Lolitismo paraletterario

Lolitismo paraletterario

di Iannozzi Giuseppe

Il genio è non conformismo.
Vladir Nabokov

Che l’editoria italiana non godi di buona salute è purtroppo un fatto accertato e diagnosticato ormai da tempo. Ma più giusto è asserire che l’ultimo ventennio è stato sterile non solo sul suolo italiano bensì anche su quello europeo e d’oltreoceano: la dimostrazione è nei tanti libri mandati in libreria con totale incoscienza, libri che tali non sono – è questo un particolare di non poca importanza che vale la pena di sottolineare non una volta ma almeno cento a costo d’adoprare ridondanza. Accanto all’editoria di regime fascista troviamo quella falsamente rivoluzionaria le cui voci sono soprattutto al femminile. Ma dire contro le autrice di libelli da poco sarebbe semplice e di più, un atto di cattiveria completamente inutile e forse immeritato, in quanto anche loro parte d’un meccanismo orwelliano più grande della loro coscienza perché possano rendersene conto, quindi se di colpa si deve parlare, questa non può che essere scovata nell’anima imperfetta di editor, antologisti ed editori. Ed è questa una colpa tutta cristiana, quella di chi s’arroga il diritto di scagliare la prima pietra e poi di nascondere la mano. Tuttavia riduttivo sarebbe tener relegato il problema editoria insana alle sole pulegge editoriali, in quanto la colpa più grande è sicuramente da ricercare tra quei lettori che usano consumare libelli da poco; se l’ignorante massa dei lettori richiede un prodotto che sia totalmente stupido e inutile, l’editoria semplicemente si limita a fornirglielo impacchettato e confezionato. Checché se ne dica, il libro continua ad essere un prodotto di consumo e come tale viene gestito: non è così difficile trovare mass-media che distribuiscono spericolate quanto sperticate lodi a destra e a sinistra perché un libello diventi moda nelle borsette delle donne e nelle mutande imbollettate di tanti (pseudo) adolescenti brufolosi.

Shattered Glass, film per la regia di Billy Ray (sceneggiatura sempre di Billy Ray) ci racconta la storia di Stephen Glass, giovane giornalista rampante, inserito in una redazione d’un importante giornale americano, The New Republic: Stephen inventa i suoi articoli, inventa le sue fonti, in pratica inventa le notizie di sana pianta e la gente se le beve così pure la redazione tutta del giornale per cui lavora. Stephen è convinto che inventare notizie sia l’unica strada percorribile per fornire della informazione alle masse, ed è certo che inventare lo porterà a conquistare il Pulizter. Gli ci vuole poco per diventare una firma affermata presso i circoli giornalistici di Washington. Tuttavia ogni favola che si rispetti non può essere felice per sempre, e quando l’inganno viene scoperto Stephen verrà fatto a brandelli, tranne poi pubblicare, qualche anno dopo, la sua prima novel incentrata proprio sui suoi misfatti.

La più parte della letteratura al femminile – ma la diciamo letteratura con la l molto minuscola, praticamente sottoterra – vale niente e anche di meno: per capire questo fenomeno dovremmo forse tornare indietro nel tempo a quando le Spice Girls furono un fenomeno da imitare. Le ragazzine del girl power illusero mezzo mondo che la spazzatura potesse essere musica, e ci riuscirono bene per un po’ di tempo, circa quello di tre album, dopodichè ognuna ha tentato, bene o male, la carriera solista: ancora un po’ di seguito per le ragazzine in veste solista, poi il silenzio assoluto o quasi perché Geri Halliwell è già fuori con il suo terzo album solista, che però da subito s’è rivelato un autentico flop, a dimostrazione che l’immagine è una moda passeggera (e passeggiante anche).

Volevo i pantaloni, Laura Cardella, al tempo fu un vero exploit, oggi non si sa più niente né di lei né dei suoi libri, così anche quel suo romanzetto targato Volevo i pantaloni è stato consegnato alla dimenticanza. A guardare bene, a fondo, forti prodromi di spazzatura iniziarono già al tempo de Le ragazze di non è la Rai: che io sappia, nessuna ha scritto un libro – o forse sì e io non me ne sono accorto: queste ragazze-marionette gettate in pasto al pubblico hanno fatto riscaldare non pochi segaioli, ma è bastato poco perché i segaioli prendessero coscienza che forse PlayBoy, nonostante tutto, era meglio e più sano. Le abbiamo viste coi microfoni addosso e le minigonne, oggi non più – tranne qualche apparizione molesta in tv di tanto in tanto, tentando operazione di riciclaggio. Accanto a programmi come questo si sono sviluppati veri e propri business scimmieschi che sono arrivati nel cuore dell’editoria monopolizzandola: Virginie Despentes con Baise-moi ha gettato scandalo nell’animo di tanti inutili benpensanti, ma ha inaugurato pure l’èra della ‘sega malfatta’, quella che è possibile soltanto leggendo libri-spazzatura. La reginetta Virginie ha trovato però sull’onda del suo insperato successo, nonché sulla sua strada, altre aspiranti reginette come J.T. Leroy e Melissa P. che si sono imposte al pubblico come quelle che ce l’hanno duro e che lo prendono, preferibilmente, duro – non importa se il prenderselo in culo da parte di queste piccole maîtresse è poi solo finzione, l’importante è invece che il culo sia mostrato o ben mascherato da improbabili occchialoni da sole.

Negli anni Ottanta, Kylie Minogue fece i sogni di molti adolescenti dividendosi la scena con Madonna; Madonna, accorta businesswoman, è riuscita a non cantare nel corso degli anni e a vendere, Kylie invece no. Solo mostrando culo e tette è riuscita negli ultimi anni a ritornare alla ribalta. Madonna ha anche pubblicato dei libri, libri per bambini, sembra incredibile, ma così è: l’ex Material Girl ha dato alle stampe Le rose inglesi, Yakov e i sette ladroni, Le mele del Signor Peabody e Le avventure di Abdi. Avrebbe potuto tentare di sfondare nel mercato editoriale con una sua (ennesima) biografia o autobiografia scandalo, ed invece ha dedicato, da accorta businesswoman, la sua attenzione ai bambini, non dimenticando d’esser mamma pure lei e attirandosi così le simpatie di tante ex material girl oggi mamme, nonché l’affetto di tante innocenti pecorelle. Morte le Spice Girls, oggi il fenomeno da baraccone è la falsa anarchica Avril Lavigne, che domani – c’è quasi da metterci la mano sul fuoco -, probabilmente, si riciclerà in veste, o meglio in sottoveste di scrittrice o di attrice anche. E non è di troppi anni fa il successo d’una bambina, Alizée: Moi Lolita ci ha pestato orecchi e coglioni per tanto tempo davvero, e solo qualcuno s’è sentito offeso e disgustato da questa lolita costruita dalle major discografiche, solo qualcuno ha capito che Alizée faceva il verso a un vero scrittore, Vladimir Nabokov. Per nostra fortuna, Alizée è un fenomeno che ha perso già da tempo fama e seguito, ma solo per essere sostituita da altre maîtresse fresche di giornata. Tra piccole maîtresse  e reginette inventate, musica e letteratura sono state portate a un punto di collasso che è ridicolmente irrimediabile, in quanto se questo è l’abbrivo, c’è da scommetterci che la collaudata formula messa in piedi da editor e discografici non cambierà tanto facilmente, per lo meno sino a quando non avranno trovato altra carne da macellare spacciandola per cultura. Magari domani andranno di moda le quarantenni, e le lolite saranno roba vecchia.

Ce ne stiamo già accorgendo grazie alle blogger che hanno raggiunto – ma solo virtualmente – livelli di popolarità assai discutibile, ancor più discutibile quando c’è dietro la presunzione di credersi scrittrici, poetesse e giornaliste: due esempi a dir poco inquietanti sono dati da Ragazze che dovresti conoscere – The Sex Antology e da La notte dei Blogger, due antologie essenzialmente, ma neanche buone per esser usate come carta igienica. Dirne male sarebbe troppo facile, come sparare sulla croce rossa; rimane però il fatto che sono un’autentica vergogna editoriale, perché se è nei blogger, anzi nelle blogger che si ha intenzione di investire per un tentativo di fare letteratura, ciò non può che significare una cosa: il fondo l’editoria italiana l’ha toccato già da tempo, ma con simili buffonate sta riuscendo a superare sé stessa, in negativo ovviamente. Qualcuno dovrebbe seriamente vergognarsi d’aver preparato simili antologie – d’averle ostinatamente promosse -, ma anche se un eventuale pentimento dovesse venire, nutro comunque tema che servirebbe a nulla perché il business è il business, e sin tanto che le blogger saranno carne per la carta stampata – metteteci pure la mano sul fuoco – si continuerà a investire su di loro. Evidentemente nella testa di editor e curatori c’è il verme che li istiga a convincersi che il genio è nel più totale e assoluto conformismo.

Con simili antologie, con simili promozioni, s’è falsificata pesantemente la già sbagliata idea di letteratura che l’uomo comune aveva: oggi, ingenuamente, l’uomo di strada crede che la letteratura passi dai blog. Niente di più sbagliato: la letteratura non appartiene ai blog né alle blogger. Se proprio bisogna rovinarsi il cervello tanto vale farlo con gli Harmony: se non altro in questa collana si troverà letteratura spicciola senza pretese, mentre sui blog (o nelle antologie ad essi dedicati) si trova soltanto l’assurdità d’una scrittura che ha la presunzione di essere letteratura. Siamo di fronte a un fenomeno che col tempo si stempererà? Probabilmente sì, ma c’è da dire che siamo solo all’inizio e che, purtroppo, sentiremo ancora parlare delle fisime delle blogger d’esser considerate al pari di scrittrici, poetesse e giornaliste professioniste, quasi che il professionismo possa essere inventato di notte davanti a un monitor a diciassette pollici.

Comunque, come espresso in apertura di questo articolo, le autrici, o blogger che si voglia considerarle, loro malgrado fanno parte d’un meccanismo orwelliano; più grave è il fatto che si tenti di spacciare la scrittura che è sui blog come qualcosa di rivoluzionario e per stile e per contenuti.

Tra i tanti libri al femminile, i più ragionevoli sono quelli di Valeria Parrella, mentre Deborah Gambetta – oggi al suo terzo romanzo dopo esser stata messa alla prova nell’antologia Ragazze che dovresti conoscere – risulta assai poco credibile, perlomeno a me che la leggo con un pesante pregiudizio critico. Stesso discorso vale per Letizia Muratori, anche lei presente nella Sex Antology. Ciò che maggiormente spaventa è che la critica s’è mossa con nessun discernimento critico dicendo di questi lavori come se fossero il futuro, la letteratura: se ne deduce che siamo messi male, più di quanto osassimo immaginare. E state pur sicuri che altri nomi verranno fuori dalla Sex Antology ma anche da La notte dei Blogger: preparatevi dunque a un’invasiva orgia di uscite soliste e se vi è possibile, se ancora un grano di sale è rimasto nei vostri cervelli, disertate le librerie, piuttosto rifugiatevi in un Harmony o nell’ultimo numero di PlayBoy. E se proprio non potete fare a meno di avere un libro-spazzatura fra le mani, allora il mio consiglio è di procurarvi The Fabulist di Stephen Glass, così almeno imparerete qualcosa, non so bene che cosa, ma imparerete a vostre spese che il libro costa la bellezza di 20$ come minimo. Oppure affittatevi il DVD di Shattered Glass o, in alternativa, andate a vedere il film al cinema: secondo me è meglio, in mano vi rimarrà comunque il biglietto del cine o un misero scontrino Blockbuster.

Concludo dicendo che credere in un’editoria sana è solo un’illusione, perché se il romanzo neoborghese è morto già da una lunga pezza, l’editoria ha pensato bene di seppellirsi insieme ad esso.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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