Riflessioni prostituite alla moderna editoria. Tra marchettari e sédicenti editori e scrittori

Riflessioni prostituite alla moderna editoria
Tra marchettari e sédicenti editori e scrittori

di Iannozzi Giuseppe

Editoria moderna: A che serve pubblicare per un risultato che alla scrittura non porta alcunché? A niente. E’ un po’ come essere uno sceriffo e come tale vestito, ma senza la pistola e il distintivo, senza esser stato eletto sceriffo dalla Legge, forse solo pagliaccio.

Si scrive per i posteri, e se non se ne è capaci, tanto vale appendere la penna al chiodo. Io penso che chi scrive dovrebbe scrivere pensando a lasciare di sé qualche traccia indelebile, utile ai posteri; se scrive e si fa accettare solo dal suo tempo storico è un andare incontro alla moda del proprio tempo per rimanerci seppellito. Un lavoro inutile.
Scrivere bene oggi per pubblicare oggi, ma scrivere anche per essere nel domani. Chiunque scriva e abbia un minimo di testa si rende conto se sta scrivendo per essere letto dai soli contemporanei o se il suo lavoro è destinato a lasciare una qualche traccia. Non dipende dai posteri eleggere le opere immortali, non solo: dipende soprattutto da chi oggi scrive, se scrive con il solo e unico scopo di farsi pubblicare o se invece scrive perché veramente artista al di là delle mode temporanee. Non parlo di essere “riscoperti”, per essere postumi; ma moltissimi sono quegli scrittori riscoperti postumi, ahinoi. Però questo a noi oggi non ce li rende meno grandi. Il tempo presente spesso non merita gli artisti che gli dà. L’Arte rimane l’Arte. Lo scribacchino rimane lo scribacchino, qualcuno che è destinato a morire e ad esaurirsi nella sua tomba. A me il pensiero di esaurirmi nella tomba fa rabbrividire: indovinate un po’ perché? Perché con meno rotture di coglioni avrei potuto fare un qualsiasi altro mestiere e non lo scrittore, e vivere così una vita più completa e ricca, di affetti e di possibilità e di ricchezza. Ma io non sono uno scrittore; ciò nonostante ho in orrore gli scribacchini.

Uno scrittore sa che cosa scrive e come lo scrive e che qualità ha il suo lavoro. Se oggi una mezzacalzetta crede d’essere la reincarnazione di Shakespeare, io gli consiglierei il manicomio; e uguale consiglio per chi crede d’essere Dumas o di lavorare allo stesso modo. Ma tra Dumas padre e Dumas figlio corre un abisso, perché il secondo è mille volte superiore, anche se avesse scritto solamente “La signora delle camelie”.
Druznikov, autore di massima grandezza, in Italia pubblicato da Barbera editore, grazie a Dio, negli ultimissimi anni ha avuto un po’ di visibilità. Per nostra fortuna non c’è solo Andrea Camilleri o Umberto Eco. Negli anni 70, Eco disse di Solzenicyn che era una mezzacalzetta, uno che aspirava ad essere un nuovo Dostojevski senza averne le capacità. Prese un abbaglio della madonna. Classica figura di merda. Per me, i veri scrittori sono Dostojevski e Moravia, Nikos Kazantzakis e Solzenicyn, Doris Lessing e Ursula LeGuin, Ernesto Sabato e José Saramago, D’Annunzio e Malaparte, Hemingway e Faulkner; non ho pregiudizi sul genere trattato, anche se prediligo il mainstream, perché gli scrittori di genere perlopiù sono ignoranti nello stile, completamente. Se mi perdo Dumas padre, me ne frega un fico secco.
La critica letteraria, soprattutto quella di oggi, fatta di dorrichismi e wuminghismi, mi fa solo stomacare e mi fa pensare che or come ora la cultura in Italia è messa peggio dell’Alitalia.
Io sono per l’Opera d’Arte. Lo scrittore trombone è per me colui che pensa che la pubblicazione gli sia dovuta (per diritto) per il solo fatto che ha stuprato la carta igienica posandoci sopra il suo deretano sporco di merda, e davvero non basta che alcuni pubblichino le loro insulsaggini su carta riciclata per assolverli.

Non esistono criteri assoluti né giudizi di valore assoluti – quest’ultimi li lascio a Giulio Mozzi, che non ama “Il Gattopardo” e la cui più alta critica che riesce a formulare è “Il Gattopardo è un brutto libro”.

Esiste una critica che è un saper dire “questo è un libro scritto bene, questo invece no”; lo diceva già Oscar Wilde nel suo saggio “Il critico come artista”.

Si può rimanere radicati alla vetustà di Francesco De Sanctis o ai lipperismi, ai desiatismi e anche ai gargarismi, che poi sono sempre utili checché uno ne pensi; però è davvero un gran brutto modo di seppellirsi.

Oggi il mio giudizio su “Gomorra” non cambia d’una sola virgola. Anzi, cambia un pochetto: se ieri era una minestrina riscaldata, oggi con lo show che si sta sparando il Saviano nazionale su tv e carta stampata, “Gomorra” appare sempre più un brodino freddo con il dado. E’ più lagnoso d’una showgirl alle prime armi. Prima di pubblicare il libro “Gomorra”, Saviano si è fatto una pubblicità della madonna per le strade di Napoli facendo lo sbruffone, facendo lo sceriffo che sfidava la Camorra perché lui mica aveva paura. Gli pubblicano il libro, in Mondadori; e la marmaglia boccalona “ohhh…”; Saviano viene minacciato, si accompagna al guerrafondaio inFausto Bertinotti tanto per citare un personaggino bello bello che ha fatto fuori la sinistra italiana in un battibaleno; e una volta minacciato finisce sotto scorta e piagnucola peggio d’una donnetta. Mon Dieu! Mi spiace un mondo che l’abbiano minacciato di morte, in tal senso tutta la mia solidarietà; che però non deve essere scambiata per stupidità del sottoscritto, perché la solidarietà è verso la vita di Saviano, non verso “Gomorra” che è un brodino freddo, di dado; adesso Saviano si lamenta in ogni dove, peggio d’una showgirl palpeggiata dal suo impresario, e giù di “non posso scrivere”, “mi sento solo”. Oggi Saviano fa la vittima quando due anni or sono faceva lo sbruffone sulle copertine dell’Espresso, che gli mancava solo la stella di Walker Texas Ranger.
“Bassolino e la nuova camorra. Indagine sulla svendita di una città” di Luca Ferrari, 1997; “Camorra politica pentiti”, Barrese, 1994; “La camorra e i bambini. Un’indagine nel contesto scolastico napoletano”, Sestito Laura, 1997; e “Il potere della camorra”, Francesco Barbagallo: la lista degli autori che avevano già detto molto prima di Saviano è talmente lunga che c’è di che rabbrividire. A Saviano gli ha arriso un immeritatissimo successo. Momentaneo. Se Saviano la piantasse una buona volta di rompere gli zebedei, facendo la vittima che piagnucola, “Gomorra” non starebbe più in piedi manco con le stampelle. Chi ha lottato veramente contro la Camorra, contro la Mafia, Falcone, Dalla Chiesa, Borsellino: questi sono eroi senza aver mai piagnucolato anche quando soli, abbandonati da tutto e da tutti; loro sì che sono degli eroi, perché combattevano in maniera concreta la sporcizia italiana, non a parole, non con l’aria fritta.
Io oggi non leggo così tanti giudizi autorevoli per “Gomorra”, vedo invece dei nomi autorevoli che sono stati chiamati in causa per difendere la vita di Saviano. E in ciò sono pienamente d’accordo: se dei Nobel possono con la loro parola far sì che Saviano, almeno per il momento, scampi al mirino della Camorra, una simile azione la giustifico e l’approvo. Tuttavia non credo che “Gomorra” sia stato letto da tutti i Nobel. Forse neanche da uno. Semplicemente sono realista: solidarietà verso l’uomo che viene minacciato di morte, ma il suo lavoro è altra cosa.

Il problema precipuo è che oggi qui si fa un gran pasticciaccio mischiando artisti e ciabattini per poi spacciarli tutti per chissà quali incliti mostri delle Patrie Lettere. Alt! Diamoci una bella calmata: se l’intellighenzia italiana si è votata alla più bieca massificazione commerciale per cui ogni peperonata è messa sullo stesso piano de “La colonna infame”, allora forse è il caso di cominciare a pensare che c’è qualche cosa che non funziona ab imis.
Siamo affogati negli ismi, a partire dall’improbabilità della non-critica adoprata dalla Lipperini – comunque personaggio minore/generico della critica italiana – sino alle esagerazioni di D’Orrico. Ma il secondo ha il buon gusto di portare alle masse (al popolo) scrittori che perlomeno sono dei validi narratori, anche se non è quasi mai vero che siamo di fronte al più grande scrittore italiano vivente, altrimenti a quest’ora dovremmo accettare senza batter ciglio che Piperno, che Colombati, che Ongaro, ecc. ecc., sono tutti il migliore. C’è poi da dire che con Colombati la formula D’Orrico ha fatto più male che bene: così “Rio” rimane una delle tantissime pubblicazioni inutili che l’editoria ha promosso in maniera talmente sfacciata da far ridere persino i polli più polli. Di “Rio” possiamo dire che è un libro brutto e scritto male senza tema di smentita; e a poco vale che un D’Orrico ci dica di no, tanto più che oggi non credo affatto che tenterebbe anche solo d’alzare al cielo un ma per difenderlo, tranne nel caso il critico D’Orrico voglia farsi del male in maniera più che masochista. E D’Orrico non lo reputo uno scemo. Prendiamo ad esempio Evangelisti con “Il collare di fuoco” e “Il collare spezzato”: indarno ha tentato di scrivere un romanzo di respiro storico. E’ storico nei limiti del romanzo di genere, e neanche: i due libri sono talmente confusionari negli accadimenti descritti, che si può solo dire che Evangelisti non ha la statura dello scrittore mainstream. E forse neanche più quella di scrittore di genere, dopo “La luce di Orione”, un libraccio talmente splatter che è incredibile che sia stato pubblicato senza batter ciglio. In ogni caso oggi si pubblicano tantissimi libri, troppi e perlopiù perché di autori che in passato hanno piazzato qualche buon prodotto: si dovrebbe invece imparare a dire un secco “no” tanto a un Evangelisti che scrive di peni diabolici-angelicati grossi come il braccio d’un comune mortale, quanto a chi per la prima volta si presenta all’editore con un lavoro invalido.

Il problema è che in una Italia di marchettari, che l’editoria soffra gliene frega niente a nessuno, o comunque a pochi: si pubblica non per meritocrazia, ma per il nome e le conoscenze che uno c’ha.

NO OT

Informazioni su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe - giornalista, scrittore, critico letterario - racconti, poesie, recensioni, servizi editoriali. PUBBLICAZIONI; Il male peggiore. (Edizioni Il Foglio, 2017) Donne e parole (Edizioni il Foglio, 2017) Bukowski, racconta (Edizioni il Foglio, 2016) La lebbra (Edizioni Il Foglio, 2014) La cattiva strada (Cicorivolta, 2014) L'ultimo segreto di Nietzsche (Cicorivolta, 2013) Angeli caduti (Cicorivolta, 2012)
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