Marco Malaspina e la scienza dei Simpson (Sironi editore). Intervista all’autore

Marco Malaspina

La scienza dei Simpson

di Iannozzi Giuseppe

1. In primo luogo, chi è Marco Malaspina, autore de “La scienza dei Simpson” (Sironi Editore, collana Galápagos)?
So che sei un giornalista scientifico di Bologna, che lavori all’ufficio comunicazione dell’Istituto Nazionale di Astrofisica e che scrivi per le pagine di salute del settimanale «Oggi»; inoltre conduci Pigreco Party, un programma in bilico fra scienza e società, di Radio Città del Capo. Vuoi aggiungere qualcosa, delle note di colore circa le tue tante attività?

Come attività lavorative, direi che possono bastare: sono già più che sufficienti a lasciarmi stremato, anche perché sono piuttosto pigro. In fin dei conti, comunque, è un’attività sola, la mia: fare interviste. Ed è ciò che adoro. Che poi vadano in video (è il caso dell’Inaf), su carta (come avviene con Oggi) o alla radio (Pigreco Party), quello che continuo a trovare impagabile è l’opportunità di poter incontrare e parlare con centinaia di persone diverse. E interessanti: perché ricercatrici e ricercatori, soprattutto quando si lasciano un po’ andare, hanno davvero parecchio da raccontare.

2. “La scienza dei Simpson”: è un saggio atipico, ma neanche troppo, difatti ogni puntata dei Simpson include alcuni elementi scientifici e sociali. Springfield, questa cittadina di omini gialli e isterici, rappresenta le nevrosi le paure le aspettative dell’America di oggi, o sbaglio?

Sì, sono d’accordo. Ma penso che potremmo allargarci anche all’Europa, e soprattutto all’Italia. Perché dall’inquinamento agli Ogm, dall’obesità alla precarietà, i problemi che si trovano ad affrontare li viviamo pure noi sulla nostra pelle, anche se non è né gialla né a stelle e strisce. E aggiungerei che non ci sono solo nevrosi, paure e aspettative: traspare anche un ottimismo sconsiderato, un’irrefrenabile gioia di vivere, nei Simpson. Mi piacerebbe che pure quest’ultimo tratto potesse dirsi rappresentativo della nostra società. Ma non ne sono tanto sicuro.

3. Homer Simpson è ben più che un semplice personaggio, è il ritratto dell’americano medio, un ritratto dissacrante in uno stile molto avantpop. Ma anche a un pasticcione imbranato sfigato come Homer, di tanto in tanto, riesce di mettere a segno una homerata. Chi è dunque Homer Simpson, e soprattutto che analisi ha dovuto subire una volta finito sotto la tua analitica penna?

Diciamo subito che la mia penna, nei suoi confronti, è stata assai indulgente. Lo difendo a spada tratta, lo paragono al Falstaff dell’Enrico IV di Shakespeare (e non in modo troppo avventato: su Shakespeare, ci ho scritto la mia tesi di dottorato). Perché Homer è assai più dell’americano medio: è al tempo stesso un archetipo che più classico non si può e l’eroe della postmodernità. Un tipo in grado di regalarti una perla di saggezza come «provare è il primo passo verso il fallimento» e subito dopo di scambiare Batman per uno scienziato, o Stephen Hawking per Larry Flint, per dire. Sarò sincero: io sono convinto che tra quattro o cinque secoli gli studenti si troveranno come tema per l’esame di Stato titoli del tipo: “Il candidato commenti la frase «per tutta la vita sono stato un uomo obeso intrappolato nel corpo di un uomo grasso» del protagonista dei Simpson”.

4. La famiglia Simpson, nel corso delle stagioni, è andata allargandosi, accogliendo spesse volte dei personaggi particolari e realmente esistenti: famosi cantanti, uomini di spettacolo, scienziati, politici corrotti, assassini… Springfield è solo fintamente una cittadina innocua, di periferia dove il grosso della distrazione è portato da quel bietolone locale che è Homer, da Krusty il Clown e da Grattachecca & Fichetto in tivù, e ovviamente dal bar di Moe. E’ giusto dire che Springfield, episodio dopo episodio, cresce e con essa cresce la sua isterica popolazione? perché?

Springfield cresce proprio perché i Simpson sono un cartone postmoderno: danno la cittadinanza a tutti (anche se Apu fatica un po’, per ottenerla), da Tony Blair a Ronaldo. E la loro cifra è che trattano chiunque allo stesso modo: un modo perfido e affettuoso al tempo stesso. L’aspetto straordinario mi pare un altro, però: e cioè, che tutti ci vogliono andare ad abitare, a Springfield, prestando la propria voce e la propria immagine alla serie. Pur sapendo che non verranno certo trattati con i guanti: Ignazio La Russa, per dire, è stato entusiasta di doppiare (devo dire, magistralmente) uno tra i personaggi più malvagi della serie. E non credo sia un esempio di masochismo collettivo: è proprio un tributo alla genialità dei loro autori.

5. Homer e Marge hanno tre figli: Bart, Lisa e Maggie. Sono degli eterni bambini, Bart è il più anarchico mentre Lisa è quella con la testa sulle spalle ma profondamente infelice, e Maggie succhia sempre il suo succhiotto. Soprattutto Bart è diventato un’icona presso i giovani – di tutte le età -, tanto che il suo vocabolario è stato preso a prestito non solo dalla cultura avantpop, ma anche dai media. Com’è stato possibile?

È che sono personaggi a tutto tondo, ricchi, complessi. E per di più, gli hanno messo in bocca certe battute che i migliori attori di Hollywood si sbranerebbero, per averle. Bart è così vispo che non lo incastri in nessuna cornice. Nel mio libro, a un certo punto lo riconduco a Tom Sawyer, ma è un po’ riduttivo, come paragone: Bart è Tom Sawyer e Huckleberry Finn insieme, sa essere crudele e struggente, geniale e meschino. Quanto a Lisa, ti dirò che secondo me la vera anarchica è proprio questa Mafalda gialla di fine millennio. È il “pensiero indipendente” di Lisa a mettere in allarme il direttore Skinner. È lei quella che più spesso si trova a combattere in assoluta solitudine, contro tutto e contro tutti. Per esempio, quando si trova a difendere Darwin dall’ondata neo-creazionista, per attenerci a un tema quanto mai attuale anche dalle nostre parti. Certo, questo contribuisce a renderla la «bambina più infelice della seconda elementare», come si definisce lei stessa. Però non le impedisce di godersi Grattachecca e Fichetto esattamente quanto se lo gode Bart. Maggie, infine, è un capolavoro: con quel succhiotto e con gli occhi riesce a comunicare una tale gamma di emozioni che si resta incantati.

Parlando dell’influenza sui media, poi, non possiamo scordarci di Kent Brockman, il mezzobusto di Springfield: pensa che una sua frase, «e in quanto a me, darò il benvenuto ai nostri insetti signori supremi…», è stata così ripresa dai titolisti americani che ora la si studia nei corsi di giornalismo e media studies. Provare per credere: metti su Google le parole “I for one welcome our * overlords”, proprio con l’asterisco, e guarda cosa salta fuori.

6. Springfield accoglie una quasi sempre contestata centrale nucleare: Mr. Burns e Smithers, sono loro a tenerne le redini. Insieme ad Homer Simpson però, che non è proprio ligio al suo compito, infatti ha messo in pericolo la piccola cittadina più di una volta per colpa delle ciambelle, delle troppe distrazioni che si è concesso. Il “nucleare” è un tema tanto scientifico quanto sociale di grande impatto sulla piccola comunità di Springfield. Come affronti il tema “nucleare sì, nucleare no” in “La scienza dei Simpson”?

Gli dedico un capitolo intero, il primo. Però, non prendo una posizione. Un po’ perché non ne ho una così netta nemmeno io, un po’ perché non era mia intenzione. Quello che faccio è proporre confronti fra il modo in cui temi quali la sicurezza, lo smaltimento delle scorie o la comunicazione del rischio sono affrontati a Springfield e il modo, a volte spaventosamente simile, in cui sono stati affrontati nella realtà.

7. Smithers, il segretario di Mr. Burns: si intuisce che la devozione di Smithers per Burns è qualche cosa di più. E’ giusto dire che Smithers nutre un amore sconsiderato per il suo padrone? Ne è sì succube, ma è anche sinceramente innamorato dell’uomo, di Burns, non del padrone che esso è e rappresenta. Solo un amore platonico non ricambiato, o incapacità da parte di Smithers di ribellarsi al suo padrone, o piuttosto un amore di quelli “tragici & impossibili”?

Qui esuliamo dalle mie competenze, è un tema che nel libro non tratto. Però posso darti il mio parere spassionato, da telespettatore: mi sa che è proprio un amore del terzo tipo, di quelli che definisci “tragici & impossibili”. Almeno, mi piace pensare che sia così: è forse il personaggio più infelicemente romantico della serie, Smithers, fa proprio tenerezza. E non posso fare a meno di tifare per lui, anche se razionalmente gli auguro di cuore che il suo amore non venga mai corrisposto, visto il carattere del “principe azzurro”. Che poi, chissà: come coppia, in fondo, funzionano meglio di tante altre.

8. Come ti è venuta l’idea di scrivere un saggio che parla della scienza all’interno del cartoon più famoso del mondo, quello della famiglia Simpson?

Dovevo scrivere una tesi per un master in comunicazione della scienza. Dopo quella di laurea e quella di dottorato, ero nauseato, dalle tesi. Così mi sono detto: va bene, mi tocca, almeno che sia su qualcosa che mi appassiona davvero. Ma cosa? E mentre ero lì che meditavo, ecco arrivare dalla TV accesa nella stanza accanto la voce di Homer che ordina a Lisa di rispettare la legge della termodinamica. Insomma, l’idea me l’hanno data loro stessi.

9. Quanto c’è di vero nella scienza del mondo di Springfield? E quanto c’è di “giallo” nella scienza del mondo reale?
Solo qualche accenno, non di più. Non pretendo che tu, Marco, riscriva il saggio “La scienza dei Simpson – una guida non autorizzata”.

Molto in breve: a parte gli episodi della serie “La paura fa novanta”, che sono fanta-horror, la scienza dei Simpson è estremamente realistica, zeppa di riferimenti colti, dalle formule matematiche alla teoria di campo unificata. E non è un caso: molti sceneggiatori dei Simpson sono “autori rubati ai laboratori”, come li ha definiti una volta Martha Fabbri, la curatrice della collana Galàpagos, nella quale è pubblicato mio libro (frase che ho subito rubato per un titolo): gente uscita dalle migliori facoltà scientifiche americane, Harvard e Princeton in testa.

Di giallo nella scienza del mondo reale ci sono alcune realizzazioni divertenti, tipo il Pomacco, un incrocio fra pomodoro e tabacco nato prima nel cartone e poi nella realtà. Ma c’è soprattutto il modo in cui la scienza e la tecnologia vengono a contatto con il microcosmo famigliare. Detto altrimenti, così come Freud analizzava i grandi personaggi letterari per capire più a fondo i suoi pazienti, secondo me i sociologi della scienza—ma anche chi si occupa di politica ambientale, di bioetica, di didattica—possono trarre parecchi spunti utili al loro lavoro proprio dai Simpson.

10. Dopo aver letto “La scienza dei Simpson”, noi poveri mortali avremo trovato qualche risposta alle domande che da sempre ci assillano, tipo “chi siamo”, “da dove veniamo”, “dove andiamo”, etc. etc.?

Domande enormi, quelle che poni. Mi fanno venire in mente quella di sapore Zen che viene posta a Bart in un episodio: «che suono ha l’applauso di una sola mano?». Bart non è certo il tipo che si lascia intimidire dalla retorica: semplice, dice, colpendo con le quattro dita il palmo. E producendo un suono. Non pieno come un vero applauso, ma comunque un suono. Io non ho la genialità di Bart, ahimè. Però mi auguro che il mio libro possa offrire a qualcuno lo stimolo a tentare di rispondere in modo altrettanto irriverente e concreto. Io ce l’ho messa tutta, ma il lavoro grosso temo che tocchi ai lettori.

11. In che modo hai proceduto per scrivere “La scienza dei Simpson”? a quali fonti hai attinto? Ed è stato un lavoro semplice, complesso, lungo?

La fonte sono gli episodi, visti e rivisti per anni, su Fox, su Italia 1, in Dvd e in VHS. Poi mi hanno aiutato moltissimo i siti specializzati, http://www.snpp.com in testa (anche nella versione italiana). Per quanto riguarda la parte più scientifica, libri, giornali, riviste (sono un divoratore di riviste divulgative) e colleghi. È stato un lavoro lunghissimo, ma anche abbastanza semplice. E, soprattutto, divertente.

12. Oltre agli amanti della serie televisiva i Simpson, a chi altri è destinato il tuo saggio e per quali motivi?

È pensato per tre categorie di lettori: quelli che amano i Simpson, quelli che amano la scienza e quelli che amano entrambi. Ma la mia ambizione segreta, mentre scrivevo, era che potesse far cambiare almeno un po’ idea anche a qualche lettrice o lettore del quarto tipo, quelli che non amano né i Simpson né la scienza. Il motivo è semplice: sia i Simspon che la scienza sono dei veri e propri «integratori» di senso critico. E io penso che il senso critico faccia un gran bene. Molto più del selenio o del betacarotene, tanto per citare altri integratori che pure vanno alla grande.

Grazie, Marco Malaspina, sei stato molto gentile e disponibile.
Ti auguro di riuscire a mettere a segno tante e tante homerate.

Grazie a te, e un saluto alle tue lettrici e ai tuoi lettori.

La scienza dei Simpson – Marco Malaspina – Sironi EditoreCollana Galápagos – 192 pp. – 14 €

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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