Estasi bukowskiana | di Iannozzi Giuseppe aka King Lear

Estasi bukowskiana

di Iannozzi Giuseppe aka King Lear

Avvertenza per il lettore: Per scrivere questo racconto, ho perso trenta minuti della mia preziosa vita. Non so se mi spiego. E’ per te, Hank.

Racconto a Luci Rosse. Si consiglia la lettura a un pubblico adulto e non facilmente impressionabile.

giuseppe iannozzi

a Charles Bukowski, 16 agosto 1920 – 9 marzo 1994

Charles Bukowski

Charles Bukowski by Iannozzi Giuseppe

«La differenza tra dittatura e democrazia è che in democrazia prima si vota e poi si prendono ordini, in dittatura non dobbiamo sprecare il nostro tempo andando a votare.»
«Genio è l’uomo capace di dire cose profonde in modo semplice.»
«La mia unica ambizione è quella di non essere nessuno, mi sembra la soluzione più sensata.»
«Ospedali, galere e puttane: sono queste le università della vita. Io ho preso parecchie lauree. Chiamatemi dottore.»
Charles Bukowski

contenuti espliciti“E’ questa la strada dei sogni interrotti…?” ‘Fanculo, raschiai fra i denti. Chissà perché i poveri diavoli si interrogano sempre quando non sanno scrivere due tacche che siano un po’ originali. In tasca avevo due monete: sapevo che le avrei presto consumate in una bar di quart’ordine. Sbattei il libro, che mi aveva disgustato, in un angolo insieme agli scarafaggi. E non ci pensai più.

* * *

Faceva schifo il vino e pure la compagnia. Eddie lo conoscevo da un po’ di tempo, ma non mi era mai stato troppo simpatico. Era il tipico, quello che alla prima occasione buona non avrebbe esitato a darlo in culo a sua madre. Capelli rossi e radi, labbro leporino e due occhietti iniettati di sangue su una faccia quasi efebica: snocciolava le parole senza pensarci su due volte.
“Tu che ne pensi delle donne che scrivono?”
Lo fissai diritto negli occhi e, malgrado mi stesse antipatico, gli sorrisi.
“Non piacciono neanche a te”, continuò Eddie, “e fai bene a non fartele piacere. Le donne hanno sempre un diavolo per capello e quando no, per non smollartela, tirano in ballo la scusa che hanno mal di testa.”
Non gli davo né torto né ragione. Ma tacendo, per lui, era come se confermassi le sue parole.
“Semplicemente le donne non scrivono”, dissi alla fine, sottolineando il tutto con un grosso rutto.
Il barista taceva, ma si capiva lontano un miglio che ci dava ragione.
“Giusto!”, confermò Eddie. Tirò fuori una cicca da una tasca del giubbotto, se l’accese e prese a fumare. “Sai che ti dico? Quelle figlie di Maria meriterebbero tutte una bella lezione.”
“E gliela dovrei dare io?” Mi stavo annoiando e Eddie non faceva che peggiorare la situazione. Già il vino faceva schifo ed era abbastanza da sopportare.
“Perché non gliela dai tu una lezione?”, tagliai corto. Ingollai l’ultimo sorso di vino acetato che era sul fondo del bicchiere e feci per andarmene.
Eddie si passò una mano fra i capelli laschi e lasciò cadere il discorso: “Come vuoi tu, amico. Per questa volta pago io.” Tirò fuori una banconota stropicciata e la lasciò sul bancone.
“’Fanculo.”, gli gridai addosso e mi squagliai da quel posto di merda.

* * *

La notte era buia e fredda. Le macchine correvano veloci. La gente sul boulevard era poca e abbottonata nel silenzio. Feci quattro passi. In un vicolo c’era una coppia che si stava dando da fare, o meglio lui glielo stava sbattendo in culo, ma lei non sembrava troppo d’accordo: gridava come un agnello sgozzato, ma non gliene fregava niente a nessuno. Neanche a me. Passai oltre.
Più in là stava Lory: era al suo solito posto a battere. Era già vecchia, ma i pompini li staccava ancora bene. Aveva una vocazione naturale per prenderlo in bocca senza complimenti. La salutai con un cenno del capo.
“Serata fiacca.”
Annui col capo, restando in silenzio.
“Anche per me.”
“Nessuno che abbia voglia…”
”E’ una città di finocchi questa.”
”Già. Non ci sono più le puttane di una volta. Tu sei l’ultima.”
”Immagino che mi stai facendo un complimento.”
“Non ne faccio mai, soprattutto alle puttane.”
Lory prese a ridere di gusto. La sua risata grassa impastava tutta l’aria e anche il freddo si fece di colpo più sopportabile.
Mi allungò una sigaretta: la presi e me la infilai in bocca. Poi mi passò pure il fuoco. Finalmente una botta di fumo almeno. La vita, chi se ne fotte!
“Mi sa che te la passi peggio di me.”
“’Fanculo”, le risposi in tono quasi gentile. “Che fai qui al freddo?”
”Il solito.”
Annuii. Il solito significava che poteva andare meglio ma anche peggio. Se non altro non aveva un occhio pesto o il culo rotto a sangue, a parte le emorroidi.
“A te lo staccherei senza farti pagare, lo sai.”
“Sì, lo so. Ma non mi va giù.”
E di nuovo prese a ridere. “Non scrivi?”
”Scrivono già in troppi.”
“Bene?”
”Come te. Ma non vengono mai, manco per finta.”
“Stammi bene.”, smozzicai.
La lasciai così, e mi infilai in un vicolo, passando accanto a un morto di fame buttato a terra: non avevo che due soldi in tasca e non li avrei di certo sprecati per quello lì.
Una volta a casa cacciai il foglio bianco nella macchina per scrivere: una due tre parole, poi basta. L’ispirazione non c’era. Un foglio sprecato che appallottolai e che spedii insieme agli altri che stavano tra gli scarafaggi.
Bussarono alla porta: tre squilli secchi. Non poteva che essere il padrone di casa. Andai ad aprirgli.
“Sei in ritardo.”
“Non è una novità.”
“Non fare lo spiritoso.”
”Non sono in vena di stare in tua compagnia a fracassare parole.”
“O paghi o smammi.”
“Ce l’hai una bottiglia?”
Il vecchiaccio prese a tossirmi in faccia: era paonazzo. Quasi soffocava. Tanto peggio per lui. Se l’era cercata. Gli sbattei la porta in faccia. Un minuto dopo bussava di nuovo, questa volta con il pugno chiuso. Uno due tre, poi basta.

Era passata la mezzanotte e non una femmina nel letto a parte il sudore rancido di una vecchia troia che mi ero fatto più di una settimana prima. Mi buttai sul letto: rimasi a fissare il soffitto senza prendere sonno. Uno scarafaggio si era insaccato fra le lenzuola: lo sentivo in mezzo alle gambe. Era meglio che mi alzassi.
Aprii la porta di casa e me la richiusi alle spalle senza chiudere a chiave. Tanto non c’era niente che valesse la pena di essere rubato, e il padrone di casa aveva già avuto la sua perché gli passasse per la testa di tornare nell’immediato.

* * *

Passai accanto a una tipa che piangeva: non era male, ma le lacrime non le donavano per niente. La fissai un secondo e la riconobbi: era quella che in quel vicolo se l’era fatto mettere in culo. Mi sorrise. Feci altrettanto. Stavo per tirare diritto, ma quella mi strillò qualcosa dietro. Ed allora mi voltai verso di lei: “Che c’è?”
“Non è che ce l’avresti una cicca?”
“No.”
“Una cicca. Uno come te che non ce l’ha.”
Già la odiavo quella troietta.
Una Cooper ci sfrecciò davanti. La musica usciva a palla da quel barattolo a quattro ruote: “The ice age is coming, the sun is zooming in/ Engines stop running and the wheat is growing thin/ A nuclear error, but I have no fear/ London is drowning-and I live by the river*” Anche quando fu lontana, l’eco continuava a ristagnare nell’aria.
“Non ce l’ho.”
Quella sputò qualcosa di incomprensibile, un sibilo fra i denti, poi si asciugò le lacrime con il dorso della mano sinistra. “Non è che mi accompagneresti a casa?”
“Non ho neanche i soldi.”
“Fa lo stesso. Portami da te allora.”
“Non ho da bere.”
“Sei sordo? Ti ho detto che fa lo stesso, basta che mi porti via.”
“Che sia maledetto se me lo faccio ripetere due volte.”
La accompagnai a casa e poi subito a letto: spiacente per lo scarafaggio, ma ci rimase secco sotto il peso dei nostri corpi caldi.

* * *

“Tu scrivi?”
”E che c’entra?”
“Potresti scrivere qualcosa per me. Su di me.”
“Che sei una troietta.”
“Sì, se lo pensi davvero.”
“Lo penso davvero.”
“Ed allora perché non lo scrivi?”
“Perché sei stata un’ottima scopata.”
“E non le scrivi le tue scopate?”
“Solo quando fanno schifo.”
“Quindi non merito neanche una misera poesia?”
“Te l’ho già detto. Sei stata un’ottima scopata.”
“Voglio sapere se scriverai di me, non se sono stata brava a letto.”
“No. E poi non sono famoso. Non mi conosce nessuno. Sono uno scarafaggio.”
“E che importa? Io voglio che tu scriva di me.”
“Non servirebbe. Se ti scrivessi, allora saresti solo uno schifo come tutte le altre donne che ho avuto.”
“Non importa. Tu scrivi lo stesso.”
“’Fanculo.”
“E cosa dovrei scrivere, secondo te?”
“Che l’età del ghiaccio sta per arrivare e che il sole si sta concentrando. Una catastrofe prevedibile. E poi, ancora, che il grano si sta assottigliando. Un errore nucleare. E poi potresti scrivere che io non ho paura, perché Londra sta annegando, ma io vivo sul fiume.”
“E’ quella canzone che abbiamo sentito quando mi hai rimorchiato.”
“Sì, è quella. Scrivi una cosa del genere.”
“’Fanculo.”
“Perché?”
“Non posso.”
“Perché?”
“Te l’ho già detto. Sei stata un’ottima scopata.”
’Fanculo.

* * *

Quando glielo raccontai, Eddie prese a ridere a squarciagola. Tra le risate continuava a ripetere che le avevo dato il fatto suo a quella figlia di Maria.
Quando si fu calmato un po’: “E lei che ti ha fatto, dopo?”
“Ha gridato come una cagna con la rabbia e mi ha mandato a quel paese. Semplicemente le donne non scrivono. Te l’ho già detto.”
“E tu non sei una donnetta. E neanche una puttana. Ma un gran bastardo, questo sì.”
Tirai fuori le due monete che mi erano rimaste e le posai sul bancone: “Questa volta offro io.”
Eddie mi fissò storto ma divertito. “Con quelle non ci paghi neanche metà del tuo.”
“Allora aggiungici il resto. Io devo ancora vedermela con quello stronzo.”
“Il padrone di casa.” Riprese a ridere. “Quello sì che è duro da pelare.”
“’Fanculo a te e al quel vecchiaccio. Due teste di rapa uguali.”
Lo lasciai da solo a ridere e mi introdussi nel freddo del primo mattino. La città era uno schifo e non avevo più un solo centesimo in tasca. Ma ero in estasi.
Mentre andavo all’ippodromo, incontrai Lory: aveva due occhiaie da paura.
La salutai con un gesto della mano e lei mi rispose lanciandomi un bacio.
Poi decise di avvicinarmi: “Alla fine, uno.”
E io: “Sì, alla fine anche io, una.”
“Era una poetessa.”
“No, una troietta.”
“Scommetto che ti ha chiesto di scrivere di lei.”
Non le potevo nascondere proprio nulla. “Ci hai preso.”
“E tu l’hai mandata a cagare.”
“Più o meno.”
Scoppiò a ridere, pure lei, ma la sua risata era bella per certi versi, mica come quella di Eddie.
“E tu non hai rimediato un occhio pesto”, aggiunsi, “ti è andata bene pure a te.”
“Non fosse per le emorroidi!”
“E’ questa la strada dei sogni interrotti…?”
“Che diavolo vai blaterando?”
“Niente. Cose di altri. Pensavo ad alta voce. Ma non è che ti avanza qualche dollaro.”
Mi cacciò in mano cinquanta verdoni. Li accettai. “A buon rendere.”
“Sì, e come no?! Stasera sarai di nuovo al verde. E bada bene che hai in mano tutto il lavoro di una notte.”
”Sei una santa!”
“Fottiti stronzo. A me santa! Chissà perché mi piaci. ‘Fanculo.”
Non poteva andarmi meglio. Al vecchiaccio ci avrei pensato dopo. E pure alle emorroidi di Lory con una poesia. Ero in estasi completa.

* London Calling (Strummer/Jones) – The Clash, London Calling, 1979

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Estasi bukowskiana | di Iannozzi Giuseppe aka King Lear

  1. romanticavany ha detto:

    Tu sei un tipo capace di scrivere anche il genere Hard erotico e porno in maniera disinvolta e con notevole abilità tecnica. Direi che questo film potrebbe essere una trama per un film di Tinto Brass e Dario Argento.
    Buonanotte!!
    ♥ vany

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Mia Giulietta, incredibile, hai letto il mio raccontaccio hard. ♥ ♥ ♥

    Che hai fatto per riuscire a leggerlo? Ti sei tappata il nasino, e ti sei forse detta: “In fondo è una cosetta che ha scritto l’orsetto, per quanto brutta possa risultar al mio palato, indi per cui l’amor mi sostenga e Dio pure e immergiamoci in questa lettura per me sì ardua, lontana dai miei gusti!”. 😀

    Sai che diceva Bukowski di Shakespeare? Che lui non lo aveva mai fatto. 😉 E’ un racconto erotico, ma niente di che. Che però potrebbe dar fastidio alle vergini anime come te. 😀

    Dài, ammettilo che non è poi stato male. Non avrai mica provato disgusto, mia Giulietta?

    Due minuti e ti mando la nostra 4mani, confidando che mi farai il regalo che già ti chiesi più e più volte pregando santi e madonne: la giffina di te che mi mandi un bacino. Mi renderesti l’orsetto Romeo più felice del mondo, sappilo, mio cuore.

    Ed ora giù dal lettino, mia Giulietta. SVEGLIAAA…

    orsetto di VaNY

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