Vito Benicio Zingales. In viaggio nella follia dell’uomo-diavolo con “Il truccatore dei morti”

Vito Benicio Zingales

In viaggio nella follia dell’uomo-diavolo

di Iannozzi Giuseppe

E’ questo un romanzo che è un Capolavoro. Non temo smentita alcuna. Non un semplice noir, né un dozzinale giallo o thriller. Siamo di fronte a una elaborazione scrittoria che merita d’essere iscritta in una nobile categoria, quella letteraria. La scrittura di Vito Benicio Zingales è per molti versi rimbaudiana, profondamente lirica, distaccata dagli stereotipi della narrativa di genere. La prosa di Zingales, sempre aggiustata su pericolose e invidiabili peripezie linguistiche, è di poetica fattura: l’autore ha il dono di riuscire a trasporre immagini e situazioni in una prosa poetica di rara raffinatezza, che è in parte bulgakoviana e in parte rimbaudiana. Parafrasando Simpathy for the Devil scritta da un giovane Mick Jagger, è per noi d’obbligo ricordarci che il Diavolo, si presenti esso con volto angelicato o meno, sempre pretende da noi qualche cosa: cerchiamo dunque di azzeccare il suo nome, di usargli un po’ di umanità e di cortesia, e anche di buon gusto, perché altrimenti il serio rischio è che Lucifero ci trascini via con sé, mentre noi rimaniamo imbambolati con gl’occhi fissi su di lui, affascinati da come sa condurre bene il gioco. Forse non tutti sanno che Simpathy for the Devil fu scritta da Jagger, che rimase letteralmente folgorato da Il Maestro e Margherita di Michael Bulgakov – ed è questo un pilastro della Letteratura mondiale che Eugenio Montale non esitò a definire «un miracolo che ognuno deve salutare con commozione». Se con Bulgakov siamo messi nella privilegiata condizione d’entrare a contatto della materia viva e magmatica del Miracolo, con Zingales entriamo di prepotenza in una vena faustiana, una delle tante che Bulgakov ha aperto ne Il Maestro e Margherita. Citando a memoria Umberto Eco, è vero che i libri alla fin dei conti non fanno altro che parlare di altri libri; però c’è modo e modo di assimilare il loro quid e di tradurlo poi nel corpo della propria scrittura. Ecco dunque che Zingales si riappropria dello spirito faustiano di Goethe, di Bulgakov, di Golding, conferendo così spessore e vita a Silvio Mezzogiorno, protagonista assoluto de Il truccatore dei morti. Nel suo piccolo, Silvio Mezzogiorno, anonimo imbalsamatore, è una sorta di Charles Manson, più o meno lo stesso che ritroviamo nella poesia coheniana, The Future: “There’ll be the breaking of the ancient/ western code/ Your private life will suddenly explode/ There’ll be phantoms/ There’ll be fires on the road/ and the white man dancing/ You’ll see a woman/ hanging upside down/ her features covered by her fallen gown/ and all the lousy little poets/ coming round/ tryin’ to sound like Charlie Manson/ and the white man dancin’”. Vito Benicio Zingales ci accompagna dentro alla lucida follia del futuro e lo fa raccontandoci filo e per segno l’evoluzione – o involuzione – del giovane Silvio, una sorta di freak in embrione che negli anni dell’adolescenza accusa il ludibrio dei suoi coetanei non disgiunto da quello del padre-cadavere e della madre, quest’ultima troppo coinvolta nel suo dolore coniugale per potersi interessare alla dolorosa realtà che il figlio vive sulla sua nuda pelle. Ed è così che giorno dopo giorno Silvio Mezzogiorno impara a contare soltanto su sé stesso e a disprezzare l’umanità e la sua egoistica fragilità.

L’unico peccato è quello di perdersi la lettura d’un romanzo che restituisce dignità all’affabulazione italiana, oggi sempre più sottomessa a volgari criteri modaioli seriali e commerciali. Ne Il truccatore dei morti di Vito Benicio Zingales c’è chiara la presa di coscienza che il concetto morale di morte è un duro parto che tende all’approssimazione prima che alla Luce. La filosofia che è di Silvio Mezzogiorno è “di volontà di potenza”, o meglio ancora nicciana: come Nietzsche il protagonista del romanzo di Zingales intende smontare qualsiasi valore, sia esso valore puro sia esso spirituale. Riprendendo la teoria nietzschiana l’autore fa ammettere al suo personaggio Silvio che l’uomo non può allontanarsi dalla natura né dalla materia, ne consegue dunque che solamente la negazione della materia conduce a una consapevole volontà di potenza, seppur entro dei limiti terrigeni.

Vito Benicio Zingales, palermitano, nato nel 1963, svolge attività di criminologo presso la Prefettura di Palermo in qualità di Coordinatore didattico di Criminologia (Zingales è anche collaboratore del Professore Gianvittorio Pisapia). Dopo “Là, oltre i campi di Sfaax” (2002) e “Cosa di noi” (2003), l’autore torna a far parlare di sé con Il truccatore dei morti, primo capitolo d’un’ideale trilogia in corso di pubblicazione per Armando Siciliano editore.

Non commettete il peccato mortale di non lasciarvi sedurre da Il truccatore dei morti: il lavoro di Vito Benicio Zingales merita più di quanto voi osiate immaginare. Se doveste per qualche motivo rimanere delusi da Zingales, sono pronto a risarcirvi io personalmente: potete metterci sin da ora entrambe le mani sul fuoco.

Intervista a

Vito Benicio Zingales

Il Truccatore dei morti

a cura di Iannozzi Giuseppe

Autore: Vito Benicio Zingales
Titolo: Il truccatore dei morti
144 pp.
1ma ediz. novembre 2008
collana narrativa
Armando Siciliano Editore
prezzo: 10 €

1. Prima di parlare di “Il truccatore dei morti”, tuo secondo romanzo, vorrei che ti presentassi spiegando, se non proprio nel dettaglio, chi sei e come sei approdato al mondo delle lettere. In pratica: chi è Vito Benicio Zingales?

Un uomo semplice, ma inquieto, fatto di vita e di sogni che se non sono bambini parlano di miracoli di seconda mano. nella “tempesta delle lettere” mi hanno sbattuto, col tacito assenso di papà giornalista, Giacomo Giardina, Rosa Balistreri, Nino Muccioli e i maestri Cutino e Giambecchina, giganti della cultura siciliana e miei “zii d’infanzia”.

2. I tuoi precedenti romanzi sono stati “Là, oltre i campi di Sfaax” (2002) e “Cosa di Noi. I ragazzi di Sala Paradiso (2003)”: in merito a “Cosa di Noi”, a suo tempo ebbi modo di dire che “non è romanzo che metta in campo vinti o vincitori, eroi per caso o miti inventati, è piuttosto un sapiente coacervo di identità umane che fanno orgia negli abusati significati che si potrebbero attribuire ai concetti di ‘bene’ e ‘male’. Questi finiscono col perdere valore, perché i confini dei loro significati si intrecciano, si superano, si inghiottono nella loro stessa quiddità.” Il ritmo incalzante del romanzo, lo stile funambolico del linguaggio sospeso fra italiano e gergo di strada, mi conquistarono. Oggi con “Il Truccatore dei morti” rimango di nuovo conquistato. Com’è nato questo tuo nuovo lavoro, per quale impellente necessità umana letteraria sociale?

“Cosa di Noi” è uno scatto veloce, in bianco e nero, che cattura l’immagine perversamente vivida e a colori della “Cosa Nostra” a Palermo. Il truccatore nasce dall’essenza di un sospetto, forse dall’ipotesi da un mio multiplo che ormai da tempo, fra terre inesplorate, governa dinamiche ignote e tenacemente ambivalenti.

3. Il linguaggio adoprato in “Il truccatore dei morti” è molto poetico: difficile per me, ma credo per chiunque, definirlo a pieno titolo semplicemente un romanzo: mettiamo i puntini sulle “i”, è un romanzo ma è soprattutto, a mio avviso, una lunga prosa poetica dove la pazzia del protagonista viene tradotta in una miriade di frammenti. E in ognuno di essi c’è la vita le aspirazioni la rabbia la solitudine di un ragazzino che si scopre uomo, che capisce d’essere unico e per questo destinato alla solitudine più completa, nonché all’incomprensione.

Con la forma tutta tesa a legittimare l’essenzialità dei paradossi, tra frammenti di presunta follia, ho voluto minare il terreno su cui solitamente scorrono concetti come potenza ed onnipotenza, logica ed estetica. Ho voluto creare una sorta di itinerario del dubbio fra la fisicità delle parole e il trascendente dell’idea per cercare di spingere “l’occhio” del lettore aldilà di ciò che resta alla mera parvenza dei sensi. Il sentimento di rivalsa che prova Silvio Bambino si sovrappone al senso di colpa che il mondo prova dopo aver giustiziato il preferito tra i “fondamentali”: l’innocenza.

4. Silvio, Silviuccio, Pigliastrano: che rapporto ha con i suoi genitori? E con i suoi compagni?

Come le narici di uno sciacallo sui resti del proprio padre: non l’artefice, ma l’individuo Alfa.

5. Silviuccio viene mostrato al lettore come una sorta di moderno freak: non si capisce mai se sia un idiota completo o l’espressione ultima del Male, della pazzia à la Charles Manson.
Grazie al tuo linguaggio altamente poetico, Silvio ci viene mostrato tanto per le sue fragilità quanto per la sua crudeltà, per una crudeltà che ha in sé nuances lovecraftiane, ancestrali, cosmiche. E’ d’obbligo a questo punto da parte mia chiederti quali sono stati gli autori che ti hanno maggiormente influenzato e per quali motivi.
Non ci crederai, Turgenev, Lermontov, Bulgakov e “naturalmente” Dostoijevski mi hanno severamente formato. L’esistenza narrata da ciò che ha “sentito” la vita fra alchemici tragitti e poli opposti, ha indotto il mio sguardo a vibrare oltre la presunta soglia del male e al di là d’ogni accadimento perfettamente calibrato da quello che per opinione diffusa viene definito “bene”. Ho il convincimento che aldilà della “pendola a piombo” resti inesplorato un “pozzo parallelo”. Silvio, probabilmente, vive fra queste pareti emergendone quando sente d’essere tempo cosmico, mimetizzandosi in “quella” penombra quando sente di dover precedere il cosmo ed insieme le superiori dinamiche del tempo.

6. Leggendo “Il truccatore dei morti” non ho potuto fare a meno di pensare a “Il signore delle mosche” di William Golding. Forse sbagliando ma sono del parere che entrambi descriviate la fine dell’innocenza: il giovane Silvio, seppur vessato dai suoi coetanei, non ci appare mai come un innocente, o come un figlio di Dio. Silvio è un angelo caduto ed è felice della sua condizione, non intende riconquistare alcun paradiso perduto. Per Silvio Buonanotte l’importante è essere il Dio della sua armata di mosche. Che mi puoi dire a tal riguardo?

Silvio impara dalle “muscidae”, ma allo stesso tempo ne è l’artefice. Che sia convinto d’essere una divinità poco importa, l’essenziale per lui è vivere da Dio, lontano dal quel regno di ombre prive di affanno e di vita,lontano da tutto quel genere umano che per oblio indotto ha da tempo smarrito il senso del proprio evento. Per le mosche, Silvio è l’Augusto che vibra di vita a partire da quella che è insieme crasi deistica e rimedio all’angoscia del divenire: la morte…

7. Silvio, come in un sogno abbondante di allucinazioni, vive per vendicarsi di chi lo deride, di chi gli nega un po’ d’amore. Alla fine ricusa ogni gesto d’affetto, ma è lui a decidere che l’amore non è cosa che fa per lui e così riversa tutte le sue attenzioni sulle mosche. Che cosa rappresentano, nella cultura popolare e non, questi insetti appartenenti all’ordine dei Ditteri, sottordine Brachycera? E: nel tuo romanzo, che valore hanno?

Più di quanto possano argomentare il più sapiente fra gli etologi e il più erudito fra gli etnologi, seccamente: loro, le mosche, sanno!

8. Dicendo un luogo comune, “Il truccatore dei morti” è un romanzo nero (un noir) esplicito che non fa concessioni al pietismo né a una pietas umana o cristiana. Quale profonda necessità ti ha spinto a usare un linguaggio esplicito, sempre poetico, sempre allucinato, un po’ à la Arthur Rimbaud?

La necessità è esplosa per “colpa” di un incubo. Addormentandomi con Nietzsche e la sua “genealogia della morale” fra le braccia della mente, chissà chi ha agitato “me” nel sonno, per riuscire forse ad afferrare la tesi più controversa ed universalmente più dibattuta, l’autoinganno della morte e l’inganno di ciò che la vita specula solo con i sensi. “Il truccatore” è da lì che giunge, da quelle ragioni spirituali oltre la metafisica del dubbio.

9. “Il truccatore dei morti” so che fa parte di un progetto più ampio. E’ così?

Il truccatore dei morti è la prima pare di una trilogia. “Glass City” e “Inservibili resti” sono rispettivamente la seconda e la parte conclusiva del viaggio. Ed è solo alle ultime battute che Silvio svelerà al lettore la sue vera identità. Si spera pubblicare gli “atti” successivi entro la primavera del prossimo anno.

10. Il tuo lavoro ha degli intenti pedagogici sociali politici?

Per carità, fra le pagine esalta soltanto la riflessione sull’idea imperfettamente elaborata della morte e ragionevolmente accettata del “voler vivere a tutti i costi”. Forse in dissolvenza tra narrato e cifre, è un verticale teleologico. Forse…

11. So che ci sono altri progetti in corso, a livello cinematografico anche. Puoi accennarcene, svelarci qualche particolare?

Dopo “Protocollo Narcon” e “Il rigattiere del cielo” (romanzi ancora inediti), “Nerodentrozero” è la mia ultima fatica inedita… e tanto per non smentirmi è anch’essa una trilogia. “Nerodentrozero” è storia di sbirri demoni e violenza, di notti nerissime, di “38” special, di mafia, puttane e cazzotti. Sia della prima parte, “Da mezzanotte a zero” che della seconda “sangue nero petrolio”, sono stati stesi trattamento, soggetto e sceneggiatura, a cui, divertendomi, ho collaborato. Se gira bene “Sangue nero petrolio” dovrebbe andare in “sala” entro quest’anno. Mi piace dirti che sulla mia strada il Karma ha messo tre talenti straordinari: Hella Wenders, Luca Lucchesi e Irma Vecchio. Per il Truccatore dei morti è di questi giorni il “Sì” di Armando Siciliano per la realizzazione di un “Book Trailer”, un Dvd da allegare al libro e da presentare in anteprima assoluta alla Fiera Internazionale del Libro di Torino. Il Book Trailer avrà il taglio filmico del cortometraggio e il libro potrà essere spogliato anche attraverso le immagini.

12. Promuovi liberamente “Il truccatore dei morti”. Invita il pubblico a leggerti. Spiegagli perché devono leggere Vito Benicio Zingales. Dì loro senza mezze misure cosa hai da offrire.

Perdendovi la lettura de “Il truccatore dei morti” non so cosa effettivamente potreste perdervi, ma (e scuserete la presunzione) so cosa ci guadagnerete nel leggerlo: la parte laconicamente amara, ma più vera di un sorriso…

NO OTGrazie infinite, caro Vito.
E’ stato un vero onore avere la possibilità di intervistarti.
Sono più che mai certo che “Il truccatore dei morti” non mancherà di entusiasmare quanti avranno il coraggio di guardare in faccia la nevrotica realtà in cui noi tutti ci troviamo immersi, volenti o nolenti.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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4 risposte a Vito Benicio Zingales. In viaggio nella follia dell’uomo-diavolo con “Il truccatore dei morti”

  1. vany ha detto:

    Fa una strana impressione il Signore che veste i morti in camera mortuaria, spesso nelle disgrazie lo penso ci vuole tanto rispetto e carità umana per ricomporre i morti.

    Questa recensione l’avevo letta e non ti nascondo che incuriosisce parecchio.
    Lo scrivo per leggerlo al più presto.
    Ciao, ♥ vany

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Così dovrebbe essere per ricomporre i morti: una grande pazienza caritatevole. Oggi non si ha rispetto dei morti, vengono anche strappati fuori dalle tombe per cavargli di bocca protesi d’oro e monili con cui sono stati seppelliti. Una civiltà che non ha rispetto per i morti è una civiltà avviata all’autodistruzione, e difatti è quanto sta accadendo: ogni giorno ci spingiamo un po’ di più verso il baratro della distruzione.

    L’avevo messa sul vecchio blog. Poi per i problemi che sai sono stato costretto a cambiare piattaforma. Ma ci ho guadagnato in visibilità e in molto altro. Ma di questo se vuoi ne parliamo in pvt. Non sono argomenti da portare in rete.

    Dicevo dunque che recensione e intervista le ho messe di nuove online. Il motivo è perché l’intervista è molto bella e il lavoro di VIto B. Zingales merita visibilità. E’ un autore molto particolare, che lascia una impronta di grande sostanza e di stile. Scrive Letteratura come pochi. E Vito è una grande persona, non solo uno scrittore. Spero vorrai leggerlo qualche cosa di questo autore. E’ molto vicino alle mie corde, per cui sai a che cosa vai incontro. In alternativa c’è la cattiva narrativa, ma di quella non parlo e quando ne parlo lo faccio perché esasperato dalla malaeditoria.

    orsetto di VaNY

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  3. carissimo giuseppe grazie per la tua vicinanza.
    il compositore dei morti tenta di ridare quella “brezza” di vita per fuggire il dolore, ma apparente, da un’esistenza “ormai apparentemente inservibile. come avrai saputo sto per uscire con “da mezzanotte a zero” per la zero91 di milano … un noir che spero seguirai e che va, per dirle con le nostre corde, in fondo al culo del cuore. tra sbirri, infami e maledetti, e quel solito frantumarsi di invisibili periferie.

    grazie

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  4. carissimo giuseppe grazie per la tua vicinanza.
    il compositore dei morti tenta di ridare quella “brezza” di vita per fuggire il dolore, ma apparente, da un’esistenza “ormai apparentemente inservibile”. come avrai saputo sto per uscire con “da mezzanotte a zero” per la zero91 di milano … un noir che spero seguirai e che va, per dirle con le nostre corde, in fondo al culo del cuore. tra sbirri, infami e maledetti, e quel solito frantumarsi di invisibili periferie.

    grazie

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