Amor di Ninfa. E’ Fabrizio Corselli il cantore dell’Epica moderna

Amor di Ninfa
E’ Fabrizio Corselli

il cantore dell’Epica moderna

a cura Giuseppe Iannozzi

amordininfa

1. Personaggi abbondantemente sfruttati, Eros e Psiche, sia in narrativa sia in poesia. Dunque, come mai la scelta di rivisitare il loro mito, per quale esigenza?

Il mito di Eros e Psiche rappresenta, nell’ottica dell’ispirazione, un topos come tanti altri, ma non per questo il suo uso o abuso sottende ai diritti di prelazione di altri che vi hanno scritto prima. Così come l’archetipo Amore si presta a molte interpretazioni, e ciò che rende unica questa situazione è proprio la multiformità del punto di vista: l’oggetto è lì che aspetta una luce sempre nuova e diversa che ne metta in evidenza sfumature mai percepite prima. Così anche nell’idealizzazione del bello, l’occhio sarà abituato a vedere in quell’oggetto sempre qualcosa di diverso, rendendolo eterno e imperituro.
Il fulcro di Amor di Ninfa non risiede soltanto nei suoi protagonisti, pur sempre mediatori del tema “amoroso”, quanto nella sua strutturazione globale, in cui essi sono incastonati, nella sua progettualità e storia, soprattutto nella sua tematica, ostica ma allo stesso tempo avvincente. Il tema si incentra sul delirio ninfale e finanche sul ribaltamento delle posizioni assunte dai due protagonisti, Eros e Psiche, demandando al primo la dimensione del dolore e della sofferenza. Eros è qui un poeta, il quale indossa una maschera d’avorio, perché la sua beltà non si mostri alle ninfe, e una piuma di uccello la cui punta è d’oro: è fin troppo chiaro il parallelismo. Per rimanere in linea col mio stile, anche qui la divinità o il semidio viene posto su un piedistallo di tenera mortalità; egli incarna un umano sentire, e il “lieto fine” che caratterizza il mito classico, qui viene arbitrariamente modificato, per porre i due amanti in un sospeso stato di tragicità amorosa.
È anche il modo di consegnare al lettore una versione inedita del mito che rende l’opera unica, anche ai più esigenti, sia per forma sia per contenuti.

In una email privata, ha scritto Matteo Veronesi nei confronti di Amor di Ninfa “Mi sembra che tu abbia riletto Apuleio attraverso il Mallarmé del Pomeriggio di un fauno, riuscendo dunque a fondere mirabilmente classicità e modernità”.

2. Per “Amor di Ninfa” hai scelto il bosco di Nonacride: come mai? Come ben saprai nel Satyros, la vicenda di Chelide inizia proprio in Nonacride; ma il “bosco” è anche un simbolo che nel corso dei millenni non si è scomposto, rimanendo oscuro. Figurativamente indica un groviglio di cose, un luogo magico, fatato, diabolico, dionisiaco. L’origine stessa della parola “bosco”, ancor oggi, è incerta. Puoi spiegare?

Il bosco è il luogo della primitività, dove la Natura si manifesta nell’immediatezza della sua forza, dove l’uomo ancora non è giunto, demandando allo sgomento, all’inquietudine e al timore la primissima forma di reazione nel mortale. Il bosco è la sede della divinità, dove essa si rivela e dove l’uomo, in virtù di ciò, ricerca oracoli e risposte nei suoi elementi, sia esso un fiore o animale, dedicandone quasi un culto: è la dimensione della fascinazione nei confronti di un regno in cui vige altresì il rimpianto per la perdita di un’età d’oro, come lo si ravvisa nel bosco arcadico. I confini stessi del bosco, così labili e ombrosi da dividere il mortale dall’immortale, causa terrore negli animi più deboli, collocandovi finanche la porta per gli Inferi; da ciò, nel tempo è stato fin troppo semplice legare all’ombra di tali selve la scenografia ideale ove ambientare miti cupi, densi di mistero e dal tragico epilogo. Il bosco ha accolto molti dei paradigmi mitici greci ma anche il senso di divino lo ritroviamo per esempio nell’Altis, il bosco sacro di Olimpia; e ancora la tragedia di Narciso, nella diretta figura della “fonte” anch’esso magico elemento del bosco, il cui riflesso genera una sorta di apathe, ovvero illusione. Anche le sue creature, sono dotate della stessa tensione, della medesima energia divina e primitiva allo stesso tempo nell’unitaria sintesi dell’apollineo e del dionisiaco: troviamo fra esse il Centauro, Pan, il Satiro, o l’indomito Pegaso legato alla fonte Ippocrene, e così via.
Il bosco è il luogo della solitudine, dove l’uomo ritrova se stesso in un tacito quanto complice silenzio.
Il bosco è anch’esso uno scrigno, come quello testuale, celante asperità e incontri pericolosi nel percorrerlo (nel testo lo si osserva con difficoltà interpretative che farebbero la felicità del filologo), esso è quindi il tempio della Natura, e per questo luogo di origine, luogo della Lympha, di quel flusso cosmico generativo da cui tutto nasce e che caratterizza perfino le Ninfe. Quando l’acqua scorre o il vento spira, anche semplicemente in un sospiro (pneuma), il bosco si vivifica, si rigenera; due elementi, quelli dell’acqua e dell’aria che divengono principi creativi.
Fedele al contesto nel quale si sviluppa il genere della poesia lirica, il bosco assurge a monumento e a tomba di questa mitica vicenda che coinvolge Eros e Psiche. La Nonacride, in quanto sita presso Arcadia, diviene sì un Paradeisos ma nello stesso tempo un Paradoxos, poiché proprio quel bomos-taphos appena accennato, oltre a fungere da scenario ideale per il genere poetico, diviene anche il luogo ove impera l’Oblio nella diretta spontaneità dei frutti a concedersi dal ramo, laddove il lavoro e la fatica sono estranei al mortale per definizione, riaffermando nuovamente quel senso di “silenzio sublime”, in cui tutto si riduce alla contemplazione della bellezza del luogo, delle sue parti e delle sue creature. Non basta mordere alcun frutto o attendere la seduzione operata da un potente incantamento perché Eros, nel momento in cui varca i confini di quel bosco, e scosta le prime fronde di alcuni cespugli (diretto accesso al divino), entri in una dimensione dell’Oblio, abbandonando ogni sorta di lucidità mentale; salvo viene fatto soltanto il suo istinto primordiale. Per tale motivo la prima parte dell’opera comincia con la caratterizzazione di un particolare aspetto quasi bacchico che  domina il protagonista. Anche nell’opera del Satyros, Himeros sorprende Pan mentre dorme, all’interno di una caverna presso la Nonacride. Da ciò si può dedurre che la catena montuosa ha anche un suo valore affettivo, e non solo progettuale, perché essa è la patria della ninfa Callisto. La sede dove si consuma una delle più straordinarie tragedie d’amore e che soprattutto coinvolge la divina Artemide.
Parlando proprio della “casta” dea, il bosco diviene per il poeta luogo di caccia, in cui egli può disporre, quasi con malizia e preordinata ispirazione, trappole e giochi illusori, disseminati lungo il sentiero d’una lettura apparentemente semplice, in modo da “catturare” l’attenzione del lettore stesso. Lo accompagna in questo viaggio arcadico, all’interno del proprio sentire, all’interno di uno scrigno unico di sentimenti e forti sensazioni. Il lettore condividerà fino alla fine dell’opera lo stesso sgomento, la stessa tensione per quell’inafferrabilità interpretativa che caratterizza l’Amore, nel volerne trovare un’ostinata risposta (e che è causa della dissolvenza di Eros, a opera della sprovveduta azione di Psiche).

3. L’opera “Amor di Ninfa” è così strutturata: Nymphaeum, Un muto sospiro nel Bosco di Nonacride, Canti nel Bosco di Nonacride, Cuore di Ninfa e Nympholeptos. Che cosa accoglie ogni sezione, quali sentimenti, quali vicissitudini, quali legami?

Amor di Ninfa, Nympholeptos rappresenta forse la mia opera più matura in termini di rapporto con la modernità. È un’opera che, sì, spezza la continuità del mio stile epico-mitologico ma non per questo risulta meno valida, approdando a un prodotto di più ampio respiro, e questo lo si ravvisa proprio nella sua divisione in sezioni tematiche, come hai ben evidenziato. Procederò in maniera sintetica, per non rivelare troppo, soffermandomi ampiamente solo sulla seconda sezione.
In Nymphaeum, inizia la vicenda con Eros che scosta alcune fronde di un albero, e tra di esse scorge quel mondo ninfale dove abitano le creature per le quali egli ha intrapreso il viaggio avventuroso. La prima parte assume un ruolo prettamente propedeutico al prosieguo della storia. L’attenzione di Eros cade sul resto delle ninfe, e il sentimento è quello del delirio estatico, di desiderio. Questa parte rappresenta una delle sezioni più delicate per la concatenazione con quelle successive.
Un muto sospiro nel Bosco di Nonacride, in assoluto, la sezione che più amo e che diviene quasi un vessillo poetico, a rimarcare il concetto di silenzio sublime; qui è contenuto il testo La morte del Cigno ovvero Fuggitiva Bellezza. Un vero e proprio omaggio al Laocoonte. La poesia ha il pregio di sintetizzare i due concetti fondamentali dell’acqua e del silenzio, tutti raggruppati in così pochi versi, densi di sottili sfumature. La morte si carica di grande lirismo celebrativo, acquistando più i toni di una trenodia, di una lamentazione funebre. Il bello si mostra nel momento più alto e tragico della propria vita, laddove, prendendo in considerazione l’affermazione di Edmund Burke, la Morte diviene “fremito per una prossimità”. Ma ne nasce ulteriormente una contrapposizione, poiché mentre il cigno va spegnendosi in un tono che ha più i contorni di una accettazione, nell’altra sponda si consuma invece il dramma di Eco, infelice per l’amor non corrisposto del proprio Narciso (Dolore di Ninfa). Non voglio davvero rivelare troppo, però posso dire che come in una sorta di hysteron proteron, proprio in questo canto, viene anticipato l’oggetto del desiderio di Eros. Scoprirlo tocca al lettore. Ribadisco, questa selva boscosa va scoperta poco a poco, celante molte sottigliezze. Del resto, lo stesso Winckelmann equipara lo stupore nel cogliere un particolare della bellezza al pari d’un frutto che si scopre inaspettatamente attraverso i rami. Importante puntare la propria attenzione sul passaggio dalla prima sezione alla seconda.
In Canti nel Bosco di Nonacride, l’animo di Eros, è adesso acquietato e tale da forgiare canti serafici e traboccanti di nuda sensibilità. La terza sezione è il prodotto di un avvenuto catharmos (rito purificatorio).
In Cuore di Ninfa, l’animo di Psiche si strugge per l’incomprensione di quell’inafferabilità del senso dell’Amore che ritrova il suo acme nel silenzio sotteso alla maggior parte degli amori impossibili che ella va elencando come in una sorta di invocazioni, attraverso crude parole e citazioni di altri poeti; l’esempio è dato dai versi del satiro Chelide, un capripede che partì dalla propria patria arcadica alla ricerca del senso dell’esistenza mortale e del principio cosmico dell’Amore.
In Nympholeptos, si “chiude” quest’avventura all’interno del bosco, con Eros che diviene “preso dalle Ninfe”; egli però mantiene ancora quelle tracce di lucidità che gli permettono, una volta per tutte, di poter sentenziare la condotta di queste avvenenti quanto crudeli creature, dedite a una notturna caccia che fin oltre cela misteri e oscuri segreti.
L’epilogo poetico, suggella e consegna al lettore la chiave di risoluzione dell’intera opera ma il resto del lavoro spetta sempre a quest’ultimo. Un lettore, sì, ma attento, perché mettere il piede in fallo lungo il cammino tracciato dal libro è cosa ben facile, liquidando la maggior parte dei testi come facenti parte di una silloge. Amor di Ninfa è un Concept Work, e per questo va letto dall’inizio fino alla fine, senza saltare da un testo a un altro; l’ordine di lettura è fondamentale.

4. In “Amor di Ninfa” – correggimi se sbaglio – fortissimo è il desio di possedere la Ninfa; tuttavia il desio rimane tale, carnale e spirituale quanto vogliamo, ma pur sempre una mera espressione dello spirito che non si traduce in coito. E’ più forte la carnalità o la spiritualità in questa tua opera? Puoi spiegare i motivi per cui è più forte in un senso o nell’altro?

Intanto fughiamo ogni indugio. L’individuo che si appresta alla lettura di Amor di Ninfa, forse per sua delusione, non si troverà fra le mani un’opera di tipo settecentesco, dal gusto de sadiano, con ninfette dalla morale distorta, affette da ninfomania e possibilmente una proiezione della donna del tempo, o una sorta di Canti Priapei che purtroppo disattenderanno la speranza di qualsiasi lettrice nel ritrovare membri zampillanti o prone creature in una sorta d’atto di devozione alla propria divinità maschile.
L’opera inizia con un tono insolito, sì, perché al semplice scostare quelle fronde che, invero, rappresentano l’accesso alla sfera divina, Eros fa esperienza al contrario, sin dall’inizio dello stato di Nympholeptos, mantenendo del proprio essere solo l’istinto primordiale (natura dell’essere); egli si rivela alla Natura e con essa entra in sintonia. L’opera sviluppa profondamente la Ninfolessia, una possessione che agisce attraverso e nell’acqua,  e che proviene da un corpo che ne emerge (il termine nymphe significa “fonte”, “acqua sorgiva”) provocando il delirio per il quale tali “simulacri” sono così tanto famosi. Una possessione che lega l’estasi sacra al lato estetico della perdita del sé. L’equivalente sostantivo latino lympha, e soprattutto l’aggettivo lymphaticus («folle») rivelano l’autentica natura del liquido ninfale, legandosi al principio cosmico generativo, secondo il quale «le Ninfe sono preposte alla generazione, giacché tutto ciò che è generato è in flusso» (Sallustio). Così, i nympholeptoi, ovvero coloro che dimoravano nelle vicinanze degli antri delle Ninfe, e che avevano visto in volto, erano «ebbri per ispirazione di un essere divino», ci tramanda Aristotele. Con la possessione, la Ninfa li metteva in rapporto con un sapere di superiore provenienza, in virtù del quale diventavano parte integrante della dimensione celeste.
Per ciò che riguarda la carnalità, essa rimane allo stato di anelito senza ricevere una possibilità di manifestarsi fisicamente, una mediazione trascendentale che sottrae la “voluptas” (intesa proprio come “piacere”) all’imperio della carne e che non permette a essa di realizzarsi ancora attraverso l’unione dei corpi (Edoné è figlia di Psiche e di Eros, incarnazione del piacere). Dico “ancora” perché l’opera cela molti segreti al pari del bosco. La carnalità c’è ma non raggiunge la dimensione fisica, fino ad esaurirsi nella prima sezione (il passaggio alla sezione successiva è focale). Eros è come se scaricasse anticipatamente l’eccesso di sessualità inespressa (nella sintesi di ferinità e primitività) per porsi in uno stato di ritualità purificatoria (catharmos), pronto ad accogliere il completamento di Psiche (così come nel satiro e nelle ninfe si ritrova il connubio tra queste due componenti). La stessa sconfitta di una di queste creature del corteo di Dioniso così come quella dei Centauri, per i greci significava la vittoria della razionalità, dell’intelligenza sulla ferinità. Così il seme maschile o il membro, o addirittura lo stesso coito fa parte del ciclo del liquido ninfale, atavico segno di fertilità e nascita, come è possibile ritrovare lo stesso riferimento con i miti egizi sulla fertilità del Nilo, divenuto tale poiché di Osiride, fatto a pezzi da Seth, venne gettato il membro nel fiume. L’opera si basa su dirette allegorie aderenti a molte delle tesi estetologiche che riguardano le ninfe, per questo propendendo più per un assetto di percezione del bello che trascende il corpo e che ritrova nell’idealità del bello stesso la sua chiave di lettura (lambendo perfino alcune teorie scultoree). Il Pathos si piega all’Ethos del proprio osservatore che applica nella lettura dell’anima quella seraficità che tanto ha caratterizzato la visione dell’anima del Laocoonte, secondo Winckelmann.
Per concludere, riporto un estratto del mio saggio, pubblicato su Atelier, dal titolo Sublimis, Apologia dell’Estasi: «il corpo è materia viva, linfatica, preposta all’accrescimento e allo sviluppo di una struttura adulta in rapporto alle proprie passioni… uno stimolo alla creazione, poiché la parola è ormone della crescita e la poesia ne rappresenta l’intimo processo metabolico col quale si trasforma una fanciulla in donna, e una donna in adultera… Così, anche il “mestruo” come del resto il “sangue purpureo” ed altri ancora sono termini che gridano, per diritto di nascita, la loro libertà semantica in rapporto al valore di «soffio vitale», di forza vivificatrice dell’essere e non meramente declassati a forme inespressive, quale può risultare la semplice denotazione di liquido fisiologico o altro che esuli dalla dirompente magniloquenza poetica».

5. “Condanna funesta v’è nel guardar degli dèi la più bella… degli dèi la creatura più perfida”: gli dèi sarebbero tanto belli quanto perfidi, soprattutto se di genere femminile? Le tragedie greche, tutte, hanno delle donne belle quanto fatali che portano scompiglio fra i mortali e gli dèi. Da sempre la figura femminile è stata associata all’origine di guerre e tragedie di sangue. Le grandi storie epiche abbondano di donne che portano alla rovina singoli uomini, popoli e paesi. Bisogna attendere Dante perché la donna venga considerata (anche) angelicata. La tua poesia sposa l’idea che la donna, soprattutto se è la più bella fra gli dèi, non può che essere fatale. Vorrei che ampliassi questo discorso…

Il concetto del fatale qui ha un senso molto più alto (tralascio volontariamente la tesi che vede le ninfe come tessitrici del destino dell’uomo al pari delle Parche o Fatuae).
Eros e Thanatos si ritrovano nuovamente, come nelle altre mie opere, per esempio nel poema All’Ombra di una Guerra. La morte qui è intesa come positivo vuoto e come perdita di sé, ricollegandoci nuovamente alla ninfolessia; come in una sorta di legge enantiodromica, quel delirio che tanto ha contraddistinto il nympholeptos, adesso si trasforma nella forma del silenzio, ovvero del “muto tacere” sotteso alla contemplazione dell’aura di una Ninfa, e che prende il significato di serafica percezione del bello. Ho avuto modo di leggere di recente un intervento di Alessandro Starvu, che ben riprende finanche alcune parti dello scritto di Roberto Calasso in La follia che viene dalle Ninfe, e che si esprime così: “Come scrive Walter F. Otto, la bellezza fa parte dell’essenza delle Ninfe poiché «è frutto del silenzio in quanto perfezione… all’occhio devoto il silenzio si palesa proprio attraverso la bellezza». Si tratta di un silenzio sublime, di un «tacere primordiale» che paradossalmente si esprime attraverso la musica. Di qui i canti e le danze che accompagnano le Ninfe in ogni momento della loro esistenza”. Possiamo dire, lo stesso muto tacere caro ai simbolisti, i quali sostenevano che “tacendo, la privazione che ne deriva si veste di una forte carica metaforica”. Ed è qui che l’armonia stessa, intesa come categoria del bello, si palesa in maniera sostitutiva a quella del canto e della musica ninfale con il ritmos e la musicalità del verso; quest’ultimo gioca il ruolo della dimensione completiva dell’affermato tacere primordiale. Dopo la “morte”… il “silenzio”.

6. Oggigiorno che ruolo, che importanza ha la poesia per la cultura? E’ luogo comune dire che gli italiani sono “un popolo di poeti” e forse c’è un seme di verità, non a caso tutti scrivono e pensano di essere poeti e con questa illusoria convinzione pretendono d’essere portati in palmo di mano. Ti chiedo dunque, a tuo avviso, chi si può definire Poeta e perché? Ed ancora: tu, Fabrizio Corselli, che tipo di Poeta sei?

La poesia può avere diverse funzioni, dal riscatto sociale e portavoce di ideali comuni che professa un popolo alla funzione catartica della propria persona e degli altri, o ancora un manifesto per la diffusione della cultura stessa insieme alle altre arti e alla sinergia fra di esse, per finire con la semplice soddisfazione emotiva che ne deriva dalla lettura o dall’ascolto di un testo.
Ormai il comportamento scorretto di molti imprenditori editoriali, e non di case editrici (su queste vi sarebbe anche da dire molto), ha portato a una consuetudine e cioè quella del principio “basta pubblicare per essere uno scrittore”. Di conseguenza, l’irresponsabilità della gente, e diciamo anche, per certi versi, la pochezza della loro persona, ha fatto sì che si vedesse nell’arte” una forma di facile riscatto, pur pagando profumatamente, come se poi fosse assicurata la propria dignitas al pari del paradiso. Ciò che manca è un effettivo e onesto confronto; non infrequente è dialogare con queste persone e scoprire che nemmeno sanno cosa sia un verso. Così come ormai i media hanno insegnato che per “sfondare” (per di più termine ancora da definire) si deve ricorrere al reality o al gioco del quiz; il tutto attiene a una ricerca infertile di un’ipotetica fama o gloria ben lontana dal concetto del kleos greco. Questo modo di agire ha portato immancabilmente a una dequalificazione dell’Arte stessa; nessuno in questa maniera, sarà più capace di distinguere un’opera buona da quella cattiva, perché la pubblicazione avvenuta, salverà dalla morte il sedicente “scrittore”. Viviamo purtroppo in una società dell’immagine, che peraltro si sottrae alla più nobile e positiva relazione con la materia Estetica.
Fatta salva la considerazione che si scrive per esigenze espressive dettate dall’animo, altre fucine distorcenti questo principio sono, nella maggior parte dei casi, i multiblog, non tutti s’intende, che hanno solo la finalità di fare iscritti, seducendo il povero illuso scrittore, che la mattina si sveglia col titolo di “sommo poeta” o “maestro”. Sono veri e propri campi di concentramento per l’anima.
Alla fine, poeta, pittore, musicista sono solo guaine semantiche per rendere chiara una situazione o un campo in cui si opera ma l’individuo imprime a quella guaina un particolare valore per le sue scelte, per le sue azioni. Sono queste che determinano la qualità di un artista. Non basta un titolo, così come fra i laureati dilaga un inquietante numero d’ignoranti.
Io normalmente vengo nomenclato, negli ambienti specifici, come scrittore di Epica moderna, poi anche questo serve per definire il campo d’interesse, ma soprattutto definisce un genere poetico ben preciso e diverso dal “contemporaneo”.
Come giustamente ha evidenziato il professore Veronesi nella Prefazione, da lui curata, al poema sulla Battaglia delle Termopili: “Certo una poesia dotta, raffinata, alta, ardua come quella di Corselli faticherà a trovare – direbbe Nietzsche – «il suo lettore» in un panorama letterario dominato dalle poetiche minimaliste dell’”autenticità”, del “quotidiano”, del “corpo”, del “vissuto”. Ma – per citare ancora Leopardi – la «speranza», facoltà ancor superiore e più elevata rispetto alla gloria medesima, «passata al di là della stessa morte, si ferma nella posterità», o meglio si sublima e si scorpora nella sfera dell’eterno, nell’assoluto della storia e del mito, nella luce della Parola pura e necessaria”.

7. “Amor di Ninfa” è stampato da Lulu.com: una scelta d’avanguardia per scavalcare gli editori, o una necessità?

No, non  rappresenta una scelta d’avanguardia, ma solo una scelta diversa dal solito. Io ho sempre pubblicato e-book, alla fine il mio intento è quello di diffondere, in maniera sincera e con piena onestà intellettuale, la cultura classica e l’amore per il mito; lo si può fare benissimo attraverso la rete. Da questo punto di vista, la mia costante condotta l’ha sempre dimostrato.
I miei propositi sono sempre genuini, e quando dico che non mi interesso molto alla pubblicazione, è vero. Poi vi sono le malelingue e i tendenziosi che vogliono vedere in questa mia strafottenza alla pubblicazione solo una mera scusa di chi non riesce a pubblicare o di chi non è stato pubblicato, secondo la falsa affermazione “se non pubblichi non sei uno scrittore”; è anche vero però che se pubblichi non è detto che tu sia uno scrittore, ormai è solo una questione di moda e di termine.
Ultimamente sono stato oggetto di un attacco anonimo, nel quale l’utente, senza un’identità, ha detto “ma se sei così osannato come scrittore perché allora l’Einaudi, la Mondadori… non ti hanno pubblicato?”. Questo la dice lunga sul lavaggio del cervello che l’imprenditoria editoriale ha fatto sui propri utenti. Anche perché a queste case non ho presentato niente. Alcune persone che conosco hanno speso rispettivamente seimila euro l’uno e cinquemila euro l’altra per farsi pubblicare. Peraltro bisogna pensare che hanno pubblicato anche Gattuso, Totti, Costantino di Uomini e Donne, e così via. Che dire? L’avranno perfino scritto loro?
Ho scelto Lulu per cambiare un po’ il supporto, dall’e-book sono passato al cartaceo per rendere l’opera anche più presentabile. Il libro è anche più di facile lettura… la magia della carta!
Comunque dal punto di vista di diffusione non ho grossi problemi; il tipo di poesia veicola tranquillamente in ambienti della Facoltà di Lettere, presso le comunità elleniche e così via. Come si direbbe nei confronti della poesia greca, i miei testi hanno il loro “pubblico addestrato”. Le diverse affermazioni dei detrattori, alla fine, sono sempre e solamente riconduzioni alla propria volontà di piegare quella data situazione al senso comune. Chi, in questa società ha il coraggio di mantenere la propria identità? Fatto sta che le utenze anonime nei commenti dei siti o blog, per lo più insulti, dilagano.
Comunque, per concludere, Amor di Ninfa rappresenta forse il libro di più facile accesso al mio stile, senza troppi traumi, adatto a qualsiasi lettore nel suo pieno equilibrio tra classico e moderno.

Grazie Fabrizio: come sempre sei stato molto disponibile. Ma “attento al lupo” che nel bosco si nasconde!

Lo so, infatti devi sapere che il lupo è una figura spesso legata ad Apollo, chiamato per l’appunto Apollo Liceo (dal greco lýkos: lupo), magari un’altra attestazione del divino che transita in questo magico luogo che è il bosco.

Grazie a te per questa salutare intervista.

Amor di Ninfa (edizione speciale)Fabrizio Corselli NO OTQuesta edizione speciale di Amor di Ninfa è stata realizzata in vista delle Letture Multimediali in Lingua Antica, del 21 Maggio 2009, presso la Mediateca di Santa Teresa, curate dal Prof. Franco Sanna, e nella fattispecie per la lettura della favola di Eros e Psiche, tratta dalle Metamorfosi di Apuleio. La nuova edizione è stata rivista completamente a livello grafico, e contiene un testo in più rispetto alla versione precedente.

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Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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