Tra stalinisti e fascisti non cambia niente mai

Tra stalinisti e fascisti
non cambia niente mai

di Iannozzi Giuseppe

FESTA DELL’UNITA’

Era una di quelle giornate di nuvole, di freddo:
c’era solo la voglia di ciondolare in casa,
di aggrappare le mani alla finestra per spiare
il mondo di fuori, sognando una qualsiasi sciocchezza.
Il telefono d’improvviso uno squillo,
uno di quelli che avrebbero fatto saltare dalle tombe
gli epitaffi: la presi la cornetta aggiustando una voce
infastidita, assonnata, ma alla fine cedetti alla tentazione,
mi lasciai convincere che m’avrebbe solo fatto del bene
uscire e mischiarmi in mezzo alla folla della Festa dell’Unità.
Venne a prendermi una vecchia amica con più rughe
che cuore: mi baciò due volte quasi agl’angoli della bocca,
illudendosi che cercassi le sue labbra fosse anche solo
per bisogno di calore umano, animale. La baciai in fretta
e in fretta salii in macchina, lasciandomi cadere sul sedile
come uno squallido manichino. In silenzio, alla fine cedette
e accese la radio per fermarsi su una stazione di musica jazz.
Quando arrivammo c’era un gran rumore di parole di sputi
di canzone stonate: bandiere rosse, occhi vaganti senza senso
di giovani disoccupati, facce incazzate di nuovi politicanti,
e idiozie storiche a passeggiare in mezzo alla folla
ma con le gambe bene in vista, particolarmente corte.

Sparai uno sbadiglio, mentre l’amica mi cingeva in un abbraccio
che mi fece sentire più morto che vivo: ero lì da pochi minuti
e il mio solo desiderio era quello di farmi lontano, di portarmi
in un campo nazista, purché via da tutto quel rosso lì
uguale a un miraggio, troppo simile a un vino andato in aceto
da troppo troppo tempo davvero. In un occhio al vento, rosso
come il culo dell’inferno, la silhouette del Che Guevara:
e mi prese una tristezza infinita, mentre un vento mi spazzolava
la zazzera, e dal cielo una pioggia tremenda – una doccia fredda
in piena faccia. Mi staccai, cadendo nel fango in ginocchio quasi;
presi a correre per portarmi via da quel mondo fatto di bisbigli
a volume troppo alto, di ingiustizie kafkiane. Sentii una voce
in eco, ma non ci persi tempo dietro. Annaspai, bevvi violenza,
acqua piovana, e mi mescolai a branchi di negre nubi feroci
come fantasmi nazisti. Mi rifugiai in un bar di malaffare
per riscaldarmi le ossa, per farmele spezzare e tornare
finalmente alla realtà delle cose… che nell’ingiustizia coltivata
in giro per il mondo, alla fine sì, si è tutti uguali, martirizzati
strozzati impiccati, disegnati in perfezione di lucciole spente
per delle inutili storie sventolate al vento. Quando al mattino
mi svegliai tutto dolorante, mi lavai la bocca con uno spazzolino
duro ma ingentilito da tanto tanto dentifricio. Poi staccai
il telefono, spazzolai alla bell’e meglio il letto e le lenzuola bianche
e tornai a dormire, anche se non ne avevo affatto voglia.

LA PRIMA VOLTA CON UNA DONNA

La prima volta che spogliai una ragazza con le mie mani
ebbi l’impressione che l’uomo potesse essere immortale
e che, forse, Dio mi stava di fronte nudo come il Paradiso.
Ebbi l’immortalità fra le mani per un momento appena,
ma bastò perché mi portasse lontano, nel delirio
di credermi onnipotente, capace d’affrontare ogni male
sulla terra. La prima volta fu come esser accecati
per vedere una profonda luce bianca. Poi gli anni
si sono consumati, e con essi anch’io: la prima volta
non torna mai più. Però ho imparato a bestemmiare
pur non credendo in alcun dio. Un giorno la donna
che mi stava al fianco mi fece notare quant’ero maleducato
a strapparmi dalla bocca il nome di Dio senza una ragione
se non quella della mia rabbia: potei solo chinare il capo,
contrito, perché aveva ragione, anche se non vedevo
il paradiso nel suo corpo nudo disteso accanto al mio.
Scopammo come ricci, lei voleva che le sussurrassi
parolacce: la faceva eccitare, veniva solo per quelle,
quasi mai per la mia bianca sprecata virilità. Però era mia,
ed era femmina. Non me la passavo bene: mi confortava
sapere che anche lei non era messa tanto meglio di me.
Dopo averlo fatto, accesi la televisione: c’era il telegiornale
e passavano le immagini della guerra in Iraq, un giornalista
diceva dei primi morti americani. Io restai in silenzio
e anche la mia donna, mentre si chiudeva nella toilette
a lavarsi, a rifarsi il trucco. Il giorno dopo ci lasciammo.
Intanto i notiziari non facevano altro che parlare di morti
e di altre cose così, che mi davano il voltastomaco:
un nodo allo stomaco mi segava le gambe, nemmeno fossi
stato il marito d’una donna incinta del mio bambino.
Fu in quel periodo che la incontrai di nuovo, la prima fiamma:
era ingrassata, una vera bomba di cento e passa chili,
tre mocciosi al seguito – un marito con una faccia da schiaffi
la teneva sottocchio, le mani imbucate nelle tasche
a stringere forse un coltellino. Mi salutò appena, con un cenno
del capo, che si sarebbe potuto scambiare per un tic nervoso
improvviso: non era brutta in tutto quel grasso
che l’aveva sepolta, ma gli occhi, quelli erano spaventevoli,
senza più né gioia di vivere né altro.

FOIBE, PICCIONI E IL PARTITO

Accadde qualche anno fa, ero giovane più di adesso
e ne sapevo poco della storia, della stupidità:
si era sotto San Valentino, ma il clima non era allegro,
nell’aria c’era ancora una scia di memoria, di Foibe.
Massimo pigiava sull’acceleratore: non gliene fregava
niente d’aver preso sotto un piccione e d’averlo lasciato
sulla strada ridotto ad un ammasso di piume carne
e sangue rubino. Mi ero acceso una sigaretta,
ma dovetti buttarla subito: “Spegnila! Non sopporto
che si fumi in macchina.” Prese a nevicare fino
proprio mentre il mio amico tentava di parcheggiare
la vecchia rossa Cinquecento: “La neve pulisce.”
“Non è così. Non solo.” Non eravamo più degli ingenui
e nel corso degl’anni si erano creati attriti insanabili
fra noi due: “Dopo rimane la mota.” Non si disse altro.
Però ci mettemmo in coda ad ascoltare le chiacchiere
degli altri. Ad un certo punto qualcuno gridò
che non c’erano più biglietti: si alzò un coro di protesta,
una tipa fu colta da una crisi epilettica, Massimo bestemmiò.
La neve prese a fioccare con violenza schiaffeggiandoci
il volto nudo. Restammo impalati per un paio di minuti
senza dire né fare nulla. Poi rompemmo la coda rassegnati:
“Saremmo dovuti arrivare prima.” Sapeva di rimprovero.
“Se non avessi preso sotto quel piccione…” Massimo
sbottò, tracimando rabbia dalla bocca: “Portano
solo malattie, quei maledetti! Mia sorella s’è presa
la salmonellosi.” La Cinquecento faticava a riscaldarsi;
non bastava girare la chiave, dargli gas: “E’ di mio padre.
Lo odio. Però la macchina non gliela ridò.” Finalmente
il motore farfugliò e partimmo a razzo ripercorrendo
la strada che ci aveva portato quasi fin davanti al cancello
di ferro. “E’ uno scandalo, finire i biglietti.” Tenni il silenzio.
“E’ un vero scandalo: se regali qualcosa devi averne per tutti.”
“E chi l’ha detto?” Sarebbe stato meglio non rompere
il filo dei miei pensieri, ma oramai il danno l’avevo fatto.
“E’ ancora lì, spiaccicato sull’asfalto: piccione del cazzo!
E’ così: devi averne per tutti, o non dai niente a nessuno.”
“E chi l’avrebbe detto? Si dà finché uno ne ha, e se vuole.”
Massimo non era affatto d’accordo: “O si dà, o niente.
A qualcuno sì e agli altri no, è una presa per il culo.”
Ci lasciammo: ci stringemmo la mano come sempre,
ma entrambi sapevamo che le cose erano definitivamente
compromesse fra noi. “Domani c’è la riunione al Partito…”
“Non penso di venire. Salutami tutti.” Massimo si asciugò
il naso rosso dal freddo strusciandoselo sulla manica
dell’eskimo del padre – che oramai era suo da tanti anni.
Salii le scale, girai la chiave ed entrai in casa: ci faceva freddo,
come sempre; strappai dalla parete un vecchio manifesto
di pubblicità comunista e misi sul fornello acceso
un pentolino con dell’acqua per un tè caldo. E attesi.

I LORO MANGANELLI

Glielo dissi in faccia a fascisti e comunisti
che non erano diversi né per idee né per faccia;
e tutti mi mandarono a fare in culo berciando
come corvi, “Ancora si scrivono canzoni d’amore!”
L’inverno pareva non volesse finire mai:
in strada c’era aria di malcontento e non di rado
qualcuno dava fuoco a un cassonetto approfittando
della profondità della notte. Giù al Partito ridevano
a squarciagola mentre la nera raccontava d’un altro
andato all’altro mondo reggendosi le budella in mano;
erano tempi duri, e i dibattiti in televisione erano
all’ordine del giorno, con un tifo da urlo pari solo
a quello per il titolo mondiale dei pesi medi.
Tutti urlavano, “O con noi o contro di noi!”
Ma io di stare con una o l’altra parte non ci pensavo
nemmeno: la sera faceva presto a venire e il sole
non lo si vedeva quasi mai durante le ore di luce,
e alla fine vennero tutti a bussarmi alla porta
con la faccia tosta di chiedermi qualche spicciolo
per dar fuoco alle micce della rivoluzione. Dissi loro
che non avevo né tempo né ori da buttar via
per le loro sporche guerre di religione e politica;
ed allora quelli, fascisti e comunisti nello stesso fascio,
presero a tempestarmi di botte, e lo sapevano adoperare
bene, allo stesso modo, il nero duro manganello.
Mi salvai per il rotto della cuffia: quando mi svegliai
tutto ammaccato vidi solo il bianco delle pareti dell’ospedale
e il rosso del mio sangue, nonostante le bende e le garze.
Il dottore mi si fece vicino: “Le hanno fatto sanguinare
i chiodi e la croce: ci sono andati pesanti. Una storia
di donne, sono pronto a metterci la mano sul fuoco.”
Avessi potuto gl’avrei regalato un sorriso, mi limitai invece
a un mormorare piano: “…no, solo una sporca faccenda,
di puttane troppo puttane.” Il dottore fece finta di non capire,
NO OTmi passò una mano sulla fronte di sudore e in un sussurro
mi ordinò di riposare e di non osare sognare alcunché.
Fu la prima volta che diedi retta a un ordine.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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8 risposte a Tra stalinisti e fascisti non cambia niente mai

  1. vany ha detto:

    Ora me le stampo poi le leggo in camera con calma.

    e sogni d’oro mon amour
    ♥ vany

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  2. cinzia stregaccia ha detto:

    vogliamo chiamarla “bellissima par condicio”?
    cinzia

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  3. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Sono un orsetto particolare, nel senso che sono un procione, un orsetto selvatico che assomiglia un po' alla volpe che però è un orsetto, insomma un orsetto troppo bello. 😉

    Sono racconti politici, con eventi accaduti realmente, scritti in prosa poetica. Non credo però che ti annoieranno. 😉 Almeno così spero.

    Dormi, piccola BImba e portami nel tuo lettino. Mi basta poco spazio, sono solo un orsetto. 🙂

    UN BACIONE ONE ONE ONE

    orsetto di VaNY

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Sì, direi che la si potrebbe dire anche par condicio.

    Sono i due mali del mondo, politico e non. Senza di loro si starebbe tutti molto più bene.

    beppe

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  5. vany ha detto:


    Bacio ♥ vany

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  6. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Io sono qui che ti aspetto, Bella Bimba.

    Bacione bacione bacione one one one ♥ ♥ ♥

    orsetto di VaNY

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  7. vany ha detto:

    Aspetta pure , che dirti in questo sfacelo di…. parole che attraversano l’anima mi hai fatto venire il panico, tutto l’andamento è funereo solennemente vergato di tristezze.
    Uffy ora sono malinconica. Vaffankulo!! 😉

    ♥ vany

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  8. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Mah! Non è che siano fatti così brutti, è solo come funziona la società oggidì.
    Sono perlopiù fatti ordinari, di tutti i giorni, realmente accaduti.
    I comunisti non sono buoni come vorrebbero far credere. I fascisti lo sono ancor meno. Credo questo tu lo sapessi bene, ben prima che fossi io a dirtelo.

    Smaaackkk

    orsetto di VaNY

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