Autopsia su Babsi Jones

Autopsia su Babsi Jones
(intervista apocrifica)

di Giuseppe Iannozzi

I: Babsi Jones, come si sente adesso che finalmente ha pubblicato il suo libro “Sappiano le mie parole di sangue”?

B: Non lo so, non è un sentimento che si possa dire stando in piedi, di primo mattino, appena alzata. Sono confusa. Confusa e felice.

I: Intende dire che i giorni neri di dolore sono oramai roba vecchia?

B: E’ una domanda difficile. Non ho preso ancora il caffè, poi sono sotto stress, dovrei fare un servizio fotografico per la versione italiana di Rolling Stones, ma la redazione non mi ha ancora chiamata. Insomma mi sento un brivido luciferino dentro.

I: “Dammi tre parole: sole, cuore e amore/ dammi un bacio che no fa parlare/ è l’amore che ti vuole/ prendere o lasciare/ stavolta non farlo scappare/ Sono le istruzioni per muovere le mani/ non siamo mai così vicini…” Se la ricorda? La cantava qualche anno fa Valeria Rossi. Al tempo ebbe molto successo.

B: Sì. (timidamente) E’ una bella canzoncina.

I: Lo sa che Valeria Rossi dopo “Dammi tre parole” è scivolata pian pianino ma inesorabilmente nell’oblio?

B: Mi sento devastata, come Pina, la moglie del ragionier Fantozzi. Sono sempre stata con Pina, ho tifato per lei, perché l’aprisse in due come una mela. Ma quel diavolo d’un ragioniere non è mai riuscito a vedere la bellezza interiore di Pina e lei poverina si è consumata anno dopo anno. Valeria Rossi è bella, anche oggi che non fa più successo con le canzoni. Ha la bellezza. Ma se a me mi togliete le mie parole di sangue, che mi rimane, me lo dica lei, che mi rimane?

I: Niente.

B: Sono devastata. Mi ci vogliono 40 gocce di Valium. Ho i nervi a fior di pelle.

I: Non volevo turbarla, non era mia intenzione, mi creda. Comunque le gocce le prenda, le faranno sicuramente bene. A volte capita anche a me, soprattutto al mattino… D’accordo, non sto dicendo la verità: non mi capita, mai capitato, non ho la più pallida idea di che significhi buttare giù 40 gocce di Valium, però se lo psichiatra gliel’ha prescritte avrà avuto i suoi buoni motivi, o no?!

B: E’ quello che penso anch’io, perciò le prendo, ci sono abituata, un po’ d’acqua, contare fino a quaranta, buttare giù e il gioco è fatto. Ah! Va già meglio, lo sento…

I: Bene. Allora possiamo continuare… Ha sentito del ritorno sulle scene di Britney Spears? Pare sia ingrassata. Ha provato a cantare agli MTV Awards, ma anche con il playback le ha detto male: non riusciva a stare dietro ai ballerini, si muoveva come chi abbia un palo ficcato sul per il culo. Un autentico disastro. Per lei sono lontani, e irripetibili, i giorni del successo, di quando non ancora maggiorenne cantava “Baby, one more time!” Adesso è una venticinquenne che tende alle pinguedine, devastata nel corpo e nella mente, madre di due figli, e divorziata. E’ una persona finita.

B: Sì, ho sentito. E allora?

I: Lei crede di riuscire a stare sul palcoscenico letterario per lungo tempo? Mi spiego meglio: non ha la sensazione di essere destinata ad essere una meteora?

B: Stronzo.

I: D’accordo, ma non ha risposto alla mia domanda.

B: Ho molti amici importanti e tutti mi amano. Io denuncio tutti, uno a uno, non salvo nessuno. Faccio una strage. Una strage senza precedenti, perché io ce li ho gli amici importanti col pelo sulle spalle e sulle braccia, sul petto, lungo le gambe… sulle mani e sui piedi pure.

I: Delle scimmie praticamente…. (tossendo) Sì. (tossendo ancora) Si vocifera che lei sia la cocca di alcuni giallisti e thrilleristi. Se ha pubblicato, lo deve a loro. Ma anche Britney Spears aveva tanti amici, ed ecco la fine che ha fatto, una fine ben peggiore di quella di Whitney Houston.

B: Non mi racconti più queste cose. Non le voglio sentire, ecco.

I: Quindi lei è convinta di riuscire a ingraziarsi critica e pubblico, con o senza “with a little help from my friends”? Preferisce Joe Cocker o i Beatles?

B: Joe Cocker.

I: Per via dei suoi problemi con l’alcool?

B: Vada a prenderselo in quel posto.

I: Lo faccio tutti i giorni e mi piace pure. O lei è una di quelle che se vede due che si baciano davanti al Colosseo parte in quarta e va a denunciare due innamorati per atti osceni in luogo pubblico?

B: Io sarò la nuova Virginia Woolf. Lei ci sta provando a smontarmi, ma non ci riuscirà. Dove diavolo avrò messo mai le mie gocce di Tavor… dove… dove… non vorrei averle lasciate in giro per casa, non si sa mai chi entra ed esce, poi magari qualcuno le prende… Che gran casino!!! Avrei proprio bisogno di un aiutino.

I: Se riuscisse a dimenticare le sue benzodiazepine per un momento, forse potremmo continuare la nostra chiacchierata.

B: Oh, Xanax! Andrà bene lo stesso.

I: Sì, lo penso anch’io. Quand’è comoda, si ricordi che io sono qui…

B: Ha trovato il biglietto?

I: Che biglietto?

B: Esploso…

I: Anche lei è stata presa di mira da Al Qaeda? Mi par strano davvero. E per che cosa poi?

B: E’ il titolo d’un romanzo di W.S. Burroughs, “Il biglietto che è esploso”, ignorante patentato. Non trovo più la mia copia.

I: Adesso, lo deve trovare proprio adesso ‘sto libro?

B: Forse no. Stavamo dicendo?

I: “Dicono le mie parole di sangue”, l’ha scritto lei: crede di scalare le classifiche?

B: Con o senza ascensore per l’inferno?

I: Questo suo parlare figurato, non glielo nascondo, mi confonde.

B: E’ che lei non ha la stoffa dello scrittore E/O dello scrivente. A me mi fotografano per il Rolling Stones invece. Capisce da sé che lei non vale, lei non è altro che una pezza da piedi, non è che una stupida foglia di fico.

I: Quel “E/O” è davvero il nocciolo del discorso. Proprio brava. Ci fosse un pubblico, lo inviterei a farle un applauso.

B: E’ che io sono Babsi. Babsi Jones modestamente, e ne approfitto per ringraziare Giuseppe Genna, che ha fatto davvero di tutto per farmi emergere.

I: Ho sentito dire che è attualmente impegnato a riportare in superficie il Titanic. Lei, che gli è molto vicina, conferma?

B: Porco mondo, mi sono spezzata un’unghia!

I: Faccia un po’ vedere? Eh già, proprio spezzata. Un peccato perché le altre nove sono tutte belle lunghe e ben smaltate, rosse.

B: Come Fausto Bertinotti.

I: Ha ragione, arrossisce in maniera spettacolare quando – oramai sempre più di rado – la vergogna gli promette un bel coccolone.

B: La mia povera unghia… porco mondo che c’ho sotto i piedi… come faccio a fare le foto adesso, come? Questa è proprio brutta, più che avere la scimmia sulle spalle.

I: Nasconda la mano.

B: Come?

I: Sì, la nasconda. Che so? La porti dietro la schiena, come se si grattasse il culo.

B: Uhm!!!

I: Nessuno penserà che ha un’unghia spezzata. Penseranno a tante ipotesi, problemi emorroidali inclusi, ma nessuno si sognerà d’accusarla di avere solo nove unghie a posto.

B: Questo è vero. Ogni tanto anche le merde come lei servono a qualche cosa. La citerò nei ringraziamenti del mio prossimo libro.

I: Non si disturbi. Veramente.

B: Meglio così, così ringrazio chi diavolo pare e piace a me. E’ così bello non avere debiti con nessuno, sapere che ce l’ho fatta con le mie sole forze, per la mia grande capacità scrittoria.

I: Si può dire che il suo è un vergare senza mettere mai la mano in fallo?

B: Se lo dice lei.

I: No, io non dico proprio nulla. Le ho semplicemente posto una domanda.

B: (confusa) Allora sì, diciamo che sì, si può dire come ha detto lei. Non c’è bisogno che ripeta le parole esatte, vero? Non mi deve guardare male, è che ultimamente mi parlano, però poi non ricordo.

I: Ah! Non si preoccupi, io non la giudico.

B: Tanto, anche se fa il carino, lei non potrà mai assurgere al ruolo di scrittore E/O scrivente.

I: A me fa impazzire quel E/O. Capisco perché si sono ammazzati per farla emergere. Geniale, semplicemente geniale.

B: L’ho scritto con il mio sangue. Mica uno si improvvisa in siffatti sperimentalismi linguistici. Ci vuole una preparazione della madonna, bisogna avere il pelo sullo stomaco.

I: Una ceretta?

B: Che?

I: Una ceretta. Sì, è un po’ dolorosa, ma poi il pelo sullo stomaco le assicuro che sparisce, perlomeno per un po’, poi le toccherà un’altra ceretta. (ridendosela sotto i baffi) Ma per la bellezza una donna come lei credo sia ben pronta a soffrire.

B: Certo, ha ragione. Calda?

I: Calda, molto calda, altrimenti è come non farla.

B: Ha ragione.

I: Posso farle una domanda leggermente indiscreta?

B: (finge di pensare) Per questa volta…

I: Perché non si è data all’uncinetto?

B: Per via delle unghie. Ci ho provato, ma, porca la madonna, mi si spezzavano sempre, così alla fine seppur a malincuore sono stata costretta a mollare i ferri del mestiere e a prendere la penna.

I: Lei non scrive con la penna. Usa una banale tastiera, quella di un personal computer. Lei non conosce i calli che uno si faceva battendo i tasti di una Olivetti 35. Lei usa una tastiera ergonomica, basta che sfiori un tasto per avere la lettera a schermo, comoda la vita!

B: Si fotta.

I: Con piacere tutto mio. Ma passiamo ad altro. Lei ha un blog i cui commenti sono chiusi. Che senso ha tenere su un blog con i commenti chiusi, di che ha paura? del confronto?

B: Sono cazzi miei.

I: Ho capito, lei ha paura del confronto, in pratica è una di quelle. Ma non si creda, non ce l’ha solo lei, quindi inutile che se la tiri tanto, tanto più che oramai è vicina ai fatidici QUARANTA, il che significa un bel kappaò per una donna. A QUARANTA anni la vita finisce, non inizia. Fosse stata un maschio sarebbe stata tutta un’altra storia, ma è nata femmina, quindi si può chiamare fuori, è già knock–out, spacciata, finita e stracciata. Anche nel caso il suo libro abbia un effimero successo, dopo ci sarà sol più il deserto, quello pianificato dalla nostra società maschilista. Lei lo potrà combattere quanto vuole mostrando tette e culo, però non servirà, perché lo sa anche lei che a QUARANTA anni una donna è più morta d’un fantasma con il lenzuolo, insomma non vale più niente per il mercato della carta stampata. E’ per questo che ha chiuso i commenti, è per questo che non dà a nessuno la possibilità di commentare sul suo blog, perché ha paura, ha una fifa che fa novanta.

B: (nervosa) Come c’è arrivato a tutto questo? Chi gliel’ha detto?

I: Un uccellino.

B: Maledetti passeri. Cagano e svolazzano, cagano e svolazzano, e cinguettano e cinguettano e cinguettano cagando e svolazzando: fosse per me li farei fuori tutti, altro che le molliche di pane bagnato. Li farei fuori insieme a tutti quei vecchi rincoglioniti che passano le loro giornate sulle panchine nei giardini pubblici, quasi quella fosse vita. Maledetti passeri, maledetti, maledetti, maledetti…

I: Allora è vero che lei è una ammazzapasseri!

B: Se solo avessi il tempo di scollarmi di dosso tutte le etichette che mi trovo appiccicate sulla penne e che non mi appartengono!

I: Ma se lei spara ai passeri, che pretende?

B: Un po’ di tempo per me.

I: Vuole forse suggerire l’idea che sino ad ora non ha vissuto?

B: Ho bisogno di riposo.

I: Forse ha solo bisogno di abbandonare penna & calamaio, cioè la tastiera nel suo caso. Alla lunga produce dipendenza, come il Valium.

B: E/O ci fa lo stupido?

I: Questo è un colpo di classe, non posso che incassare. Ha paura di Federico Moccia?

B: Io lo amo, se lo potessi gli metterei il lucchetto, come ai Wu Ming e a Giuseppe Genna. Un bel lucchetto.

I: Credo di non aver capito.

B: Perché lei non ha la mente di uno scrittore.

I: In compenso ho trovato la sua unghia spezzata di scrittrice.

B: Dove?

I: Sotto i piedi. Calpestata. Mi spiace, il destino sa essere molto crudele. Piuttosto mi dica perché veste come una vedova inconsolabile? Io quando la vedo, per mia fortuna di rado, mi tocco le palle. Lei porta sfiga, lo dica chiaramente, non abbia paura a dire la verità.

B: E’ lei che è un povero sfigato E/O uno stupido.

I: Stupido è chi lo stupido lo fa. Forrest Gump insegna.

B: Si fotta.

I: Non ho problemi a farmi fottere. Tra le tante chiacchiere che circolano c’è quella che lei crede agli extraterresti oltre che ai comunisti: che mi può dire a riguardo?

B: Le racconto di un alieno, di come gli ho aperto la pancia e il cranio, di come gli ho fatto l’autopsia. Va bene?

I: Benissimo.

B: Dovrebbero raccontare qualcosa di me, Dottor No: perciò li ho ritratti con la Nikon che mi hai regalato. A questo sono ridotta: a far parlare in mia vece fenditure, fessure, cemento, crepe, calce e calcina, e mattoni spolpati. Qualche particella di ferro già divorata dalla ruggine. Il cerusico, che segua intrepidamente l’azione di catalogazione o si inventi imponenti panzane da trincea seduto a sorseggiare una birra nella hall di un obitorio predisposto ad accogliere la stampa a centinaia di metri dal Pronto Soccorso, dalla sua ha un vantaggio: dita sciolte e un minimo di cognizione geopolitica, se compare una anomalia che regge, la dà in pasto all’opinione pubblica: sa perfettamente che il primo lancio di agenzia è quello che conta. Il suo bollettino medico ti arriva in tempo reale: merce pronta al consumo che presenta e illustra, che sia un alieno o un comunista, poco importa. A grandissime linee.

I: Interessante. Prosegua, la prego.

B: Il percorso dello scrittore è diverso: nello stato di assedio, nel conflitto insoluto, nell’intramontabile pogrom, nella guerra civile che ha più nomi di quanti si possano enumerare o distinguere, lo scrittore si adagia; le sue frasi affiorano lentamente, come cisti, come ascessi maligni; il tempo per ripensarle, nelle stanze scelte a caso, di notte, è un tempo rischioso e nigrescente; parola per parola per parola per parola: una monotona emorragia semantica mi consuma. Si sospendono di colpo, in certe ore, in certe stanze più ripugnanti delle altre; poi il flusso riprende: parola per parola per parola, la piaga verbale infettata spurga e mi spossa.

Privata dell’azione, non ho immagini a cui far riferimento che non siano i mattoni scheggiati e le carogne dei cani. Non descrivo, scrivendo: non so quando verrò letta, non so se mai verrò letta, e il tempo che mi avanza per trovare una risposta – cosa faccio io qui? – mi curva le ossa in forme inusuali, anarcoidi e rigide.

Non mi importa di quello che pensi, Dottor No: non mi credi, e non mi darai credito. Le parole si stendono sulla carta contro ogni evidenza, e procedo: non è il genio né il talento a condurmi. E’ l’accanimento terapeutico che è proprio di un muro.

In questo sovrumano budello, migliaia di cunicoli in cui larve e dannati entrano in collisione sottoterra, questi tunnel e questi corridoi diroccati da cui sporgono a casaccio tentacoli sporchi e fiammelle fioche, io ci abito e scrivo. Procedo per tentativi, tutti incoerenti; mi aggrappo a ogni illusione ottica, a ogni nientitudine: polvere, scaglie, lembi, fessure e spaccature.

Muri su muri su muri su muri: ci appoggio le mani. La loro fragilità umiliante mi inquieta; la loro robustezza rugosa mi riempie e mi rincuora. Mi è rimasta una lingua dura come la pietra; faccio appello alla mia ultima risorsa: la resistenza, la sclerosi. Il migliore dei muri possibili: ecco cosa sono venuta a cercare, qui.

I: E la madonna!!! Che ha segato?! Un Alien come minimo.

B: E’ quello che ho cercato di far capire al Dottor No.

I: E non l’ha capita…

B: Si è trincerato in sé.

I: Però poi ha incontrato Giuseppe Genna che le ha dato credito.

B: Sì.

I: Cito a memoria: “…torneremo a scrivere, di questo sconcertante reportage dall’umano, libro di guerra esteriore e interiore, compendio dell’alienazione brutale e brutale confessione di chi ha il coraggio di mettersi a nudo, chiedendo una risposta al suo assalto in forma di visione aperta e quasi insostenibile. Per il momento, sappiate che il cervello di Babsi è labirintica quanto l’Amazzonia, un’esperienza artistica di siti nevralgici in cui i centri sensoriali debordano per immagini, scrapbook, booktrailer, mp3, citazioni, documenti, analisi – si entra e si fatica a uscirne.” Queste sono parole di Genna, o sbaglio?

B: Non sbaglia. E’ sempre così tenero con me. (ride in maniera fortemente isterica) Così carino con me…

I: Torniamo all’alieno. Mi parli di che cosa gli ha fatto, con più dettagli.

B: Be’, gli ho strappato gli attributi con queste mie mani di unghie. Letteralmente. Nessun strumento chirurgico, nessuna incisione. Gliel’ho strappati con le mie sole unghie, un atto di volontà, capisce? E’ stata un’esperienza unica.

I: Perché proprio gli attributi?

B: Perché si sa che gli alieni mettono incinte le donne terrestri. Quel porco… quel porco chissà quanti stupri avrà perpetrato.

I: D’accordo. Ma in quel momento l’alieno era sul piano operatorio per l’autopsia. Era bell’e finito. A che le è servito strappargli gli attributi in maniera così tanto brutale?

B: Era necessario.

I: Non credo di capire, ma in ogni caso andiamo avanti. E dopo?

B: Gli ho ficcato un braccio dentro.

I: Dentro, dove? Può essere più precisa, per cortesia?

B: Su per il culo, o quel che era: gli ho strappato le budella.

I: (disgustato) Immagino che anche questa volta abbia operato senza bisturi.

B: Le mie unghie sono bisturi precisi più di qualunque altro strumento chirurgico.

I: Non lo metto in dubbio. Ma perché lo ha fatto, cioè quale ragione profonda l’ha spinta a sbudellare quell’alieno, sempre che fosse sul serio un alieno?

B: Lei ha mai fatto qualcosa per il semplice gusto di farla? No. Lo sapevo. Io non l’ho fatto per il semplice gusto, cioè non solo per quello. Era mio dovere, non potevo poi fare altrimenti anche se avessi voluto.

I: Credo di non capire sino in fondo le sue ragioni: ma – mi corregga se sbaglio – lo ha fatto perché alle strette?

B: Anche per quello.

I: C’è dell’altro, vero?

B: Doveva diventare materiale per il mio libro. Solo operandolo io stessa con le mie unghie potevo esser certa di avere una visione universale dell’alieno, che sarebbe poi diventato materia di “Sappiano le mie parole di sangue”.

I: Tutto molto contorto ma più chiaro. Lei fa paura, lo sa?

B: E’ perché sono una scrittrice, mentre lei non sarà mai uno scrittore E/O uno scrivente. Sono devastata dopo quello che ho fatto. Però lei, nella sua piccolezza, non può capire.

I: Ho la netta impressione che questa intervista sia durata più del dovuto…

B: Quando è finita lo decido io…

I: Se permette sono io quello che decide scrittrice E/O valletta…

B: Come si permette di dare della valletta a me, gran pezzo di merda che non è altro, figlio di puttana bastardo…

I: Senta, lei continui il suo turpiloquio pure da sola, indirizzandolo a me o a chi più le fa piacere, ma l’intervista finisce qui. Punto.

Nell’aria si diffonde una musica, una vecchia canzone dei Rolling Stones.
Babsi Jones  sbianca in volto, più d’un cencio. Balbetta qualcosa, quasi cade in deliquio, ma si rià presto. Troppo presto!

La voce di Mick Jagger è inconfondibile, puzza di zolfo, sa di vinile graffiato. E’ calda e fredda.

«Per favore, lascia che mi presenti
Sono una persona ricca e di classe
Sono stato in giro per molto tempo
Agli uomini ho rubato anime e fedi

Ed ero lì quando Gesù Cristo
ebbe il suo momento di dubbio e dolore
Mi assicurai che Pilato se ne lavasse le mani
inchiodandolo così al suo destino

Piacere di conoscerti
Spero indovinerai il mio nome
Ma ciò che ti sconcerta
è la natura del mio gioco […]

Se m’ incontri, bada d’ esser cortese
Mi raccomando, comprensione e buon gusto
Vedi d’esser educato come ti hanno insegnato
o farò in modo che la tua anima sia dannata…»
*

B: Ha acceso lei lo stereo?

I: Perché mai? E come avrei fatto, non sono mica il diavolo!

B: Ha una voce, una voce in questa canzone, sembra quella di Michail Bulgakov sul punto di morire.

I: Lei è molto stanca. La lascio.

B: Nooo…

I: Con lei ho finito.

B: Forse lei con me ha finito. C’è solo un problema: io con lei non ho ancora iniziato, per Lenin!

I: Meglio che lasciamo i rapporti sul professionale, non credo funzionerebbe fra noi…

B: Ho delle unghie molto affilate…

I: Nove per l’esattezza.

B: Basteranno.

I: Bene, cioè le darei la mano ma… Insomma, io la saluterei… Tante buone cose… in culo al Diavolo… ecc. ecc. come si dice in questi casi…

B: Lei non si schioda di qui…

I: E invece sì. Non ha argomenti per trattenermi. Non mi piace nemmeno un pochino. Anzi, le dirò di più, la trovo proprio brutta.

B: Non me ne frega niente. A novanta grandi!

I: Eh?

B: Si cali le mutande e a novanta…

I: Fossi matto!

B: Gliele strapperò con le mie mani, senza anestesia.

I: Che… che cosa?

B: Le emorroidi.

I: Uno: non ce l’ho le emorroidi, e anche se ce le avessi non me le fari mai togliere da una pazza scatenata come lei.

B: Devo usare le maniere forti?

I: E che diavolo! Ma questo è un vizio, proprio un vizio…

B: Quale vizio?

I: Anche Genna ci ha provato…

B: E’ perché è uno scrittore.

I: Mi stia lontana o giuro su Dio che, anche se lei a qualcuno può sembrare una donna bell’e fatta – piuttosto in età a dire il vero -, non esiterò a difendermi con il Kung Fu di Bruce Lee.

B: Glielo faccio io un bel pogrom! GIUSEPPE GENNA, IO TI AMO, LO GRIDO AL MONDO INTERO, E’ PER TE, SOLO PER TE CHE LO FACCIO, TUTTO QUESTO E’ PER TE… GENNA TI AMO CON TUTTA LA MIA DEVASTAZIONE… Che lo spettacolo abbia inizio…

Cachinni di Babsi Jones che prende a rincorrere per tutta la casa il povero Iannozzi, mentre nell’aria riecheggiano forte le parole di Sympathy For The Devil…

The End

* Sympathy For The Devil, The Rolling Stones, dicembre 1968 – traduzione e adattamento italiano by G. Iannozzi

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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