C’è un’altra Julia. Freaks d’amore per Cinzia Pierangelini – edizioni Historica

C’è un’altra Julia

Freaks d’amore per Cinzia Pierangelini

di Iannozzi Giuseppe

Un'altra Julia - Cinzia Pierangelini“Un’altra Julia”: questo libro di Cinzia Pierangelini, scritto con il rigore linguistico che abbiamo imparato a conoscere e ad amare grazie a lavori quali “Il muro di Eraclito” e “‘A Jatta”, è romanzo breve, saga di due famiglie, ma è soprattutto il ritratto di Julia Pastrana, dapprima creatura angelicata poi freak, donna volpe per uno strano scherzo del destino.
I freaks, questi scherzi della natura, sono stati per lungo tempo al centro dell’attenzione d’una esagerata narrativa popolare, che li ha dipinti ora con vesti nemiche ora eroiche.
Freaks, o mutanti che dir si voglia, negli ultimi anni sono tornati alla ribalta grazie a fumetti e film: dall’Universo Marvel, Wolverine – parto di tre menti (Len Wein, Herb Trimpe e John Romita Sr.) – ama ripetere “Sono il migliore in quello che faccio. Ma quello che faccio non è piacevole”; e il pubblico ha subito imparato che i mutanti sono il futuro dell’umanità. O perlomeno l’illusione fallace che è stata distribuita alle masse lobotomizzate è che un handicap fisico e/o mentale possa in qualche modo servire all’evoluzione del genere umano, per renderlo migliore, più forte. La realtà è più amara, e Cinzia Pierangelini ce lo ricorda attraverso la storia di Julia.

«Viviamo in un periodo in cui il nome freak (fenomeno) viene rifiutato da tutti quegli umani fisiologicamente devianti ai quali è stato applicato per tradizione: giganti, nani, fratelli siamesi, ermafroditi, donne cannone e scheletri viventi. Lo considerano un marchio infamante, un ricordo della loro lunga emarginazione e del loro sfruttamento da parte di altri umani, che dando loro questo nome hanno anche definito se stessi come “normali”. Come tutte le richieste, da parte degli stigmatizzati, di cambiare nome, questa evoluzione si esprime in una sorta di discorso politico. […] non c’è accordo, tra le persone tradizionalmente chiamate freaks, su come ora vorrebbero, per ragioni programmatiche, farsi chiamare; c’è soltanto il fermo proposito che sia qualche altra cosa. […] Al pari di tutti gli uomini, i cristiani hanno incontrato per la prima volta i freaks non come creature venute da qualche altro luogo, ma come bambini mostruosi nati nelle loro stesse famiglie. Solo che, a differenza dei pagani, non potevano considerare queste nascite anomale come incarnazioni degli dèi egualmente mostruosi. E quindi non potevano mummificarli e venerarli come facevano gli antichi egizi, né ucciderli ritualmente alla stregua dei greci e dei romani, perché per loro il divino s’identificava con la perfezione, anziché con la mostruosità, e l’infanticidio era proibito dalla Legge di Dio. […]»: Leslie Fiedler, nel suo saggio “Freaks: Myths and images of the secret self “(1978), porta avanti un discorso di politica, di fenomenologia e teologia, di teratologia e sociologia. In definitiva, il fenomeno (freak) serve alla comunità per essere allontanato e disprezzato, ma serve anche alla cultura popolare per creare dal nulla eroi e dèi che altrimenti non avrebbero possibilità alcuna d’insediarsi nell’immaginario popolare e quindi di esistere.

Cinzia Pierangelini ci racconta di Leda, una bambina nata bella, anzi di più, bellissima. Per il nonno Nitto la nipote è una creatura sacrificabile: a tredici anni viene promessa in sposa a Tindaro, figlio maschio della famiglia di Tino, famiglia di possidenti terrieri e non solo. Tindaro e Leda dovranno sposarsi, così hanno decretato i vecchi, perché la terra si fa unendo più fazzoletti fra di loro.
Da bambini Leda e Tindaro hanno giocato insieme ed hanno condiviso gli stessi piccoli dolori e le stesse innocue gioie. Leda diventa giorno dopo giorno più splendida, un angelo. Tuttavia un brutto dì scopre che il suo volto sta cambiando. Nel giro di poco la bella Leda si ritrova il volto angelicato coperto da una folta barba bionda. Tindaro non ne vuole che sapere di maritarsi con la “donna barbuta”, ma per Tino e Nitto, le nozze dei due giovani rappresentano un delirio di potenza e ricchezza cui non possono proprio rinunciare. Impossibile recidere la volontà di Nitto e Tino: i due condurranno per mano il frutto dei loro lombi dritto nella tomba dell’amore.

“Un’altra Julia” non è la semplice storia di una emarginazione, dell’ignoranza umana prima che di quella del popolo; è piuttosto il disegno di una società che partorisce incubi e mostri quasi a tradire l’idea che solamente il sonno sia in grado di fare tanto nella mente dell’uomo. Se è vero che “la fantasía abandonada de la razón produce monstruos imposibles: unida con ella es madre de las artes y origen de las maravillas”, come il pittore spagnolo Francisco Goya osserva con occhio di trapano, allora è altrettanto vero che i mostri sono da sempre una parte importante e concreta della società, che nel tentativo di disfarsene per sempre li ha etichettati cercando infine di relegarli in un universo immaginifico. Cinzia Pierangelini con “Un’altra Julia” traduce il lettore non in un universo popolato da sole fantasie, bensì in un microcosmo reale, tangibile e crudele: ma è pur sempre meglio la concretezza della crudeltà all’eterno confino nell’inferno della fantasia.

Un’altra JuliaCinzia Pierangeliniedizioni Historica – collana celeris – prima edizione 2009 – 120 pagine – Euro 7,90

Imprinting

Quando avvistò le montagne di Bagheria, che preludevano alla città, Tindaro provò una strana sensazione, un’emozione profonda, un richiamo. Forse perché il suo uovo si era schiuso lì, o forse perché così gli avevano raccontato. Fatto sta che si sentì pervadere da un brivido commovente: Palermo gli sembrava la patria sua, la sentiva come il posto che gli era destinato. Con gli occhi luminosi fissi al monte Pellegrino, laggiù, oltre la piana della città, la elesse terra d’origine, origine misteriosa certo, e la scelse per la sua vita futura. La riconobbe ben prima di mettere piede sui palchi di teatro e negli eleganti caffè o di scaldarsi sulle spiagge di sabbia fina; prima di perdersi per vicoli lasciando i sensi sui banconi colorati dei mercati o sulle gonne delle femmine che scendevano dalle carrozze laccate. E prima di poggiare lo scarpino, lucido e titubante, sul tappeto rosso del casino di madama Godiva, soprannominata così perché pareva che, come l’antica eroina, avesse da giovinetta cavalcato nuda, sebbene con propositi meno nobili, in altre parole per puro capriccio e sotto i fumi dell’alcool.

La campagna, gli stivali infangati, le bestemmie di Tino e dei contadini sotto il sole e la pioggia, le gelate che cristallizzavano mandorli e peschi, i venti improvvisi che ghermivano le olive dai rami argentati, il vino che sapeva d’aceto e l’olio che irrancidiva, tutte le maledizioni della vita al podere e Leda, la moglie mostro, tutto spariva ingoiato da un gorgo fatato, davanti alle montagne di Palermo e a quel mare sapido così vicino. Quel mare che lo separava, appena, da un universo sconosciuto; un mondo diverso che aveva spinto le sue braccia e il suo seme sin dentro la città, nelle chiese, nei palazzi, nel sangue della gente.
Era troppo per un campagnolo come lui: la città se lo prese come un’amante lubrica e indecente, suggendogli l’anima non ancora formata. Gli si offrì ammantata di sete e merletti, ornata di vestigia e progresso, nuda di sole, bagnata di mare, parata di musiche, spettacoli e buttane: in un tripudio di gente, colori, forme e lingue dal sapore magico e di sguardi azzurri o neri come la pece; gli si strusciò addosso come una gatta in calore, artigliandolo con zampe di velluto e occhi di brillante, gli entrò sottopelle battendo al ritmo del suo stesso cuore.
Infine lo partorì, nuovo, diverso: un signorino di bell’aspetto, viziato, lussurioso e spendaccione.

Riportarlo a casa fu un’impresa. Palermo non ne voleva sapere di lasciarlo andare, gli stava avvinghiata ai pantaloni e alle tasche, e il cuore gliel’aveva bevuto come un ovetto fresco di giornata, di quelli che Tindaruzzu raccoglieva da ragazzino nel recinto delle galline, un buchetto con l’ago e via: se l’era succhiato tutto, in un boccone solo.

breve estratto da “Un’altra Julia” di Cinzia Pierangelini, per gentile concessione dell’Autrice – (c) tutti i diritti riservati

Il blog di Cinzia Pierangelini: http://cochina63.splinder.com/

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
Questa voce è stata pubblicata in arte e cultura, casi letterari, critica, critica letteraria, cultura, editoria, Iannozzi Giuseppe, Iannozzi Giuseppe consiglia, letteratura, libri, narrativa, promo culturale, recensioni e contrassegnata con , , , , , . Contrassegna il permalink.