermarsi è la nostra reazione mentre sfogliamo questo libro intriso del suo sguardo sul mondo». (Masolino D’Amico, «TUTTO LIBRI-LA STAMPA»)

Il gioco preferito fu pubblicato per la prima volta in Italia nel 1975 da Longanesi: è stato un romanzo rivoluzionario, che fece gridare allo scandalo, ma in realtà scandalo non c’era e non c’è mai stato, né ieri né oggi. Cohen, con Il gioco preferito, ha dato vita a una storia indimenticabile che per prepotenza stilistica, poetica e investigativa adolescenziale ha pari solo “Il giovane Holden” di Salinger. Romanzo d’esordio di uno dei più grandi artisti contemporanei, è considerato in assoluto tra i dieci migliori romanzi canadesi del ‘900; scritto qualche anno prima del debutto di Cohen in qualità di cantautore, Il gioco preferito è soprattutto un gioco autobiografico che racconta gli anni delle scoperte adolescenziali e della prima giovinezza di Lawrence Breavman, unico figlio di un’antica famiglia ebrea di Montreal. Lawrence è un ragazzo dotato di una immaginazione e d’una sensibilità fuori del comune, e la sua vita si compone di tanti episodi di cui non riesce ad avere chiaro il senso: la morte del padre; l’amicizia e la rivalità con gli altri ragazzini; i giochi d’amore e di guerra; la propria identità umana e religiosa; gli esperimenti segreti sull’ipnotismo; l’affetto per Krantz, il suo migliore amico, con cui divide sogni e avventure. Con gli anni, il giovane Lawrence acquista una discreta fama come scrittore e decide di trasferirsi a New York. Qui, in mezzo a molte difficoltà, incontrerà Shell, di cui si innamorerà in un modo per lui completamente nuovo. Infatti, anche se ha amato molte donne nella sua vita, soltanto grazie a Shell, Lawrence scoprirà la totalità del sentimento d’amore e accetterà quanto è necessario fare per mantenerlo in vita.
Un romanzo passionale (carnale) investito d’una malinconia blues che graffia come la voce del grande autore canadese; e come disse Kurt Cobain, ragazzi, “Give me a Leonard Cohen afterworld where I can sigh eternally”.
Beautiful Losers è il secondo romanzo di Leonard Cohen scritto negli anni Sessanta ed è ritratto poetico di un amore, dell’affermazione delle proprie radici. Potrei accostare questo romanzo di Cohen alla cultura hippy o spingermi più indietro e tentare un parallelismo con la Beat Generation, ma sarebbe atto critico fuori luogo, anche se la tentazione è forte. Preferisco invece far riferimento ad Alexander Trocchi e al suo romanzo Il libro di Caino; Alexander Trocchi nacque a Glasgow nel 1925 e negli anni ’50 e ’60 ha vissuto tra Parigi e New York imponendosi alla critica come talentuoso stravagante scrittore di quel periodo. Ha scritto Young Adam e una quantità considerevole di testi per riviste pornografiche e letterarie. Il libro di Caino è la sua biografia romanzata pubblicata nel 1963, ed è anche il solo romanzo che l’autore ha portato a termine. E’ morto a Londra nel 1984 stroncato da una lunga dedizione alla droga. Al centro de Il libro di Caino è l’alienazione dell’individuo, l’impossibilità di amare sé stessi e il prossimo. Caino, il maledetto antieroe della Bibbia, il grande nemico, è Joe Necchi: in questo lavoro, rotocalco, forse diario, le parole sconnesse, profonde e introspettive di un tossicodipendente che vive su una chiatta ormeggiata al molo 72 sono declinazione del proprio “io” in un niente fatto di droga e di ripetitività ossessiva della quotidianità. La chiatta è un non-luogo impalpabile, fintamente mobile, rappresentazione dell’ansia di movimento, ma anche desiderio di liberazione dal peso della vita, una vita ripetitiva nella ripetizione martellante dei luoghi comuni. Joe Necchi, Caino, può solo ritrarsi in posizione fetale in un mondo di droga e ricordi, un mondo forse più reale di quello tangibile che lo conduce però verso l’alienazione totale, quasi religiosa. Caino rappresenta il malcontento, l’approccio alto con l’irraggiungibile, la critica e la ribellione, la storia e la maledizione. In Beautiful Losers, Leonard Cohen riprende il tema dell’alienazione e dell’amore perduto per svilupparlo ulteriormente fino a tradurlo in una sorta di poetica messa nera. “Beautiful losers è una storia d’amore, un salmo, una messa nera, un monumento, una satira, una preghiera, un grido, la mappa di una strada attraverso luoghi selvaggi, uno scherzo, un affronto di cattivo gusto, un’allucinazione, una noia, un irrilevante sfoggio di virtuosismo malato, un trattato gesuitico, una stravaganza escatologica, in breve: una sgradevole epica religiosa di incomparabile bellezza…”, così Leonard Cohen definiva il suo romanzo in una lettera all’editore datata 1966, l’anno in cui uscì Belli e perdenti.
Beautiful Losers è la storia di una alienazione, di un triangolo amoroso struggente, di una donna morta amata da due amici, l’uno l’alter ego dell’altro, ma è anche commistione di poesia, religiosità, misticismo. Chi è stata la prima santa canadese appartenente a una tribù indiana? Cohen investiga intorno a questo mistero, lo sconvolge nel tempo passato conferendogli spazio per dilatarlo nel presente, e ripercorrere i luoghi della memoria e dell’amore. Il romanzo è una lunghissima prosa poetica che prende corpo in quasi trecento pagine. I livelli interpretativi sono molteplici, ma come ci suggerisce l’autore stesso è soprattutto una preghiera e una storia d’amore.
In questo romanzo, ottimamente tradotto da Francesca Lamioni, è possibile individuare tutti quegli elementi poetici e lirici, che saranno poi materia per i testi più conosciuti del famoso cantautore canadese. La superba traduzione di Francesca Lamioni fa di Beautiful Losers un testo unico nel suo genere, fondamentale per comprendere la poesia di Cohen; l’analisi introspettiva che Cohen adopera su sé stesso e intorno all’Intorno, che circonda il significato stesso di appartenere a qualcosa, o a qualcuno, è il messaggio ultimo che il lettore deve estirpare dalla struggente storia che Beautiful Losers racconta.

E sugli schermi canadesi sono già uscite tre pellicole legate a Leonard Cohen: il documentario Looking for Leonard, il film dell’esordiente Roy Cross, So Faraway and Blue, ma soprattutto la tanto attesa trasposizione cinematografica, ad opera del regista Bernar Hébert, del primo e più famoso romanzo di Cohen, The Favourite Game. “Assistiamo forse a una rinascita della Leonard-Cohen-mania”, ha scritto a febbraio il quotidiano “Montreal Mirror”. Michael Ondaatje, autore del Paziente inglese nonché di un saggio su Cohen, dice a proposito di The Favourite Game: “Ogni capitolo è una scena, e leggendo il libro, si ha la visione di Breavman, protagonista di diversi film”.
Il gioco preferito pubblicato da Fazi Editore in una nuova superba traduzione firmata da Chiara Vatteroni, dopo un iniziale snobismo critico, è ormai diventato un titolo di riferimento per la riscoperta della grande letteratura americana-canadese.
Minimum Fax ha da poco pubblicato L’energia degli schiavi e altre poesie, mentre Leonard Cohen ha già finito di scrivere il suo nuovo libro, “Book of Longing”, un’ampia collezione di poesie e disegni. Il nuovo libro di Leonard Cohen è stato pubblicato nella collana Strade Blu per Mondadori, che ne ha acquistati i diritti nel 2005.
Cohen poeta-cantante-romanziere torna ad essere personaggio attuale e per la critica e per il pubblico, non solo in Italia, ma stranamente anche tra quegli americani intelligenti che pensano con la propria testa.

Il gioco preferito – Leonard Cohen – Fazi – Collana: Le Strade – Pagine 284 – ISBN 8881123584 – € 16.00

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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