Volere Divino

Volere Divino

di Iannozzi Giuseppe

In un giorno di pioggia un cattolico trova rifugio all’interno d’una chiesa abbarbicata sul cucuzzolo d’una collina. Fradicio dalla testa ai piedi, decide di entrare per ripararsi e pregare il suo buon Dio. Tuttavia una volta dentro gli ci vuole niente per rendersi conto che l’ufficio di Dio è senza un parroco. In ogni caso è un riparo, così decide d’accomodarsi su una panchina, giunge le mani, chiude gli occhi e comincia a pregare. All’improvviso sente qualcuno battergli sulla spalla destra con la mano. Spalanca gli occhi e si volge verso colui che l’ha disturbato; è un ometto pelle e ossa, completamente calvo, e non poco inquietante. Il suo volto è praticamente un teschio rivestito di pelle incartapecorita e le orbite degli occhi sono abitate da due pozzi neri come la pece. Lo sconosciuto osserva per qualche istante il viandante, ed infine decide d’aprir bocca. Parla con voce viperina, molto bassa. Ha una dentatura perfetta, bianca come la neve, ma la lingua è d’un rosso innaturale: una lingua di fuoco. Il viandante non può far a meno di lasciarsi cadere in un panico mai provato prima: chi è mai costui?

“Dunque sei entrato in casa mia…”
Il cattolico si fa prima il segno della croce, poi risponde ma balbettando: “Questa è la casa del Signore”.
“Era. Non lo è più da tanto tempo”.
L’uomo è perplesso e spaventato anche: “Sono entrato solo per ripararmi e pregare”.
“Non c’è problema. Non ho detto che non può stare qui. Però pregare no, non è possibile”.
“E perché mai?”
“Perché questa è casa mia, non ti sembra una ragione più che valida?”
Il cattolico non sa a che santo votarsi. Confuso balbetta qualcosa.
“Puoi ripetere? Temo di non aver ben colto le tue parole, straniero”.
Facendosi coraggio il viandante mette un po’ di spirito nel tono di voce: “Dicevo che questa è… è stata una Chiesa… non può essere sua… l’ha occupata”.
“No, non è come pensi tu. Il Vaticano me l’ha venduta. Ho tutte le carte in regola. Quando sono giunto qui il posto era un vero pandemonio, cadeva a pezzi e corvi e lupi ne avevano fatto la loro tana. Ma a me il posto piaceva comunque. Ho scritto al Santo Padre in persona e, miracolo, questi mi ha risposto nel giro di pochi giorni, chiedendomi espressamente se fossi intenzionato sul serio ad acquistare la chiesa. Gli ho risposto con uguale celerità. In capo a meno d’una settimana questo posto è diventato la mia casa, con tanto di atto notarile. E non per lamentarmi, devo comunque sottolineare che il Vaticano si è fatto pagare una cifra non poco esosa. Ma come ho accennato, il posto mi piaceva per cui ho acquistato baracca e burattini”.
Il viandante è turbato. Molto. Il padrone di casa non mente, di questo ne è sicuro.
Agitato come non mai, il cattolico chiede subìto perdono.
“Non serve. Resta pure quanto vuoi. Solo ti prego di non pregare”.
Con un goccio di saliva in bocca il viandante osa: “Lei non è cattolico?”
“Dammi del tu, preferisco”.
“Tu non sei cattolico?”, osa ridomandare allora il viandante.
“No”.
“Ed allora perché hai acquistato questa Chiesa?”
“Era disabitata e malconcia. A me però piaceva. Forse ho dei gusti un po’ strani. Questo non è peccato”.
I due uomini si fronteggiano con lo sguardo, ma ben presto il viandante abbassa gli occhi e dice: “E’ la tua casa, hai ragione. Avrò cura di rispettare le tue regole e ti ringrazio dell’ospitalità”.
Il padrone di casa gli sorride soddisfatto: “Accomodati dove preferisci. Se hai fame stammi dietro: di là è già tutto apparecchiato. Non mi capita spesso d’aver degli ospiti… un po’ di compagnia non mi farà di certo male”.
Il viandante non può ignorare lo stomaco che brontola, in maniera piuttosto rumorosa; decide così di seguire l’uomo e di pasteggiare insieme a lui.
Il pasto è di quelli frugali, del pane, un po’ di vino, del formaggio di capra, alcune mele selvatiche.
I due mangiano, in silenzio e sempre in silenzio si danno la buonanotte, mentre fuori la pioggia non accenna a diminuire.
Il viandante dorme adagiato su un pagliericcio senza svegliarsi una sola volta. Da tempo non dormiva così bene. Al mattino fresco e riposato si congeda dal padrone di casa e prosegue per la sua strada. Il sole è tornato a brillare alto in cielo e a metà giornata è già tutto madido di sudore. Il mezzogiorno è passato da poco e davanti a sé ci sono solo prati verdi, ma non un albero con un po’ d’ombra. Non gli resta che camminare e pregare il suo buon Dio.
All’ora del crepuscolo finalmente adocchia una piccola Chiesa di campagna. Rinfrancato nell’animo, con passo spedito, decide di chiedere ospitalità.
Bussa alla porta della Chiesa e subìto un giovane parroco rubicondo gli spalanca la porta della casa di Dio. Il viandante è felice come una pasqua, ha trovato un sicuro rifugio per passare la notte e una compagnia nulla affatto disprezzabile. E’ ancora sull’uscio della porta quando, all’improvviso, dal tetto della chiesetta si stacca il crocifisso dal tetto. Piomba giù a capofitto e prima che il pover’uomo possa aver tempo di sospirare un ‘amen’ è già bello che morto. Il Cristo di ferro battuto l’ha centrato in pieno conficcandosi nel suo cranio per quasi tutta la sua interezza.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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2 risposte a Volere Divino

  1. cinzia stregaccia ha detto:

    non so è questo il senso del tuo racconto ma devo dire onestamente che il primo pensiero che mi è passato nella testa finito di leggerlo è stato: “l’ho sempre detto che è meglio fidarsi del diavolo è sicuramente più corretto”
    cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Il senso è tutto nella fatalità. Ho preso spunto da un fatto di cronaca realmente accaduto, di una persona che proprio sull’uscio della chiesa è stata beccata dal Cristo caduto rimanendoci secca all’istante. La cronaca nera offre molti spunti per interrogarsi e per scrivere dei racconti, o anche dei romanzi.

    Non parlo di diavoli o di altre creature fantastiche in questo racconto. Semplicemente c’è un uomo che vive in una chiesa che ha adibito a sua residenza. E’ un uomo normale, è solo il credente che lo guarda male e ne ha paura. E’ un areligioso. E’ un peccato forse? No. Ospita il viandante e a questo soltanto si limita l’areligioso che abita nella chiesa. Non gli fa proprio niente. E’ solo un uomo, un normalissimo uomo, mortale come tutti. La croce cade e si conficca nella testa del credente quando si trova sulla soglia di una vera e propria Chiesa con tanto di parroco. Volere divino? Io non direi. Molto semplicemente la croce si è staccata, vuoi perché era traballante e vecchia, vuoi perché troppo pesante, ed è caduta colpendo a morte il malcapitato. Una fatalità dettata dal caso. Nessun volere divino. Ma certo qualcuno potrebbe vederci l’intervento divino o del diavolo! E però il diavolo, quand’anche esistesse, non si mostra in casa del Signore né si avvicina al Cristo. In pratica, anche volendo non avrebbe potuto far cadere il Cristo in ferro. Dio allora? E perché mai?

    Un racconto dunque sulla fatalità e su come la società giudica sempre più dall’abito che uno porta le persone.

    Bacione

    beppe

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