Ninfette in libreria. Da Mellisa P. a Lauren Weisberger. Ma Erica Jong? Meglio dimenticarla e guardare a Saramago, Hemingway, Grass

Ninfette in libreria. Da Mellisa P.
a Lauren Weisberger. Ma Erica Jong?
Meglio dimenticarla e guardare
a Saramago, Hemingway, Grass

di Iannozzi Giuseppe

Lauren Weisberger

Lauren Weisberger

Guarda Amico mio, l’attempata Signora Erica Jong mi ha stretta la mano, ovviamente ben guantata la mia, e poi m’ha sorriso, quasi avesse una paresi sul lato sinistro del volto. Conseguenza: il sorriso che m’ha donato era proprio sinistro. Non contenta, poi, m’ha mollato un ceffone che però è stato ben ammortizzato dal pelo che c’ho sul volto, una barba oramai che farebbe invidia al migliore Allen Ginsberg anni Sessanta. Inutile dirti che sono scoppiato in Urlo, ma lei non l’ha mica capita la citazione poetica, e ci ha riprovato di nuovo ma non con uno schiaffo bensì con la bocca. Per miracolo, non so di quale dio se cristiano o che altro, le vola via la dentiera: mi dico che il pericolo è ormai evitato, che il demonio c’ha messo lo zampino; ma vuoi che non scivoli sulla dentiera e batta il capo in terra? Quando mi son risvegliato ero coi pantaloni calati: un infermiere nerboruto mi stava facendo una iniezione nel sedere. Mi domando subito perché e gliela formulo a bruciapelo la domanda, ma quello tace. S’affaccia un dottorino, mi dice che non è stato nulla, che è solo la prassi, al che io gli domando: “La prassi de che?”, in tono romanesco e spaventato; e lui bello bello: “Oh, niente, la signora, sa…!”. E poi se n’è andato via sghignazzando.

Amico mio, ho ancora il terrore addosso: non oso più guardare al di sotto della cintola, non oso immaginare cosa possa esser successo, anche se son certo che non può esser successo sesso se non per un fatto puramente meccanico. Ciò che mi dà il tormento è un certo prurito anale. Ecco: non capisco. Non vorrei che qualcuno m’abbia fatto uno scherzetto da prete, un ditalino: il diavolo è proprio un gran figlio de puta, e quando ci si mette ci si mette. E io che sognavo d’avere una avventura con la Melissa P. che a vederla in foto è tanto bellina.

E però, nella mia dura ingenuità, dimenticavo che il Diavolo veste rigorosamente Prada e mai una cosetta presa dai bancali del mercato all’aperto. Ma, con mia sorpresa, Lauren Weisberger è proprio bellina, una vera tenerezza di bambina, che dico!, di ninfetta: certo, quelle come lei hanno monopolizzato l’editoria tutta, basta che siano belline e neanche il diavolo le tiene a freno, vendite da capogiro. Di Lauren non ho letto una sola parola, però se trovo un’edizione del suo diavolo-prada con lei in quarta di copertina – ma che la foto sia bella e ad alta risoluzione, tutta acqua e sapone -, giuro che mi faccio il diavolo su due piedi senza pensarci su due volte. Cioè: questa Lauren, non solo veste Prada, ma è pure una bionda mozzafiato, alla faccia del femminismo stagionato dell’Erica Jong. E ricordando quel donnaiolo che fu Cecco Angiolieri: “S’i’ fosse Cecco, com’i’ sono e fui,/ torrei le donne giovani e leggiadre:/ e vecchie e laide lasserei altrui”. La vecchia e laida Erica ve la lascio con il suo sdentato tentativo di sedurre ancora il demonio  – che schifato se l’è battuta con la coda fra le gambe tutta triste come appendice strapazzata da fulmini e saette divine.

Se mi devo vendere, tanto vale che mi venda bene, alla Lauren, che ha un visetto tanto carino e tanto angelicato tutto acqua e sapone, che è quel tipo di ragazza che ogni ragazzo sogna di poter un giorno presentare a mammà dicendole: “Mamma, Lei è la mia ragazza e presto ci sposeremo”. Ed è inutile che te lo confessi, Amico mio: mi sono innamorato di questa ninfetta, Lauren, Lauren, Lauren; continuo a farmi scivolare il suo nome in bocca – non il cognome perché comincerei a sputare a destra e a manca causa s blesa -, e continuo e continuo e continuo. Sogno, sogno, sogno questa bellezza angelicata che farebbe invidia al sommo Dante Alighieri, invidia perché – ci metto la mano sul fuoco -, la Lauren è sicuramente più bellina della Beatrice che sta in quella Divina Commedia oramai vecchia e fuori moda. E che diavolo! Oggi l’Inferno non è più quello d’una volta, è di Prada. Non di Praga, di Prada: a Praga manco morto, lì ci stanno sicuramente degli stalinisti, poco ma sicuro. Ma Prada! Io non amo l’anima delle donne, come sottolinea la Erica Jong, perché direi una faloticheria e le dovrei dare pure ragione: io amo il corpo dell’anima delle donne, insomma amo la carne che è la vera anima delle donne. E per dirla tutta, senza ipocrisie: la carne è l’unica vera anima dell’umanità maschile e femminile. Perché se ami una persona, ami tutto il suo corpo, quindi anche il cervello: basta che poi non ti venga voglia di mangiarlo come fa il Dottor Lecter – creato da quel mezzo geniaccio di Thomas Harris – con le sue vittime. Che diavolaccio che è Hannibal Lecter!

Addio alle armi

Addio alle armi

Accanto a un’editoria disperata, il cui valore è pressoché uguale allo zero assoluto, per fortuna José Saramago, Premio Nobel per la letteratura, attraverso la Lectio Magistralis a Palazzo Reale per festeggiare i 25 anni del Premio Grinzane Cavour, spiegò a un pubblico tenuto prigioniero da un silenzio quasi religioso: “Il mondo sarebbe più pacifico se tutti fossimo atei. Le religioni non sono mai servite ad avvicinare le persone. Io sono ateo, ma credo che se esiste un Dio deve essere uno solo, uguale per tutti, dunque, non capisco le lotte, gli scontri, lo choc tra le religioni, certo, ciascuna ha il suo modo di essere, ma Dio deve essere uno solo. E’ triste vedere che l’immagine di una trascendenza si è trasformata in intolleranza, in odio. Non si può uccidere in nome di Dio perchè se si fa questo significa trasformare Dio in assassino. Purtroppo lo abbiamo fatto fin dall’inizio e continueremo a farlo ancora perchè l’unico animale capace di torturare un suo simile è l’uomo”.

José Saramago

José Saramago

E sempre José Saramago, in occasione però della presentazione della piéce Il dissoluto assolto (ovvero, il Don Giovanni: Saramago ne riscrive l’esito finale a cui siamo abituati per mandare al diavolo, speriamo per sempre, quello classico mozartiano) alla Scala di Milano, opera dello stesso Premio Nobel, ha avuto più che sagge parole per Benedetto XVI – che non sa calibrare bene le parole quando parla dell’Islam – invitandolo a “stare più attento a quello che dice”: “Che faceva in fondo don Giovanni se non ubbidire agli istinti della carne? Non si può per questo punirlo mentre condanno l’ipocrisia che è sempre stata alla base del rapporto tra uomo e donna […] Io non voglio percorrere la strada del culto Mariano. Ci penserà il Papa cercando di stare più attento a quello che dice”.

Dopo le ammissioni del premio Nobel Günter Grass, che un po’ tanta pubblicità si tira addosso per il suo passato di giovane Waffen-SS – che però non ha mai fatto fuori nessuno -, il Signor Rainer Schmitz, giornalista per il settimanale Focus, mette l’accento su due lettere di Ernest Hemingway, nelle quali lo scrittore ammetterebbe d’aver ucciso ben 122 crucchi e d’aver provato piacere nel farli fuori. Con disprezzo, Ernest apostrofa i 122, crauti. Ma che Ernest Hemingway sia sempre stato uno spaccone abituato a spararle più grosse della sua vita non è una novità. Il machismo – che propagandava lo scrittore americano – era un marchio, una firma che in un certo qual modo autentificava la sua statura di uomo troppo umano per usare una formula nicciana.

Infatti non è strano, ma oggi non c’è nessun testimone che possa dire che quanto detto da Ernest corrisponda a verità. E con tutta probabilità nemmeno ieri. Mancano le prove, completamente: c’è solo la parola di Ernest, di un uomo che amava spararle grosse. Rainer Schmitz ha ben poco da esultare e non ha proprio alcuna ragione per apostrofare Ernest vile o in altro modo. L’unica persona di cui sappiamo per certo esser stata accarezzata dalle pallottole di Hemingway è Ernest, Ernest che il 2 luglio1961 sparandosi con un fucile da caccia della sua casa di Ketschum, nell’Idaho, diceva addio al ‘macho’ e al vecchio e il mare, a l’addio alle armi e soprattutto a un corpo vecchio che non amava più e che disprezzava per la debolezza e la decadenza. Ma anche se avesse fatto fuori quei 122 nazisti – ipotesi assai remota per quanto Hemingway amasse la caccia e le passioni forti -, non gliene se potrebbe far poi una colpa: la guerra non conosce la ragione né la pietà, e chi ci si trova in mezzo, in qualsiasi ruolo la fatalità gl’ha assegnato, può solo tentare di portare a casa la pellaccia.

La lettera incriminata, quella che secondo Schmitz non ha mai avuto l’attenzione che avrebbe meritato, è quella che Hemingway scrisse il 27 agosto 1949, quattro anni dopo la fine della guerra, al suo editore, Charles Scribner: “Una volta ho ucciso un crauto-SS particolarmente sfrontato. Al mio avvertimento, che l’avrei abbattuto se non rinunciava ai suoi propositi di fuga, il tipo aveva risposto: ‘Tu non mi ucciderai. Perché hai paura di farlo e appartieni a una razza di bastardi degenerati. Inoltre sarebbe in violazione della Convenzione di Ginevra’. Ti sbagli, fratello, gli dissi. E sparai tre volte, mirando allo stomaco. Quando quello cadde piegando le ginocchia, gli sparai alla testa. Il cervello schizzò fuori dalla bocca o dal naso, credo.” Poi, il 2 giugno 1950 in una lettera all’amico Arthur Mizener, docente di letteratura alla Cornell University: “Ho fatto i calcoli con molta cura e posso dire con precisione di averne uccisi 122. […] Uno di questi tedeschi era un giovane soldato che stava tentando di fuggire in bicicletta e che aveva all’incirca l’età di mio figlio Patrick… gli ho sparato alle spalle, con un M1”

Günter Grass ed Ernest Hemingway, due Nobel, due scrittori, due uomini alla fin dei conti, due uomini pronti a uccidere per non venir uccisi, o solo da un fantomatico destino trascinati di peso nella possibilità di uccidere altri uomini?

La risposta la sa il vento.

Erica Jong

Erica Jong

Ma noi sappiamo con tutta sicurezza che la Jong e i suoi ricordi datati circa la fellatio non possono che interessare qualche nostalgico nonnetto e, perché no, anche qualche psicopompo. Lauren Weisberger invece è troppo acqua e sapone – una diavoletta in jeans ma tanto tanto bellina – perché le si possa sparare contro senza provare almeno un po’ di rimorso, tanto più che da Devil wears Prada è stato tratto un film presentato fuori concorso alla 63ma Mostra di Venezia, film che ha il merito d’aver rilanciato nel grande pentolone cinematografico hollywoodiano una non più giovane Meryl Streep.

E questo è tutto o quasi.
Fate l’amore e non la guerra.
Fate l’amore e non predicate alcuna fede religiosa e/o politica.
Fate l’amore e vestite Prada se vi va; però evitate la Jong se avete un minimo di buongusto.
Fate l’amore e leggete Saramago, Grass, Hemingway.
Di tutto questo c’è bisogno. Solo di questo.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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