La Discarica dei Sogni (Pensieri di un morto) | di Iannozzi Giuseppe

La Discarica dei Sogni

(Pensieri di un morto)

di Iannozzi Giuseppe


A breve ANGELI CADUTI di Beppe Iannozzi per Cicorivolta edizioni. Preparatevi dunque a veder realizzati i vostri migliori e peggiori incubi. Non abbiate paura di entrare in contatto con gli ANGELI CADUTI: hanno storie da raccontarvi, per poter essere forse un giorno liberi dalle loro ossessioni. Ascoltate le voci degli angeli e cercate di comprendere le loro ragioni, anche se non poche volte vi sembreranno assurde, illogiche, fuori dal mondo.


Ma tu guarda che strana che è la vita! Ti volti, ed è già finita. In Tv, in Tv m’avevano promesso che non sarebbe mai stata la fine, ed invece mi trovo qui con altri mille come me a condividere un vuoto totale assoluto che non sembra quasi vero. Eppure, devo credere che è finita. Avevo tanti progetti, molti nel cassetto, lettere d’amore che avrei voluto scrivere, ed invece non se ne fa niente. Ma la colpa non è mia, questo posso assicurarlo a qualsiasi giudice venisse a chiedermi perché ora mi trovo qui. Ma io, di giudici, non ne vedo manco l’ombra. Ma sento le foglie cadere come pioggia di lacrime nella mia anima, o forse, quella che io chiamo anima non è nient’altro che il mio corpo che riposa sotto due metri di terra, un cervello cortocircuitato prigioniero d’un corpo ormai freddo. Mai avrei creduto che potesse accadere! Avevo tante lettere d’amore nel cassetto e lì resteranno a marcire con il tempo a tenergli misera ma eterna compagnia.
Quando e come accadde, davvero non so. Ricordo che tutto è stato scuro, all’improvviso, e non ho provato paura perché tempo non mi è stato concesso per provare alcunché. Eppure, eppure io penso che quelle lettere non dovrebbero stare nascoste dove sono. E’ un’ossessione che mi tormenta e che requie non mi concede. Stavo bevendo un aperitivo, o comunque qualcosa di simile, e poi è stato il buio. Dicevano che quando uno se ne va, prima vede una grande immensa luce bianca, ed invece niente. Ho soltanto avvertito una… Non lo so. Non c’è stato il tempo necessario per capire bene: forse è stato un po’ come soffocarsi con l’aria che si respira quando si vive o si crede che così sia. O forse è stato come rimaner legati dal proprio cordone ombelicale. No, non saprei dire cosa ho provato spegnendomi. Ricordo però esattamente com’era prima che la vita mi si consumasse fra le dita.

La gente mi passava accanto, io non vedevo loro, e loro non si accorgevano di me. Mi diceva una voce nascosta in me che avrei dovuto ballare l’amore fino alla fine dell’amore, ma io non avevo tempo da sprecare con simili frivolezze e tiravo avanti per la mia strada. Avevo sempre l’affanno per una cosa di poco conto o per un’altra deprezzata, e alla sera ero sempre troppo stanco. Riuscivo giusto a consegnare al mio diario qualche frase masticata durante la giornata, poi sprofondavo in un deliquio da cui mi risvegliavo con le membra tutte annodate dalla stanchezza. Ero sempre stanco. E dormivo sempre di meno.

Sarà stata colpa della fabbrica che fiaccava ogni mia ambizione: tutto il giorno a trafficare dietro ai macchinari, a sollevare sacchi, a fare gli inchini ai superiori, e poi, una volta uscito da quel lager, mi gettavo come proiettile umano in strada per ammirare le gambe delle donne che mai avrei avuto, ma erano tanto belle che non ne potevo davvero fare a meno. Guardarle camminare mi provocava un piacere intimo, pur sapendo che nessuna sarebbe stata per me. Scivolavano via, come fate, lungo le strade, sfrontate, sensuali, timide, troie e angeli, e tutte sembravano promettere storie e dolcezze infinite. E questa era la mia unica consolazione. Avrei voluto avvicinarne almeno una, chiederle il nome, prendere un caffè, scambiare quattro piacevoli chiacchiere sul futile: non l’ho mai fatto. In tasca avevo sempre e solo la vuotezza: più lavoravo, meno guadagnavo. Sognavo, sognavo come un imbecille che qualcosa sarebbe cambiato, e qualcosa alla fine, come già sapete, è cambiato. Ma non era quello che io desideravo. In me tutta l’arroganza del mio io gridava che ero proprio io: m’incazzavo alle riunioni sindacali, ma a capo chino, con la faccia dello sconfitto sempre me ne uscivo. E la rabbia in me cresceva simile a un mostro. E non la potevo sfogare contro nessuno, perché una volta tornato a casa ad aspettarmi c’era soltanto la brutalità della solitudine e un diario sgrammaticato. Ed ero tanto, tanto ignorante: davanti a un quadro mi emozionavo, ma non avrei saputo dire di chi il nome dell’artista. E la certezza di questa mia ignoranza era anche la mia impronunciabile colpa. Come avrei potuto presentarmi a una donna senza danari in tasca? Senza un po’ d’arte messa da parte? senza una parola elegante? Avrebbe riso, e a ragione di me.

C’era una vecchina, tanto gentile rimasta vedova tanto tanto tempo fa, che qualche volta m’invitava a cena. Quando entravo lì da lei, si sentiva subito che c’era odore di pulito. Alcuni piatti decorati stavano attaccati alle pareti, gli uncinetti riposavano sulle sedie di velluto, e la cucina m’accoglieva con il suo desco pesante, un rozzo tavolo tanto caldo dove mai mancava una minestra. La vecchina si scusava sempre con la bocca sdentata, e diceva, diceva che era un vero peccato che un giovanotto come me fosse tanto solo, costretto a ingollare la sua minestrina. E poi, una volta che aveva presentato le sue scuse, sulle gote incartapecorite un po’ di rossore si diffondeva, e gli occhi le rilucevano d’una antica giovinezza, e io pensavo che da giovane doveva esser stata una vera bellezza. Mi sarebbe piaciuto nascere quand’era lei ancora bambina, un feto, poi una bambina, poi una ragazza, poi una donna, così avrei avuto occasione d’incontrarla in tutta la sua gentile maestà erotica. E subito mi rendevo conto che sognavo e che erano pensieri tristi d’una persona triste. Nervosamente prendevo a mangiare la minestra badando che il cucchiaio tutto mi finisse in bocca, perché non sarei riuscito a sopportare l’imbarazzo di sporcare con la mia rozzezza la tovaglia.

Certe volte m’addormentavo davanti alla Tv mentre passava l’ennesimo spot della Presidenza del Consiglio dei Ministri che invitava i giovani a non fare questo & quello, era però un sonno tiepido che durava pochi minuti, perché mi svegliavo e andavo a cacciarmi nel letto in posizione fetale consapevole che quel letto era freddo e disabitato. Davanti a me avevo poche ore di sonno da sbrigare, e sapere che mi sarei dovuto presto svegliare per andare in fabbrica mi negava il piacere di rifugiarmi nei sogni. Forse è per questo che non sono mai stato un sognatore notturno. I sogni li ho fatti quasi tutti a occhi aperti ed è per questo che li ricordo così vivamente. Se avessi sognato durante le notti, non ricorderei nulla. Ed invece sono condannato a ricordare ogni sfumatura dei sogni mai realizzati. O almeno credo, m’illudo di ricordare correttamente. Sempre meglio di niente. Ma adesso che ci penso, penso che forse il niente sarebbe (stato) meglio. Sintomo d’incoerenza?

La fabbrica la ricordo come un antro scuro, come una cosa scavata nella terra, una sorta di profonda galleria dove uomini neri urlavano come bruti. Ricordo le bestemmie, la pausa caffè, le risate di scherno, il fumo delle sigarette, il rumore infernale incessante dei macchinari, la cupa flebile luce che veniva proiettata dai tubi al neon, le ombre di noi proiettate contro le pareti scabre. Tutti particolari, ma che si sono incrostati nell’anima come uno schermo inchiodato in un fermoimmagine.

Il capo del personale era una lei, un’autentica troia. Circolava voce che fosse una businesswoman, che fosse arrivata a ricoprire l’incarico a forza di staccare pompini.

Ma dove andranno le ragazze della notte? Avevo il vizio di chiedermelo spesso e mai trovavo una risposta patinata. Sapevo bene dove andavano a farsi sbattere. Assurde stralunate malmenate tenere, assurdamente donne. Stivali, calze a rete, rossetti impossibili spremuti sulle labbra, sorrisi improbabili, crocifissi uguali a feti abortiti a pendere fra i seni generosamente scoperti, e lingue straniere masticate nel fumo di pesanti sigarette, e qualcuno tutto questo lo chiamava amore & sesso. Certo, devo ammettere che se avessi avuti i soldi, magari una volta non avrebbe fatto male a nessuno, neanche a me, un profilattico, certe cose son cose da uomini. Non l’ho mai fatto, non per rigore di prudenza o morale, ma il mio prurito subito si estingueva quando immaginavo le bionde che non erano bionde e le brune mai troppo brune: le donne che vedevo in vendita erano in vendita, una falsità, un prodotto, uno spot. I seni abbondanti, le lunghe gambe da ballerina, i volti fintamente allegri – che erano maschere indecifrabili ma affascinanti – mi hanno frenato. E poi, immaginavo cosa ci sarebbe stato oltre lo slip, un bianco tracciato, la linea di confine, o forse solo l’amore spicciolo. Il sesso animale comprato & mercificato.

Pensavo che non ci avevo fatto caso, non prima d’ora in questo preciso momento che è l’adesso e non il poi o un ipotetico domani, cioè, che da sempre non s’è capito niente a proposito delle donne, che, invece, hanno sempre capito tutto. Ok, non è chiaro, ma non lo è neanche a me il Tempo e i suoi tempi e come l’uomo li gestisce e li interpreta per mezzo di orologi biologici e meccanici. Allora la verità scoperta da poco e che, sinceramente, mi mette freddi brividi addosso è la seguente:

le donne hanno da sempre capito gli uomini meglio degli uomini!

Quando una simile rivelazione entra di prepotenza nel nostro io – cazzo! – non c’è più uscita di sicurezza che tenga. Spiego meglio il concetto: gli uomini, per quante birre si scolino insieme raccontandosi improbabili avventure di letto sciorinando battute sconce, non riescono mai a comprendersi, per questo arrivano poi alle mani; e se avessero una clava a disposizione la userebbero certamente. Le donne, invece, sanno che gli uomini banfano quando raccontano le donne avute, e sono ben coscienti del fatto che, prima o poi, finiranno stesi a terra abbracciati, avvinghiati insieme, con lo stomaco in subbuglio per l’alcol e la faccia pesta dai pugni presi. Cosa ne deduco? Gli uomini vivono solo lo spirito apollineo e per questo sono alieni impacciati con le donne; e le donne, invece, hanno anima dionisiaca e apollinea. Certo, infatti, anche le donne si graffiano, ma lo fanno con una grazia che ai maschi manca. Il maschio è fondamentalmente barbaro, troppo disperato nel tentativo di dimostrare a tutti i costi di essere “maschio”. E questo suo tentare è patetico perché è da tutti visto, dal pubblico, che è, quasi, sempre, in maggioranza, femminile. Le donne per apparire in pubblico non devono esibire nulla di più della loro completa natura, si limitano insomma ad essere sé stesse. Le donne sono la naturalezza, la compiutezza, anche quando puttane per vocazione o perché costrette, e l’uomo indarno le cerca girandoci attorno, cercando di carpire il loro segreto. Poi, accade, che qualche volta la donna lasci credere all’uomo di averla compresa, ma questa è un’altra storia…

Un uomo (maschio) non piange mai. Sbagliato. Un maschio piange e non perché mosso da sensibilità dionisiaca: il pianto maschio è un versare rabbia dagli occhi, rabbia apollinea e basta. Ecco perché un maschio che piange non suscita alcuna tenerezza nella donna che se lo trova, suo malgrado, davanti; la femmina sa che il maschio è apollineo, cioè incompleto, per certi versi falso, quindi non può credere nelle lacrime che lui, maschio, usa sciupare sperando d’attirare attenzione. Mancando all’uomo, al maschio, una pur minima briciola di spirito dionisiaco, questi sarà sempre incapace di andare incontro alla femmina con naturalezza, ovvero non sarà mai capace di comprenderne desideri, aspettative, sogni. Le donne, invece, dotate d’un sincero spirito dionisiaco e apollineo, subito capiscono che l’uomo è solo animale, a volte acculturato e intellettuale, ma comunque uomo e basta. Il fatto è che tutti noi si ha due occhi, però nei maschi uno è cieco anche se l’occhio finge di guardare lo spazio e l’anima dei viventi e delle cose.

Resomi conto di questa verità, ho compreso che per il maschio non esiste uscita di sicurezza, se non quella di continuare a scolare birre, un eterno continuare a raccontare invalide storie, un eterno continuare finire steso a terra abbracciato a suo consimile; e bisogna ancora  riconoscere che è davvero poca cosa. L’ipotetico domani per il maschio sarà sempre più ipotetico, sarà una sfumatura e alla fine il nulla? Temo di sì, ma è giusto che sia così.

E poi non è stato più. Il Niente si è fatto. Il Niente. Tante sofferenze per finire qui, in un dove che so essere la terra: io-schiacciato-infossato-dentro-sotto-due-metri-di-terra… Il pensiero, la pallida fiamma, il residuo di me, s’estingue velocemente. Pensare?! Non so. Non so se queste cose le ho pensate o che altro. Quando si muore, resta sempre un po’ di tempo, anche se gli occhi sono chiusi e il corpo è fredda carne. Forse non sono morto, forse. Ma conosco la verità: questo freddo è quello della sconfitta, impietosa. Penso siano residui pensieri rimasti prigionieri del cervello: e si sviluppano e s’ingravidano d’incoerenza. Nessuna lettera d’amore sarà spedita, nessuna lotta sindacale, non più, nessun inchino davanti ai capi, nessun pompino reale o presunto da immaginare, nessuna gentilezza più dalla vecchina, nessuna puttana a cui pensare nelle notti tristi e solitarie, neanche la rabbia e neanche l’odio. C’è solo la fottuta Tv, che mi ha risucchiato lasciando che m’immaginassi io-protagonista-di-uno-spot-pubblicitario.

Ora so che per sempre ricorderò, con incoerenza, frammenti sempre più frammentati attraverso il tempo inesorabile che passerà: il mio “Io” tradotto in una Tv impazzita, sepolta nella fredda terra, dimenticata qui dove sorge la Discarica dei Sogni.

Info su Iannozzi Giuseppe

Iannozzi Giuseppe, detto Beppe Iannozzi o anche King Lear. Chi è Giuseppe Iannozzi? Un giornalista, uno scrittore e un critico letterario Ma nessuno sconto a nessuno: la critica ha bisogno di severità e non di mafiosa elasticità.
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7 risposte a La Discarica dei Sogni (Pensieri di un morto) | di Iannozzi Giuseppe

  1. cinzia stregaccia scrive:

    porca miseriaccia è bellisssimo!!!!!!!!

  2. cinzia stregaccia scrive:

    ops…ho scritto di getto e d’istinto scusa..forse sono stata un pò troppo “espressiva” ahahah
    Buona domenica
    cinzia

  3. orofiorentino scrive:

    Concordo in pieno con Cinzia….è davvero bellissimo, anzi Unico !
    Una domenica speciale

    Bacio Giovanna

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