Lucullo, Poverello di Dio

Lucullo, Poverello di Dio

di Iannozzi Giuseppe

Benedicendo i figli, baciandoli sulla fronte, quasi commosso, porgeva la sinistra mano a tutti, curandosi di tener fermo con l’altra il riportino sul cranio avviato a inesorabile calvizie, ché l’aria cattiva, si sa, soffia sempre addosso al poverello. E lui ci teneva così tanto all’immagine sua, sempre composta, autorevole, paterna ed autoritaria quando il caso lo richiede. Così il buon padre si congedava dalla famiglia, e nel cuore gl’era la promessa che alla sera avrebbe a tutti portato pani e pesci freschi; ma più s’allontanava dall’umile magione per spingersi in negri spazi abitati da oscuri ebrei affaristi, più il cuore gli si gravava di mestizia: tristo presentimento gl’invadeva i precordi dell’anima e del cuore, e solo poteva, per alleggerire il pondo del male di dentro, dabbasso sfiatare, quasi silenziosamente. Si pensava che fosse miracolo quell’aria lieve che si mischiava all’odore delicato dei bianchi gigli: i passanti tutti gli porgevano discreto saluto leggendogli sul volto santità, e tutti si dimandavano come fosse possibile che un uomo potesse esser tanto puro pure nei fiati che il Demonio ingravida nelle viscere dei mortali. Arrivato che fu al mercato, tastando la magra scarsella, pochi dinari le dita palparono: con occhio smanioso si guardava intorno, ma le urla bestiali dei commercianti erano prezzi alti che sfidavano il cielo. Il poverello, padre di famiglia, si spinse a biasciare un paternostro, ma gittando sguardo al cielo, tosto si rese conto che non un segno divino c’era che gl’indicasse come fare per sfamare le bocche dei figlioli suoi e della gentile consorte sempre composta in monacali abiti. Disperava e sudava: gocciole di sudore affogavano nella disperazione che gl’era presa nell’anima; ormai, già si figurava costretto a tornare a casa a mani vuote, quand’ecco uno spiritello, un ometto lercio e viscido che nessuno osava avvicinare e che a lui s’era fatto dappresso con cachinno disegnato sulle sottili labbra.

“Tu, tu che disperi, vendimi l’anima!”
Il poverello gemette un niente, poi sfiatò dabbasso com’era solito fare in simili occasioni d’imbarazzo.
“L’anima!”, biasciò sorpreso ma non troppo: “E che te ne faresti?”
“Io, niente. Ma tu avresti in cambio il miracolo che fu dell’Unto.”
E il poverello: “Ma quello è morto e risorto per cacciarsi in cielo. E, oggi, più non guarda a noi che moriamo di fame. Che me ne dovrei fare d’un’altra preghiera?”
”Ma quale preghiera? Io ti offro d’esser Lui, l’Unto.”
Il poverello ristette indeciso, sicuro quasi che quello lo stesse prendendo pei fondelli. Poi, sorridendo, si decise a parlare: “Coi pochi dinari che mi porto dietro mai potrei soddisfare le bocche che ho sulla gobba. Un pane potrei forse comprare, ma non basterebbe. Dunque tieni i miei dinari. Un affare peggiore di questo non lo potrei fare!”
“E che lo fai a fare?”, ribatté l’ometto simile a spiritello.
“Che altro dovrei fare? Affamare i figli che son carne della mia carne con un solo pane, che mai potrà dar luogo a solide feci? Meglio è che dica loro d’esser stato derubato lungo la strada, così almeno potranno godere della santità d’un peto!”
“Ah, quale ironia! Ma l’affare è ormai fatto.” E così dicendo, lo spiritello quasi gli strappò dalla destra mano la scarsella.
Sulla strada del ritorno, il povero padre di famiglia sudava freddo: non era stato un affare, ma che altro avrebbe potuto fare?
Entrò in casa, a mani vuote. La moglie subito gli fu accanto, ma notando che nulla teneva fra le mani, abbassò lo sguardo vergognosa di lui, e si ritirò nella sua camera, ch’era la cucina vuota d’ogni mangereccio bene.
Quando fu sera, la famiglia tutta si riunì intorno al vuoto desco. Pregarono insieme. Il padre di famiglia tirò dabbasso un fiato, e non appena che fu fuori, fu anche il miracolo: il desco s’era riempito tutto di mille delizie degne di Lucullo, mille pesci e mille pani, tutti perfetti e freschi. Alzando la sinistra mano ne prese uno, un pesce, poi un pane, e a tutti ne porse con generosità.
E per il resto dei suoi giorni, il poverello da tutti fu apostrofato Lucullo.

Ebbe inizio per il poverello, ormai ex, periodo di grande risonanza, così tanta che persino il Papa s’interessò non poco a Lucullo, invitandolo in Vaticano perché gli baciasse le mani. Ma Lucullo era modesta persona che mai avrebbe potuto chinarsi davanti a sua Santità: nutriva sentimento che prostrarsi davanti al Santo Padre avrebbe significato sminuirne la grandezza! Le malelingue del tempo, nelle cronache, invece ci raccontano altra versione a proposito delle resistenze di Lucullo: sembrerebbe che non fosse troppo alto, di certo non un trampoliere, anche se faceva di tutto per sembrarlo attingendo a tristi artifizi, che usava mettere nei coturni. Si dice pure che l’altezza di Lucullo fosse tale che rasentava quella d’un nano appena, o quasi; tuttavia c’è chi assicura che la modesta altezza era (ri)compensata da un grande animo molto pompato! Nulla è la certezza circa le dimensioni reali di questo Lucullo, ma ci conforta sapere che, alla fine, per chissà quale improvvisa Provvidenza, l’animo di Lucullo si decise a far visita al Santo Padre; infatti Lucullo si disse disposto persino a baciargli mani e piedi. E se la Provvidenza l’avesse richiesto, un bacio sulla bocca non gl’avrebbe arrecato poi troppo disturbo, purché poi il Santo Padre munifico di Riconoscenza.
Tra porpore e ori infiniti, Lucullo, quasi timido, vestito di povertà e umiltà, si faceva strada in mezzo agli alti prelati e cardinali, che l’omaggiavano con un basso inchino. Il nostro eroe gittava sguardi a destra, solo a destra, dove la luce era più intensa e forte, là dove veniva filtrata da alte bifore poste proprio molto ma molto in alto ma grandi, tanto grandi, quasi fossero porte aperte sul Paradiso. Lucullo era affascinato da questa luce che si rifletteva negli occhi suoi e quasi non vedeva il Santo Padre che, un poco infastidito, attendeva sullo scranno che l’omarino gl’usasse cortesia di omaggiarlo con un inchino. Raccontano le cronache che Lucullo impiegò un’Eternità intera per percorrere la distanza che lo separava dal Papa. Finalmente, quando gli fu vicino, cogli occhi smaniosi e un cachinno stampato in faccia, senz’alcuna fatica, senza più alcuna resistenza o paura d’offendere il Pontefice col suo inchino, Lucullo l’omaggiò come si conviene: un inchino perfetto, che non mancò di produrre un’energica loffa dabbasso. Il Santo Padre gli sorrise benevolo, dandogli la sua benedizione et aggiungendo: “Tutta santità. Tutta salute!”
Dopo l’incontro, Lucullo tornò alla sua modesta Magione, che nell’intanto, dopo l’improvvisa fortuna capitatagli tra capo e collo quando proprio non se l’aspettava e solo disperava, era cresciuta fino ad assumere dimensioni sproporzionate, così tanto che per occuparla tutta, il generoso Lucullo pensò bene d’assumere tanta ma tanta manovalanza affinché si prendesse cura di tutte le stanze. Inutile sottolineare che la manovalanza era tutta presa da gente come lui, tra le fila di semplici contadini, perché Lucullo, nonostante avesse ormai consolidata fortuna da vendere e tesaurizzare, sempre amava discutere col popolino e convincersi che “contadini si è e contadini si rimane sempre nell’anima.” Peccato che l’anima, il nostro eroe Lucullo, l’avesse venduta allo spiritello. Peccato, già! Poi, quando qualcuno, miserrimo, veniva a trovarlo per dimandargli una pagliuzza o una mollichina perché potesse dar almeno un boccone alla famiglia affamata, con piena santità, Lucullo usava rispondere: “Chi prima muore meno soffre!” E così i questuanti erano messi tutti alla porta, ma felici di quel mondo prospettatogli, che doveva esser senza patema alcuno, e che presto li avrebbe tutti accolti.
Un giorno Lucullo venne preso da parte in un affare che non gli sonava affatto male: l’amico faccendiere ideologo filosofo mago cerusico matematico protomedico azzeccagarbugli, espertissimo in affari fini, Virgili, gli raccontò che in Sicilia si stava proprio bene e che per ‘na manciata di pochi dinari avrebbe potuto regalar alla famiglia una villa molto ma molto pompeiana. Dèh, Lucullo, per come gl’aveva prospettato l’affare l’amico Virgili, non poté non prestar orecchio, anche se un poco lo disturbava l’idea che in quell’isola ci fosse una strana organizzazione che si faceva nomar Cosa Nostra. Virgili, ch’era un ometto sapiente, sempre ben vestito all’ultima moda, ben rasato e cieco come una talpa, tosto stornò i pensieri storti dell’amico: “Ma no! Guarda, son tutte fandonie. Lasciatelo dire da me che ti voglio bene, come a un fratello! Tu ben sai che non sono persona all’asciutto né di dietrologia né di empatia, e ti dico, con fraterna gioia, che Cosa Nostra è tutta ‘na fesseria, che qualche villano s’è inventata per portar disturbo agli animi candidi come il tuo. Ma tu nulla hai da temere. Quella villa è gran pompa magna, e tua moglie – pensa a tua moglie! – quando gliela mostrerai, t’assicuro che non potrà far a meno d’innamorarsene.” Detti che furono questi convincimenti, Lucullo, che la moglie l’aveva un po’ tanto trascurata negl’ultimi anni, si prese più o meno bene: “Et allora, perché non l’hai presa tu ‘sta villa pompeiana in piena Sicilia?” E tosto giù, dabbasso, un energico fiato che si sparse per l’aere tutto. Virgili non si scompose neanche un capello, lo stesso non si può assicurare per il nostro Lucullo.
“E che diamine! Mica potevo farti uno sgarbo tanto grave. Tu, per me, sei il fratello che mai ho avuto.” E così dicendo si nettò una lagrima che gli pizzicava l’occhio, il destro a voler esser precisi per dover di cronaca.

Trascorsi che furono alcuni anni, Lucullo si trovò in quella terra imparentato con un po’ tutti, come c’è da aspettarsi in certi casi che accadono per colpa della Provvidenza, della Riconoscenza o di Cosa Nostra che dir si voglia. Nelle piazze dello Stivale s’erano cominciate a vedere certe statue! E tutte lo ritraevano imponente con l’indice puntato in alto, quasi a indicare l’orbe alto in cielo; ma più semplicemente la verità è che quel dito era indicazione che da quelle parti c’era un lupanare luculliano. Lucullo, sì, fece una gran fortuna: nel giro di pochi mesi tirò su catena d’amicizia ma anche di lupanari, così tanti che più d’una donna a lui si rivolse affinché gli trovasse occupazione per la vita intera.

Questo racconto è incluso in Morte all’alba di Iannozzi Giuseppe:

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Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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4 risposte a Lucullo, Poverello di Dio

  1. vany ha detto:

    Lucullo un ladro corrotto e indecente degli anni a.C. , la storia si ripete anche troppi nostri politici sono corrotti e ladri.
    Buona serata ♥ vany

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Brava, dolce Vany. Ci hai preso. Hai beccato il riferimento primo, ma era facile indovinare. 😉

    Ho voluto ri-raccontare la storia di Lucullo, in maniera boccaccesca e reinventata, per dire in fondo dei nostri tempi che diversi non sono da quelli di prima di Cristo.

    Domani avrai di che leggere. E vedrai che non ci sono solamente racconti un po’ “così e così”. Un assaggio l’hai avuto con Lucullo il poverello di Dio, già stasera. Ma aspettati tanti tanti racconti. Così impari. Racconti senza sesso. E’ così che io mi vendico. :-DDD

    BACIONI, DOLCISSIMA AGNELLINA MIA

    orsetto di VaNY

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  3. vany ha detto:

    😉 vany

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Piccolina, hai stampato tutto? Proprio tutto? Sei sicura? Guarda che quando torni ti interrogo. 😉 Sono proprio curioso di sapere i voti che mi darai questa volta. 😀

    E se non leggerai, sarò costretto a far come Lucullo e risponderti: "Non sai forse che stasera Lucullo cena con il suo miglior amico Lucullo?" :-DDD

    SMAAACKKK

    orsetto di VaNY

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