Tragico destino di un Paggio – di Iannozzi Giuseppe aka King Lear – illustrazioni di Valeria Chatterly Rosenkreuz & Christian Rosenkreuz

Tragico destino di un Paggio

di Iannozzi Giuseppe aka King Lear

illustrazioni di Valeria Chatterly Rosenkreuz & Christian Rosenkreuz

by Christian Rosenkreuz

by Christian Rosenkreuz

Mio vecchio Paggio

I.

Paggio, mio buon vecchio stolto Paggio,
al limite, al limite comprendo anche
che il servaggio non ti aggradasse poi troppo,
ma se tanto mi dà tanto non avevi altra scelta.
Sii sincero, ti sembra forse che le tue laceri vesti
possano in qualche modo essere messe
a confronto con quelle che io Re indosso?
Spero per te tu non abbia una simile arroganza
perché in caso contrario mi vedrei costretto
a farti mettere ai ceppi, e con quelle occhiaie
che ti segnano – manco avessi fatto a cazzotti
con tutti i villani giù in paese, porco mondo! –
dà retta a me che in quanto a buon gusto
sono il migliore, saresti un pugno in un occhio.

II.

Paggio, mio buon vecchio amico di Corte,
ricordi le risate che insieme alzammo al cielo?
Tu ubriaco più di me, te ne stavi sopra di me
e un po’ mi titillavi il pelo del nudo petto
e un po’ t’abbuffavi alle mie spalle
stritolandomi le palle manco fossero state piccole
noccioline, ma non per questo ti porto rancore…
Mi credi forse così vile da rinfacciarti
che hai preso e hai preso bene per il tuo desio,
lasciando a me, che sono pur sempre il tuo Re,
le briciole e nemmeno quelle? Credi forse
che non mi sia accorto per tempo che ti sbattevi
la Regina a destra e a manca, di sopra e di sotto
fingendoti a Corte il mio più introdotto consigliere,
fingendo d’esser stato castrato in giovine età
così tanto in là nel tempo che non ricordavi proprio
quando fosse accaduto? Eri forse sì ingenuo
d’arrivare al punto d’illuderti che non avrei preso
presto ben oliate contromisure? No, dài, non gridare
proprio adesso che stiamo cominciando ad arrivare
al punto: non sarà mica perché ti trovi a novanta
.- posizione invero un po’ scomoda per chi
come te ha avuto l’ardire di spacciarsi per maschio –
che mo’ piangi, strepiti e gridi che vuoi la mamma?
Per Dio, non ci sono più i condannati d’una volta.
Sembra ieri che il buon Padre mi metteva in guardia
con siffatte parole: “Se torturi un uomo, figlio mio,
sarà meglio che pria gli cavi la lingua con le tenaglie,
altrimenti non scucirà una sola parola!”
Quanto aveva ragione quel vecchio rincoglionito!
Devo dunque ricorrere ai vecchi metodi
per farti rendere una piena confessione? E’ questo
dunque che cerchi, la tortura più crudele
prima di spirare in pubblica piazza sulla forca?
Guarda bene le mie vesti, ammirale: sono rosse,
ma non per vezzo, perché un Re che si rispetti
un solo colore può vestirlo, il rosso, il rosso
che è sangue, che è vita, che è morte, e che ahimè
è anche condanna! Un po’ mi dispiace, Paggio,
di vederti così, madido di sudore, lercio e spettinato,
senza più tutti i tuoi campanelli, senza neanche
una battuta da sparare, giusto per rallegrare
un po’ l’ambiente – che si sta saturando d’un’aria
spessa ma spessa assai, porco mondo! Ma basta,
niente più indugi, è ora di smetterla con la retorica
e i barocchismi: caga ora la confessione o vedrai
tosto il tuo corpo penzolar là fuori, con la gente d’attorno
a sputarti addosso la lor vergogna per lavare la tua

III.

Ma ecco la Regina, sento il frusciare delle sete,
il respiro eccitato, quel tradimento dell’anima
che la rende deliziosa all’orecchio del suo Re
seppur abbia giaciuto, o meglio soggiaciuto
alle vigliaccherie del mio ex migliore amico.
Tu, Paggio, hai forse idea di chi potrebbe essere
questo infame, questo Giuda, questo topo di fogna
che non merita uno schiaffo, un calcio nelle terga,
una punizione che non sia meno che esemplare?
Oh, che guizzo in quegl’occhietti iniettati di sangue,
quale ingordigia si manifesta ancora nonostante
il Fato abbia già definito vita morte e miracoli
dell’essere che sei stato. Ma che fetor nauseabondo,
te la sei fatta addosso, non c’è dubbio. Non un filo
di coraggio per chi disdegna il servaggio.
Ma chiediamolo alla Regina che opinione ha
d’un paggio che se la fa sotto; teniamo in conto
anche la sua di opinione, perché non vorremmo mica
passare per maschilisti, vero? Oh, zitto, zitto, zitto,
mio Paggio. Arriva, è qui, due passi ancora…

“Mia Regina, My Lady Bug, quale onore per il Re
avervi qui in tutto il vostro splendore. E che bel vestito,
rosso come si addice a una Lady di vita e di morte.
Abito più adatto non avreste potuto indossare oggi,
difatti abbiamo qui il Paggio, che son sicuro
non stenterete a riconoscere e che abbisogna
d’una severa lezione che non possa più dimenticare.
Il cappio o la ghigliottina? Cosa mi consigliate?
Le fustigate sulle terga e la schiena non son servite,
così oggi, seppur con tristezza, mi vedo costretto a spedirlo
dritto da Cerbero. Così è la vita, un’incertezza continua.”
“Povero Paggio. Ma si sa, la vita è così, un giorno ci sei
e quello appresso non più. Però che occhiaie profonde!
Almeno un cerone, mio Re. Non vi consiglio
la ghigliottina, con quelle borse sotto gli occhi
farebbe una figura tremenda: immaginatevi il capo
che ruzzola e sfugge dalla cesta. Che orrore, che orrore!
Con quelle occhiaie nere. Non vorrete mica che si pensi
che il Re, tanto nobile d’animo e di spirito, non abbia
voluto spendere due baiocchi per un po’ di trucco?
Impiccarlo poi, non se ne parla nemmeno.”
“E perché di grazia, mia Sovrana?”
“Ma ve lo immaginate a penzolare per tre giorni
e tre notti con quella faccia lì? E’ già bianco adesso,
figuriamoci una volta appeso. Ci vorrebbe qualcosa
che non dia troppo nell’occhio e che però faccia figura.”
“Abbiamo quei Mastini Napoletani. Sguinzagliarglieli
contro, che dite? Prenderebbe su anche un po’ di colore
correndo invano, cercando di portare a casa le chiappe.”
“Mio Re, questa sì che è un’idea geniale. E’ così pallido.
Che almeno muoia con le gote infiammate di sangue.”
“Per Dio, avete ragione! Già morde l’aria, questo paggio
non vede l’ora di metter un po’ di rossore sulle gote
ora smunte e spente. Mi par che sia tutto eccitato,
mostra la lingua come un bastardo che reclama acqua;
è certo che non vede l’ora di sgranchirsi le gambe…
Sol mi chiedo perché non parli: eppur muto non è!”
“Sarà forse per il collare di cui gl’avete fatto dono
e che gli stringe la gola fin quasi a soffocarlo?”
“Dite che è un po’ stretto? A me sembra così carino.”
“Lo è, ma gli manca il fiato. E’ un miracolo
che non sia stramazzato. Per essere un paggio
ha il fiato d’un selvaggio.”
“Chi meglio di voi potrebbe sostenerlo,
voi lo conoscete bene fino in fondo, My Lady Bug.”
“Sire, non siate ironico, la vostra intelligenza
merita una più alta considerazione: l’ironia è lo zerbino
dei poveri di spirito, e Voi, mio Sire, siete in tutto ricco,
non di certo un pezzente qualsiasi con la lingua di fuori.”
“My Lady Bug, in saggezza potreste superare
il vostro Sire non fosse per la bellezza che l’oscura.”
“Troppo buono, mio amatissimo Sovrano d’ogni cosa
viva o morta che sia.”
“Che allora si proceda. Che i mastini gli mordano
le chiappe fino a che esanime non crollerà in terra.
Per le aguzze fauci dei napoletani sarà tenera carne
da digerire, un pasto un po’ delicato ma appetitoso.”

IV.

Del mio Paggio che odiava il servaggio che rimane?
Questo campanellino, null’altro che questo. Per questo,
per questo ha penato una vita intera – cioè per mezza
vita? Povero Paggio. Però se l’è proprio cercata,
sfidare il Re e pensare di poter portare a casa le palle.
Illuso. Il mondo è colmo di illusi e sognatori, di biscazzieri
e rompicoglioni, e non uno che abbia mai combinato
qualcosa di buono.

Paggio, buon vecchio Paggio, che non amavi il servaggio,
Paggio disgraziato che hai pucciato il biscotto nel mio,
che rimane di te a futura memoria? forse la triste eco
di questo campanellino? Oddio, è proprio così.
Ma non basta neanche a risvegliare il tuo fantasma.
Così piccola è la vita d’un suddito traditore, facile
come il Niente.

Warrior Fairy by V. Chatterly Rosenkreutz

Warrior Fairy by V. Chatterly Rosenkreutz

Paggio per sempre

Orsù, mio paggio
La libertà alfine
ti viene
Ma non t’illudere
A rifornire il camino
di legna nova mi servi
Tu, paggio  – che il Fato
m’ha consegnato –
obbedirai e non una,
non una parola moverai
Paggio sei nato
e ti tocca di servire,
in silenzio, tanto più
che la lingua te l’ho fatta
tagliare innanzi
insieme al pendaglio
che adopravi
per andar dietro
alle gonne
delle mie donzelle

Ora levati
Aggiusta le giunture
Scaccia i reumatismi
e i sofismi
che ti fanno andar
il cervello in acqua,
e tosto porta
le chiappe alla mia Reggia
La Regina
ha bisogno di caldo
e per boschi neri
devi subito andare
a ricuperare ceppi
e legni buoni
ad accender un fuoco
che sia dolce e caldo

Non vorrai mica
far soffrire la Regina!

Paggio ribelle

Il Paggio s’è ribellato, ribellato, mia Musa
Più non torna ai piedi del suo Re

Il Paggio, il Paggio che m’era tanto caro
oggi si dà ai bagordi colle gonne a Corte
Va cianciando che è Capodanno
e che ha diritto a goderselo come un santo
Ma lui è nato per essere solo un Paggio,
per servire il suo Re che poi sono io
Non può disubbidire, eppure l’ha fatto!

Il Paggio, il Paggio che m’era tanto caro,
come un figlio lo trattavo, uguali colpi di frusta
gli riservavo, sempre i più forti et amorevoli

Il Paggio s’è ribellato, ribellato, mia Musa
Più non torna a leccare i piedi al suo unico Re

L’ira del Paggio

E’ diventato nero, più rabbioso
d’un can malfusso
Per Dio, non so davvero che fare,
che osso gettargli in pasto
per ammansirlo almeno un poco
Innumeri nemici ho combattuto
e costretto all’inchino e al perdono,
ed io sempre alto a squadrarli
dall’alto in basso valutandoli
meno di niente, concedendo loro
giusto la dignità di mosche
finite per disgrazia dentro alla minestra
Però, mia Musa, questa volta è diverso
Come ben sapete Messer Christian
non è mai stato troppo ben disposto
allo scherzo né a quel vivere fraterno
che i popolani indicano goliardico
Per tutta risposta ha sfilato dalla vagìna
lo spadone e coll’usbergo in mano
ora muove guerra a me e ai mulini a vento
Non c’è niuno che gli tenga testa,
chi l’incontra cade sotto il peso dei colpi
sempre portati con estrema precisione
sul davanti e nel didietro

Mia Musa, come potete notare, ha perso il senno
Pensate che ora mi vorrebbe crocifisso sul Golgota
Forse pensa che dopo tre giorni possa risorgere!

Ma un Re che sia un vero re
e non un mammalucco
ben sa che dall’Averno non si fa ritorno
– anche se sarebbe più giusto dire
che una volta che il corpo sceverato
dell’anima vale meno d’un soldo bucato,
inutile alle maschere del Diavolo
e a quelle di quell’altro mascalzone di Dio
sempre a tirar scherzi da prete
a chi gli dimostra fede in ginocchio
coll’occhio turbato
e la scarsella legata pendente al fianco

Mia Musa, sotto questo cielo bigio
Christian lancia alto il grido
contro il cielo livido, piovono rane
e talvolta rospi cornuti e altri freddi mostri
La sua furia non conosce limite
Grida e grida peggio d’un ossesso
sol perché per celia ridotto al rango di paggio
Mi toccherà d’affrontarlo, di sguainare
pure io dalla vagìna lo spadone
perché almeno siano le armi a decidere
chi più duro e degno di restare in piedi
su questa Terra di sangue e miele

Mia Musa, riparatevi, presto!
Non invocate in preghiera Dio
né alcun altro nume tutelare
Datemi piuttosto un bacio,
è tutta la fortuna che abbisogno
Poi fuggite lontano, senza guardar indietro
Vi proteggerò col mio spadone,
quello nemico incontrerò…

Ah, le ore si fanno brevi, così brevi
Non c’è più tempo, correte, correte
Messer Christian lo sento che bussa…

Pensare che c’eravamo tanto amati!

Nella mia camera veniva
di nascosto, fra le lenzuola si nascondeva,
i piedi e il petto di baci mi scaldava
Segreti con bocca a culo di gallina biasciava,
con occhi cisposi dopo che l’atto compiuto!
Mai una volta che abbia discusso sul sesso
Paggio pratico, valente assai
Ma ora lo spadone ha sguainato,
non sa più da che parte la ragione
Mena colpi a destra e a manca,
di niuno si cura, solo il sangue
gl’è felicità nel vederlo scorrere a fiumi

O Chimera, fu solo il sogno d’un Re!

Ma Chimera o meno, adesso il ferro
darà giustificazione alle nostre vite,
forse soltanto uno alfine in piedi resterà
nudo di ragione, ma di sangue
bagnato da capo a piedi

Pensare che c’eravamo tanto amati!

Messer Christian, sia il ferro e la guerra
allora, se del ruolo di paggio vi svestite

Sia la guerra, sia la morte a trionfare

L’Averno del Paggio

Paggio, mio impudente Paggio,
impotente, e così tanto amato
e così tanto odiato; tu, Paggio,
metti in campo un ben strano
coraggio! Eppure dovresti sapere
che il capo dal busto fa presto
ad esser spiccato, basta
difatti un mio semplice gesto
e la vita che ti è dentro al petto
– puoi starne ben certo -,
s’invola per chi sa quale Averno

Oh, ma dimenticavo quasi,
mio povero Paggio, tu già appartieni
al Regno delle Ombre dove la vita
più non è vita, dove sol più resiste
la sua eco e dove le grida di dolore
si ripetono in eterno senza lasciar
all’anima, per piccina che sia,
un sol momento di disgraziata pace

Paggio, mio povero Paggio,
tu sai che non avrei voluto
la tua perenne condanna
Però osasti sfidare la mia collera
nonché la mia gelosia insidiandoti
nel letto della Regina, godendo
sul suo seno, sporcando la sacralità
dei suoi bianchi fianchi colla tua lingua;
e questo non te l’avrei potuto perdonare
Avrei dovuto farti tagliar la lingua
sin da piccolo per il tuo bene,
ma per mia troppa bontà
sol decisi ch’era sufficiente la castrazione

Mio povero Paggio, anch’io ho colpa
dell’accaduto e della morte che ti sei portato
all’Inferno; ciò nonostante capisci da te
che io rimango pur sempre il Re Eterno
e anche se colpevole basta un mio ordine
perché torni vergine
davanti all’occhio del popolo
così come della Corte tutta
E’ questa la differenza principe
che tu Paggio non hai mai compreso;
hai pensato che potessi cercar conforto
tra le braccia della mia consorte,
come se fossi io cieco o stupido;
o forse ti sei illuso che nutrendo io per te
un amore tutto speciale chiudessi un occhio
o tutt’e due; facesti male i tuoi conti,
così ora tra le fiamme e l’immane tormento
sconti in eterno il peccato che da vivo
portasti fra le mie lenzuola
sin dentro alla mia più sacra intimità

Paggio, mio Paggio, mio povero!
Ti vedo e ti piango, una candela
alla tua memoria in silenzio accendo
Ma di dentro me la rido alla grande!

Epitaffio

Mio buon vecchio Paggio
ogni tuo ritratto è in mano
a qualche donzella
ch’era alla mia Corte
nemmeno un sole fa;
per quanto Re valgo ora meno
d’una penna di spogliata aguglia.

Del Re che in pubblico ti batteva
con cinghie e offese di pietra
è rimasto un fantoccio solamente
che l’epitaffio ha già scritto
per mano d’un buffone.
Sì presto il tempo riprende a sé
le glorie date; e il Fato oscuro
a maghi e streghe si dà via,
al miglior offerente mai,
ma per capriccio solamente
al pari d’una troia d’osteria
al primo venuto… sì vero
il dire di quello finito crocifisso ieri
che “gli ultimi saranno i primi”.
Averlo capito per tempo
m’avrebbe forse risparmiato l’onta
d’inchinarmi ora al tuo cospetto.

Gibboso e canuto depongo dunque
spada e usbergo pregando a mani giunte
che il capo mio, mio buon Paggio,
vorrai presto spiccar dal busto malato.

Lo spettro del Paggio

Tu, mio Paggio, che oggi
te ne vai bello bello in giro
con quella faccia candida
bianca da morto
dovresti forse far attenzione
a chi ti si para davanti,
non è difatti detto
che il bravo che ti dà la mano
sia un uomo di spirito
o un santo volterriano
Tu pensa se tirasse fuori
la sua pistola per sparare
dritto in pancia a te
giusto perché in quel momento
gli gira così; tu, lascia
che te lo dica, non badi
a nessuno, siano santi
o spettri, con tutti t’intrattieni
sperando di cavargli di bocca
chissà quale verità
Però un giorno o l’altro
è certo che incontrerai
quello spostato con la scimmia
sulla schiena e qualche cambiale
in tasca da pagare, allora
sul corpo che porti a spasso
sfogherà la sua rabbia e libidine
E sta’ pur certo sin d’ora
che non servirà invocare Dio
e il Diavolo, quelli è da tempo
che si fanno i cazzi loro;
l’umanità quaggiù
non gl’interessa più, troppo pervertita
da preti beoni e politici panzoni
perché anche solo un demonio dappoco
possa sprecarsi di metterci lo zampino

Per tutto questo che tu ben sai
non ti fare Illusioni, non partorire
la morte loro; hai davvero bisogno
di battere epitaffi anche in questa notte
sprofondata tra la fine di ottobre
e l’inizio di novembre? Dio non lo voglia,
Paggio mio caro, non lo voglia
per il tuo bene soprattutto!

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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