Claudio Volpe e ”Il vuoto intorno”: intervista all’Autore a cura di Iannozzi Giuseppe

Claudio Volpe

Il vuoto intorno

intervista all’Autore

a cura di Iannozzi Giuseppe

Claudio Volpe

Claudio Volpe

1. Iniziamo con una domanda semplice, scontata, ma non a prezzi d’inflazione: raccontaci un po’ di te, Claudio Volpe.

Potrei iniziare dicendo: sono Claudio Volpe, abito in un piccolo paese di nome Pontinia e ho ventuno anni. E invece no, l’ultima parte la salto, perché, nonostante la mia giovane età sia una delle cose che maggiormente sorprende coloro che hanno letto il mio romanzo, per me la mia età non aggiunge nulla di particolare alla mia vicenda di autore e di persona. Certo, scrivere a ventuno anni un romanzo duro e difficile come “Il vuoto intorno” non è cosa comune soprattutto per la maturità che si presuppone sia propria dell’autore e le esperienze che questi si pensa debba aver fatto per poter creare un’opera così fortemente intrisa di sofferenza e complessità. Io non so da dove provenga questa capacità (perché di capacità si tratta dato che il romanzo non è autobiografico) di immedesimarmi negli altri e nelle loro vite  a tal punto da dimenticare me stesso e credere di vivere l’esistenza altrui. So solo che da sempre, da quando ne ho memoria, mi ritrovo a calarmi nei panni degli altri, a pensare con la testa degli altri, a soffrire e a gioire col cuore degli altri. Il dolore altrui mi destabilizza più di quello che può riguardare me stesso così come la felicità degli altri diventa la mia stessa felicità, contagiandomi. Inizialmente ho creduto che questa mia forte predisposizione alla somatizzazione delle sofferenze altrui dovesse essere per sempre la mia peggior condanna, col tempo invece ho capito che in realtà questa poteva essere la mia salvezza. Ho imparato passo dopo passo a trasformare questa mia debolezza in una grande forza, nella mia forza, nella mia parola. Ho capito che l’anima, tutta ammaccata e dolorante per via delle ingiustizie e del dolore dell’umanità non ha senso che la si tenga ferma, chiusa dentro di sé ma che è molto più utile e importante farla esplodere, tradurla in parole, in versi, in poesia. Perché le parole ci si conficcano dentro anche se non lo vogliamo, si annidano in noi anche quando pensiamo di essere riusciti a sfuggire alla loro forza e al momento opportuno ci si aggrappano allo stomaco e ci fanno riflettere. Ora, detto questo, credo sia più semplice capire perché, all’inizio della risposta, ho detto di non curarmi del fatto di avere solo ventuno anni. Mi piacerebbe che la gente dicesse non “ma guarda questo ragazzo di ventuno anni cosa sa scrivere e che maturità ha” ma “guarda, un altro ragazzo, uno dei tanti, un normale e comune essere umano che a suo modo parla della bellezza del mondo e dell’umanità”. Mi piacerebbe che un giorno questo sia la normalità. Per il resto sono una persona frenetica, caotica ma non impulsiva. Vivo nella mia confusione come qualunque altra persona e in questa confusione provo a destreggiarmi senza pretendere di trovare un ordine preciso. Faccio mille attività tra cui annovero la danza, hip hop, house e le loro evoluzioni: col corpo si può scrivere una poesia bella come quella fatta con le parole. Credo che la vera letteratura, come la vera preghiera, sia fatta di gesti, di concretezza, di impegno diretto. Insomma sono una persona che sente continuamente il bisogno di genuflettersi davanti alla complessità dell’esistenza.

2. “Il vuoto intorno” è il tuo primo romanzo, pubblicato da Il Foglio letterario, dall’editore Gordiano Lupi, uno tra i più acuti editori controcorrente. Il tuo romanzo, tua opera prima, è stato subito presentato al Premio Strega 2012. “Il vuoto intorno” sarà presentato da Dacia Maraini e Paolo Ruffilli. Emozionato?

Emozionato certamente ma soprattutto felice e, in una società nella quale la felicità spesso viene rifiutata e ostacolata, credo che dirsi felici, anche se momentaneamente, sia la vittoria più grande che ci possa essere. Sono felice per diversi motivi. Per l’amore e la fiducia dimostrata da parte del mio editore Gordiano Lupi che da subito ha creduto in me come scrittore e come persona, sostenendomi giorno dopo giorno durante questo anno di promozione del romanzo. Felice per le persone meravigliose che questo libro mi ha portato come la giornalista, scrittrice e critica letteraria Rosa Manauzzi, risorsa, amica e maestra inestimabile per me, come tutti gli scrittori della scuderia de Il Foglio Letterario che si sono stretti a me in questo momento così importante. Felice per aver conosciuto e stretto amicizia con quella che unanimemente viene definita la Signora della letteratura italiana, Dacia Maraini, una donna incredibilmente umana e disponibile, una di quelle persone che senza darmi false illusioni hanno deciso di sostenermi, un’intellettuale libera a trecentosessanta gradi che non si è vergognata di “sporcarsi” le mani con un giovane ventunenne pubblicato da una piccola casa editrice presentandolo al Premio Strega ma che, dopo aver letto e analizzato la sua opera, ha accettato di dargli il suo appoggio per questa importante avventura. Felice, infine, per aver ricevuto un importante, inaspettato e limpido premio, il Premio Franco Enriquez per l’impegno sociale e civile. La notizia mi è giunta improvvisa e mi ha davvero sorpreso perché tale riconoscimento è stato assegnato, negli anni, ad intellettuali del calibro di Roberto Saviano, Ascanio Celestini, Tonino Guerra. Qui sì che posso dire: a ventuno anni ho vinto questo premio. Ecco, questa è la cosa più bella che mi è stata portata dal mio romanzo d’esordio e dal premio Strega finora: rapporti umani, persone, occhi dentro occhi, pensieri dentro pensieri, comprensione dentro comprensione, vite dentro vite, mani dentro mani, idee dentro idee. E una consapevolezza: che il dolore è un cerchio che, come il vuoto del mio romanzo, ci circonda. Sta a noi decidere di rinunciare alla fuga, per di più impossibile, e di imparare a danzare nel cerchio. La felicità è una danza sul palcoscenico della vita dove purtroppo sempre più spesso vengono messe in scena solo tragedie.

3. La genesi de “Il vuoto intorno”.

“Il vuoto intorno”, come ogni cosa che scrivo, nasce come sensazione che vaga nel corpo, nella testa, in quella che da sempre chiamiamo anima e gira e rigira magari per mesi finché non diventa un dolore troppo forte o una gioia troppo intensa e allora lì capisco che è il momento di partorirla. Io credo all’ispirazione, non potrei immaginare di scrivere altrimenti. È una sensazione tanto assurda quanto emozionante. Lasciare che la storia si costruisca da se nella tua testa e nel tuo stomaco, che le idee si fondano, i personaggi nascano e crescano, le vicende si dipingano, tenerli prigionieri dentro di te per un po’ e poi all’improvviso liberarli come un’esplosione, come un parto appunto. Così è nato anche questo romanzo, da barlumi di sensazioni, accenni di idee che ho lasciato crescere e maturare dentro di me prima di gettarli sulla carta sottoforma di parola. Io sono uno scrittore disorganico, caotico, non mi do dei tempi massimi né delle ore precise nelle quali scrivere. Non riuscirei: la scrittura non è un lavoro che si può svolgere meccanicamente ma è l’estrinsecazione della propria anima nelle vesti dell’arte. Mi ritrovo all’improvviso preso da un irrefrenabile bisogno di scrivere, quasi la parola mi venisse su come un conato di vomito, e allora dovunque mi trovi o qualunque cosa stia facendo, prendo e scrivo, farsi, pensieri, parole singole su qualunque supporto abbia a mia disposizione, fogli, scontrini, cellulare. Così dopo qualche tempo mi ritrovo con in mano una sorta di zibaldone di pensieri dai quali poi parto per stendere la storia, o meglio, per arricchirla. La scrittura è un viaggio dentro te stesso e dentro il mistero e l’intuizione, non sai mai dove andrai a finire. È la storia che guida te, lei che ti spiega cos’è la vita, lei che ti mostra le parole adatte per scrivere quello che tu hai in mente di comunicare senza sapere come. La scrittura è un’epifania, un buco nell’esistenza si apre davanti ai nostri occhi e ci inonda di luce. Lo scrittore non deve fare altro che tuffarsi dentro a questo buco accettando anche di potersi smarrire.

4. Il vuoto. La caduta. La risalita. Il tuo romanzo, Claudio Volpe, è diviso in tre tempi ideali, che indagano nei precordi dell’inferno, del purgatorio e del paradiso. E’ “Il vuoto intorno” un lavoro scritto come una moderna Commedia, ma senza alcun Virgilio di mezzo: il protagonista può solo vivere sino in fondo ogni accadimento, bello e brutto, della sua pur breve vita, per poter finalmente disporsi contro la morte.

L’uomo per poter essere felice e capire se stesso deve essere disposto a perdersi, ad abbandonare ogni certezza e mettersi in viaggio perché nel viaggio si conosce l’altro e relazionandosi con questi, si cresce. Noi, come esseri umani, come società, dobbiamo abbandonare l’idea della linearità della vita. La vita non è una retta, non è o bianco o nero, giusto o sbagliato. La vita è complessità, è grigio, è realtà che noi possiamo plasmare come fa nel mio romanzo lo scultore Romeo che scolpendo la materia costruisce se stesso. Questa complessità di idee e di esistenza ci spaventa, ci fa chiudere gli occhi, storcere il naso e chiudere la mano in pugno. La paura di ciò che è complesso, che spesso viene definito diversità, ci impedisce di vivere serenamente e di aiutarci l’uno con l’altro. Stiamo sempre lì a dire chi è che è normale e chi invece non lo è, chi è che può godere di un diritto e chi invece no. I diritti, come la felicità, non ammettono distinzioni e finché anche una sola persona su questo mondo sarà sofferente l’umanità intera non potrà dirsi felice. Sulla natura umana io sono ottimista e credo che l’essere umano in fondo sia buono. Il problema è che il male è molto più semplice da addomesticare rispetto a bene. Secondo un importate giurista il principio della colpevolezza oltre ogni ragionevole dubbio, altresì detto IN DUBIO PRO REO, trova il proprio fondamento nella naturale ed innata bontà dell’animo umano. Se l’uomo nasce per sua natura buono e sono le vicende del mondo ad inclinarlo verso il male che senso avrebbe condannarlo senza la certezza assoluta della sua colpevolezza. Trovo questo principio giuridico molto poetico. Credere che l’essere umano sia fondamentalmente incline al bene è un messaggio di speranza, qualcuno direbbe una bugia d’esistenza, in ogni caso uno strumento di convivenza. L’unico mezzo per poter sconfiggere il vuoto affettivo è la solidarietà, lo stringersi gli uni agli altri ma prima ancora il vedere nell’altro non se stesso ma semplicemente quello che l’altro è, accettandolo nella sua più spinta diversità. Per questo, dico sempre, la letteratura ha il compito di costruire la civiltà. Questo è un po’ anche il messaggio della Commedia dantesca: l’idea del riscatto umano, dello scendere negli inferi per ritrovare se stessi e prepararsi alla risalita. Non bisogna aver paura di sbagliare, di peccare agli occhi degli altri perché quando si è alla ricerca di se stessi il peccato non fa testo. L’unico peccato che credo qualunque Dio, di qualunque popolo e di qualunque cultura potrà addebitare all’uomo sarà quello di aver sprecato la propria vita e di non essere stato felice. Dico sempre, primo comandamento: sii felice. Solo calandosi negli abissi e toccando il fondo, accecando i propri occhi immergendoli nel buio è possibile percepire il valore perfetto della luce, la sua bellezza e il suo calore. Non voglio essere masochista né invocare il cilicio. Voglio semplicemente sperare che ogni persona sia in grado di percepire la sofferenza degli altri facendola propria e quindi, capendone il senso.

5. Ne Il vuoto, Achille è un giovane che ricusa la becera e ipocrita autorità del padre. Achille soffre di fronte alle sconfitte della madre, che viene tradita dal marito in maniera reiterata. Per la donna l’unica fallace via di fuga è di consegnarsi anima e corpo al dèmone dell’alcolismo. Per certi versi ci troviamo di fronte a una storia uguale a mille altre: una donna tradita che perde la sua strada. Achille precipita all’inferno insieme alla madre, nonostante cerchi in tutti i modi di essere la sua àncora di salvezza. E’ evidente un grande lavoro di scavo psicosociale: frutto d’un’esperienza diretta o dei tuoi studi?

Fortunatamente non posso dire di aver vissuto le esperienze che racconto nel mio romanzo, o almeno non come persona. Le ho vissute invece come scrittore, come pensatore che ama leggere nella vita degli altri anche per cercare se stesso. L’approfondito scavo psicologico de “Il vuoto intorno” nasce proprio dal mio tentativo personale di raccontare con poche esperienze esistenziali la vita di tutti. Quando si è scrittori, ma ancor prima lettori, non si può non essere portati a guardare le persone con occhi particolari e più attenti e sensibili. Lo scrittore riesce a capire il senso di una vita dagli occhi di un volto, dal modo nel quale le unghie delle mani sono mangiucchiate o da un gesto apparentemente cattivo, o almeno così mi piacere pensare. Lo scrittore è un po’ uno psicologo che riesce a stare bene con se stesso nel momento in cui riesce a far stare bene gli altri mediante le sue parole. La scrittura salverà il mondo, l’arte salverà il mondo. Non la cultura, non la conoscenza. Nei campi di concentramento nazisti vi erano gli scienziati e i medici più bravi in circolazioni che piegavano la loro immensa conoscenza al servizio dello sterminio umano. L’arte invece, essendo in grado di far vibrare l’anima delle persone con la stessa intensità con la quale vibra quella dell’artista, può commuovere gli animi e redimere l’umanità. Per questo credo che la letteratura serva a costruire la civiltà. Leggendo libri non si sta solamente passando del tempo ma si sta venendo a conoscenza delle più disparate modalità di esistenza. Conoscere significa capire e capire significa convivere nel migliore dei modi. Noi siamo frutto di una convivenza, di un patto sociale. La letteratura è il cemento che tiene fermo questo patto.

6. Ne La caduta, Achille s’imbalsama nel dolore. Nel tentativo di anestetizzarlo va incontro al dolore degli altri, forse del suo prossimo. Non c’è in Achille alcun sentore cristiano nel cercare di comprendere la sofferenza altrui, ma solo un consapevole egoismo che lo porta ogni giorno a morire un po’ di più. Poi, all’improvviso, l’amore, la luce, una giovane zingara, Cefka, vittima di tanti abusi sessuali da parte paterna e che però sa ancora risplendere di luce propria. Cefka per Achille è da subito la sua Beatrice, colei che “tanto gentile e tanto onesta pare”.

Il personaggio di Cefka è sintomatico dell’idea che io ho del dolore e di cosa esso possa darci, come possa arricchirci. Chi si trova a passare, per qualunque motivo attraverso il dolore, si scopre alla fine più ricco e più forte perché ha imparato almeno un po’ a metabolizzare la sofferenza e a danzare nel cerchio ma soprattutto riesce a vedere il mondo con occhi diversi, maggiormente propensi alla complessità dell’esistenza e più inclini a capire gli altri o quantomeno a volerci provare. Cefka viene violentata dal padre fin da piccola  e per molto tempo ma nonostante tutto riesce a ritrovare la voglia di vivere e a farlo col sorriso, in modo costruttivo, pieno e autentico. Qui vi è un altro aspetto da evidenziare e che potremmo definire la rottura della catena del male. Solitamente chi viene reso vittima del male si ritrova poi esso stesso a fare il male trasmettendolo agli altri come una pesante eredità e così via, si forma una catena di anelli malati che perpetra dolore e sofferenza. Bisogna avere invece il coraggio di spezzare la catena e di far morire in male in sé, inghiottirlo e ricavarne una speranza, farne la propria forza. “Il vuoto intorno” è intriso di spiritualità e religiosità ma si tratta di una spiritualità e di una religiosità molto particolari, universali, complesse. Diciamo che Achille, il personaggio principale nonché voce narrante, non ha paura di peccare ma anzi sente il bisogno di farlo, di reificare se stesso prostituendosi, di dimenticare suo figlio ma nonostante ciò non rinuncia a credere nell’importanza del fare del bene, non perché nel fare del bene ci si assicuri la vita dopo la morte ma perché facendolo si crea un paradiso in terra.

7. Con Cefka sembra esser finalmente la felicità, che culmina con l’arrivo imminente d’un figlio, Ettore. Che è però affetto da un’anomalia negli autosomi. I due giovani genitori decidono di volerlo comunque un figlio. E’ evidente una grande padronanza in materia, ma anche una notevole maturità investigativa dei sentimenti umani. Come sei riuscito a raggiungere questo risultato non da poco?

No so da dove provenga questa mia capacità di immedesimarmi negli altri e soprattutto in vite che con me non hanno nulla a che fare. So solo che quando inizio a scrivere vedo scorrere davanti ai miei occhi le vicende che voglio raccontare come le scende di un film. Sono lì, nella mia storia, tra i miei personaggi, mi ritrovo a guardare le cose con i loro occhi, a toccare il mondo con le loro mani e a pensare a quello che loro farebbero in quella data circostanza. Credo che la mia grande passione per la lettura mi abbia aiutato in questo. Leggere significa fare propri un’infinità di personaggi, vicende, storie, colori, emozioni, luoghi e tempi che resteranno per sempre dentro di noi e ci solleticheranno la mente quando meno ce lo aspettiamo. Credo poi che lo scrittore abbia dentro di sé, per dote innata, un po’ tutte le età, tutte le forme e tutti i colori della vita. Lo scrittore sa essere uomo o donna all’occorrenza, sa vestire i panni di un anziano e quelli di un bambino oppure sa vedere con gli occhi di un’alcolizzata e con quelli di un figlio abbandonato. Dove sarebbe altrimenti l’affascinante mistero della scrittura. Lo scrittore scrive una storia ma parla dell’umanità intera.

8. La felicità non dura a lungo e Achille si perde, diventa un bastardo e un violento tale e quale a suo padre che tanto odia e disprezza. Prende la decisione di tuffarsi a capofitto nella perversione più crudele e autolesionista. Il dolore che deve sopportare è troppo forte perché le sue fragili spalle possano reggerlo, decide così di prostituirsi, di diventare una puttana al maschile, nella speranza di riuscire a estirpare dal corpo la sua stessa anima.

“Ero diventato un venditore di me stesso. Mi prostituivo senza riserva, senza scrupoli. Avevo annientato qualsiasi rimorso. Mi stavo distruggendo velocemente ed ero contento. L’idea della corruzione morale alla quale stavo consegnando la mia vita mi eccitava e leniva il mio senso di disorientamento. Col tempo divenni disinibito, esperto, privo di scrupoli o pregiudizi. Avevo superato il limite dell’umano a grandi passi e senza mai voltarmi indietro. Una volta oltrepassato il confine della mia morale, una volta uccisi gli ultimi residui di diffidenza e di coscienziosità, avevo abbandonato il genere umano. Umano, io non ero più umano. Mi sentivo più simile a un animale. È che a forza di peccare e di calarsi nella perversione, nel male, in ciò che di più sporco vi può essere, si finisce per diventare dipendenti dal peccato. Peccare. Io volevo solamente peccare, meritarmi l’inferno e non avere più alcun dio da pregare. Nel commettere il male verso me stesso mi sentivo notevolmente più realizzato che nel commettere un bene inutile e sterile. Quel bene che avevo cercato a lungo di compiere e che aveva finito per generare in me il più grande desiderio di autodistruzione. Pezzo dopo pezzo ho perso il pudore di me stesso e la concezione del limite e della dignità. Mi sono spogliato di tutto, ho abbandonato me stesso e mi sono sentito libero. Mi sono prostituito anche con uomini. Chiunque poteva chiedere di me e chiunque, uomo, donna, animale, poteva avere il mio corpo. Matteo mi informava degli appuntamenti che aveva preso per me giorno per giorno. Mi dava informazioni sulle persone che avevano chiesto di me. Io accettavo tutto senza riserve. Ero come un camino che necessitava sempre di nuova legna da ardere per restare vivo, acceso; i miei clienti, poco importava se uomini o donne, mi davano la possibilità di bruciare. Quando Matteo entrò per la prima volta nella mia stanza con un uomo, non pensai assolutamente a niente. Non mi posi problemi, strinsi la mano all’uomo e dissi che per me non c’era alcun problema. L’uomo invece sembrava a disagio. Matteo ci lasciò soli. Lui era più imbarazzato di tutti. Mentre guardavo l’uomo spogliarsi non provai alcuna sensazione. Niente ribrezzo, niente paura, niente eccitazione. Era solo legna da ardere. Legna da gettare nel mio camino per non farlo morire. L’uomo si denudò completamente. Aveva dei modi educati. Aveva piegato e riposto tutti i suoi vestiti sul letto in modo preciso ed ordinato. Mi spogliai anche io. Eravamo due uomini nudi in una stanza: neanche questo mi preoccupava. Eravamo due uomini nudi che avrebbero fatto sesso. Non avevo paura, non provavo ribrezzo: era solo legna da ardere e io ero il camino.
– Tu sei etero vero? Il tizio al quale ho pagato ha detto che lo sei.
La voce di quell’uomo era anonima, normale. Era la voce di uomo triste come triste era il suo corpo palestrato e tonico. La perfezione mi ha sempre trasmesso tristezza. Quel corpo senza peli mi trasmetteva dolore. Dai suoi muscoli trasudava stanchezza, dal suo sguardo frustrazione.
– Non so più quello che sono. Sono estraneo anche a me stesso.
– Merda.
L’uomo si innervosisce. Gira la testa, si tocca il collo con due mani.
– Quel tizio mi aveva assicurato che non sei frocio.
Scoppio a ridere.
– Scusa amico, sei qui per scopare con un uomo o sbaglio?
– Merda, merda, merda.
L’uomo si infuria. Getta all’aria i suoi vestiti. I suoi muscoli rimbalzano sul suo corpo. Poi si calma. Respira. Si ricompone.
– D’accordo. Ascoltami bene. Io ho quarant’anni, ho una moglie e una figlia. Non ho bisogno di un frocio che voglia essere la mia donna. Quando ho voglia di scopare con una donna ho mia moglie.
Le vene delle tempie gli pulsano frenetiche. Suda. Farfuglia parole a tratti incomprensibili.
Ho bisogno di scopare con un uomo, non con un frocio. D’accordo? Quindi se tu non lo sei ti prego di dirmelo che me ne vado. Sono già sufficientemente frustrato di mio. Non c’è bisogno che ci pensino gli altri a farmi sentire uno schifo.
– Va bene amico. Non sono frocio.
L’uomo mi chiede altre due volte se sono davvero etero e io per altre due volte devo rassicurarlo. Poi l’uomo si avvicina a me. Insieme ci gettiamo nel nostro peccato. Diventiamo un groviglio di corpi punti dal dolore. Con lui ho fatto cose che non avrei mai creduto di poter fare. Eravamo due esseri che si stavano sfruttando a vicenda per lenire il dolore, per confondere il proprio male con quello dell’altro, per diluirlo col sostegno di un altro corpo. Sentivo le sue mani su di me ed era una sensazione strana. Ero estraneo alla ruvidità di quelle mani, al ruvido della sua barba, alla forza del suo corpo sopra il mio. Sentivo il suo odore mentre facevo quello che lui mi chiedeva, guardavo i suoi occhi, mi perdevo nel suo male e per un po’ mi dimenticavo del mio. Il linguaggio del suo corpo era così simile al mio. Uguale la conformazione, uguali i punti del piacere, uguali gli atteggiamenti più spontanei. Eppure quel corpo mi appariva così estraneo, diverso, sconosciuto. Mi sembrava di vedere il corpo di un uomo per la prima volta, di non aver mai toccato fino a quel momento la mascolinità. Mi estraniai da me stesso, ci vidi dall’alto aggrovigliati sul letto. Vidi due corpi maschili contorti e fusi, disperatamente attaccati l’uno all’altro. Assaporai la disperazione che spingeva i loro bacini, la sofferenza che muoveva le loro bocche lungo il corpo dell’altro. Guardavo tutto dall’alto come se io non ne facessi parte. Come se quel nido di male e dolore non fosse la mia abitazione. Come se quel corpo non fosse il mio corpo, come se quel movimento non fosse il mio movimento, come se quel piacere non fosse il mio piacere, come se quella perversione non fosse la mia perversione. Come se quel male non fosse il mio male. Come se io non fossi io. Guardavo tutto come se stessi spiando una scena di intima sofferenza. Quei due uomini sembravano due guerrieri che si stavano uccidendo a vicenda. Due guerrieri che avevano paura della morte e che avevano paura di uccidere. Due corpi trasfigurati che stavano lottando contro qualcosa, contro la vita. Contro la loro vita. Contro il senso di estraneità a se stessi, contro il senso di insoddisfazione, contro il fatto che le cose ormai sono andate in un certo modo ma sarebbero dovute andare diversamente. Due corpi guerrieri che stavano sferrando colpi alla propria storia, alle proprie rinunce, che stavano uccidendo i propri desideri, soffocando le proprie paure. Due uomini che odiavano la vita, che si facevano schifo, che piangevano se stessi, che avrebbero voluto morire. Due uomini che si stavano spiegando a vicenda come sopravvivere, due uomini che cercavano nel corpo dell’altro il rimedio al proprio fallimento. Due uomini senza senso o forse con troppo senso. Due uomini senza strada. Due uomini. Umani. Imperfetti. Abitati da un male inevitabile.”

Ho voluto riportare questo passo del romanzo perché credo che evidenzi meglio di qualunque mia risposta il senso del perché Achille decide di prostituirsi e del perché io ho deciso questa sorte per il mio personaggio. Prostituirsi significa offrire agli altri una parte di sé dopo averla resa merce. Significa annientarsi. Annientarsi per reinventarsi da capo. Uccidersi per risorgere dalle proprie ceneri, mettere un punto e andare a capo.

9. La risalita: Achille torna ad amare la vita. Lo capisce dopo aver raccolto più e più volte il vomito alcolico della madre, dopo aver amato e perso la persona amata, dopo aver avuto un figlio Down (amato e presto dimenticato), dopo essersi concesso per denaro, senza pietà alcuna, a maschi e femmine.

La vita segue, come insegna Hegel, un andamento sinusoidale. Alti e bassi, alti e bassi e ancora alti e bassi. Non si può soffrire per sempre, prima o poi arriva la luce. Usando le parole di Maragret Mazzantini: “La vita è questa: attimi superbi di vicinanza e poi gelide folate di vento.”

10. “Il vuoto intorno”, tu, Claudio Volpe, l’hai scritto in soli quindici giorni. Qualcuno si chiede come ciò sia stato possibile.

E’ possibile quando hai già tutto dentro di te, quando la storia è già matura, già costruita e tu devi solamente premere le dita sulla tastiera del computer per scriverla. Per me un romanzo deve essere come una lunga poesia, deve avere la stessa intensità e la stessa poeticità. Prediligo linguaggi nuovi, alternativi, visionari, linguaggi fatti di parole che si intrecciano e che occupano un loro spazio, che sembrano quasi essere fatti di materia ed essere tangibili. Parole che ti si attaccano addosso e si fanno sentire entrandoti nel sangue.

Claudio Volpe

Claudio Volpe

11. In che modo ti prepari prima di metter mano alla penna per scrivere un romanzo, un racconto, una poesia? Hai già in testa un’idea compiuta, o le idee nascono una volta di fronte al foglio bianco?

Solitamente ho in testa una storia già compiuta, o meglio ho un’idea compiuta: l’idea della storia che voglio raccontare e del messaggio che questa storia deve avere. Capita poi che durante la scrittura qualcosa si modifichi poiché è la storia che ti trascina appresso a lei durante la scrittura. La scrittura è un viaggio emozionante nell’ignoto: al termine ti scopri diverso e più ricco. C’è quasi un dolore fisico nello scrivere, un dolore viscerale di quando fai un grande sforzo e alla fine ti ritrovi letteralmente spossato, spremuto e ti sembra di non aver più parole neanche per parlare.

12. A tuo avviso esiste una differenza di sostanza fra narrativa e Letteratura?

Assolutamente. La narrativa è per lo scrivente la letteratura per lo scrittore. Tutto può essere narrativa mentre letteratura è ciò che resta per sempre, ciò che aiuta l’umanità a crescere e la società ad amarsi.

13. Il tuo rapporto con gli scrittori contemporanei: quali autori, oggi come oggi, ritieni abbiano qualche cosa da dire ai lettori e da consegnare ai posteri?

E’ davvero difficile individuare autori validi nel panorama attuale dove ognuno può improvvisarsi scrittore e dove, peggio ancora, è il mercato a creare autori. La parola “autore” deriva dal latino e significa “far crescere”. Dunque se dovessi indicare nella contemporaneità scrittori che a pare mio, in Italia, permettono di accrescere la coscienza collettiva, indicherei Margaret Mazzantini e Dacia Maraini, e tutti quegli scrittori che a loro modo lottano per eliminare qualunque forma di pregiudizio.

14. Quali sono stati gli autori classici che maggiormente hanno contribuito a formare le tue idee e il tuo stile letterario?

Pirandello per l’introspezione nell’animo umano, Dostojevski, ma potrei citarne altri. I classici sono tali per questo: perché insegnano. Perché sono immortali e hanno detto quasi tutto quello che si può dire. Ora tocca a noi dire le stesse cose in modo diverso, adattando le idee all’evoluzione del mondo.

15. Pur essendo tu un autore molto giovane, dimostri d’avere una ben più che mirabile capacità artistica e di introspezione che autori, ben più navigati di te e con alle spalle molte pubblicazioni, non hanno ancora raggiunto e che forse mai raggiungeranno. Sei un talento, uno straordinario talento. A questo punto ti pongo una domanda difficile sul serio: a tuo avviso, com’è possibile riconosce chi ha del talento, e, soprattutto, il talento è…?

Ti ringrazio per questo complimento prezioso e rispondo subito alla tua domanda. Il talento è riuscire a fare qualcosa, una qualunque cosa, che sia in grado di emozionare e scuotere il mondo senza alcuna minima fatica, spontaneamente. Il talento nello scrivere sta nel raccontare storie universali ed immortali che siano capaci di cambiare le cose e nel non poter fare altrimenti. Scrittore non è chi vive di scrittura ma è chi senza scrittura rischierebbe di morire. Non so come si possa fare a riconoscere il talento, so solo che spesso chi è dotato di esso è una persona inquieta, insofferente ai limiti e alle definizioni, una perona che sente il costante bisogno di fare qualcosa, di creare, di inventare anche. Chi ha talento fa un tutt’uno con la sua vita e la sua arte. Chi ha talento non si arrenderà mai perché qualora lo facesse, avrebbe finito di vivere.

16. Cosa ti aspetti dal Premio Strega 2012? Non ti nego che le ultime edizioni del premio mi hanno oltremodo deluso: Niccolò Ammaniti, Paolo Giordano, Tiziano Scarpa, Antonio Pennacchi, Edoardo Nesi, tutti autori che, personalmente, ritengo siano meno che dei semplici imbrattacarte ma purtroppo ben addentro al ‘regime editoriale’.

Non mi aspetto nulla perché credo che il non aspettarsi nulla sia la migliore strada per poter poi gioire delle piccole grandi cose che capitano. A pochi giorni dall’ultimazione del mio romanzo ho trovato un editore serio totalmente innamorato della mia opera. Pochi mesi fa ho incontrato Dacia Maraini e ho saputo da lei che aveva apprezzato il mio romanzo tanto da essere disposta di presentarlo allo Strega. Pochi giorni fa ho saputo di aver vinto il Premio Franco Enriquez 2012. Ora sono tra i candidati al Premio letterario più importante d’Italia. Ho avuto la possibilità di stringere amicizie vere e importanti. Non mi aspettavo nulla e ho avuto tutto. Del resto quel che verrà accetterò.

17. Perché leggere “Il vuoto intorno”?

Perché è un romanzo scritto con le viscere, con l’anima, con la voglia di parlare al mondo e celebrare la complessa bellezza dell’essere umano. Perché è una storia che in un modo o nell’altro parla di ognuno di noi.

18. A te, Claudio Volpe, auguro tutta la fortuna che meriti.

Io, invece, ringrazio te per l’attenzione che mi hai dato e per l’entusiasmo col quale hai accolto il mio romanzo. E ringrazio anche il mio editore Gordiano Lupi e le due persone che hanno presentato “Il vuoto intorno” al Premio Strega, paolo Ruffilli e Dacia Maraini.

Il vuoto intorno – Claudio Volpe – Il Foglio letterario (www.ilfoglioletterario.it) – collana narrativa – prima edizione maggio 2011 – pagine: 280 – ISBN 9788876063169 – Prezzo: Euro 15,00

IL FOGLIO LETTERARIO EDIZIONI
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Editoria di qualità dal 1999

Sito internet: www.ilfoglioletterario.it

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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4 risposte a Claudio Volpe e ”Il vuoto intorno”: intervista all’Autore a cura di Iannozzi Giuseppe

  1. Felice Muolo ha detto:

    Comunque sia, auguri.

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Sono convinto che Claudio Volpe la spunterà. Glielo auguro di tutto cuore, perché merita veramente che critica e pubblico riconoscano il suo talento.

    beppe

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  3. annamaria49 ha detto:

    Non conoscevo quest’autore e dall’intervista deduco che è un ragazzo di grandi capacità, un giovane talento al quale va il mio sincero “in bocca al lupo” e spero vivamente che sarà il vincitore.
    Auguri!

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Cara Annamaria, è un vero piacere ritrovarti qui.

    Claudio Volpe è al suo primo romanzo, ma che romanzo, accidenti!
    Dei libri che ho letto e che sono ora in lizza per il Premio Strega, quello di Claudio Volpe è sicuramente il migliore, in tutti i sensi. Spero dunque e glielo auguro di tutto cuore di entrare almeno almeno nella cinquina dei finalisti: merita veramente, per quello che è il suo talento.

    Grazie.

    beppe

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