Le Nove Porte (poesie per Angelika Karamella) – di Iannozzi Giuseppe aka King Lear

Le Nove Porte

di Iannozzi Giuseppe aka King Lear

maremma maiala by Angelika Karamella

maremma maiala by Angelika Karamella

Le Nove Porte di Angelika Karamella
lenoveporte.blogspot.com

ad Angelika Karamella
che è tornata a tormentare il mio core

Castità e vino

Che vuoi ne sappia io
della coscienza,
dell’eterno ritorno?
Niente
La mia attenzione
è or tutta concentrata
sul bel fiasco di vino
che sul desco m’attende

Buon vino rosso
pigiato dai piedi dei frati
Dicono faccia spirito,
son mio malgrado costretto a provare
Non posso far diversamente
adesso che son avviato
nella castità eterna
a perdermi

Brutto fuori come dentro
non ho sorprese,
l’alma mia s’è persa
in un mare d’ubriachezza;
e il peggio è il mal di testa
che m’ammoscia e mi molesta
Ma dicono che il buon vino
faccia spirito
Di questo passo però temo
che mi piangerai
trovandomi all’altro mondo
sempre scontento
uguale a come m’hai conosciuto
qui in questa valle
di lacrime a salve

Non hai proprio un po’ di coscienza?
Non vuoi ridarmi al mondo
con una ventata di malizia?

Scolerò il vino
fino a cader giù secco
Scolerò il fiasco interno
e la colpa sarà tua
Sarà anche tua…

Maremma Maiala!

Maremma Maiala, non ci credo…
Eppur la gattina che or ora qui vedo
è proprio l’Angelo che pensavo caduto,
perso in chissà quale infernale girone!

Quanta, quanta disperazione ho covato nei lombi
Coll’usbergo ho pugnato contro draghi incalliti,
con la spada sguainata di sangue sporca
ho affrontato Neri Cavalieri di testa privi,
e da troni malamente usurpati ho scacciati indegni re;
e tutto questo l’ho fatto per trovare te,
il mio Angelo che da un giorno all’altro sparì
senza lasciare una missiva né una minaccia di morte
al mio povero core

Maremma Maiala, lascia che vada
ad avvertire la servitù che il mio core
ha fatto infine ritorno dentro al petto;
lascia che prenda a frustate il paggio
che non un sol dì è stato capace
di rallegrare i soli e le lune senza
la tua ammaliante presenza;
ed ancora lasciami libero d’impiccare
alle Porte della Città almeno un santo
e sette poveracci in odor d’eresia
E’ questo un giorno di grande gioia,
la bisogna è che vada festeggiato
senza rimorso alcuno, senza pietà
né santità

Maremma Maiala, è tempo di far casino,
di buttare giù dal letto i porci infedeli,
d’alzare le tasse e svuotare le tasche al volgo
Maremma Maiala, è giunta l’ora di tirar
calci in culo ai serpenti ch’hanno attentato
alla mia regale vita con bicchieri di tosco
E’ tempo di bruciare in piazza le streghe,
le vecchie e le laide ch’hanno freddato
il mio letto col loro corpo di morta passione
Non si può più procrastinare l’urgenza
d’accoglierti come meriti, mio Angelo

Maremma Maiala, chissà che gioia sarà
per quella balorda di mia madre
sempre impiccata al suo diabolico rosario
e manco un dente in bocca: poco ma sicuro
che sgranerà gl’occhi porcini ben fuori
come se dovesse morire da un momento
all’altro

Maremma Maiala, farò sgozzare i maiali,
i più grassi giovani e in salute; e in coppe d’oro
raccoglierò il loro caldo sangue perché insieme
io e te, mio Angelo, possiamo presto goderne
pria di cacciarci a letto per dar un erede al Regno

Maremma Maiala, son felice come il più feroce diavolo
colto in fallo! Che gran bel sogno questo, che sogno!

Il pianto di Jago

Non è vero che son Jago
Che sono quel mostro
che descrivi
sol perché ho osato peccare
di vanità
portandoti a Corte
Il tuo bel volto
l’han visto in tanti;
e ognuno avrebbe pagato
pur d’averti con sé
almeno un istante
Però io non ho ceduto
Per il tuo onore
ho combattuto;
e ho preso pure dentro alla spalla
il fioretto d’un gentiluomo
che si vantava d’esser stato
con te a letto non una volta
ma ripetutamente
Giuro che non c’ho visto più:
gli son saltato addosso
nudo e crudo, coi denti
l’ho assalito e quasi sbranato;
ma il filo della sua spada
m’ha infilzato
e in ginocchio son caduto
tra gli scherni
degli sgherri d’attorno
come fossi un animale sguaiato
mezzo scannato da mostrare a vili
e cortigiani allo stesso modo
Gl’occhi mi si son fatti rossi
e seppur più di là che di qua
mi son fatto contro quello
che osava vantare impudiche vittorie
E anche se tu mi credi ignorante
incapace di poesia,
sappi, mio Amore, che il mio sangue
ha per te scritte gesta
che nessun scribacchino potrà mai
mettere in rima
men che meno in riga,
perché disobbediente sono
quando l’amore sei tu, mio Sangue!

Il tuo amore
io sempre l’ho difeso:
col sangue, dipingendo rose a Corte,
per le strade e le calli se necessario,
senza temere mai l’eterno oblio

Mademoiselle

Mademoiselle, un momento,
uno soltanto, non vi farò perder tempo;
son qui a Paris città dell’amor cortese,
ma però da quando son sceso giù
agli Champs-Elysées
sul mio cammino soltanto dame
fredde e rigide come le chiese;
è mai possibile che non una bella
abbia raccolto il dono mio di rose?

Indarno ho pregato sotto la Torre Eiffel,
né è valso spingersi sino all’Arc de Triomphe,
per me è stato un altro freddo tonfo;
non un raggio di sole ha avuto coraggio
d’aprirsi varco tra la cortina di nuvole,
la pioggia tutta me la son presa addosso,
reggendo fra i palmi sanguinanti
le amate mie rose piangenti

Mademoiselle, non volete ascoltare!
Il piedino in originale stivaletto calzato
già affrettate; con la virginale manina
il bruno poliziotto salutate là davanti pronto
– si vede bene! – a mettermi contro
tutta la bruta sua forza; saranno ancora
calci in culo e faccia pesta affogata
nei venti del Nord, ormai ben lo so

Mademoiselle, vi prego, ignorate lo strazio
che al gentil vostro occhio or si svela;
raccolti calci pugni e cazzotti a iosa,
delle mie belle e tante rose rosse
nulla è restato; ma pel disgraziato
che sono, impetro il vostro perdono!

Arianna

Non va, non va meglio
Tutti quelli che abbiamo amato
sono morti impiccati
con le loro stesse budella
La casa di Gesù dove ci riparavamo
dalla pioggia oggi non c’è più
Il telefono squilla a vuoto
Come potevamo immaginare
che sarebbe accaduto tanto presto?
E’ stato un attimo
perché il corpo prendesse il volo
dalla finestra
A testa in giù cerchiamo di capire
perché è successo, perché il cervello era
più rosso che grigio
una volta fuori dal gioiello della testa

Il cappotto rattoppato, la candela alla fine,
il sale sparso in terra
C’erano tutti i segni
sotto i nostri occhi vampiri
per capire
Avevamo altro per la testa
Non si fa più in tempo
a tornare indietro; non va,
non va meglio, però dobbiamo
scopare via i vetri rimasti,
stare attenti alle schegge

Arianna, Arianna, sei tu, sei ancora tu?
Sei sempre tu che occupi il telefono?
Qui va tutto per il peggio, viviamo
incastrati in un attacco di panico
Tutti quelli che abbiamo amato
sono morti impiccati
con le loro stesse budella;
ed è così brutto vivere in completa solitudine
Così brutto, questo lo puoi capire…

Santi e Poeti

Non dovreste credere
a quegli esseri strani
che si professano poeti;
son come certi santi
da mane a sera ubriachi
incapaci di dir preghiere,
grandi stupratori però sì
…ruina del mondo intero

Come Erode tu piangi

Tu piangi, piangi consapevole
che le lacrime d’una donna
mi costringono in ginocchio
che io lo voglia o no

Come condannato a morte
ingoio a vuoto,
ripenso alla bellezza perduta,
a tutto il tempo andato,
marcito, putrefatto,
appeso
a un gancio in macelleria;
con la mente torno
sul luogo del delitto
dove agnelli belanti
e piangenti,
simili a bambini strappati
al seno materno,
persero più di me
senza che potessi io gridare
anche un solo no
– incaprettato,
rasato di fresco,
nudo
e lingua mozzata
Nei miei occhi insanguinati
l’immonda scena, Erode
che ordina l’uccisione
di tutti i bambini di Betlemme;
poi Ponzio Pilato e la condanna
dal popolo votata,
urlata a gran voce
perché libero fosse Barabba

Innocente,
di rosso vestita
a Natale a Pasqua a Capodanno,
fra le sbarre
lasci a me il tuo profumo

Dove sono le anime
di quegli angeli innocenti
caduti
nel nome dell’assassino?
Hanno avuto sepoltura,
o son forse risorti?
Tu di rosso vestita
non sai
Piangi soltanto
Con le lacrime mi costringi
in ginocchio;
ma più non ho bocca
per baciar i tuoi piedi,
né lingua per lavar via
i tuoi passi

Mia vestale

Se potessi vedermi ora
nudo e indifeso come sono,
nell’alma gelato senza amore
col fiato corto e l’ora mia
pronta a dare al piombo
l’ultimo rintocco, i tuoi occhi
si farebbero di cieca rabbia
simili a quelli di certe vestali
dal fuoco sacro dominate

Sempre ho ceduto il passo
e se ho peccato il sesso,
la poesia che esso è,
m’ha riscattato, non del tutto
ma abbastanza perché
se non oggi domani si dica
di me innocente e leggenda

Carco d’un crimine non mio
attraverso il penetrale del Fato
il desio mio lacera vene e polsi;
col ginocchio franto al suolo,
la bocca massacrata, piagato
a te che di me amasti la favella
vorrei oggi presentare il dono,
la vita mia seppur a brandelli
perché sia il tuo piedino gentile
a darmi la fine e non il piè vile
d’un centurione fra tanti

Grembo materno

Lo so che son stato uno sciagurato
T’avevo promesso amore eterno
invece altro non era che la mia paura,
un orrore piumato, un corvo bruno
appollaiato sull’epitaffio inciso a freddo
sul bianco marmo della mia amputazione

Riposano davanti all’ingresso
due angeli lanceolati, senza sesso
Ma han rosse bocche da sgualdrine
e lunghe ali sulle spalle ripiegate
Le campane battono incessantemente
Si portano l’una contro l’altra a peso morto
L’eco loro si spande in lungo e in largo,
spaventa il mite e il collerico in egual modo
Non si può sfuggire al nudo dolore
che m’hai dato!
La stola cremisi che amavi, per me
incubo ricorrente, sta ancora appesa
là dove la lasciasti l’ultima volta
che in punta di piedi venisti a trovarmi
E il crocifisso vergognoso le tiene compagnia:
agli scuri forte bussa il vento e fa tremare,
scuote il tessuto e il legno del supplizio
al muro condannato con un unico chiodo

So d’esser stato un bastardo di tutto punto
Ma quando quella volta ti ho raccolta
fra le mie braccia, pesavi quanto un fiore
Come potevo immaginare che il camposanto
avrebbe così presto preso nel suo grembo
il nostro addio, tutto l’amore che tra urla
e sudore i nostri corpi si scambiarono?

Non pretendo il perdono né il mondo
Ogni cosa della vita intera è andata in rovina
Però vorrei almeno che da me ti trascinassi
per portarmi via con te, là dove ora riposi
Accompagnami ancora sul tuo seno
Voglio anch’io riposare e nell’oblio finire
ma insieme a te, per sempre insieme a te

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, giornalista, scrittore, critico letterario
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Una risposta a Le Nove Porte (poesie per Angelika Karamella) – di Iannozzi Giuseppe aka King Lear

  1. Angelica ha detto:

    Beppuccio caro,
    che pensiero delizioso, sono senza parole. Non finisci mai di sorprendermi.:-)) Qui c’e’ la piu’ bella raccolta di pensieri parole e birbanterie:-)) mai lette e non potevi che essere tu a farne poesia. Pero’ manca “Rosso” o sbaglio? Non vorrei una mia svista, ma proprio non la leggo e tu sai che quella ormai e’ diventata una delle mie preferite, per eccellenza. :-)) Miii c’e’ anche la foto tutta rosa:-)) Grazie grazie. Per farlo bene almeno per ora ti lascio tutti i miei baci per te.:-))
    Karamellina^_^

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