Per il Gruppo dei Dieci lo Zar non è morto. Giulio Mozzi intervistato sul romanzo riscoperto per Sironi editore

Lo zar non è morto
Il Gruppo dei Dieci

Sironi editore
Una riscoperta di Giulio Mozzi

di Iannozzi Giuseppe

fonte: Jujol – Cultura e Spettacolo

Lo Zar non è mortoDiciamolo da subito, senza ipocrisia, “Lo Zar non è morto” è una grande avventura, è letteratura, è scrittura collettiva, è opera de Il Gruppo dei Dieci. La prima pubblicazione fu nel lontano 1929, cioè ben prima che nascessero Wu Ming e Babette Factory, due collettivi (di scrittori). E diciamolo da subito che Il Gruppo dei Dieci è un collettivo fascista, di scrittori, ossia: Filippo Tommaso Marinetti, Massimo Bontempelli, Antonio Beltramelli, Lucio D’Ambra, Alessandro De Stefani, Fausto Maria Martini, Guido Milanesi, Alessandro Varaldo, Cesare Viola, Luciano Zuccoli.

Dall’introduzione a “Lo Zar non è morto”, scritta dallo stesso Marinetti per l’edizione del 1929: “Soltanto alcuni scopi di patriottismo artistico (non raggiungibile in altro modo) hanno avvicinato e solidarizzato questi dieci scrittori italiani che appartengono alle più tipiche e opposte tendenze della letteratura contemporanea (futurismo, intimismo, ecc.). Questi sono e rimarranno inconfondibili, dato che miliardi di chilometri dividono per esempio la sensibilità futurista di Marinetti dalla sensibilità nostalgica di F.M. Martini. Per offrire al pubblico lo spettacolo divertente di quei miliardi di chilometri, eccezionalmente, i Dieci hanno scritto i capitoli del romanzo: «Lo Zar non è morto». Questa eterogenea collaborazione, una volta tanto, ad un romanzo di avventure non vuol dare nessuna direttiva artistica.”

Tra finzione e realtà, possiamo immaginarci la faccia di Giulio Mozzi, forse estasiato, con in mano una copia del romanzo de Il Gruppo dei Dieci. Si dice che tutto ebbe inizio in un pomeriggio di quasi due anni fa, presso la libreria Minerva di Padova. Tra i tanti titoli esposti sui bancali, tra le mani gliene passa uno che lo cattura, “Lo Zar non è morto”: il libro era abbandonato su di un tavolo, le pagine gialle e mangiucchiate ai bordi, tenute insieme solo da un po’ di nastro adesivo. Mozzi non resiste alla tentazione e prende a sfogliarlo incontrando i nomi di personaggi esotici “che si chiamavano Orcoff, Zelenin, Karandik, Oceania World”. E poi, un nome su tutti, quello di Oceania World. Forse Giulio strabuzzò gli occhi, forse sorrise fra sé e sé. Pensò d’aver fra le mani un piccolo tesoro? Chi può dirlo con sicurezza! Però fatto sta che “Lo Zar non è morto” non gli rimase indifferente, e tosto – lo possiamo immaginare – si piantona davanti alla faccia del proprietario della libreria, un certo Signor Vincenzo: chiede il prezzo, cento Euro, cerca d’aggiustare per non farsi spennare, e il Signor Vincenzo gli viene incontro, e Giulio se ne va soddisfatto: “Avevo tra le mani un romanzo di fantapolitica. Un romanzo scritto nel 1929, nel quale si immagina che venga scovato, in Manciuria, (in Manciuria!), un uomo che somiglia in tutto e per tutto allo Zar Nicola. E forse lo è. O forse non lo è. Lo Zar Nicola è stato ucciso, come tutta la famiglia, a Ekaterinenburg. O forse non è stato ucciso. Come Elvis Presley. Come Jim Morrison. Lo Zar è vivo e lotta insieme a noi. Un romanzo di fantapolitica.”

Si è detto che “Lo Zar non è morto”, indubbiamente, è un lavoro a venti mani, è scrittura collettiva, ma è anche opera proveniente da mani fasciste; e, nell’introduzione scritta dallo stesso Filippo T. Marinetti, possiamo leggere: “La grande Italia fascista deve non soltanto realizzarsi politicamente, militarmente, industrialmente, commercialmente e colonialmente, come sta facendo sotto l’occhio vigile del Duce, ma deve anche esprimersi. Perché l’Italia abbia la sua alta luminosa espressione nel mondo occidentale occorre mettere in primo piano la letteratura come il più abile e dinamico ambasciatore che l’Italia fascista possa avere all’estero.” Dunque, “Lo Zar non è morto” dovremmo considerarlo al pari di un libro pericoloso? Giulio Mozzi ci avverte: “Lo ‘Zar’ è una parodia nel senso che vi si usano consapevolmente, ed esageratamente e parossisticamente, tutti gli elementi del ‘romanzo d’avventura’ e del ‘romanzo sensuale borghese’: due generi assai in auge all’epoca. Certo: non è una parodia ‘contro’. E’ una parodia per puro divertimento. Già il fatto che Marinetti si metta insieme a Fausto Maria Martini è parodistico.” Essenzialmente “Lo Zar non è morto” è una catena di avventure dove spicca incontrastato il personaggio di Oceania World. Una catena di avventure sì, che confluiscono in una tensione narrativa che è impossibile non riconoscere per quel che è in realtà: fantapolitica. E’ fantapolitica però di quella innocua, oggi come oggi, essendo che è sì un romanzo fascista ma ne è anche la sua più completa e compiuta parodia. Leggendo “Lo Zar non è morto” subito ci si scontra con idee littorie, che sono ben chiare. E qualsiasi lettore non fatica a riconoscerle come tali; e però ci si ride sopra, perché sono di una ingenuità disarmante, sono (di) parodia. E’ come trovarsi davanti a dei bambini in vena di scherzi con in mano delle pistole ad acqua, che sparano per divertirsi, per fare uno scherzo agli adulti che si credono grandi. Questo spirito è, per certi versi, nella scrittura dei Dieci: una avventura, un mix fantapolitico, un sapiente miscuglio di luoghi comuni, per dar corpo a un libro in stile Indiana Jones. Solo che Indiana Jones ne lo “Zar” è Oceania World ed è al soldo del Fascio: una eroina, una femme fatale, un mistero (perché la sua vita, tutta la sua vita è un mistero di cui pochi sanno qualche cosa), ma anche una wonder woman che suo malgrado scopre d’avere un cuore per amare un uomo, anche se si tratta di un fascista. Ma l’amore – lo si sa – è cieco, ed è ancor più cieco quando coinvolge una femme fatale e un fascista, talmente cieco da diventare perfettamente romantico e mieloso, anticipando i finali strappalacrime in Technicolor, made in Hollywood. Forse ieri, sotto il Duce, sotto il fascismo, un romanzo così dato in pasto alle masse avrebbe potuto dar vita a dei nuovi fascisti; ma oggi un romanzo così – per di più scritto da dieci fascisti – che viene dato in pasto al pubblico non può che far divertire tutti. Chissà se Marinetti aveva previsto che a distanza di settanta e passa anni Il Gruppo dei Dieci avrebbe demolito, o perlomeno ridicolizzato alla grande, le idee e gli ideali tutti del fascismo! C’è da immaginare che in questo momento Marinetti si starà rivoltando nella tomba, essendo che è stato proprio lui a scavare una ben disonorevole fogna-tomba a tutto sfavore degli ideali fascisti. Però rimane che “Lo Zar non è morto” è una gran bella avventura, dove per scherzo, per la sola necessità di vivere con gl’occhi dell’immaginazione, il lettore non può fare a meno di lasciarsi sedurre da Oceania World, da questa eroina misteriosa che con gli occhi è capace di mettere al tappeto il più misogino degli uomini, qualunque sia il loro credo politico e religioso.

Siamo di fronte ad una ucronia che è stata scritta a venti mani da ben dieci scrittori, tutti coi loro pregi e difetti, umani e artistici: il risultato è appunto una ucronia, ovvero e se i fascisti avessero costretto l’URSS ai loro piedi, come sarebbe oggi il mondo? La fine dei Romanov fu per la Russia un colpo, un colpo tremendo che fece fuori ogni zarista, ogni vecchio ideale russo. I vecchi ideali furono annichiliti e sostituiti dal lenismo e poi dal più ferale stalinismo – quest’ultimo non troppo diverso dal nazismo e dal fascismo. Ne lo “Zar” si ipotizza che lo Zar Nicola II, in realtà, sia riuscito a sopravvivere allo sterminio della sua famiglia. Per i fascisti si tratta di provare che lo Zar non è morto e cambiare così l’assetto politico e sociale del mondo. Siamo di fronte a una avventura di “avventure”, ad una ucronia, a una storia che potremmo dire di fantafascismo, nonché ad un bell’esempio di scrittura collettiva prima che questa diventasse moda (spesse volte forzata e dettata da sole esigenze commerciali, o di mancanza di idee) nel tempo presente, dopo il meritato successo dei Luther Blissett poi Wu Ming. Ma come giustamente ci ricorda Wu Ming 1, la scrittura collettiva è esistita ben prima dei Wu Ming e dei Dieci: sintetizzando e semplificando, la scrittura collettiva è da quando l’uomo iniziò a narrare.

Sulle colonne de l’Espresso, in data 9 febbraio 2006, Carla Benedetti scrive: “[…]La scrittura collettiva, che oggi viene spesso presentata come la frontiera più avanzata della narrativa, è in realtà un livellatore di differenze che piega le voci di ognuno verso uno standard comune, e quindi reprime ogni forma di insubordinazione allo spirito del tempo. Perciò piace alle dittature d’ogni stagione, compresa l’odierna ‘dittatura del mercato’. Piacque al Duce il collettivo di scrittura formato nel ‘29 da Marinetti, Bontempelli, Varaldo, e altri sette all’epoca celebri e oggi dimenticati. Sovvenzionati dal governo, i Dieci composero a 20 mani un romanzo d’avventura, Lo Zar non è morto, che ora Sironi ripubblica con la prefazione di Giulio Mozzi.[…] Per l’industria dell’intrattenimento va molto bene se chi scrive è un artigiano della narrazione disposto a spogliarsi della propria diversità espressiva e di pensiero.[…]” Interviene anche Wu Ming 1, firmando un articolo su Il riformista in data 26 novembre 2005: “[…] Dopo la riscoperta di Lo zar non è morto del Gruppo dei Dieci, qualcuno si sorprende del fatto che la scrittura collettiva non sia poi così ‘nuova’ e ‘prometeica’ come sembrava. Bizzarro: da anni noi Wu Ming ripetiamo che non vi è nulla di nuovo. La scrittura collettiva è sempre esistita, per non dire della narrazione, del raccontare, atto che è collettivo sempre, e sempre lo fu. […]I poemi epici dell’antichità sono ‘sintesi’ di episodi e leggende plasmate e rifinite di generazione in generazione. Stessa cosa può dirsi di chansons de gestes e ballate medievali, la cui attribuzione autoriale è per definizione incerta e su cui misero le mani miriadi di trovatori e menestrelli (si dice “tradizionale” o «popolare», per intendere senza autore, scritto dal popolo). […]”

C’è una bella differenza qualitativa fra i Wu Ming e i Babette Factory e Il Gruppo dei Dieci: i primi due danno vita a romanzi pieni, completi, ma insufficienti comunque allo stile, che è invece presente ne Il Gruppo dei Dieci. Per dirla piana, i Dieci, seppur coi cliché di rito, sono assai più avanti e vicini a uno stile letterario che non la scrittura collettiva di oggi. E aggiungo: se liquidiamo così Il Gruppo dei Dieci, allora uguale trattamento meriterebbero tutti i libri di Emilio Salgari, che in quanto a cliché è quell’autore che più di tutti ne ha fatto la sua precipua qualità, la stessa che ancora oggi lo tiene in vita in tutto il mondo.

Mi sembra piuttosto ingenuo definire la scrittura dei Dieci come un qualcosa per la sola industria dell’intrattenimento; è anche per una forma di intrattenimento, ma è, in primo luogo, una lezione di stile, di cliché narrativi pienamente popolari che sono radicati nell’immaginario popolare. Volenti o nolenti, il novanta per cento di ciò che oggi leggiamo è basato sull’immaginario popolare; e non dico solo per la scrittura contemporanea. La letteratura classica non ha forse i suoi riconosciuti cliché? Se non li avesse, non avrebbe identità, e nessuna la comprenderebbe; persino le avanguardie letterarie o paraletterarie devono prendere spunto da dei cliché per tentare un “divenire” perfetto o imperfetto o nullo addirittura. Così anche la scrittura dei collettivi di oggi si basa su dei cliché, come ogni forma d’arte: è poi l’arrangiamento – dei cliché e la cernita operata sui medesimi – la forma ultima, quella che viene loro data dagli scrittori, a far della scrittura un libro leggibile e comprensibile.

La forza che contraddistingue “Lo Zar non è morto” è una sapiente scelta di cliché, di situazioni, di personaggi, che rimangono bene impressi nella memoria del lettore: l’originalità de “Lo Zar non è morto” sta proprio nel fatto che i Dieci hanno saputo operare una scelta oculata, affinché il romanzo fosse un’avventura continua di colpi di scena, immaginabili, commestibili a tutti.

“Lo Zar non è morto” de Il Gruppo dei Dieci è lavoro indubbiamente di Destra, ma a mio avviso nettamente superiore ai lavori collettivi di Wu Ming e Babette Factory. Siamo di fronte a una storia pienamente coinvolgente, che non rifiuta né il dionisiaco né l’apollineo, ma che soprattutto non lascia il tempo di respirare al lettore, troppo (pre)occupato di scivolare dentro alla storia: ritmo veloce, colpi di scena a ripetizione, linguaggio spedito, fanno de lo “Zar” un romanzo più che mai attuale, nonché una lezione di stile per scrivere una storia adatta ad esser commercializzata e venduta in un package letterario. Un romanzo adatto al lettore comune affamato di avventure, ma di uguale interesse per gli intellettuali con un po’ di tanta puzza sotto al naso. Una gran bella riscoperta; e, anche, un grande atto di coraggio editoriale, senza pregiudizi, riproporre il lavoro dei Dieci al pubblico e alla critica.

Lo Zar non è morto – il Gruppo dei Dieci – Collana: Questo e altri mondi – Sironi Editore – 442 pp. – 17 Euro

Qualche domanda a Giulio Mozzi

a cura di Giuseppe Iannozzi

Giulio Mozzi1. Ma: se è un “polpettone”, anzi un “meat loaf”, perché l’hai pubblicato con un bel battage non urlato ma nemmeno passato sotto silenzio?

Io ho proposto a Sironi di ripubblicarlo perché mi sembrava un libro interessante e divertente. Ovviamente mi immaginavo che avrebbe potuto suscitare l’interesse di qualche giornalista o di qualche critico.
Noi non abbiamo organizzato nessun “battage”. Abbiamo fatto vedere il libro a chi, secondo noi, poteva trovarlo interessante e divertente. Punto. Non abbiamo fatto pressioni su nessuno. Non abbiamo comperato spazi pubblicitari. Non abbiamo fatto accordi di scambio.

2. Il polpettone che sono riusciti a tirar fuori il collettivo Babette Factory è pure esso di cliché, però mischiati male. Ne “Lo Zar non è morto” invece i Dieci sono riusciti a metter insieme i cliché più collaudati – e di maggior impatto per l’immaginario del popolo -, consegnandoci una storia fantapolitica che funziona ancora oggi. Però con un messaggio politico di Destra.

Di più: con un messaggio politico fascista. Che, peraltro, si vede benissimo: non è certo un libro di propaganda *subliminale*… Mi pare che dal fascismo di questo libro ci si possa difendere senza difficoltà. E’ più difficile difendersi (faccio un paragone sproporzionato, lo so) dal nazismo di Céline: perché il nazismo di Céline va a toccare un fondo antropologico vero.

3. Che cosa è una “parodia”, e perché? A tuo avviso, “Lo Zar non è morto” può esser considerato anche una parodia? verso chi, verso che cosa o quali idee o istituzioni?

Lo “Zar” è una parodia nel senso che vi si usano consapevolmente, ed esageratamente e parossisticamente, tutti gli elementi del “romanzo d’avventura” e del “romanzo sensuale borghese”: due generi assai in auge all’epoca.
Certo: non è una parodia “contro”. E’ una parodia per puro divertimento. Già il fatto che Marinetti si metta insieme a Fausto Maria Martini è parodistico.

4. La scrittura collettiva: meglio quella dei Dieci o quella che si sta tentando oggi (vedi Wu Ming e Babette Factory, ad esempio)? Per quali motivi?

Secondo me, lo “Zar” è una scrittura collettiva sostanzialmente più facile, proprio in quanto si appoggia su un’operazione parodistica. Credo che “Q” sia un brutto romanzo, che “54” sia un bel romanzo, che “2005” sia un libro del tutto inutile: ma per ragioni che non c’entrano niente con la collettività della scrittura.

5. Scrive Carla Benedetti: “Non è un romanzo memorabile, e nessuno se ne ricordava più. Mozzi e alcuni recensori entusiasti lo considerano un libro ‘assolutamente d’oggi’. Io direi che si tratta di un libro assolutamente normale oggi.” Normale? Tutto è normale oggi: è questo il problema. Ogni frase che si scrive è assolutamente normale. Gli scrittori rifuggono l’impegno sociale e politico: finiti i tempi di Beppe Fenoglio, di Cesare Pavese, di Pier Paolo Pasolini, e di George Orwell. Oggi, chi scrive, sta ben attento a non schierarsi né a Destra né a Sinistra. Eppure, quasi ogni giorno, qualcuno grida l’allarme che “siamo di fronte a un nuovo Pasolini!” A tuo avviso, è normale tutto ciò? E c’è occulto – non so bene dove né in chi o che cosa – il seme per qualche cosa di memorabile come sembrerebbe auspicare Carla Benedetti?

Allora: il fatto che un libro sia stato dimenticato non è un buon argomento per sostenere che quel libro andava dimenticato.
Che “oggi, chi scrive, sta bene attento a non schierarsi né a Destra né a Sinistra” è un’opinione tua, Giuseppe: a me non pare che sia così.

6. Meglio l’industria dell’intrattenimento o l’illusione speranzosa che oggi possa nascere un nuovo Proust o un nuovo Pasolini?

Rifiuto la domanda. E rispondo con una specie di domanda: ho il sospetto che per alcuni critici, oggi, il *piacere della lettura* non sia più un valore.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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