Foto album. “La cattiva strada” di Giuseppe Iannozzi in mano ai lettori

Foto album. “La cattiva strada” di Giuseppe Iannozzi in mano ai lettori

La cattiva strada - Giuseppe Iannozzi

La cattiva strada – Giuseppe Iannozzi

In questa foto Cinzia Paltenghi legge “La cattiva strada” di Giuseppe Iannozzi


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“La cattiva strada” di Giuseppe Iannozzi. Un breve estratto

“La cattiva strada” di Giuseppe Iannozzi. Un breve estratto


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Puoi leggere l’estratto del libro “La cattiva strada” anche sul blog di Giovanni Abbate, qui.

La cattiva strada - Giuseppe Iannozzi - Cicorivolta

La cattiva strada – Giuseppe Iannozzi – Cicorivolta

[…]

“Resta, resta figliolo! Non è tardi, non per te. Per me, forse sì. Dio è un pagliaccio con delle idee bizzarre, ma…”.
“Non mi chiami figliolo”, lo zittisco mentre esce dal confessionale.
E’ più vecchio di quanto immaginassi. Di sicuro ha superato l’ottantina e non ha affatto l’aria di uno che se la passi bene. Le rughe sul suo volto dicono più di mille parole.
“Non credi in Dio. Bene, non ci credere”, fa lui sereno trascinandosi fino all’altare, come uno al quale abbiano legato sulle spalle una croce di piombo.
Si mette assiso davanti all’altare, su un gradino di freddo marmo e trae un profondo respiro.
Lo raggiungo, seppur poco convinto che questo ometto possa essermi utile. E’ già un miracolo che si regga ancora in piedi. Sembra una vecchia scimmia. A ogni modo mi metto comodo pure io accanto a lui.
“Padre, lei si è mai chiesto chi ha creato Dio?”
“Dio esiste da sempre. E’ eterno.”
“Padre, questa è una stupidità e lei lo sa meglio di me.”
“Anche se lo fosse, be’, è la verità che noi conosciamo.”
“C’è un’altra verità ed io ho ucciso… forse ho ucciso qualcuno per conoscerla questa verità.”
“Sei un tipo difficile tu. Non riesco a seguirti, ma forse è colpa della vecchiaia.”
“Vuole ascoltarmi o no?”, sputo secco.
“Mi sono messo comodo apposta. Parla, parla pure. Sono abbastanza in là con gli anni per non dovermi preoccupare di quel che dirai.”
“Quand’è così! Non è una bella storia e non c’è il lieto fine. Nessuna storia che valga due soldi finisce come vorremmo.”
Lui sbuffa, un po’ divertito, un po’ rassegnato.
Non ho idea se ascolterà sul serio la mia storia, con il cuore e con l’anima, né oso immaginare quello che poi penserà al riguardo. Ho però bisogno di raccontare quella che è stata la mia vita. Il perché non lo so bene nemmeno io. Non mi pesa sulla coscienza niente di tutto quello che ho fatto. Per dirla in maniera spicciola, talvolta il bisogno è di parlare e basta, soprattutto quando la mente ha viaggiato più del corpo che la ospita.
Mi schiarisco la gola, dando due colpi di tosse che subito si fanno eco spandendosi al di là delle povere arcate della chiesa.
“Padre, questa non è una confessione”, ribadisco al prete che, adesso, mi guarda dritto negli occhi, più interessato di quanto non lo fosse all’inizio. “Come le ho accennato – forse, e lo sottolineo ben forte questo dannato forse – ho ucciso”. Faccio una breve pausa. Devo essere sicuro che lui non si limiti ad ascoltarmi con le orecchie soltanto, perché, innanzitutto, ho bisogno che ascolti con quell’anima in cui lui crede ed io invece no. Cado in contraddizione aspettandomi che questo pretino faccia della sua anima un vaso atto a raccogliere la cronaca, minuto per minuto, della mia vita? Non lo so, e, in tutta sincerità, me ne frega meno di niente.
Il prete mi invita a continuare, a sputare il rospo come si usa dire.
“D’accordo, hai ucciso, forse che sì forse che no. Ed è peccato, il più grande che un uomo possa commettere, indipendentemente dal fatto che esso nutra una sincera fede nei confronti di Dio o viceversa”, sentenzia, con un tono di voce ammaccato, quasi volesse lasciare a intendere che uccidere non è il più grave dei peccati.
E allora glielo dico secco: “Non un semplice uomo.”
Lui non capisce.
“Potrei esser stato io l’assassino di Cristo.”
Lui sorride, mentre sulla fronte di rughe gli si formano alcune gocce di sudore.
“E non parlo in senso figurato”, sottolineo.

[…]


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L’editore che lavora male pianga se stesso

L’editore che lavora male pianga se stesso

di Iannozzi Giuseppe

editoria

editoria

I lettori prendono i libri che trovano sui bancali. Se il libro non c’è, può essere anche di un grande editore e di un autore per così dire blasonato che tanto non si sprecano di cercarlo. Pigrizia? Forse. Colpa però è anche di molti librai. I librai non ci sono quasi più, quelli che ti consigliano un libro per la qualità e non per il marchio editoriale. Esistono invece catene librarie dove c’è quel che c’è esposto.

In moltissimi casi gli editori non hanno un rappresentante che presenti i libri dei piccoli o medi editori presso le librerie: questa è una tara pesantissima, per l’editore e per l’autore che suo malgrado ha pubblicato con un dato editore. Senza rappresentanti per le librerie, gli editori, per quanto di qualità, possono ottenere riscontri vicino alla zero presso le catene librarie.

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“La cattiva strada” di Giuseppe Iannozzi

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Malasanità e impunibilità. I medici sbagliano, il paziente muore

Malasanità e impunibilità

I medici sbagliano, il paziente muore

di Iannozzi Giuseppe

ospedale

Morire.
Si muore oggi, in maniera tragica. Assurda. Da un momento all’altro.
Si muore non ostante venga da più parti detto che il Sistema Sanitario italiano sia uno dei migliori al mondo. Ma il prezzo di questa supposta verità è che sempre più pazienti rendono l’anima a Dio proprio in quelle strutture sanitarie, che dovrebbero garantire al cittadino assistenza e cure. Reductio ad absurdum, più si va avanti e più facile è che si incorra in un grossolano errore di medici e paramedici. Non è difficile rendersi conto di questa tragica realtà: errori di valutazione da parte dei medici, ahinoi, sono all’ordine del giorno, errori che pare stiano diventando la regola. C’è da augurarsi che mai si debba ricorrere alle cure dei medici italiani, perché il serio rischio è di essere ospedalizzati per una banalità ed uscire poco dopo dall’ospedale in posizione orizzontale coperti soltanto da un triste lenzuolo bianco.

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Pino Mango stroncato da un infarto alla fine di un concerto per beneficenza

Pino Mango stroncato da un infarto alla fine di un concerto per beneficenza

di Iannozzi Giuseppe

Giuseppe Mango, accreditato come autore Pino Mango o più semplicemente Mango (Lagonegro, 6 novembre 1954 – Policoro, 7 dicembre 2014), cantautore, musicista e scrittore, ha saputo coniugare diverse sonorità, tra cui pop, rock, soul e world music, in una soluzione più unica che rara. Le sue canzoni sono state anche interpretate da interpreti stranieri come Leo Sayer, Hélène Ségara e Eleftheria Arvanitaki. Nel corso della sua carriera, l’artista ha anche collaborato con artisti del calibro di Scialpi, Andrea Mirò, Mogol, Lucio Dalla, Franco Battiato, Claudio Baglioni, Andrea Bocelli, Mietta, Patty Pravo, Mia Martini, e non solo.

Sulle prime note di “Oro”, uno dei suoi brani più famosi, Mango ha alzato il braccio destro, tenendo ancora il microfono in mano e si è scusato con il pubblico: “Scusate, non mi sento bene”. Subito dopo si è accasciato. Mango stava tenendo un concerto al Pala Ercole di Policoro (Matera). Il concerto per beneficenza intitolato “Solidarietà e integrazione: insieme costruiremo un mondo a colori” ha purtroppo visto la tragica fine di uno dei più raffinati cantautori italiani. Inutili sono stati i soccorsi per salvargli la vita. Pino Mango, che aveva appena compiuto 60 anni il 6 novembre scorso, è giunto in ospedale privo di vita.

Pino Mango

Pino Mango

Pino Mango – La rondine

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Ciliegina d’inverno. Poesie d’amor erotico di Iannozzi Giuseppe

Ciliegina d’inverno

di Iannozzi Giuseppe

Dita Von Teese

Ciliegina d’inverno

Se ti mordo
Se ti strappo le mutandine
con la sola forza dei denti
Se ti prendo e ti metto
subito a letto
Se ti faccio arrossire
Se ti faccio gridare “Al Paradiso!”
Se ti bacio e mai sono sazio
Ciliegina d’inverno, sappi che
è tutta colpa tua perché
con il tuo bel sederino
di brutto m’hai fatto allupare,
facendomi dimenticare di pregare
Sappi che è tua la colpa
se oggi rubo le elemosine in chiesa,
se prendo a schiaffi il prete
proprio nel giorno di festa del paese

E’ peccato o non lo è?
Non è che me ne freghi granché
A essere sincero a me mi frega
sol di ficcare la chiave nella topa
e segnare fuori “non disturbare”
E se ti sembra scurrile
sappi che l’amore è per chi lo vuole
e mai per chi piange
sulle camere chiuse della Dickinson
Per questo dico: “Stappiamo
questo champagne, diamoci sotto
col sesso a più non posso”

E’ peccato o non lo è?
Ti sto mangiando,
non vedo perché
dovrei pensarci ancor su
quando tu sei sotto di me
Ti sto amando, Ciliegina d’inverno
Ti sto amando
e son volate lontane le mutandine…
Volate lontano,
da un angelo senza ritegno
per l’eternità rubate!

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