Rossa Rosa di Russia

Rossa Rosa di Russia

prosa poetica

di Iannozzi Giuseppe

“Condizione fondamentale di questo successo è stato, naturalmente, il fatto che la classe operaia, il cui fior fiore ha creato la socialdemocrazia, si distingue, grazie a cause economiche oggettive, da tutte le classi della società capitalistica per la sua maggiore attitudine all’organizzazione. Senza questa condizione l’organizzazione dei rivoluzionari di professione sarebbe stata un giocattolo, un’avventura, una vacua insegna, e l’opuscolo Che fare? sottolinea ripetutamente che solo quando esiste ‘una classe veramente rivoluzionaria che spontaneamente si leva alla lotta’ ha un senso l’organizzazione che esso propugna.”
da “Che fare?” – (Vladimir Ilic Uianov) Lenin

1° TEMPO

Si muore sulla schiena
adagiati. O di schiena. O di spalle.
Per la morte, fa lo stesso.

Si muore in piedi o distesi. Fa lo stesso, per la morte.
Si muore in mille modi. Fa lo stesso, sempre.
Si vive in mille modi. Fa lo stesso. E’ morire, comunque.

Soffia il vento, selvaggio, mormora
un suicidio per questa carnale Rossa Rosa
venuta dalla fredda Russia, chinando il freddo biondo
del suo regale capo al tempo infelice; dice che lo Zar è pazzo,
che il samovar fuma troppo e che la vita
s’è gittata addosso all’aria per darsi corpo
e mortificarsi nella terra.

L’ho accolta in casa ch’era ancora bambina:
giorno dopo giorno cresceva e più rossa si faceva,
mai pallore la sfiorava e le mani tosto impararono
a giocare la sapienza della musica; da una piaga di violino
partorì l’incanto, e fu gioia per la vecchiaia
che s’apprestava ratta a mostrarsi nell’animo mio.
Un giorno se ne partì via perché la Russia, la Grande Madre Rossa,
reclamava la sua presenza: fu quiete e solitudine immensa
saperla lontana. Ma l’aspettai in eterno: e l’Eternità tornò
ammantata di biondo e pazze parole d’oro, che m’indicarono
dove il posto giusto d’un’assonanza, che avevo a lungo studiata,
ma che in testa proprio non mi voleva entrare. E lei prese
le mie stanche mani incartapecorite e le congelò in un bacio,
subito dopo sussurrandomi di essere giovane come la vergine neve
che il mondo invade nelle altezze impossibili ai mortali.
E fui giovane. E fui Zar d’una vastità che mi spaventò.
S’elesse mia regina e nel suo glaciale letto mi condannò:
così ci amammo dando vita ad oscuri sogni
che solo l’Ebreo Errante* sa.
Mi mostrò, un giorno, l’Ebreo che i sogni sono stagno
dove riposano le Rose e le carni di noi tutti; panico m’ebbe tosto d’appresso,
ma più non potevo stornare la verità che m’invitava a godere la sua nudità.
E fui così dove mi spinse il Dèmone. Mirai profondità come impossibili alture
affogando l’anima tutta in esse: e lì, c’era un volto ceruleo di donna, bianco,
ma la morte non l’aveva sfatto e le gote erano riconoscibili petali di rose.
Tosto nell’aere rarefatto si diffusero le note di Sergei Rachmaninov,
Die Toteninsel**, e seppi ciò che nessuno mai dovrebbe provare: l’assonanza,
che tempo addietro non sapevo, mi venne e mi sprofondò in mortale orrore.
Fuggendo pazzo, presi la strada che avrebbe dovuto portarmi lontano;
ma più correvo, più nuotavo sul fondo di quel maledetto stagno,
scoprendo che mille pallide rose giacevano commosse dal mio affogato fiato,
mostruoso nodo dalla gola ai polmoni. E tutte avevano Rosse labbra
che m’invitavano perché cogliessi la loro carnalità con bacio rosso di passione,
affinché le labbra potessero espandere il rossore sulle gote, sui petali tutti.

Ma tu guarda che bel tempo,
che innocua commozione!
Tra ricordi e illusioni,
si è tutti uguali, consumati
nel tempo che non ritornerà.

INTERMEZZO

Ecco, gli inchini che vengono
e vanno, e vanno, e vanno;
poi si fanno inganno
curando di tenere bene il vento
che, dalla bocca al culo, è canto,
solito danno.

Alla fiera della crudeltà sono caduti:
uomini-saponette scivolavano via.
La fortuna s’è fatta eterna sera.

E i carnefici a prodigarsi in aiuti:
mai rapida morte o finta gioia
sui volti disfatti magri come cera.

2° TEMPO

Ed arrivò il gennaio del Millenovecentocinque: manifestazione di protesta,
centomila operai e contadini guidati dal pope Gapon
sulla piazza di Pietroburgo: “Nicola il sanguinario”, dissero.
Era la “Domenica Insanguinata”.
In un bagno d’avorio, immobile affogavo il corpo nelle bolle di sapone,
mentre fuori echeggiava “Trionfi la dittatura del proletariato!”
Rossa Rosa di Russia, che fare? Mi dicesti che il nome dei Romanov
sarebbe stato sterminato nonostante avessi concesso il “Manifesto d’Ottobre”,
che la famiglia tutta sarebbe stata sterminata.
E io lo sapevo che fare? Avevo visto
le Rose affogate nello stagno. Io, sapevo.
E lei venne, la mia Rossa Rosa, a baciarmi mentre nel sapone affogavo;
la bocca sua condusse sulla mia e la lingua penetrò fino ai precordi più oscuri
dell’essere mio; quasi un’ipnosi fu quel bacio, un incubo di tremenda dolcezza,
di tremendo orrore: rividi, di nuovo, quelle immagini assillanti
che già l’Ebreo Errante m’aveva mostrate.
E sentii di nuovo le note di Die Toteninsel,
l’ipnotica musica di Rachmaninov lamentosa, lamentosa, lamentosa.

EPILOGO

Si muore sulla schiena
adagiati. O di schiena. O di spalle.
Per la morte, fa lo stesso.

Si muore in piedi o distesi. Fa lo stesso, per la morte.
Si muore in mille modi. Fa lo stesso, sempre.
Si vive in mille modi. Fa lo stesso. E’ morire, comunque.

Ma tu guarda che bel tempo,
che innocua commozione!
Tra ricordi e illusioni,
si è tutti uguali, consumati
nel tempo che non ritornerà.

Soffia il vento, selvaggio, mormora
un suicidio per questa carnale Rossa Rosa
venuta dalla fredda Russia, chinando il freddo biondo
del suo regale capo al tempo infelice; dice che lo Zar è pazzo,
che il samovar fuma troppo e che la vita
s’è gittata addosso all’aria per darsi corpo
e mortificarsi nella terra.

Soffia il vento, soffia l’amore, soffia la Rossa Rosa,
dove non c’è il sorriso di Dio ma la rabbia solamente.***

* Quello che io indico fantasiosamente “Ebreo Errante” potrebbe essere in realtà identificato con Grigorij Efimovic Novykh detto “Rasputin”: Rasputin fu ammesso alla corte imperiale di Nicola II con il favore della zarina Alexandra Fiodorovna, che sperava nel “Mad Monk” affinché guarisse il figlio emofiliaco, Alessio.
NO OT** Sergei Rachmaninov trasse ispirazione dal dipinto di Arnold Böcklin, “The Isle of the Dead”, per il suo poema sinfonico Op. 29 per orchestra. Dopo la rivoluzione di Ottobre del 1917, Rachmaninoff trovò in Russia l’atmosfera insopportabile: durante quel nero periodo scrisse: “Ogni cosa intorno mi rende impossibile lavorare e ho paura di diventare apatico”.
*** I fatti realmente accaduti e narrati in “Rossa Rosa di Russia” non sono disposti in ordine cronologico, e spesse volte sono puro frutto dell’immaginazione dell’Autore; e quando non sono pura immaginazione, sono stati costretti a necessità meramente espressive e/o narrative.

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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