Dispaccio ANSIA dall’Antartide – di Iannozzi Giuseppe

Dispaccio ANSIA dall’Antartide

di Iannozzi Giuseppe

[…]

Ma nell’intanto ho saputo che J.T. Leroy ha quasi raggiunto il nostro Giuseppe Penna. Staremo a vedere cosa sapranno fare queste due mani unite, si spera non in un pervicace imeneo.

Mi giunge or ora un dispaccio ANSIA: sembrerebbe che Nessuno N.1 sia stato avvistato nelle vicinanze di Stonehenge e che da lì, poi, subito si sia recato a incontrare un certo Dan Brown… Non è sicuro, ma se dessi retta ad alcune voci ufficiose, Dan Brown e Nessuno N.1 si sono sfidati in un Mezzogiorno di Fuoco. In ogni modo, sul posto ho già inviato un mio collaboratore, che nelle prossime ore ci dirà quali accadimenti si sono realmente verificati.

C’è poi un losco figuro che non è Ishmael ma che si fa chiamare l’Ebreo Errante. Sembra che si sia messo alle costole del nostro Penna, ma la sua identità è oscura. Molto oscura.

Mumble mumble…

[…]

Chiaramente i Pinguini avranno un ruolo fondamentale nel Complotto: sono la Chiave a Stella del romanzo. Vi anticipo qualcosa: il nostro amico il Penna è in Antartide – ma forse così non è, solo è illusione provocata da una cattiva mescolanza di Tavor ed Ecstasy – e i pinguini l’hanno praticamente circondato da ogni lato, soprattutto quello che sta di dietro. E la cosa gli fa un po’ male, all’orgoglio ovviamente. Allora, dicevo: insieme al Penna ci sta pure il vecchio Ishmael che indarno cerca di portargli conforto con una canna. E il Penna, più assiderato che abbattuto, tira due note, poi sospira ed esclama: “Ammazza! Ma tu sei proprio meticcio.”
Ishmael lo guarda strano: “Che intendi dire? Io sono sempre stato il tuo amico…”
“Amico” – ripete seccato il Genna… Poi sbotta amaramente: “Le verdure le fai più care di tutti. Ti dovrebbero impiccare per le palle. Altro che cazzi!”
[Ecco, qui capiamo che Ishmael in realtà è sempre stato un fruttivendolo, uno di quelli cari assai che tirano su i prezzi attribuendo poi tutta la colpa all’Euro.]
”Dov’è la tastiera?”
”E il monitor? quello non ti serve?” – gli fa notare Ishmael che sta pelando due patate da mettere a bollire per cena.
Il Penna allora s’incazza e spara un calcio contro la cassetta delle patate, mandando a gambe all’aria l’amico: “Devo collegarmi, porco dio!”
Ishmael è a terra, stordito, ma ancora abbastanza senziente per mandarlo al diavolo: “Se non la pianti…” Ma la voce gli esce dalla strozza con tono assurdamente cavernoso.
Il Penna è nel panico: Ishmael è un pinguino, enorme, un pinguino Gigante. Crede d’aver le traveggole, si netta gli occhi coi guanti di renna… niente da fare: il Pinguino Gigante gli resiste davanti agli occhi e gli copre ogni cosa.
Oltremodo spaventato muove due passi indietro, mentre il Pinguino Gigante lo folgora con occhi di brace: ormai il Penna capisce d’esser spacciato. All’improvviso, dalla pancia del Pinguino s’apre una scala da cui cominciano a scendere strani omini vestiti con l’Orbace. Tutti hanno almeno una Nazionale in bocca, rigorosamente accesa. Il Penna comprende, o almeno finge di capire: sono i Fumatori del Tempo Nazionale guidati dall’implacabile Dottor Benito.
Camminando praticamente sulle ginocchia, il Penna arriva sino a un angolo dove ha nascosto il Santo Graal, o almeno quello che lui sospetta essere la sacra reliquia. L’afferra, ma viene morso in maniera orrenda assai. Lancia un urlo di disumano dolore: un lurido – luridissimo – ratto di fogna gl’ha strappato due dita, due dita due, mica roba da riderci su a crepapelle – o a crepapalle. Il sangue esce a fiotti dalla mano ferita, e i Fumatori del Tempo ormai gli sono dappresso e il Pinguino più ne sputa dalla pancia più diventa grande. Il Penna impreca invano: dalla gola orrendamente desertica ma piena di terrore, alla fine, gli esce un muto ruggito. Il Penna fissa rabbiosamente la mano ormai sceverata di due dita e il dolore è solo un poco attenuato dal freddo rigido. Dando fiato a tutta la disperazione che nell’alma gli cova, gli riesce però di tirar fuori una preghiera, o un’imprecazione… non si capisce bene: “Che Stalin mi strafulmini…!”

[…]

Gli aerei stanno tutti decollando. Il Penna è seduto con il notebook sulle ginocchia, quando un’attempata hostess – ma piuttosto in carne – gli punta l’indice sul naso: “Signore, quello non può tenerlo con sé.”
Il Penna le gitta addosso sguardo velenoso, e subito s’affretta a replicare: “Io, senza il mio notebook, non volo da nessuna parte. Sia chiaro come il cielo.” Peccato che il cielo sia di piena tempesta: non un solo raggio di sole riesce a squarciare le tenebre.
L’hostess scuote la testa, con compassione quasi, mentre il Penna tiene a sé stretto quello che crede esser un notebook d’ultima generazione perduta.

Nell’intanto – in un angolo remoto di questo mondo – un altro Penna s’è appena svegliato. Intorno la solita puzza di stantio. Fatica ad abituare gli occhi alla luce del mattino che gli ferisce le palle degli occhi e pure la pelle coperta da una spessa pellicola di sudore che par quasi disinfetti la scabbia incipiente. Dal piano di sopra qualcuno gli grida qualcosa con voce roca: “Il caffè!”
Il Penna sa ora d’esser sveglio, o perlomeno vivo, o forse solo in piedi: “No, niente. Stamattina c’ho da fare. Non posso perder tempo dietro alla poesia e al caffè.”
L’inquilino del piano di sopra resta muto: possiamo immaginare che non gli è piaciuto affatto il tono del Penna. Possiamo immaginare che nella mente di quello che gridava “caffè” la voce del Penna gli sia giunta come una bestemmia. E possiamo immaginare che quello del caffè stia amaramente scuotendo la testa: “Che testa calda che è! Mischiare la poesia col caffè… Manco fossero la stessa cosa!”
Intanto il Penna sta scendendo le scale: sul ballatoio incontra una tipa che gli sta dietro da almeno una ventina d’anni, che gli sbava letteralmente addosso, ma il Penna è insensibile. E poi quelle con una sola zinna gli fanno schifo, quindi tira dritto. Frettolosamente, inciampando… E solamente per puro miracolo gli riesce di non cadere nella tromba delle scale mentre accenna con le labbra un motivo di Coltrane.

[…]

Il Penna s’è dimenticato lo spazzolino e il dentifricio a casa mia. Che testa che c’ha quello!

Però – che cavolo! – lo raggiungo all’aeroporto e gli grido: “Lo spazzolino, amico!” E lui che mi fa? Mi lancia contro la dentiera e parte così, a bocca vuota praticamente.
Adesso ho la dentiera del Penna fra le mani: mi sarà utile contro l’Incursotrice (si scriverà così? Ma in fondo, chissenefrega.)

Da un dispaccio ANSIA sappiamo che il Penna, seppur senza due dita, continua imperterrito a battere… a scrivere sul suo notebook d’ultima generazione perduta. C’ha sempre l’altra mano e uno come lui si sa anche arrangiare. E non solo per consolarsi.

Un altro dispaccio ANSIA ci assicura che J.T. Leroy ha ormai raggiunto il Penna per dargli una mano a scrivere. Ulteriori indiscrezioni prossimamente!

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Dispaccio ANSIA dall’Antartide – di Iannozzi Giuseppe

  1. cinzia stregaccia ha detto:

    senti beppuccio ahahahah vedi come mi sento in colpa ahahahah ma io mica l’ho capito questo post 😦
    cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    In effetti è un racconto stupido, avantpop. Un esperimento.
    Per capirlo dovresti sapere chi è stato J.T. Leroy. O meglio, chi non è stato.

    Ed allora eccoti la dritta:

    http://it.wikipedia.org/wiki/J.T._Leroy

    Poi c’è il solito Nessuno N.1 e il suo amico Penna. 😉

    Vediamo se riesci ad arrivare a qualche conclusione sensata, premettendo che una ‘soluzione’ sensata non c’è. 😉

    bacioni

    beppe

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