Michele Pellegrini e i disertori. Un romanzo di partigiani, camicie nere e foibe – Barbera editore

Michele Pellegrini

Disertori tra partigiani, camicie nere e foibe

di Iannozzi Giuseppe

Michele Pellegrini è nato nel 1960 a Trieste. Ha pubblicato Memorie di un bambino filocinese (Stampa Alternativa, 2002), Grand Tour (Fernandel, 2003), Dimissioni (Fernandel, 2004). Fa il bibliotecario.

Quella che si racconta in “Disertori” di Michele Pellegrini è una storia dallo stile secco: niente virtuosismi per rendere icastici i personaggi e le situazioni, bensì rapide pennellate per dire quello che c’è da dire, senza inutili fronzoli. E’ una storia amara da digerire, ammesso che ci sia qualcuno disposto a digerire, senza batter ciglio, il dramma di quanti nella Seconda Guerra Mondiale furono infoibati, giustiziati sommariamente, ammazzati perché c’era la guerra e non si poteva fare altrimenti. In “Disertori” c’è la storia di un uomo il cui passato non è proprio pulito e di cui una sola persona sa i particolari. C’è un grande punto interrogativo che macchia di sangue innocente ogni pagina: davvero non fu possibile fare diversamente? era necessaria tutta quella crudeltà contro tutti, contro vecchi giovani donne, semplici ragazze e ragazzi?

Tutto comincia, o meglio finisce in una camera d’ospedale dove sta Alvise Preda, oramai preso dal cancro e dalla morfina: però la sua mente è lucida, quasi serena. Al suo capezzale i due figli, Federico e Dorina, nonché l’arrivo inopinato d’un anziano signore più vecchio del padre e che è stato amico di Alvise. Lui è l’Argentino, l’ultima persona al mondo ancora in vita che può dire qualche cosa di Alvise Preda. I figli di Alvise sanno solamente d’aver avuto un padre, d’averlo amato, ma non sanno chi è stato. E’ con l’arrivo de “l’Argentino” che inizia la storia, traducendo Federico e Dorina in un tempo d’inverni e di lupi neri, in cui loro non erano ancora stati concepiti nemmeno come idea. Federico e Dorina non possono che rimanere ad ascoltare la voce dell’Argentino, mentre Alvise, ridotto a una larva umana, li prega d’ascoltare anche se lui dormirà. Obbediscono.
Volenti o nolenti i due fratelli vengono tradotti in Albania, in Montenegro, in Dalmazia. L’Argentino gli racconta di come si sono incontrati, dei boschi che hanno percorso insieme, e a suo modo tenta pure di spiegare loro che cosa significava essere dalla parte giusta. E mentre l’Argentino racconta, noi si ha come l’impressione che una parte giusta non esista, non in guerra, perché la guerra è sempre sporca di sangue innocente che è sempre di più di quello delle camicie nere. E poi bisognerebbe capire chi è una camicia nera perché gliel’hanno comandato e non si poteva proprio rifiutare, e chi invece ci crede veramente nell’abominio dell’arianesimo. All’indomani dell’8 settembre i due Alvise e l’Argentino decidono insieme a una dozzina di fascisti di tentare il rientro in Italia – in Patria. Si sono messi contro tutti: contro i comunisti e gli slavi, contro gli italiani così e così forse traditori e forse no, contro i tedeschi invasori. Hanno davanti a sé un territorio ostile, qualcosa come quattrocento chilometri da fare a piedi. Una marcia serrata per mettere piede in Istria attraverso le montagne e i boschi. La compagnia, durante la marcia, si dimezza: è la guerra che uccide gli uomini, sono gli uomini che uccidono gli uomini. Sarà una partigiana croata a chiedere loro – dalla tomba -, per colpa della barbara uccisione a cui andrà presto incontro, da che parte state adesso? Alvise e l’Argentino catturano una partigiana, la convincono a fargli da guida, ma poi qualcuno ci prova a metterle le mani addosso: Alvise non lascia che la giovane croata venga oltraggiata, però non riesce ad evitarne la barbara uccisione. A questo punto Alvise, con fredda rabbia, spara e ammazza tutti, eccetto l’Argentino. Il resto del cammino da fare d’ora in poi sarà solamente per loro due, l’inizio di un altro inferno. I figli di Alvise ascoltano in silenzio: non fanno domande, cercano di capire chi è stato quell’uomo che li ha generati. E anche per loro è un viaggio all’inferno: solo adesso che il genitore sta morendo cominciano a sapere di lui, veramente, chi è stato e che cosa ha fatto.
Quello di Michele Pellegrini è un romanzo duro: molte le pause, tra una pennellata di parole e l’altra, pause per riflettere, per cercare un perché o almeno per tentare. “Disertori” è una ferita che non si è rimarginata: è aperta e suppurante, ogni giorno qualcuno rivanga la Storia, la mette a sconquasso, tenta un vergognoso revisionismo di comodo assolvendo e condannando i morti di ieri, e non c’è alba che almeno uno su questa terra non ricordi un partigiano caduto o un infoibato. Un romanzo che non NO OTfornisce soluzioni: non c’è questa arroganza da parte dell’autore, perché, parafrasando Bob Dylan, la risposta la sa, o la porta, il vento, e spesse volte anch’esso è solamente vuoto vento senza parole né echi da destinare a chicchessia.

Disertori Pellegrini MicheleBarbera Editore – Collana Radio Londra – 134 pagine – € 15,50

leggi l’incipit di “Disertori” di Michele Pellegrini

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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