Frank and Stein. Il potere logora

Frank and Stein. Il potere logora

di Iannozzi Giuseppe

Il potere logora… Ma è meglio non perderlo
Giulio Andreotti

ATTO UNICO, DIALOGO UNICO, DUE PERSONAGGI E UN AMBIENTE

Ambiente: un tavolino e due sedie. Nient’altro. Il sipario è rosso.

FRANK: Dunque tu vorresti…

STEIN: Se solo potessi!

FRANK: …la vita che non sei stato capace di vivere. O dell’altro? Perché se fosse vero che non ti sai accontentare, allora sarebbe tutto un altro discorso.

STEIN: Forse voglio quella vita che non ho saputo vivere al massimo, e un di più. Sì, è un altro discorso, più ampio.

FRANK: Ricominciare da zero ma con tutti gli assi già serviti. Ecco, questo vorresti. (parlando con tono poco convinto) Non è possibile.

STEIN: Lei è un uomo di potere.

FRANK: Lo sono. Ma non sono un Dottor Frankenstein!

STEIN: Le sto chiedendo io di farmi diventare la sua creatura.

FRANK: O mio figlio. (una pausa) E’ diverso.

STEIN: Non farebbe differenza, non per Lei.

FRANK: Questo lo dici tu, incosciente. Un figlio è una responsabilità grossa pure per me. I figli logorano i padri e il potere che hanno. Ma…

STEIN: (con un filo di voce ma speranzosa) Allora non c’è speranza…

FRANK: Non ho detto questo. Ma devi capire che ci sono delle regole da rispettare.

STEIN: Quali?

FRANK: Ricordi Lolita?

STEIN: Ed allora? Che c’entra?

FRANK: (con voce dura) Racconta!

STEIN: E’ un fatto marginale.

FRANK: Marginale se lo decido io.

STEIN: Ma…

FRANK: (adesso, nervoso) Racconta!

STEIN: Non c’è molto da dire.

FRANK: Giudicherò io anche questo. (pausa) Pazienza, santa pazienza! Quanta, quanta ce ne vuole?

STEIN: Non saprei…

FRANK: Non te l’ho mica chiesto. (indispettito) Non facciamo questa una commedia degli equivoci.

STEIN: Quali?

FRANK: (rubicondo di rabbia) Dacci un taglio, subito! O sarà la corda a farti da cravatta.

STEIN: (deglutendo amaramente, biascicando) Okkeiii.

FRANK: Sono tutto orecchi.

STEIN: (quasi ghignando divertito, fissando le orecchie a sventola di Frank) Sì, è vero: lo vedo da me.

FRANK: (fingendo indifferenza) Avanti!

STEIN: Da Lei, mica me lo sarei aspettato che tirasse in ballo i socialisti!

FRANK: Ma quali socialisti! (adirato) Cafone, cafone che non sei altro. Ecco che cosa sei. Mica tu lo sai che c’è stato pure Mussolini a tirarlo avanti, l’Avanti!

STEIN: Io sapevo che era la compagna Angelica Balabanoff a fare per conto del Mussolini socialista.

FRANK: Comunque sia… Sputa fuori il rospo!

STEIN: Quale!

FRANK: (livido di rabbia) Lolita!

STEIN: (arrossendo) Ah! Be’, non c’è molto da dire. Davvero. (sospirando) Però è una storia interessante. O almeno io credevo che lo fosse. Ma erano altri tempi. Cioè, io ero giovane. E Lei sa, quando si è giovani non si sa bene mai niente anche se si crede di sapere bene tutto. (sospirando ancora) Ad ogni modo, che dire? Fui in mezzo all’amore, prima che potessi dirmi fuori. Non è che l’amassi. Non completamente comunque. Ecco: bene sottolineare. No, non l’amavo. Mica potevo! Però con Lolita ci stavo e bene anche. Faceva tutto per me. No, forse ero io che facevo tutto per quella femmina. (fissando nelle palle degli occhi il suo interlocutore, Frank) Lei era giovane, molto, assai. Ecco, è questo che mi piaceva. Era in mio potere: se amava, dipendeva da me, in tutto e per tutto.

FRANK: (interessato, ma non troppo) Sì, ed allora? Niente di nuovo fin qui.

STEIN: (quasi offeso) Era mia, completamente. Era avere il potere in mano…

FRANK: (interrompendolo) Nessuno ha il potere in mano, non quando c’è di mezzo una donna. Anche se giovane, più di te, è sempre la femmina a tenere per le palle l’uomo. E non importa quanto grande sia o si possa considerare… (tossendo) Niente, niente in mano. Ecco la verità nuda.

STEIN: (deglutendo) Forse ha ragione Lei.

FRANK: Io ho ragione. Senza il forse.

STEIN: (accondiscendente) Come vuole Lei.

FRANK: Prosegui.

STEIN: Be’, non c’è altro che meriti attenzione.

FRANK: Tutto qui?

STEIN: Sì.

FRANK: La morale: ti illudevi d’averla in tuo potere, ma era Lolita a tenerti per le palle. Un classico.

STEIN: Ecco! Adesso capisce perché voglio ricominciare daccapo.

FRANK: Non vuoi solo una vita nuova. Vuoi anche dell’altro. (con una punta di amarezza) Il potere che non hai saputo trattenere quando ti ha accarezzato con i suoi occhi gialli da coyote. (sogghignando) Sei stato semplicemente un Willie Coyote. Non lo trovi buffo?

STEIN: (offeso ma accomodante) Sì, buffo. (dando un colpo di tosse breve e basso) Succede.

FRANK: Sì, succede. Eccome! (prendendo a cachinnare) Ma ora… ora dimmi di quel fatterello…

STEIN: (confuso) Quale fatterello? No… Non ricordo.

FRANK: Ma sì! Quello a teatro… Mica te lo sarai scordato! (continuando a cachinnare) Non puoi aver dimenticato, anche se l’elettroshock è stato bello forte. Sono cose che non si dimenticano tanto facilmente. Non da un giorno all’altro. O da una vita a… (s’interrompe)

STEIN: Ah… Quello! Pensavo fosse acqua passata. Ed invece! (abbozzando un sorriso amaro) Devo proprio?

FRANK: (prendendo a cantare in falsetto) Yes, there were times, I’m sure you knew/ When I bit off more than I could chew/ But through it all, when there was doubt/ I ate it up and spit it out/ I faced it all and I stood tall/ And did it my way *

STEIN: (isterico) Ma quello era colla mafia!

FRANK: Chi?

STEIN: Come chi? Frank era colla mafia.

FRANK: (livido di rabbia, con voce nervosa) Osi forse…

STEIN: Non sia mai. (impallidendo di vergogna e paura) Mi riferivo alla Voce. Solo alla Voce.

FRANK: Alla mia voce?

STEIN: (sempre più pallido) No… no… Ci dev’esser stato un bisticcio…

FRANK: …che si concluderà con un sorriso da orecchio ad orecchio.

STEIN: (sorridendo suo malgrado) Sinatra, Frank… Era La Voce. The Voice.

FRANK: Che insinui?

STEIN: (portando avanti le mani) Niente, assolutamente niente. (grattandosi il capo, confuso) Dicevo tanto per dire… è che ho perso il filo del discorso.

FRANK: (squadernando un finto sorriso paterno) Ti capisco. E’ facile perdere la via giusta. (facendosi serio, volto scolpito nella pietra) Ora, dimmi tutto, quella volta a teatro.

STEIN: (deglutendo) Sì, certo. E’ chiaro, cioè… dovrebbe esserlo. I Drughi. Latte rinforzato. Mi tocca d’arrovellarmi il gulliver. **

FRANK: (minaccioso ed ironico) Quello che fai col tuo gulliver non è affar mio. Ma vedi di parlare come Dio comanda.

STEIN: (costernato) E’ una parola parlare come Dio comanda, almeno qui. (riflettendo) Non è che l’arredamento aiuti molto.

FRANK: Tu non ti sai accontentare… (seccato) Parla, prima che te la tiri con le pinze quella linguaccia biforcuta.

STEIN: (inghiottendo saliva, accarezzandosi il pomo d’Adamo) Si era coi Drughi a far un po’ di… sì, di baldoria. Quello abbandonato, dove… be’, eravamo lì ad irrobustirci. Poi sono arrivati quelli a rompere le uova nel paniere. Che potevamo mai fare? Ci siamo appiccicati. Le abbiamo prese, ma non ci siamo fatti metter sotto. Noi un po’ pesti, ma quelli… peggio di noi, colla coda fra le gambe… hanno battuto in ritirata. E noi siamo rimasti, e c’era un angelo sul palco… ali di cartapesta… ma il sorriso, quello pareva divino. Non lo potevamo sopportare. (una pausa) S’è fatto l’inferno. Ecco, è tutto.

FRANK: (sogghignando) L’Inferno, quello lo faccio io. (una breve pausa) E’ chiaro?

STEIN: (intimorito) Sì, sì… intendevo dire che…

FRANK: (perentorio) Non aggiungere altro. (una pausa lunga e silenziosa, poi Frank porge a Stein un bicchiere di latte) Bevi!

STEIN: (prendendo il bicchiere) Prosit.

FRANK: Questo è il latte del Serpente.

STEIN: Lo immaginavo. E’ spuntato dal nulla.

FRANK: (puntando gli occhi sul tavolino) Questo tavolo è piccolo, barcollante. Come la vita.

STEIN: (bevendo) Uhm!

FRANK: (beve il bicchiere di latte, tutto d’un fiato) E’ ora di fare i conti.

STEIN: (con aria grave) Immagino di sì.

FRANK: (poggiando le mani sul tavolino) Dunque tu vorresti ricominciare da zero ma con tutti gli assi già serviti.

STEIN: E’ la mia idea.

FRANK: Ed io dovrei farti da padre.

STEIN: E’ una responsabilità grande, lo capisco, almeno credo. La mia gratitudine…

FRANK: …sarebbe grande. E secondo te basterebbe a…

STEIN: (interrompendolo) Io sarei al suo comando e…

FRANK: (contrariato) Non interrompermi mai mentre sto parlando. Un bravo figlio non lo farebbe mai.

STEIN: (mortificato) Chiedo perdono.

FRANK: (sempre contrariato) Un figlio che si rispetti non chiede mai scusa, neanche al padre.

STEIN: Neanche al padre. Certamente. E’ giusto.

FRANK: (alzandosi in piedi, facendo cadere il tavolino) Sei pronto a seguirmi?

STEIN: (alzandosi a sua volta) E dove?

FRANK: Domande, sempre domande. Sei già dove dovresti essere. E’ abbastanza, mi pare.

STEIN: (confuso) Ma allora, dove?

FRANK: Questo è solo un angolo. Ce n’è di più.

STEIN: (sempre più confuso, incredulo) Sì…

FRANK: E’ qui.

STEIN: Chi?

FRANK: (senza badargli, o quasi) E’ qui, il giudizio. E’ sempre stato qui, una spada di Damocle.

STEIN: Ah!

FRANK: (prendendo a cantare in falsetto) I’ve loved, I’ve laughed and cried/ I’ve had my fill; my share of losing/ And now, as tears subside/ I find it all so amusing ***

STEIN: (ridendo ma nervoso) Ho fatto il passo più lungo della gamba…

FRANK: (ridendo ma sardonico) Ho fatto il passo più lungo della gamba, sempre. Ma il diavolo se lo può permettere…

FRANK: (improvvisamente commosso) Oh figlio! Sarai più d’un figlio.

STEIN: (incredulo) Figlio?!

FRANK: (abbracciando Stein) Sì, figlio. Più d’un figlio. Lascia che ti abbracci. Lascia che ti comprenda in me.

STEIN: Sono già nel suo abbraccio.

FRANK: (ignorando l’osservazione di Frank, commosso) Solo un Padre ama i suoi Figli più di sé stesso. Come sé stesso!

STEIN: (giubilante) Allora è vero: avrò un’altra vita e gli assi tutti nella manica.

FRANK: Pentole e coperchi.

STEIN: (cercando indarno di staccarsi dall’abbraccio di Frank) Perché ha cambiato idea?

FRANK: (lasciandolo libero, ma subito raccogliendo il volto di Stein nei palmi delle sue mani) I figli logorano i padri e il potere che hanno. (una pausa) Ma è più vero che il potere logora e si contraddice meglio quando si passa di padre in figlio! Diventa più forte. (E così dicendo, Frank bacia Stein sulla bocca. Indarno Stein cerca di resistergli.)

STEIN: (cadendo in ginocchio) Mi sento debole… tanto debole…

FRANK: (ridendo) Non temere. Ti ho solo assorbito in me.

STEIN: (con un filo di voce) Io muoio… muoio… un’altra volta… (rimane immobile a terra, senza più voce, con lo sguardo vuoto, senza vita)

FRANK: (allegro, cantando)

Ti ho fatto, ti ho fatto, alla mia maniera.
Alla mia maniera. Come me stesso.
Ti ho fatto, alla mia maniera, ti ho assorbito.
Più d’un figlio, più d’un figlio, alla mia maniera.
Alla mia maniera. Come me stesso.
Più di me stesso, ma alla mia maniera.
Più di me stesso, ma alla mia maniera…
Questo, questo è il Potere. Comprenderlo. Assorbirlo.
Alla mia maniera. Comprenderlo. Assorbirlo.
Alla mia maniera, Frank ha compreso Stein.
In the End, Frank And Stein.

Una risata infernale, quella di Frank and Stein, invade tutto lo spazio che c’è.

* My Way (Written by: Paul Anka, Claude Francois, Gilles Thibault, Jacques Revaux – 1969) – canzone manifesto di The Voice, Frank Sinatra
** Nel gergo dei Drughi, testa
*** Sempre da “My Way”

NO OT

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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4 risposte a Frank and Stein. Il potere logora

  1. cinzia stregaccia ha detto:

    non ho capito 😦
    cinzia

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  2. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Come non hai capito?
    In pratica: Frank e Stein sono l’uno di fronte all’altro, uno vecchio e corrotto e l’altro che invece vorrebbe essere corrotto, ovvero avere il Potere. Stein chiede a Frank che gli insegni i trucchi del mestiere, al che Frank gli dice che i figli sono un peso etc. etc. Alla fine acconsente, ma non per istruirlo: Frank assorbe letteralmente la giovinezza di Stein e la sua forza vitale. Frank ingloba Stein nel suo organismo, prendendogli gioventù ed anima. Frank è una sorta di Cronos, il dio che mangiava i suoi figli.

    E’ una rivisitazione in chiave moderna del mito di Cronos, in una chiave un po’ tanto alla Mary Shelley. Non hai notato che Frank and Stein, se pronunciati i loro nomi di seguito danno “Frankenstein”?

    Se non ricordi più il mito di Cronos che divorava i figli per paura che la profezia si avverasse e nascesse un figlio capace di spodestarlo dallo scranno, eccoti qui servita con una bella scheda su Wikipedia:

    http://it.wikipedia.org/wiki/Crono

    Povera la mia Stregaccia, non capisce. 😀

    beppaccio

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  3. cinzia stregaccia ha detto:

    o porca miseria !!!!! ho la mente tanto piena che non c’è più posto….hai ragione..dovevo arrivarci :((((
    cinzia
    p.s. cosa vuoi ti dica che è bellissimo? scordatelo ;)))))))))

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  4. Iannozzi Giuseppe ha detto:

    Avresti dovuto arrivarci, sì, perché era davvero molto molto semplice.

    Uffa, mai un complimento da te, Stregaccia. 🙂

    beppaccio

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