La pasionaria comunista
Giuseppe Iannozzi

Angeli caduti
Beppe Iannozzi
Cicorivolta edizioni
ISBN 978-88- 97424-56-7
pagine: 230
© 2012
prezzo: € 13,00
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Quando si è giovani sbagliare è più forte di qualsiasi fede, politica e religiosa.
Sono passati parecchi anni. Non l’ho più rivista.
Stefania.
Non so più niente della pasionaria comunista.
Ricordo che non l’ho mai vista con una gonna addosso, sempre in jeans, anfibi e maglione a ogni stagione. O aveva solo quei capi di vestiario, o se ne aveva degli altri se li era fatti tutti uguali. Sotto Natale le regalai una sciarpa. La raccolse con una smorfia schifata sulle labbra, biasciò un grazie appena appena pigolato e mi fulminò con lo sguardo. Il giorno dopo vidi una sua amica con la sciarpa che le avevo regalato. Gliel’aveva data Stefania, perché potessi rendermi conto coi miei occhi che fine aveva fatto il mio stupido regalo.
Era stata Ste’ a presentarmi alla sede del Partito. Era la sua casa quella: MS fumate con rabbia, le opere complete di Lenin in russo – che nessuno sapeva -, poster strappati e mezzo accartocciati ai muri, ed ancora proclami, ciclostilati, brochure sul Partito e le sue finalità, roba così insomma. La sede del Partito si nascondeva in un vecchio condominio e prendeva tutt’e tre i piani. Dentro c’era il minimo, sedie di plastica e tavolacci in legno: l’illuminazione era affidata a poche luci attaccate al soffitto con il solo porta lampadine; le scale che portavano da un piano all’altro erano di pietra, scalini strettissimi, niente corrimano… uno era facile che ci rimettesse l’osso del collo a non stare più che attento.
siga, così io fui il solo a rimanere a bocca asciutta, guardato come un coglione da dietro pesanti spire di fumo. I più se la ridevano sotto i baffi, deliziati all’idea d’avermi fregato. Fu per loro la prima e ultima volta che mi rubarono una sigaretta. Le rare volte che Ste’ mi trascinò di peso al Partito ero senza siga – così dicevo -, né ne chiedevo in giro. Al Partito gli scrocconi mi guardavano storto, manco fossi un appestato un ladro un assassino.
Ste aveva letto un unico libro, “La ferita dei non amati”*: era convinta che i suoi avessero scopato e che lei era nata per puro sbaglio. Questa cosa la buttava giù di brutto. Pur non avendo nessuna prova a sostegno della sua tesi, lei si sentiva una non-amata e in quanto tale era sempre incazzata, sdegnosa, sboccata. Un maschiaccio. Con i ragazzi non ci sapeva fare. Non era una bellezza Ste, no di certo una di quelle sventole che mandano in orbita gli ormoni ai ventenni allupati, né una puttanella: molto più semplicemente un maschiaccio, piatta come una sogliola o quasi e il culo largo e grasso. Lei diceva che era una pera, per via della silhouette che le restituiva lo specchio. Quando iniziava a fare la vittima la lasciavo parlare a ruota libera, facendo finta di ascoltare i suoi piagnistei: non c’era davvero altro che potessi fare. A me mi schifava e mi stava bene così, per me era una amica e la sola idea di essere sopra o sotto di lei mi faceva stomacare.
Stefania era mia amica, ma già da una pezza il nostro rapporto stava andando a puttane, tutta colpa della passione politica: Ste era una comunista sfegatata, riversava tutto il suo amore nel Partito e guai a muovere una critica contro il comunismo. Una volta le avevo detto chiaro e tondo che Stalin era stato un assassino punto e basta; com’è prevedibile intuire Ste vide subito rosso e m’appioppò un destro, che ancor oggi me lo ricordo. Poi sbraitò che “Stalin era stato costretto dalle necessità storiche”. Ste aveva solo il Partito in cui credere, nient’altro. Quando s’imbarcava in qualche storia alla boia d’un giuda, il massimo che un ragazzo si faceva fare da lei era un pompino con l’ingoio, poi non ne voleva più che sapere. Ste era vergine. Non era mai stata scopata nella figa. Di tanto in tanto dei ragazzacci o dei vecchi attempati se la fottevano in bocca punto e basta.
A Ste’ non andava giù che fumassi, non nella sua scassata Cinquecento rossa. Però alla fine mi lasciava fumare la mia cazzo di sigaretta… A Ste’ il fumo non andava proprio giù, per me faceva una eccezione: “Fuma pure, per te faccio una eccezione… ma non faccio fumare mai nessuno nella mia cazzo di macchina”. Giù al Partito si mischiava con tutti, o perlomeno ci provava: il fumo non le dava più fastidio allora. Lo stanzone era peggio d’una fumeria d’oppio, ma alla pasionaria stava bene perché c’erano i suoi compagni. A me mi aveva costretto a farla la tessera, con l’inganno. Una volta mi aveva portato giù al Partito dicendomi che anche se non ero tesserato non faceva nulla. Di lei mi fidavo. Messo piede lì dentro fui aggredito, con risate e pacche sulle spalle. Fu così che mi schiaffarono la tessera del Partito Comunista dritta su per il culo. Odiai Ste’ per quel colpo gobbo. Glielo dissi in faccia che la odiavo. Lei se ne sbatteva, rideva divertita.
Tullio era il Re degli scrocconi. A ogni ora con la sigaretta in bocca, era sempre a elemosinare fuoco e tabacco. Non aveva alcun ritegno. Anche i leninisti più sfegatati lo guardavano brutto, ma lo tolleravano per via della sua altezza: Tullio era un mezzo uomo, nemmeno un metro e cinquanta, e per certe caratteristiche fisiche lo si sarebbe potuto scambiare tranquillamente per un nano bell’e fatto. Veneto, laureato in lettere moderne, non faceva altro che scorazzare lungo i corridoi del Partito, rotolando giù per le scale, arrampicandosi su tavoli e sedie, cadendo di pancia spesse volte: era uno spirito irrequieto, sempre sudato, con il vizio di rassettarsi i pochi capelli che gl’erano rimasti appiccicati in testa. Dalle sue labbra sottili o uscivano larghe spire di fumo o scempiaggini teologiche: convinto dell’esistenza di Dio, andava rompendo i coglioni a tutti declamando che Dio non aveva tempo da perdere per cui non s’impicciava degli affari umani, anche perché se fosse stato costretto a buttar un occhio giù dabbasso, poco ma sicuro che non l’avrebbe tollerato. Per Tullio Dio evitava di occuparsi dell’uomo e dei suoi pasticci, altrimenti sarebbe stato costretto a distruggere la sua Opera. L’Amore di Dio si manifestava dunque in una pacifica indifferenza, lasciando che Bene e Male seminassero casini a destra e a manca. Attaccare bottone con Tullio era un errore fatale: nel giro d’una mezz’ora dilapidava sigarette e cerini, il suo sangue era un fiume in piena di nicotina e catrame con solo qualche agonizzante bollicina di ossigeno. Per quanto piccolo di statura, aveva dei mantici al posto dei polmoni: sulla cinquantina, quando ebbi la sfortuna di trovarmelo fra i piedi si batteva il petto con il pugno, ma dalla strozza saliva su soltanto un colpetto di tosse secca e basta. I compagni erano convinti che Tullio non fosse del tutto umano; e non è da escludere a priori che in quel corpo vergognoso abitasse uno spirito maligno.
Anche Ste’ è rimasta vittima del nano, della sua oscenità: è stato il rapporto più lungo che abbia mai avuto con un uomo, e forse Tullio l’avrebbe anche penetrata non fosse stato che Ste’ intendeva essere sverginata nella figa e non nel culo. La loro relazione finì per questo motivo e soltanto per questo: al nano piaceva ficcarglielo nell’ano alle donne. Della figa invece non aveva una grande opinione. Era un sadiano convinto.
Ste’ aveva il vizio di far la pipì contro le macchine di grossa cilindrata. Le piaceva da pazzi. A tarda notte s’accucciava come un cagna dietro a una Bravo o un Suzuki e la faceva. Era il suo modo tutto personale di schifare i ricchi, che per lei erano tutti dei fottuti capitalisti. Avevo tentato di spiegarle che se uno ha una Volkswagen non è per forza ricco, ma lei mi mandò al diavolo sostenendo che le auto prese a rate sono, e giù blabla a non finire.
Ogni volta era la solita vecchia storia, Ste’ cominciava a bestemmiare contro il padroni: in quella scassata Cinquecento rossa era una lamentazione continua, lei la non amata senza il becco d’una Lira, porci i suoi vecchi e al diavolo la Chiesa: una volta esauriti i luoghi comuni, attaccava che non c’era benza… a questo punto le dicevo di portarsi al primo benzinaio. Tacendo entrambi si arrivava alla prima pompa di benzina, le schiaffavo allora in mano un deca o anche due e le dicevo di dare da bere al vecchio catorcio. Lei faceva finta di voler replicare qualcosa, poi faceva il pieno soddisfatta come una pasqua.
Si era vicini all’ennesima Festa dell’Unità e giù al Partito era tutto un fermento. Un tipaccio vicino ai quaranta, faccia butterata peggio che se avesse avuto il vaiolo, capelli lunghi neri spettinati e oleosi, prese la parola. Tutti tacquero, manco avessero avuto davanti Gesù Cristo. Giulio comandò che per la festa bisognava dare tutti una mano; che si dovevano tirar su i bancali e che poi qualcuno si doveva far carico di gestirli per tutta la durata della festa; che i soldi erano pochi, anzi che non ce n’erano affatto per cui chi voleva poteva dare il suo contributo; che bisognava fare presto e che nessuno si sognasse di rubare, di bere un bicchiere di birra, e che se voleva proprio bere doveva mettere in cassa la mille Lire; e ancora che chi si sarebbe occupato delle bancarelle doveva farlo con impegno e serietà, per tutto il tempo, perché si doveva fare bella figura e forse sarebbe passato anche Fausto. Nessuno disse niente, solo io scossi la testa. Giulio mi puntò subito.
“Che c’è?”, sbottò.
“C’è che è una puttanata che chi si occupa delle bancarelle alla Festa deve sganciare per bere”.
“Si è tutti uguali, compagno…”.
“No, non tutti.”
Giulio tossì minaccioso: “Che intendi…?”
“Quello che ho detto… che non è giusto… chi lavora lo fa gratis, nessuno qui ha un cazzo di lavoro pagato e però deve pagarsi pure una birra…”.
“Non ce la regalano…”.
“Però chi fa lo sgobbone per quattordici ore o più di filato regala il suo lavoro e deve sganciare per una cazzo di birra… Non va proprio giù.”
“Senti, a te nessuno ha chiesto niente.”
“Ho detto la mia.”
“L’hai detta… Qualcun altro ha qualcosa…?”, ma non riuscì a finire di parlare. Un coro di protesta si era alzato feroce contro Giulio e il Partito. Ero stato io a risvegliare le coscienze di tutti quei poveri cristi sottomessi, condannati a non battere mai ciglio.
Immersi in una notte senza Luna e stelle, Ste’ era livida di rabbia. Berciava come un’aquila che le avevo fatto fare una figura di merda; che avevo detto un sacco di cazzate e che non me lo avrebbe perdonato mai. La mandai a farsi in culo, accendendomi una siga tirata fuori da un pacchetto da dieci mezzo accartocciato, tenuto schiacciato nascosto in fondo a una delle tasche davanti dei jeans. Ste’ la pasionaria comunista era fuori di sé. Mi puntava, ero per lei un fottuto traditore prima che uno stronzo e uno scoglionato. Avesse avuto una pistola, sicuro come il cielo, che non avrebbe esitato a spararmi contro, in fronte o nella pancia. La mia colpa era quella d’aver criticato il Partito davanti alle giovani leve e per di più in un momento delicato come quello della preparazione della Festa dell’Unità. Da quella notte di pece di rabbia e di urla sbucò fuori Tullio. In volto gli si leggeva un sorriso che avrebbe gelato il sangue a Satana in persona. Si avvicinò a Ste’ che continuava a sputarmi contro. All’improvviso cadde il silenzio. Non ho idea di che si dissero quei due, ma era chiaro che la frattura fra me e Ste’ era ormai insanabile. Ste’ si accoccolò con Tullio il nano nell’androne d’una casa più sinistra di quella di Roderick Usher. Io mi accesi un’altra sigaretta, tirando calci, con uguale forza, alle pietre e alla vuotezza dell’aria. Ero stanco. Stufo. Mi premeva solo di sganciarmi da quel buco in culo ai lupi e di farmi una saporita dormita.
Me li trovai entrambi alle spalle, Ste’ e quel maledetto nano.
Accadde tutto troppo in fretta perché possa riferire con maggior precisione… Ce le suonammo di santa ragione, poco ma sicuro. Ste’ picchiava uguale a un uomo, né più né meno. Ci fu un corpo a corpo: pugni su pugni. Incassavo più che altro. Non volevo far del male a Ste’, non sul serio anche se qualche pugno nello stomaco glielo piantavo. Il maledetto nano mi prendeva a calci, mentre io e Ste’ lottavamo al pari di angeli caduti. Fu solo quando una lecca da paura mi fece sanguinare il naso che dimenticai chi era Ste’. La vista del mio sangue, rosso sapor di rame in bocca, mi portò via la pietà, quel poco che m’era rimasta. Caricai un destro che prese Ste’ alla mascella. Cadde giù, come una foglia in autunno, senza un gemito, afflosciandosi sulle gambe. Prima che potesse battere la testa sulla durezza dell’asfalto e farsi male sul serio la presi fra le braccia e piano la accompagnai nella caduta. Il nano strillava come una checca isterica. Non ci provai manco a discutere con quel mezzo aborto, subito gli sparai un calcio in culo che lo fece volare a terra. Seguirono altri calci. Inutilmente Tullio cercava di ripararsi il volto con le braccia tozze. I colpi glieli assestavo per bene, dove colpivo colpivo. Non me ne fregava proprio un bel niente, era lui la causa di tutto, di quello che io e Ste’ ci eravamo fatti. Tullio il nano prese a frignare, senza ritegno. Il vigliacco cercò anche di scappare a quattro zampe lontano dalla mia ira. Non gli risparmiai un solo calcio. Aveva un culo che il Diavolo gl’aveva appioppato apposta per essere preso a calcioni.
Accesi l’ultima sigaretta. La notte era ancora fonda, di pece. Non voleva proprio finire quella dannata notte. E io mi trovavo in culo ai lupi. Non aveva però più importanza tornare a casa tanto presto. Avrei aspettato l’alba, anche se non ero certo che il sole sarebbe sorto. Al nano gli avevo sparato così tanti calci che forse l’avevo ammazzato. Non lo sapevo. Ricordo solo d’aver continuato a esercitare i miei anfibi sul suo deretano.
Questo è più o meno tutto.



























































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quanta violenza Amore mio
Violenza?
Mah, non mi par proprio. Cose che purtroppo accadono nella vita di tutti i giorni, più di quanto tu possa immaginare.
Più che di violenza è giusto parlare di autodifesa, che è altra cosa.
ma per autodifenderti devi far violenza a te stesso?
Non faccio violenza a me stesso. Rifiuto invece ideologie che non sono mie e che non mi appartengono.
Mi ritengo uno spirito libero, libero dagli “ismi”, dalle ideologie tutte, ragion per cui rimetto al mittente ciò che mi si vorrebbe imporre con la forza.
L’uomo è nato libero. Ma gli uomini, la cosiddetta civiltà, gli ha imposto le sue catene per secoli e secoli. La Libertà è la più grande conquista che la civiltà deve ancora raggiungere: solo in questo credo.
Beppe
però leggendo il tuo racconto non so perchè si respira violenza: un uomo libero non ha dentro di sè violenza seppur per autodifesa. Attenzione non dico che quest’uomo è cattivo, dico semplicemente che è tutto meno che libero